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Cinema

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Vecchi e giovani favolosi

«Ma è gobbo per tutto il film!» «Eh!» «Ma è ripugnante!» (Leggo a voce alta dal manuale universitario): «Si ritrovò, nel fiore della giovinezza, con una statura bassissima (sotto il metro e mezzo) con una doppia gobba anteriore e posteriore, con molteplici infermità e sgradevolezze fisiche… Si studia ancora il manuale, sì?» «No.» «Ah, e che studiate. Cioè, i Canti li hai riconosciuti.» «L’Infinito, la Ginestra. E c’era proprio la ginestra sullo schermo! Fin gialla!»   Per trovare conforto alla mia impressione tutto sommato (o meglio togliendo: l’inevitabile didascalismo, il fuorviante maledettismo, l’evitabilissima morbosità) non negativa sul film biografico del momento, chiamo il più grande studioso dell’autore in questione, filologo eminente e conversatore instancabile. «Professore, la disturbo?» «Gilda, hai seguito la vicenda dell’Infinito? Sai che era stato trovato un terzo autografo, dopo quello napoletano e quello di Visso, e che poi…» «Veramente...

Le nuvole di Sils Maria

Prima delle nuvole di Sils Maria, queste:     L’immagine più bella del cinema di Assayas era il primo piano di una mano che apre un foglio bianco, in L’eau froide. Questa:     Era il finale del film: Christine, la protagonista, ragazza sfuggente, presuntuosa, ovviamente bellissima, simbolo di una stagione, gli anni ’70, pericolosa ed esaltante, e dai un’età, l’adolescenza, fragile e perduta, spariva nell’acqua di un fiume, e dietro di sé, al ragazzo che la amava, lasciava solo un foglio bianco, uno dei tanti oggetti che disseminano il cinema di Assayas, che concentrano e al tempo stesso disperdono il senso di un cinema che insegue l’invisibile respiro della vita.   Anche le nuvole di Sils Maria sono a loro modo un oggetto, una realtà immateriale che si fa concreta. Per un attimo restituiscono ai personaggi l’immagine di loro stessi e al film il senso del proprio racconto. Viene in mente Eliot,   E io vi mostrerò qualcosa di diverso Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra Vostra che a sera incontro a voi si leva...

Truffaut alla Cinémathèque

In occasione del trentesimo anniversario della morte di Truffaut (21 ottobre 1984), la Cinémathèque Française, diretta da Serge Toubiana, si è fatta carico di organizzare una rete di eventi in memoria del cineasta francese, scomparso prematuramente all’età di cinquantadue anni.     L’8 ottobre 2014 è stata inaugurata una grande mostra, accompagnata da una retrospettiva completa e da dibattiti e incontri attorno alla figura di Truffaut: quasi ogni giorno, da ottobre a gennaio, sarà possibile partecipare ad un evento legato al regista – dalla programmazione dei suoi film agli atéliers di scrittura creativa fino alla proiezione in sala di una filmografia più recente, discutibilmente considerata “”truffauldienne”: sulla discutibilità, sono da vedere i commenti del pubblico registrati sui blogs e sulle pagine della stessa Cinémathèque a proposito dei supposti eredi di Truffaut, come il Christophe Honoré di Dans Paris (2006) o il più recente Tonnerre di Guillaume Brac (2012), con l’attivissimo Vincent Macaigne: l’eco virtuale...

Storia della bambina perduta

Tutto ha inizio nel 2011 con la pubblicazione de L’amica geniale, primo volume della saga omonima che si conclude ora con l’uscita de Storia della bambina perduta e con la notizia, diramata dall’Ansa qualche giorno fa, che le oltre millecinquecento pagine de L’amica geniale diverranno una fiction. Sono in tutto quattro i libri che raccontano la storia di Lila e Lenuccia, amiche nemiche dal 1950 ai giorni nostri, senza mai chiarire del tutto di quale delle due sia la genialità cui si riferisce il titolo. L’autrice è Elena Ferrante, la cui vera identità dal 1992, data della pubblicazione in Italia del suo primo libro, è ancora oggetto di congetture.   Nell’estate 2014, in occasione dell’uscita negli Usa di Those Who Leave and Those Who Stay, terzo volume della quadrilogia My Brilliant Friend tradotta da Ann Goldstein, la stampa estera si scatena. Si comincia a parlare di Ferrante fever. Elena Ferrante concede qualche intervista oltreoceano senza mai apparire se non per iscritto. Su Google circola qualche sua foto ma non è detto sia davvero lei. I recensori stranieri non si capacitano del fatto che...

