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Da Sanremo a Torino, e ritorno / Identità eurovisionarie, figli reietti, padri snaturati

Chiedersi cosa sia Eurovision significa ripercorrere la storia dei media, della cultura popolare, dei cambiamenti socioeconomici e dei rapporti geopolitici che hanno accompagnato, in forma leggerissima, il progetto di integrazione europea dalla metà del Novecento. Ossia, il mutare dei suoi confini e del senso di appartenenza, l’investimento materiale e simbolico nell’idea stessa di Europa. La guerra fredda, l’esplosione dei consumi, il crollo dell’Unione Sovietica, le pressioni della decolonizzazione e il ritorno dei nazionalismi. Nientemeno: proprio Eurovision, l’evento extra-sportivo più seguito al mondo, quello spettacolo chiassoso ed esteticamente discutibile, rappresenta un osservatorio culturale privilegiato, un laboratorio di sperimentazione di linguaggi scenici e sonori, il contraltare popolare alle dinamiche economiche che fondano l’europeismo contemporaneo, il superamento del localismo e la definizione di un’identità transnazionale, composita ed eterogenea, attraverso la competizione fra brani vincitori delle competizioni nazionali.    È questa storia che racconta con ricchezza di dettaglio storiografico un volume di Dean Vuletic – Eurovision Song Contest. Una...

Invito alla metapolitica / Oltre la guerra

Parlando con alcuni miei interlocutori negli incontri di analisi e cercando con loro di tracciare qualche coordinata per affrontare ansie montanti che nascono in queste settimane dal sentirsi colpiti dalla guerra, siamo ripartiti dalla posizione nella quale ci si trova come ricettori di immagini-notizie.  Non si può neppure accennare alle innumerevoli teorie sullo spettatore, né in seduta né qui – dovremmo metterci a studiare il tema, almeno da Diderot a Debord. Però credo sia importante, magari semplificando, porre come punto di partenza la domanda: “quale è la postura di chi osserva come spettatore che guarda da lontano, (tele-visivo)?”.    La posizione dello spettatore e il sequestro dell’empatia Dalla critica biblica alle scienze umane – perfino in fisica – è rilevante tenere conto di come avviene l’osservazione. Il “posto nella vita” che occupano gli autori e i lettori è decisivo per poter comprendere un testo o un qualsiasi altro segno. Per chi è quasi travolto dalle immagini della guerra – ed è evidente il coinvolgimento emotivo molto più intenso dell’immagine rispetto alla lettura per via dell’attivazione più diretta e completa dell’apparato percettivo –, e...

Otto / Diario russo. Trasformazioni della Giornata della Vittoria

L’anniversario della fine della guerra in Europa, il 9 maggio, è stato sempre un momento assai forte di memorie familiari. Il ricordo della Grande guerra patriottica ancora oggi, a distanza ormai di decenni, ha una forte presa proprio per la vastità della tragedia causata dall’Operazione Barbarossa: più di 27 milioni di cittadini sovietici morti, migliaia di villaggi e centinaia di città letteralmente cancellati, la distruzione di intere comunità ebraiche, violenze inenarrabili sui civili.   Eppure questa componente dolorosa, lacerante ancora oggi per numerose famiglie, è sparita dalla retorica ufficiale del 9 maggio, diventata festività della rilettura putiniana della storia patria, sfoggio di potenza militare, occasione per ribadire la propria alterità etica e morale verso un’Europa considerata decadente e corrotta. Non vi è più spazio per le note e i versi pieni di dolore di chi, come Aleksandr Tvardovskij, scriveva della battaglia di Ržev dal punto di vista di un giovane soldato caduto durante i combattimenti. La Giornata della Vittoria è diventata altro, all’insegna del sinistro možem povtorit’ (possiamo ripeterlo) diffuso prima come meme e come adesivo da attaccare al...

