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Città

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Paesi e slogan / La casa a 1 euro

All’incirca trenta anni fa, quando lo spopolamento dei paesi interni italiani emergeva in tutta la sua gravità, qualcuno – magari mosso da buone intenzioni – lanciò lo slogan “un paese in vendita”: alienare, ad un costo simbolico, interi aggregati urbani disabitati a forestieri, artisti, turisti che volevano trasferirsi da città e metropoli in piccoli centri in abbandono, dove la vita sarebbe stata – secondo una visione neoromantica – più semplice, lenta, autentica, a dimensione umana.   “Un paese in vendita” ci sembrava una formula ingenerosa, inefficace, irrispettosa del paese che si sarebbe dovuto “salvare” o “ripopolare”. Un paese infatti non è un’accozzaglia casuale di abitazioni, una sommatoria informe, fredda, di manufatti senza un filo che li connette; al contrario, un paese è un artefatto complesso di architetture, di strade, vicoli, case; una trama di memorie, relazioni, vissuti e pratiche sociali interrelate; un luogo antropologico per eccellenza, con una sua dimensione orizzontale e verticale, dove gli abitanti convivono con defunti, santi, lapidi.     A distanza di decenni, a desertificazione demografica delle aree interne ormai avvenuta, con centinaia...

Fotocopie / John Berger: nomi, cose, città, animali, sguardi

Nomi   Fotocopie. È questo il nome dato alla raccolta di racconti/immagini di John Berger ripubblicato da il Saggiatore (la prima edizione italiana era stata curata da Bollati Boringhieri nel 2004 mentre quella originale risale al 1996) nella traduzione di Maria Nadotti. Nome enigmatico e misterioso che ricorre, rincorre e attraversa i ventinove racconti/frammento che compongono il testo. Fotocopie che sono oggetti, immagini, sguardi, ricordi di persone, animali o cose. Oggetti-feticcio portatili che fanno circolare e transitare idee, pensieri, grafie mettendo in connessione volti, istanti, luoghi e saperi (nel racconto-intervista a Henri Cartier-Bresson, alla domanda su cosa sia il “sentire l’attimo decisivo”, il fotografo risponde «impugnando una fotocopia» dove aveva trascritto a mano una citazione di Einstein: «Ho una tale sensazione di solidarietà con tutto ciò che è vivo, che non mi sembra importante sapere dove l’individuo cominci o finisca…»). Fotocopie che sono tracce, segni indicali prodotti dal contatto diretto con il referente, con le cose, con gli animali, con i luoghi, con il mondo. La loro genesi è tattile, quasi aptica, immediata, irriflessiva («Irriflessiva?...

Saggi e articoli / Sciascia, se la memoria ha un futuro

A futura memoria (se la memoria ha un futuro) è uno di quei testi di Leonardo Sciascia di cui le librerie hanno sempre gli scaffali pieni; soprattutto quest’anno, in occasione del centenario dalla nascita. L’edizione più facilmente reperibile è quella dell’Adelphi, che nel 2017 ha acquisito i diritti da Bompiani (del 1989) e nel 2020 ne aveva già fatte sette ristampe. A impreziosirla, una nota di Paolo Squillacioti, che ne rammenta la parentela, importante, con un’altra opera, La palma va a nord. Contrariamente a A futura memoria, che ne è, di fatto, il proseguo, La palma va a nord è un prodotto librario piuttosto raro: dopo la prima edizione del 1980 per Edizioni Quaderni Radicali, e una seconda per Gammalibri Milano nel 1982, non è però stato più ripubblicato, nemmeno all’occasione del centenario.   Eppure, come nota Squillacioti “i due libri sono come annodati insieme”. Entrambi raccolgono l’essenziale dell’attività saggistica che Sciascia dedica ai temi d’attualità: il rapimento di Aldo Moro, il terrorismo, la giustizia italiana, la mafia e, negli ultimi tempi, l’antimafia. Gli archi temporali coperti dagli interventi si sovrappongono (vanno rispettivamente dal 1977 al...