Svegliatevi compagni!

“Svegliatevi da questo sogno, compagni!” A parlare, ne La cosa di Nanni Moretti, film-documentario del 1990, è un giovane comunista della sezione di Testaccio, un quartiere popolare di Roma. Il giovane incalza: “C’è mai stato il comunismo?”. Interrogativo fino a qualche mese prima impronunciabile, almeno in quella sede. Ora, sono crollati i muri, e rovesciati gli idoli. (“Siamo stati idolatri”, dice un altro compagno in ossequio forse a una lontana, ma resistente memoria biblica).   Mentre viene sancita la fine del “socialismo reale”, si chiude anche la parabola del comunismo italiano: il 24 novembre del 1989 il Comitato Centrale del PCI, su proposta del suo segretario, Achille Occhetto, vota, con una maggioranza del 67,7%, a favore del cambiamento del nome del partito e per l’avvio di una nuova stagione politica. Colti di sorpresa dall’iniziativa del segretario (“un pugno in faccia” ), i militanti non si accontentano di dibattere attorno al nome da dare alla nuova formazione politica. Si chiedono che cosa ha significato il nome che si dispongono ad abbandonare. Guardano indietro...

Intervista con Eva Truffaut

Eva Truffaut è inconfondibilmente riferibile a suo padre François, per fisicità e sensibilità artistica. A Palermo come Presidente di Giuria nell'ottimo Sicilia Queer Film Fest ai Cantieri Culturali alla Zisa, Eva Truffaut si scopre innamorata della Sicilia (“In questi giorni ho fatto tante foto in questa terra di opposti, dall'incredibile fermento. Qui l'ombra è nera e la luce è immensa”) e vive il suo ruolo con consapevolezza e concentrazione:   “Mi piace stare in Giuria. Quale altra situazione permette il confronto di personalità così diverse tra loro per un tempo dato, nella condivisione di un'esperienza comune? Vedo i film più volte e non mi interessano le critiche fini a se stesse, quelle che esprimono un mero giudizio di gradimento, piuttosto amo il dibattito e il confronto di idee. La sensazione è quella di vivere in questo tempo preciso un po' più intensamente, un tempo più appassionato. Vivere i Festival è un'esperienza un po' privilegiata: si sta insieme per scoprire le possibili opere d'arte, perché un film dev'...

Ivory Tower. Che cos’è l’Università?

Che cos’è l’Università? Un recente documentario sullo stato dell’università americana – Ivory Tower – pone drammaticamente l’accento su come i campus universitari di molte medie e piccole università degli States durante questi ultimi anni abbiano trasformato il loro modello standard di riferimento. Stanno diventando sempre più dei parchi di divertimento per l’intrattenimento degli studenti piuttosto che luoghi d’istruzione e d’emancipazione – un modello insomma più vicino a Disneyland che a Harvard.   Se ne trae l’idea che l’università concepita come luogo atto a sviluppare quelle capacità d’immaginazione e di pensiero che ci rendono umani, in vista non solo dello sviluppo economico di un paese ma anche della realizzazione compiuta della democrazia e del rafforzamento dei valori che la fondano, stia venendo meno. Inoltre – e non da ultimo – l’università è anche il luogo dove ci si misura con se stessi, attraverso gli esami, il rispetto delle scadenze per le consegne, l’impegno nella scrittura di una...