La letteratura d’Appennino / Silvio D’Arzo: andare o restare

Ezio Comparoni, in arte Silvio D’Arzo nasce a Reggio Emilia nel 1920 e vi muore nel 1952, a soli 32 anni. Di padre ignoto ebbe per tutta la vita un rapporto fortissimo con la madre Rosalinda Comparoni originaria di Cerreto Alpi, piccolo paese sull’alto Appennino reggiano.  Fu insegnante di lettere dedicando molto della sua breve vita alla letteratura. Si firmò con diversi pseudonimi, Silvio D’Arzo (di Reggio, in dialetto “reggiano” è arzan) il più noto. La sua opera più completa, un lungo racconto, Casa d’altri, uscì postumo mentre ebbe un solo romanzo pubblicato in vita, La locanda del buon corsiero (Vallecchi 1942); poi altri racconti e piccole produzioni, in gran parte letteratura per ragazzi. Sono i secchi cenni biografici di una fragile presenza che si direbbe marginale nella letteratura italiana ma che tuttavia come poche sembrerebbe aver lasciato un suo segno.   Per gli antichi greci, la consolazione di una perdita precoce si apriva nel mito (“Muore giovane colui che gli Dei amano” recita un frammento di Menandro). In tempi moderni quel mito si traveste di fascino ambiguo quando quella fragile vita è abitata da un qualche talento: come se lo spreco fosse doppio,...

Dizionario Meneghello / Luigi Meneghello. Bambini

Sto in piedi sulla pietra del fogolaro (naturalmente spento e nettato dalla cenere), mi hanno sollevato da terra e posato lassù: sopra di me la napa del camino, odorato reame della fuliggine, chiuso da tole scorrevoli. Mi trovo come in una nicchia, spazi a misura di bocia, accanto al mio viso il viso affettuoso della Ernestina che sorride.  In questo preciso momento per la primissima volta mi rendo conto che ci sono.   (C III, 3 agosto 1986]   Luigi Meneghello è stato un bambino felice. L’infanzia vissuta a Malo, un piccolo paese dell’Alto Vicentino, è stata un’esperienza protetta dall’affetto dei genitori e resa memorabile dalla libertà di quell’inframondo meraviglioso e semi invisibile agli adulti che era l’esistenza dei bambini negli anni venti (e primi anni trenta) del secolo scorso: alla geografia artigiana e contadina, operosa e ordinata, si intreccia la topografia dei giochi, delle res gestae, delle infinite prime volte, e soprattutto della miracolosa abitudinarietà di vivere una vita vitalis di bambini nella quotidiana esperienza delle cose, degli animali, di sé stessi e degli altri, dell’io e del noi. Se la sensibilità al femminile è stata ben rilevata...

Il coraggio della parola / Tiago Rodrigues: la bellezza di ammazzare fascisti

“Le persone passano la vita a spegnere fuochi. Corrono, si affannano a spegnere fuochi. Ma è raro che pensino: do inizio a un fuoco, appicco un incendio, brucio. Si deve bruciare. Bruciare è non sapere che cosa accadrà. Chi spegne un fuoco, sa come le cose finiscono. Un incendio, invece, è imprevedibile”, chi accende un fuoco “fa una domanda al futuro. Rischio e incertezza e speranza. Le fiamme hanno una propria volontà. Il cambiamento non ha padrone. Chi inizia un incendio può finire bruciato”.  Con questo prologo, poetico e politico, si apre Catarina e a beleza de matar fascistas (Catarina e la bellezza di ammazzare fascisti: leggi qui la locandina) del drammaturgo, attore e regista portoghese Tiago Rodrigues, arrivato lo scorso 28 e 29 aprile al Teatro Storchi di Modena per Ert Fondazione che ha co-prodotto lo spettacolo insieme ad altri prestigiosi teatri internazionali (per l’Italia, insieme a Ert, il Teatro di Roma), dopo il debutto al Teatro Argentina.        Siamo nel 2028 e in una casa di campagna vicino a Baleizão, un villaggio nel sud del Portogallo, si è riunita un’intera famiglia, una madre con due figlie, due uomini suoi fratelli, un altro...