La marca Isis

Il concetto di marca è nato all’interno del mondo aziendale, ma oggi rappresenta una specie di “concetto passepartout”. Può essere rintracciato infatti in fenomeni sociali dalla natura molto differente. Questo perché il modello comunicativo e di marketing della marca, data la sua notevole efficacia, è stato adottato negli ultimi anni da parte di numerosi soggetti: dai partiti come dalle rockstar, dalle società di calcio come dalle università. Non deve sorprendere allora che anche un’organizzazione armata come l’Isis possa essere interpretata alla stregua di una vera e propria marca. Come questa, infatti, è un soggetto che compie una serie di azioni.   Nel caso di Isis, tali azioni sono prima di tutto di natura bellica e in questa sede verranno trascurate, perché non attribuiscono loro una particolare identità, in quanto, come la storia c’insegna, sono simili a quelle praticate in passato da molti eserciti. Altre azioni invece permettono di considerare Isis come una marca e si tratta delle attività di comunicazione sviluppate mediante i video che vengono periodicamente diffusi online: siano essi propagandistici, o con scene di decapitazioni di persone occidentali. Attività...

Bill Master

L’eroe è morto, lunga vita all’eroe. A passare in rassegna la galleria dei più riusciti protagonisti delle serie americane contemporanee si fa la conoscenza di personaggi complessi e oscuri, attraversati da molte ombre e inquietudini, disposti a scendere a compromessi con il Male, a non farsi scrupoli, a cavalcare fino in fondo tutte le proprie pulsioni autodistruttive. Stiamo vivendo il trionfo dell’antieroe seriale: soggetti poco raccomandabili, con cui non vorremmo certo avere a che fare nella vita reale, con i quali tuttavia stabiliamo una profonda sintonia televisiva.   Vince Gilligan, il creatore di Breaking Bad, la serie che è diventata un vero e proprio manifesto della scrittura di un antieroe, ha spiegato al «New York Magazine»: «I gusti di visione sono ciclici. Fra cinque anni forse ci chiederemo “ti ricordi quando a tutti piacevano gli antieroi?”. Per molti decenni, invece, i cattivi in tv dovevano sempre essere puniti, e i buoni dovevano essere coraggiosi, sinceri e senza conflitti interiori. Queste erano le regole del gioco (e del mercato). Ma i gusti delle persone sono volubili e ora chi...

Rimini Protokoll a Milano

Perché accontentarsi della finzione quando la realtà ha così tante storie da raccontare? Sembrano pensarla così i tedeschi Rimini Protokoll, collettivo di registi fondato nel 2000 da Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel e premiato nel 2010 dal Leone d’Argento della nostra Biennale. Da Bangalore a San Pietroburgo, da Atene a San Paolo, nelle (molte) creazioni dei Rimini Protokoll i presupposti restano coerenti: l’idea è quella di scegliere alcuni segmenti di realtà e di offrirli allo sguardo del pubblico sotto una lente di ingrandimento. Una simile operazione ha, naturalmente, una vigorosa valenza politica e i segmenti selezionati sono spesso quelli più dolenti, problematici, contraddittori del nostro contemporaneo: in Sabenation: Go Home & Follow the News i protagonisti sono i controllori di volo licenziati della Sabena Airline; in Cargo va in scena la vita ripetitiva e alienante dei conducenti dei camion per il trasporto merci; in Call-Cutta il pubblico è chiamato a interagire con gli operatori dei call-center indiani.     All’eclissi - o alla trasformazione - del concetto stesso...

Boyhood, un ragazzo come tanti

A distanza di quasi un anno dalla sua premiere allo scorso Sundance Film Festival, arriva anche in Italia Boyhood, il nuovo film di Richard Linklater. Sono stati mesi in cui questo film non solo ha raccolto un consenso abbastanza stupefacente da parte della critica (il sito metacritic che fa una media ponderata delle recensioni della stampa americana gli ha dato 100/100) ma è stato anche protagonista di un continuo passaparola sui social network che l’ha già circondato di un’aura mitica. È come se Boyhood arrivasse in sala con già lo status di un classico prossimo venturo. E questa volta possiamo dirlo, davvero non a torto.     Che questo film nascondesse qualcosa di speciale lo si capiva già da come il progetto fosse stato pensato sin dall’inizio. Linklater inizia a girare Boyhood nel luglio del 2002 con quattro attori principali: Ethan Hawke e Patricia Arquette; e due giovanissimi esordienti, Ellar Coltrane, di sei anni, e la figlia del regista, Lorelei Linklater, di poco più grande di lui. Ogni anno, per dodici anni, la crew del film si troverà qualche settimana in Texas per girare un nuovo...