Parole e immagini (6) / Qui Odessa. Le parate

12 maggio 2022   Mi trovo dentro un negozio per ricaricare la carta al terminale. Accanto a me c’è un uomo che sta facendo lo stesso. Gli suona il telefono. Dall’altra parte si sente una voce di donna che grida in modo isterico. – Dove sei? Torna subito a casa!!! Dicono che nel giro di un’ora ci sarà un bombardamento a tappeto!!! Vieni subito!!! Lo osservo. In pochi istanti l’uomo forte e giovane si scolla. Il portafoglio gli cade a terra. Cambia di posto alle chiavi, ma subito dopo comincia a tastarsi il corpo per ritrovarle. Diventa grigio. Gli manca il respiro. Sta male. Decido di intervenire. Gli dico di non dare retta, è solo un fake, e di non credere a nessuno se non ai nostri. E i nostri ci avvisano quando vedono arrivare i missili. Apro una bottiglia d’acqua. Poi vado su telegram e gli faccio vedere la pagina, non c’è nessun allarme. Beve, sembra calmarsi. Capisco che le persone sono diverse. Qualcuno tende a credere ai fake. Ma è ciò che vogliono – spezzare lo spirito, obbligarci ad avere paura. Per favore, non prestatevi al gioco.   La guerra invade lo spazio mentale, non riesci a pensare ad altro. È un’occupazione sorda, inesorabile. Succede a noi, figurarsi a...

Una migrazione controcorrente / Gretel Ehrlich: Il conforto della vastità

Il disgelo è appena iniziato quando Gretel Ehrlich arriva in Wyoming, la mitica terra dei cowboy. Ha 29 anni. È lì per le riprese di un documentario quando l'amato partner David muore. Se ne va, poi torna e decide di restare. È uno stacco brusco e carico di disperazione. Un cambio di passo drastico che lungo il ciclo delle stagioni si tradurrà in una rinascita inaspettata – la scoperta del proprio posto nel mondo e la rivelazione di una scrittrice.  È la traiettoria straordinaria al centro di Il conforto della vastità, da poco in libreria per Black Coffee (trad. Sara Reggiani, 137 pp.), un libro capace di spalancare orizzonti e riportarci al cuore aspro e potente della natura: l’antidoto perfetto alla claustrofobia e agli intimismi a cui ci hanno consegnato gli anni di questa pandemia.   Composto fra il 1979 e il 1984, il lavoro prende le mosse dal diario che l’autrice invia a un’amica cresciuta in Wyoming che a quel tempo vive alle Hawaii. È una collezione di saggi in cui la trama del personale s’intreccia al racconto dei luoghi e delle persone con una voce asciutta capace di affondi lirici che animano quegli scenari dell’afflato del mito e della scoperta. Quella di...

Fotografia Europea / Hoda Afshar. Il dio vento

In fotografia è venuto man mano affermandosi sempre più chiaramente il ragionamento secondo cui esiste ciò che si vede. Declinando questo principio, per alcune branche di questa disciplina la conclusione estrema è che esiste solo quello che si vede (idea della propaganda) o, al contrario, il rifugio ultimo diventa sapere che almeno quanto si vede realmente esiste. Per questo sono nati lavori come quello di Joan Fontcuberta, basato proprio sullo scardinamento di questi principi, evidenziando quanto il falso e l’irreale possano essere interpretati come del tutto verosimili se racchiusi sotto l’etichetta di fotografia. Altre volte ancora, alla fotografia è stato delegato il compito di far emergere ciò che esiste ma che l’occhio comune non vede, come nei reportage più famosi, rimanendo però sempre nell’immanenza delle vite terrene.    Poche volte, invece, è stata affidata alla tecnica fotografica la missione di suggerire e raccontare una fede, per di più riposta nelle mani di elementi tanto tangibili quanto invisibili come i venti.  Quello che fa Hoda Afshar, fotografa iraniana (1983) e residente in Australia, è per l’appunto un’evocazione: con la missione sempre...