Il ritmo dell'avanguardia

Pubblichiamo alcuni estratti dal catalogo della mostra in corso a Lugano, Hans Richter. Il ritmo dell'avanguardia (Edizioni Casagrande)     “Quanto a me, capitai a Zurigo nel movimento Dada per una circostanza assai strana. Poco dopo lo scoppio della guerra, nel settembre del 1914, quando ormai avevo già in tasca il richiamo nell’esercito tedesco, alcuni amici vollero offrirmi una festa d’addio. Tra questi, i due poeti Ferdinand Hardekopf e Albert Ehrenstein. Giacché non potevamo sapere come, dove e quando ci saremmo rivisti, Ehrenstein, per farmi animo, mi propose: ‘Noi tre, se saremo ancora in vita, troviamoci il 15 settembre 1916, tra due anni, al Café de la Terrasse, a Zurigo, alle tre del pomeriggio’. Io non conoscevo né la Terrasse né Zurigo e avevo pochissime speranze di potermici trovare. Dopo un anno e mezzo di servizio, in piena guerra, sorretto da stampelle, fui rilasciato come invalido di guerra e di colpo allora mi ricordai di quel bizzarro appuntamento.   Hans Arp, Tristan Tzara e Hans Richter a Zurigo tra il 1917 e il 1918 ©2014, Edizioni Casagrande   Per caso,...

Martone. Il giovane favoloso

Scrive Pietro Citati che Leopardi “possedeva un'immensa vitalità”. Egli non sopportava “la noiosa esistenza quotidiana, nella quale i minuti si susseguono ai minuti”; desiderava invece “un tempo più rapido, più intenso, vertiginoso, in cui ogni istante fosse vivo e infinito”. “La vita, per Leopardi, non era altro che questo”, conclude Citati: “L'insaziabile movimento, la metamorfosi infinita di esseri minimi, appena visibili, che durano un attimo con un'intensità quasi intollerabile”.     Chissà se Mario Martone ha mai letto queste righe. Forse sì. Certo è che la sua (ri)lettura di Leopardi è proprio così: intensamente vitalistica, concreta, “fisica”. Giacomo che corre a perdifiato per le strade di Recanati. Giacomo che si rannicchia sfinito all'ombra degli alberi. Giacomo che osserva dalla finestra – è un'immagine ricorrente – il grande spettacolo dell'umanità, rinchiuso com'è nell'ordine razionalista (e reazionario) di quell'altro mondo, quello di carta, l'amata/odiata biblioteca del parimenti amato/odiato genitore. “Io sono tenuto quello che sono, un vero e pretto ragazzo”, scrive a Pietro Giordani, “e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo di filosofo d'eremita...

La grammatica musicale di Peter Greenaway

Marco Robino ha creato la sonorizzazione per la mostra della “Peota reale” alla Reggia di Venaria: del compositore sono in cantiere anche suoni etruschi. Mentre continua la collaborazione cinematografica con Peter Greenaway. Con i suoi quattordici anni di attività, l’eclettismo delle competenze, le prestigiose collaborazioni internazionali, Architorti è una delle realtà più vive e interessanti della scena musicale piemontese. Nato come quintetto d’archi nel 2000, l’ensemble si è andato trasformando nel tempo in una casa aperta che ospita, a seconda delle esigenze, fino a venticinque strumentisti.   «Non è facile trovare una parola univoca per definirci – spiega Marco Robino, violoncellista, compositore e anima storica della formazione –. Siamo diventati un laboratorio permanente, un luogo dove è possibile incontrarsi, provare, comporre, registrare musica di repertorio ma anche, e soprattutto, fare ricerca e sperimentazione. Era un cambiamento necessario, richiesto dai tempi: da qualche anno la crisi globale ha cambiato il modo di proporre e di consumare musica. Per noi le cose...