La pratica dell’amore imparziale / Bugie bianche di Alessandro Berti

Circa quaranta anni fa, un giovane Marco Martinelli insieme al suo Teatro delle Albe interveniva a un convegno di teatro e politica, tra grandi critici e professori, e definiva così la sua idea di teatro politttttttico, con ben sette t: “ Èsapere che non possiamo cambiare il mondo (leggi Rivoluzione), ma qualcosa, in qualche angolo, qualcosa di noi, di qualcun altro, dispersi su un piccolo pianeta che ruota attorno a un sole di periferia, in una galassia tra le tante, arrestare una lacrima, curare qualche ferita, sopravvivere, essere odiosi a qualcuno, saper dire di no, piantare il melo anche se domani scoppiano le bombe, perdersi in un quadro di Schiele, aver cura degli amici, scrivere certe lettere anziché altre (leggi Rivoluzione)”.    La trilogia Bugie bianche di Alessandro Berti è un’operazione polit(tttttt)ica. Lo è sicuramente in quanto contiene in sé quegli elementi scivolosi che hanno la potenza di esplodere come una bomba o di tornare indietro come un boomerang: un uomo bianco che per diverse ore parla di corpi neri, canta le canzoni dei neri, racconta le relazioni dei neri, coi neri, tra i neri. Ma lo è anche perché ci dimostra che è ancora possibile...

Dizionario Fenoglio / Fenoglio e le Langhe: il paesaggio tra le pagine

“Queste cominciano a essere le Langhe del mio cuore: quelle che da Ceva a Santo Stefano Belbo, tra il Tanaro e la Bormida, nascondono e nutrono cinquemila partigiani e gli offrono posti unici per battagliarci.” (Appunti partigiani 1944-1945, Einaudi, 1994) Per Beppe Fenoglio, il paesaggio delle Langhe non è il luogo della prima giovinezza e della nostalgia come per Pavese, non ha nulla di mitico. È invece una presenza viva, che accompagna le peripezie dei protagonisti delle sue storie, anche nel tempo atmosferico, specie quando li avvolge di nebbia o di pioggia. I crinali delle colline, che formano quelle lingue di terra da cui deriva il nome Langhe, sono il luogo del viaggio, nella ricerca come nella fuga dei protagonisti delle sue storie. I rittani, alte e profonde fessure tra le colline, spesso scavate da un torrente, sono un elemento naturale che caratterizza più di altri il paesaggio nelle sue pagine. Il fiume Tanaro e i suoi ponti, durante la guerra insidiosi per mine o agguati, condizionano spostamenti e vie di fuga.   In Una questione privata, prima la nebbia poi la pioggia e il vento seguono il cammino disperato di Milton tra sentieri, crinali e rittani, e...

Altri immaginari urbani / La città profonda

Alessandro il Grande a 24 anni traccia con la farina i limiti di quella che sarà Alessandria d’Egitto. Usare la farina per tracciare il limite fra spazio degli uomini e il resto del mondo, fra la Civiltà e il Selvatico, è una metafora perfetta per definire il passaggio dalle prime forme di città a quelle che conosciamo ora. Proviamo a guardare la città dal punto di vista del tempo profondo, partendo dall’inizio della nostra storia di homo sapiens, almeno trecentomila anni fa. In questa prospettiva diventa chiaro che la prima forma di città è il gruppo. Prima di essere uno spazio, la città è formata da un gruppo di umani che si riconoscono in un insieme. Noi Sapiens e prima di noi quelli che ci hanno preceduto, siamo animali sociali, il nucleo generatore delle città si trova nei gruppi che si muovevano nelle foreste, nelle savane dell’Africa e poi nelle infinite migrazioni che ci hanno portato verso altre terre, potremmo immaginarle come vere città mobili che decidevano di sostare e riprendere il cammino. Per migliaia di anni le città hanno avuto questa forma e così ci sono state consegnate quando siamo arrivati, insieme alla cultura che ci permetteva di costruire strumenti e...

Dal rinascimento alla cancel culture / Immagini contese

Di quale storia abbiamo bisogno? Ne parlavo qualche tempo fa con un amico, illustre medievista attento ai nodi teorici e ai bisogni politici della cultura contemporanea. Quali storie, al plurale, rilanciava lui, convinto che fare storia (d’Italia, che era il tema della conversazione) non si possa più, perché la narrazione progressiva e orientata al presente che abbiamo ereditato dai maestri novecenteschi suona oggi sgangherata, se non ridicola, vista la conclamata fine della storia, l’apertura effettiva dell’orizzonte globale, la prevalenza del racconto sulla verifica e la compresenza di prospettive diverse. La discussione di allora mi riecheggia nella testa mentre leggo il libro di Germano Maifreda sul modo con cui le immagini svelano la storia, da poco uscito per le “Storie” di Feltrinelli (Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture). È un libro sull’importanza delle immagini nella formazione del giudizio storico, sulla triangolazione tra cancellazione, conservazione e manipolazione, sui processi di trasformazione, costruzione della memoria e anelito all’oblio, e soprattutto sul bisogno della parola a commento dell’immagine. Ma è anche un...

Milano, Lia Rumma / La carezza dell’arte di Ettore Spalletti

Ogni opera di Ettore Spalletti è una carezza verso l’osservatore, delicata, quasi impalpabile, sensuale come la stessa ‘polvere’ di colore che connota la produzione dell’artista. O meglio, è come una mano messa a coppetta nel duplice gesto del dare e del prendere, dell’accogliere e dell’essere accolto. È un abbraccio che, nella sua estrema tattilità, mantiene intatto il contatto con i sensi e dunque con il corpo stesso di chi la sta osservando.   Spalletti nasce nel 1940 a Cappelle sul Tavo, in provincia di Pescara. Pur essendo coetaneo agli artisti dell’Arte povera, del Minimalismo e dell’Arte concettuale, non si avvicina a nessuna di queste ricerche: la sua è, e rimarrà sempre, un’indagine in solitaria, tesa a superare l’azzeramento e lo strappo assoluto rispetto alla tradizione e alle valenze spirituali dell’arte avvenuti negli anni Sessanta, per invece reintegrare corpo e spirito, dimensione emotiva e oggetto, attraverso bellezza, tradizione e materiali sublimi come l’oro.   Libreria (particolare) 2018 ph. Matteo Ciavattella Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano | Napoli e Studio Ettore Spalletti. Nel corso della sua vita, terminata l’11 ottobre 2019, ha tenuto...

Visita guidata / Biennale 2022: il latte dei sogni

Se la prima apparizione di un personaggio, al cinema o nella narrativa, rivela allo spettatore un carattere, un segno decisivo o un destino, così Il latte dei sogni si apre all’Arsenale con un’opera che riassume in sé molti dei temi che costituiscono le direttive dell’ambizioso progetto di Cecilia Alemani per la Biennale 2022. Brick House (2019), scultura monumentale in bronzo di Simone Leigh – protagonista anche del Padiglione USA e prima donna afroamericana a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale –, un gigantesco busto di donna posto al centro della prima sala, evoca il femminile, le culture originarie, non-occidentali, non-bianche, non-binarie, il corpo, il mito, il superamento del limite, la trasformazione, il colonialismo. Delle intenzioni di Alemani, l’opera di Leigh suggerisce anche un certo imperativo, che è al tempo stesso punto di forza e tallone d’Achille di una mostra pensata e costruita durante la pandemia, e che con le conseguenti restrizioni ha dovuto fare i conti. Alemani ha avuto a disposizione un surplus di tempo per la preparazione, dato che per la terza volta nella sua storia la Biennale ha subito uno slittamento, cosa accaduta soltanto in prossimità...

Sette / Diario russo. Good Bye Lenin!