Tu sei supercompetitivo, io quasi per nulla

Ricordiamo François Truffaut a trent’anni dalla sua morte (21 ottobre 1984) con le sue stesse parole.   Pubblichiamo lo scambio tra Jean-Luc Godard e François Truffaut che chiuse definitivamente i rapporti tra i due grandi registi. Da Autoritratto. Lettere 1945-1984 (Correspondance. Lettres recueillies par Gilles Jacob et Claude de Givray, 1988) uscito da Einaudi nel 1989 a cura di Sergio Toffetti, con contributi di Marco Vallora e Jean-Luc Godard     Jean-Luc Godard Lettera a François Truffaut - maggio 1973   Ho visto ieri Effetto notte. Probabilmente nessuno ti dirà che sei un bugiardo, così lo faccio io. Non è affatto un insulto fascista, è una critica, ed è senza un punto di vista critico che ci lasciano film come quelli di Chabrol, Ferreri, Verneuil, Delannoy, Renoir, ecc., di cui mi lamento. Tu dici: i film sono dei grandi treni nella notte, ma chi prende il treno, in che classe, e chi lo guida con la spia della direzione di fianco? A che quelli fanno i film-treni. E se tu non parli del Trans-Europ, allora si tratta forse di un treno per pendolari, o di quello Dachau-Monaco, di...

Mi ribello dunque siamo

Kiko ha sedici anni, Kiko ha perso il padre – italiano – in un incidente. Kiko vive con la madre – filippina – e il nuovo convivente, un caporale che sfrutta operai edili clandestini, nella periferia friulana.   Kiko, costretto a trascorrere intere giornate in cantiere, va male a scuola. L’unico posto in cui si ritrova è un vecchio autobus abbandonato in una discarica. È lì che il ragazzo si nasconde per fuggire un mondo guasto. Kiko è destinato a soccombere, fin quando, un giorno, incontra l'anziano Ettore. L’uomo dice di essere un professore in pensione, un vecchio amico del padre. L'insolito comportamento del maestro incuriosisce il ragazzo, dotato di grande intelligenza e sensibilità. Ecco infine, per entrambi, un’occasione di redenzione.   Grazie a Ettore, Kiko trova il coraggio di battersi e dare forma autentica alla vita, trova il coraggio di vivere senza rinunciare al desiderio di conoscere se stesso.     Se chiudo gli occhi non sono più qui, dice l'autore, il regista Vittorio Moroni, "è un film sull’avventura della conoscenza,...

Il regno d'inverno. Straniero anche al proprio sguardo

Con Il regno d’inverno, il film vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, Nuri Bilge Ceylan è entrato in quella terra che in C’era una volta in Anatolia percorreva, scavava, illuminava con lo squarcio di un lampo nella notte. La Cappadocia delle colline erbose, delle montagne brulle, dei panorami immensi e delle radici turche è sempre al centro del racconto, ma questa volta è una terra da sondare, da calpestare e conoscere, non più da attraversare e osservare. Il regno d’inverno non è un film in movimento, non è un’indagine o una ricerca: è un film su un mondo sopito, scavato nella roccia e immerso nella sua immobilità, popolato da personaggi tornati alle radici e con esse confusi.     Ci sono un uomo di una sessantina d’anni, la giovane moglie e la sorella; insieme gestiscono un albergo scavato pure lui nella terra, appartamenti scuri e accoglienti ricavati all’interno di grandi guglie di argilla. Istanbul è lontana, il passato dei protagonisti pure: lui è un ex attore riciclatosi giornalista, la moglie una benefattrice annoiata e...