Quando ho lasciato Pietroburgo per l’ultima volta, diretto al confine con l’Estonia, ho visto dal finestrino dell’autobus la prima statua di Lenin in cui mi ero imbattuto al mio primo soggiorno di studio in Russia, ormai diciassette anni fa. Solo pochi mesi prima era uscito Good Bye Lenin!, film visto e rivisto al cinema e in dvd, e anche a lezione all’università, durante il corso di Storia della Germania. Quando vidi dalla maršrutka, il microautobus allora tanto diffuso come mezzo di trasporto nelle città russe, stagliarsi il profilo bronzeo di Vladimir Il’ič a lato del Moskovskij prospekt, l’emozione fu molto forte, e pensai alla scena in cui Christiane, la madre di Alex interpretata nel film da Katrin Sass, decide di uscire di casa e di fatto sfuggire alla DDR in miniatura costruita dal figlio e vede una enorme statua del rivoluzionario russo portata via da un elicottero. La caduta dell’Urss, in realtà, non ha visto immediatamente in Russia la rimozione delle vestigia e dei simboli del socialismo reale, anche se si iniziò con il rinominare città e strade, con Leningrado tornata a essere Pietroburgo, Sverdlovsk Ekaterinburg e la prospettiva Marx a Mosca spezzettata nelle tre vie...

Liebestod per Ert / Angélica Liddell: lo scandalo del teatro

Si legge che Liebestod, ultimo lavoro di Angélica Liddell presentato in prima ed esclusiva italiana all'Arena del Sole di Bologna, abbia scandalizzato parecchio al debutto la scorsa estate al Festival d'Avignon. Le scelte estreme e gli stilemi provocatori con cui l'artista spagnola s'è fatta conoscere sulla scena europea negli ultimi vent'anni in effetti ci sono tutti: dall'autolesionismo al limite della body art ai riferimenti cattolici a rischio di blasfemia, immagini forti e ferite di ogni genere – quante volte la parola viene ripetuta durante lo spettacolo! –, fiori picchiati, spezzati, e armi, l'incoscienza scenica di animali e bambini, il corpo usato come oggetto e scene d'una violenza estrema. Ma dopo trent'anni dagli esordi di questa ex fille terrible della scena sperimentale spagnola e a distanza di sicurezza dagli scandali teatrali che avevano segnato l'Europa negli anni Dieci del nuovo millennio – erano stati presi di mira, fra gli altri, anche artisti come Romeo Castellucci e Rodrigo Garcia –, a guardar bene questo nuovo spettacolo ha ben poco di provocatorio.  Niente di male perché più degli altri lavori recenti – alcuni dei quali fortemente contestati anche in...

Un libro di Gabriele Nissim / Auschwitz non finisce mai

Esce un nuovo libro su Auschwitz. L’autore, che scrive per Rizzoli, è Gabriele Nissim, da sempre impegnato nelle campagne per i diritti umani, fondatore di Gariwo assieme a Pietro Kuciukian, medico testimone del genocidio armeno. Entrambi, Nissim e Kuciukian, hanno scritto un loro capitolo nel libro Diritti umani e intervento psicologico, curato da Gabriella Scaduto insieme allo scrivente.   Ma che cos’è Gariwo e che rapporti ci possono essere con il campo della psicologia e della psicoterapia? Nata come organizzazione che, sulla scorta dell’esperienza del Giardino dei Giusti di Gerusalemme, Gariwo estende il concetto di Giusto nel Mondo a tutti coloro che, durante un massacro perpetrato dalla loro stessa gente, hanno protetto le vittime innocenti, pur appartenendo al gruppo etnico, politico o religioso dei perpetratori. Turchi che hanno protetto armeni, tedeschi o non-ebrei che hanno protetto gli ebrei durante la Shoah, per esempio. Oggi potrebbero essere russi che aiutano e salvano i cittadini ucraini dall’aggressione di Putin, rischiando la vita, o il carcere.  I giusti non sono eroi, sono soggetti che hanno esercitato il dissenso salvando vite destinate alla...