Nel mistero di Vivian Maier

Silvia Mazzucchelli Finding Vivian Maier   Finding Vivian Maier (Usa 2013, Feltrinelli Real Cinema) è un film prodotto e diretto da John Maloof e Charlie Siskel, presentato in diversi festival internazionali (in anteprima il 4 di ottobre alla Galleria dell’Incisione di Brescia) e dedicato a una delle figure più celebrate del momento: Vivian Maier.   La storia è nota e il film la ripercorre: nel 2007 John Maloof acquista quasi per caso ad un’asta i rullini della fotografa nata nel 1926 e morta nel 2009, che per tutta la vita ha lavorato come baby sitter. Convinto di aver reperito materiale interessante per il libro che stava scrivendo sul suo quartiere di Portage Park a Chicago, si ritrova ad essere unico erede e curatore di uno sterminato archivio fotografico: oltre 100.000 negativi di foto, molti filmati in Super-8, registrazioni su audiocassette, vari oggetti e ritagli di giornali. Il dvd è accompagnato da un volume La bambinaia fotografa a cura di Naima Comotti, in cui sono raccolte alcune interviste e articoli apparsi sui quotidiani italiani.   La domanda che viene suggerita durante la visione del film non lascia...

Scicli è la più bella delle città del mondo

Da qualche tempo mi capita, arrivando in un posto nuovo, di trovarci molto di conosciuto. Non si tratta esattamente dell'impressione di aver visto il posto, e quindi di ritornarci, quanto piuttosto del fatto, mentre lo vedo e lo attraverso, che alla novità del paesaggio si sovrappongono fotogrammi di altrove, angoli di strade, dettagli di palazzi, insegne di bar, salite e discese per cui il corpo è già passato, in un tempo e luogo che quasi mai è possibile definire. Presumo che dopo qualche anno la memoria dei luoghi tenda a confondersi e a mescolare dettagli; è per questo che arrivando a Scicli per la prima volta non è stata una sorpresa riconoscere nelle sue vie e nella sua conformazione fisica – tutta stretta tra montagne e chiese, con salite che portano ad altre chiese e ad altre montagne – caratteristiche di Ronda, un paesino andaluso altissimo e bianco in cui sono stata anni fa.   Mentre camminavo per la prima volta a Scicli pensavo che la città era anche Malaga, Ragusa, Noto, Mazara del Vallo, Palermo, come se la città in cui ero ne contenesse in sé innumerevoli altre, forse per una...

A salvare Venezia sara’ ancora l’America...

Sono passati venti giorni dalla fine della Mostra del cinema 71, che se n’è andata in silenzio. L’unico rumore, di fondo, che circola nel Paese è l’eco del Pasolini di Abel Ferrara, un film meglio di quel che si temeva, ma non all’altezza del poeta-regista a cui è dedicato. La Mostra se ne va sventolando la bandiera bianca. Procede verso il futuro con la classe di una matura signora che ha alla guida due signori come Piero Baratta, un pacato presidente della Biennale, e come Alberto Barbera, un direttore perplesso e intelligente. Signori che non amano il red carpet, lo devono fare solo per offrirlo in pasto al pubblico sciolto, con pochi divi e molti divetti in smoking e tacchi come pugnali che bucano la moquette del carpet e gli occhi stanchi dei fans.   La memoria corre alla mia prima presenza al Lido, era il 1968. Nessun red carpet ma i fumogeni della polizia contro i contestatori (mi ci mescolai) e i grandi autori italiani – da Cesare Zavattini a Franco Solinas, grandi sceneggiatori, a Marco Ferreri, Ugo Gregoretti, Citto Maselli, Giuliano Montaldo. Venezia ebbe il brivido del rischio di una sospensione della Mostra,...

Caligari, Scorsese e quella citazione da Taxi Driver

Pochi giorni fa Valerio Mastandrea ha scritto una lettera aperta a Martin Scorsese. L’ha pubblicata sul «Messaggero», e grazie alle sue parole ha fatto risorgere dall’oblio un nome del cinema italiano che avevamo dimenticato: Claudio Caligari, regista di due soli film di finzione, Amore tossico (1983) e L’odore della notte (1998), e di alcuni documentari girati negli anni ’70, che da tempo cerca di girare un nuovo lavoro, Non essere cattivo, e non ci riesce.   I motivi sono sempre i soliti, mancanza di fondi, di fiducia, di fama e di fortuna, e Mastandrea, che dell’Odore della notte era il protagonista e a quel film in cui interpretava un borgataro romano degli anni ’70, poliziotto di giorno e rapinatore di notte, deve molto, ha deciso di aiutare l’amico regista appellandosi a Scorsese affinché produca il suo lavoro. Perché Scorsese ama il cinema italiano, lo sappiamo, e soprattutto perché Caligari ama e conosce più di ogni altra cosa i film di Scorsese – lo chiama addirittura per nome, dice Mastrandrea, e nemmeno Martin, ma Martino – e allora forse non resta altra soluzione che la...