Parole e immagini (5) / Qui Odessa. Le scale e le cantine

5 maggio 2022   Viene prima la salita o la discesa? Quando si va in montagna, prima si sale, si soffre, si espugna la vetta, e poi si ritorna a casa sereni. A Odessa è il contrario. Prima si scende. La città si sviluppa su costoni collinari che si levano sopra il mare, e nella parte storica, per raggiungere il mare e gli stabilimenti balneari bisogna affrontare scale che dominano la scarpata. La gigantesca scalinata Potjomkin è una di queste. Se uno dei landmark della città è una scala, il binomio salire e scendere diventa un fatto costitutivo della mentalità dei suoi abitanti. Non siamo ai precipizi di San Francisco, ma nemmeno in pianura. (Lo confesso, da bambino dover scender le scale per andare al mare me lo rendeva penoso, non è che i bambini siano sempre disposti a barattare la felicità con una contropartita di fatica.)   La scalinata collega la città alla zona del porto, incluso l’attracco per le navi da crociera. È una scala a singhiozzo: settori di scalini si alternano a zone piane. Guardando dall’alto verso il basso, si vedono solo i tratti orizzontali, non gli scalini. Al contrario, quando si guarda dal basso si vedono solo gradini. E poi c’è l’illusione...

Una strana amicizia / Chaplin e Churchill a piedi nudi sulla spiaggia

Tra il pubblico presente il 14 settembre 1925 alla prima londinese del film di Charlie Chaplin La febbre dell’oro, tenutasi allo storico Tivoli Theatre, da poco restaurato, era presente, ricordano le cronache, l’allora Cancelliere dello Scacchiere, in pratica il Ministro delle Finanze del governo di Sua Maestà, sir Winston Churchill accompagnato dalla moglie Clementine Hozier, entrambi entusiasti ammiratori di Charlot e del suo “vagabondo”. Una simile presenza non passò inosservata, tanto che un paio di giorni più tardi il domenicale britannico The People approfittò del ghiotto ”avvistamento” per punzecchiare il controverso Cancelliere e la sua allora ancor più controversa politica deflazionistica (l’obiettivo che Churchill si era prefisso, era il ritorno alla parità aurea della sterlina ai livelli di ante guerra) suggerendo che se sir Winston avesse potuto trasmettere «un po’ dello spirito e dell’allegria di Charlot nella prossima seduta del Parlamento, farebbe davvero molto per alleggerire la tensione dovuta ai tanti problemi politici».   Passano quattro anni da quella serata e per una fortuita serie di coincidenze tipicamente hollywoodiane, Winston Churchill e Charlie...

1º agosto 1947 – 9 aprile 2022 / Francesco Radino: il pugno e il sacro

Un percorso artistico e professionale che si snoda per oltre mezzo secolo non può condensarsi in un solo nodo tematico, e neppure può assumere caratteri di uniformità stilistica, se non altro per il naturale dispiegarsi delle vicende anagrafiche. Francesco Radino, scomparso lo scorso 9 aprile a 75 anni, ha coltivato interessi fotografici nell’industria, nella committenza pubblica, nella promozione turistica, nel reportage e nel paesaggio nella sua più ampia accezione. Chi oggi, nel tentativo di esprimere un sommario giudizio critico, cerchi di avvicinarsi alla sua corposa produzione, è costretto nei fatti non solo a concentrarsi su alcuni temi e a trascurarne altri, ma soprattutto a privilegiare solo qualcuna delle tante possibili chiavi di lettura.    Radino stesso è consapevole del complesso intrico che forma il suo universo quando scrive: “sperimento la cancellazione dei generi nel tentativo di ridefinire una visione primitiva dove gli oggetti possano vivere armoniosamente, gli uni accanto agli altri, in un unico mondo senza gerarchie. Vi si scorgono, come in un film oscuro e senza regia, alberi e arbusti, acque e rocce, ombre e muri, uomini e pesci,...

Un pamphlet / Lettera alla tribù bianca di Alex Zanotelli

Potrà apparire strano, ma leggendo questo libro, Lettera alla tribù bianca (Feltrinelli, 2022, pp. 128), mi è tornata in mente la celebre fiaba del re nudo. Sì perché, proprio in un momento come quello che stiamo attraversando, in cui l’informazione è vergognosamente ipocrita, pavida e asservita ai poteri forti, mentre il dibattito sui social spesso si incancrenisce in discorsi di odio a prescindere, una voce chiara, sincera, giustamente indignata come quella di Alex Zanotelli, squarcia quel velo e ci mette di fronte a una realtà, passata e presente, che troppo spesso non sappiamo o non vogliamo vedere. E lo fa, dicendo cose semplici, che in parte conosciamo, ma che a volte non abbiamo il coraggio di ammettere e men che meno di farne oggetto di riflessione.   Alex Zanotelli, missionario comboniano che ha trascorso molti anni in Africa ed è ora impegnato nel rione Sanità a Napoli, inizia la sua critica alla “tribù bianca”, partendo dalla sua profonda, difficile e complessa esperienza a Korogocho, una baraccopoli che sorge su una discarica alla periferia di Nairobi. È di lì che nasce la sua idea di “convertire” i suoi simili “bianchi” e lo fa in modo provocatorio, già nel...

Ucraina, la radio resistente / La guerra nell'etere

Nei primi giorni di marzo, dopo solo una settimana dall’invasione russa in Ucraina, su decine di radio private locali l’esercito di Putin diffondeva attraverso i trasmettitori ucraini un messaggio: le città sarebbero presto state liberate dalla giunta criminale di Kiev, bisognava solo mantenere la calma. È incredibile come la radio rivesta da sempre un ruolo cruciale nei territori destabilizzati da guerre, conflitti, disastri ambientali improvvisi. Non è solo la mia personale passione, ma sono i fatti e la storia a permettermi di affermare senza timore che, da quando esiste, la radio si attesta come il più agile, robusto e resistente dei media.   La rapidità con cui l’etere ucraino è stato colonizzato dalle forze russe in realtà non deve stupire, è parte di una strategia ben definita e di lungo corso. Me l’ha spiegato Andrea Borgnino, esperto di storia della radio e radioamatore, intento da anni ad analizzare il ruolo delle emittenti nel corso dei conflitti in ogni angolo del mondo. Borgnino segue le vicende ucraine sin dall’inizio della guerra del Donbass e in queste settimane, attraverso un trasmettitore capace di captare le onde corte, è riuscito, insieme al suo gruppo di...

The human comedy / Ai Weiwei: morte alle terme

Uno dei momenti in cui si pensa alla morte è immersi nelle tiepide acque di una spa. Ai bordi di una enorme piscina di un complesso termale. In fondo ci si reca per rigenerarsi, vale a dire colla preoccupazione che la morte sta strappando via via alla vita pezzi – alle volte anche fisici, epidermici, cellulari – e noi dobbiamo correre ai ripari, fare qualcosa, non rimanere fermi di fronte allo scorrere del tempo. E se è vero che non ci si bagna due volte nelle medesime acque di un fiume, conoscere se stessi è, ugualmente, porsi di fronte al limite dello scorrere, di certo al limite della morte per primo. È per questo che nel complesso termale più grande dell’antichità, le Terme di Diocleziano di Roma, il “gnoti seautòn” è impresso in un mosaico in cui è raffigurato un divertito scheletro che ci guarda sdraiato sul fianco sinistro. Non era peraltro raro trovare raffigurazioni della morte e della caducità della vita anche in occasioni che sembrano lontanissime, stridenti: nel Satyricon di Petronio viene narrato il momento in cui uno schiavo, durante uno dei ben noti pasti di Trimalcione con ospiti e fasti d’ogni sorta, porta in scena un “larva convivialis”, uno scheletro d’argento “...