Il corpo di Pasolini in un film che non esiste

Il Pasolini di Ferrara arriva forse a chiudere un discorso, a completare ciò che la morte ha interrotto per liberare finalmente il fantasma di un morto da sempre considerato vivo. Il Pasolini di oggi è il Pasolini ancora e sempre attuale, il Pasolini preveggente, buono per ogni stagione, adatto a ogni evento o discorso della contemporaneità. Il suo corpo è stato lasciato là, sul lungomare di Ostia, molto probabilmente senza mistero e senza complotto, mentre tutto il resto, la sua opera, la sua vita, le sue passioni, è stato preso, citato, rubato, trasfigurato, a volte capito altre frainteso.     Pasolini è un ricordo senza realtà, un’icona, ed è inevitabile che l’incertezza della sua figura e dei suoi resti abbia interessato Ferrara. Nel precedente Welcome to New York il corpo di Depardieu-Strauss-Kahn stava al centro della scena con la sua stazza ingombrante, la sua carne pesante e abbandonata, e diventava il segno della dipendenza di Ferrara da un pessimismo tossico e stanco («No one can save anyone», faceva dire a Depardieu. «And do you know why? Because no one wants to...

Combattere il terrore

Questo articolo è un estratto del saggio contenuto nell’ultimo numero della rivista “Carte Semiotiche” (La Casa Uscher) curato da Angela Mengoni e dedicato al ruolo delle relazioni anacroniche che attraversano la cultura visuale     Combattere il terrore   Nella storia dei conflitti successivi alla guerra fredda, la “guerra al terrore”, scatenata dall’attentato contro le Twin Towers dell’11 settembre 2001, comprende un insieme di dinamiche in cui gli obiettivi, le organizzazioni strategico-narrative, i confini spazio-temporali e gli attori coinvolti si moltiplicano e si diversificano a seconda dell’emergere delle minacce terroristiche, scatenando di volta in volta scontri diretti contro obiettivi nazionali, come l’occupazione dell’Afghanistan (ottobre del 2001) e la seconda invasione dell’Iraq (marzo del 2003). William J. T. Mitchell, autore di riferimento nell’orizzonte dei visual studies e fautore di un’iconologia del presente, nel suo Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi (La Casa Usher, 2012) spiega con chiarezza le trasformazioni...

La modernità del criceto

L’altra settimana, mentre andavo in un cinema del centro di Milano a presentare La zuppa del demonio, ho visto in metropolitana i manifesti della nuova versione di Tartarughe Ninja. Dunque? Dunque, per il momento vi chiedo solo di prenderne atto.   La zuppa del demonio è un film documentario che, lavorando con spezzoni di documentari industriali dal 1910 al 1973, cerca di raccontare la storia dell’idea di progresso nel Novecento. Ne ha scritto su doppiozero Marco Belpoliti. Il quale, alla fine del pezzo, si pone una serie di quesiti sul significato della modernità nell’era digitale, nonché sul ruolo del cinema e delle immagini nell’epoca della virtualità.   Ecco, come in una staffetta, parto da queste domande, raccogliendo un’osservazione fatta dallo stesso Belpoliti durante una discussione di qualche anno fa: un’osservazione che mi aveva molto colpito. Belpoliti sottolineava un fatto incontestabile: nel dopoguerra, ogni decennio ha avuto una sua caratterizzazione precisa. Se dici “anni cinquanta”, “anni sessanta”, “anni settanta”, “anni ottanta”, associ a...