Contro il gastropurismo / Politiche della panna

Sta tornando la panna in cucina? Dopo i fasti degli anni Ottanta e le maledizioni dei decenni successivi, non avevamo fatto in tempo a liberarcene del tutto ed ecco che quest’orgogliosa crema iperindustriale e goduriosissima rifà capolino: non solo per facilitare le operazioni ai fornelli ma soprattutto per accontentare i gusti – tanto semplici quanto esigenti – dei gourmet dell’ultimora, affascinati da una gastromania che non cessa di appassionare i palati di grandi e piccini. Se a MasterChef un concorrente aggiunge una spruzzata di panna in una pietanza lo cacciano via in malo modo. Su di lui anatema. Nell’alta ristorazione è bandita per principio. Nelle trattorie la si usa con assoluto riserbo, come se fosse capitata là per caso. E nei ricettari è praticamente sparita. Ben pochi, poi, sono i cucinieri che a casa propria apprestano, poniamo, una carbonara o una scaloppina amalgamandole con questa specie di malin génie dei nostri stomaci traballanti.    Domanda: perché cotanto livore antipannesco? Pura, prevedibile, piccata reazione verso qualcosa che, or sono, aveva avuto il suo momento di gloria, partecipando come soluzione passepartout in tutte quelle preparazioni...

Il cielo è nel ghiaccio / Pensare come un iceberg

Il viandante bianco   Quasi seimila chilometri quadrati bisogna saperli immaginare. Soprattutto se parliamo di una terra poco striata, non segnata da grandi accidenti, che sugli atlanti viene rappresentata come una macchia slavata, un buco bianco su sfondo azzurro. Sui mappamondi sta così sotto, appartata nell’emisfero australe, che non ci rendiamo conto delle sue dimensioni. Quasi seimila chilometri quadrati è l’estensione della Liguria. Riguardo al peso siamo intorno a un miliardo di tonnellate, che non riesco facilmente a quantificare. Persino il linguaggio, questo strumento così duttile e potente a nostra disposizione, non ci è molto d’aiuto: A-68. Non sembra il nome di un’autostrada? E invece è il nome di un iceberg. Anzi era, perché non c’è più: staccatosi dalla piattaforma di ghiaccio Larson C in Antartide nel 2017, è rimasto fermo per un anno prima di vagabondare verso nord per altri quattro. Un “white wanderer” secondo la dicitura corrente.   A-68 non è più tecnicamente un iceberg perché ai frammenti restanti mancano i requisiti minimi: “L’USNIC è l’organismo riconosciuto a livello internazionale per nominare gli iceberg e rintracciare quelli che potrebbero...

Diario (4) / E dopo il Paradiso cosa c'è?

E “il quarto pezzo”? Quando nel 2017 iniziammo a lavorare all’Inferno, mi ritrovai insieme a Serena Cenerelli a spiegare a un gruppo di signore la struttura dell’intera Commedia, il viaggio dalla selva oscura al Paradiso, la divisione in tre cantiche, ovvero in tre parti. Una signora chiese: “E il quarto pezzo”? Non compresi. Il quarto pezzo… in che senso? E lei, convinta, serissima: “Il quarto pezzo, dico, dopo Inferno, Purgatorio e Paradiso…”    La domanda forse rifletteva le abitudini dell’era dello spin-off, ovvero la cultura delle serie televisive, per cui una storia, se ha ben “funzionato”, una volta finita va comunque continuata, magari inventandosi le vicende di un personaggio “secondario” che nella storia-madre non era protagonista: non Dante quindi, ma, che so, le vicende che han portato all’omicidio di Pia dei Tolomei o quelle del musicista Casella o i furori di Gianciotto Malatesta, detto anche “Gianne lo Sciancato”, politico e condottiero, tradito dal fratello Paolo e dalla sposa Francesca: appunto, il “quarto pezzo”.    Inferno, Teatro delle Albe, 2017, © Silvia Lelli. O forse quell’errore nascondeva qualcosa di più? La cosa mi è tornata in...

I diritti dell'ambiente / Abitare Venezia

Che cosa diremo... Che cosa diremo, noi che ancora ci abitiamo, ai bambini e ai ragazzi nati a Venezia o venuti ad abitarci, che oggi frequentano le sue scuole? Ci vorranno, ci potranno abitare e lavorare? O dovranno andare via, magari all’estero?   Calce, acqua e lingua Aspetto il mio turno per il vaccino antinfluenzale davanti all’ambulatorio, appoggiato al muretto che divide il rio terà Cazza dal rio de San Polo. Sento le parole di un uomo che, in coda dopo di me, indica alla moglie due muri che affondano nel canale. Dice: «Àra la malta de sto muro, che xè ancora bona dopo tanti ani» e la confronta con quella tutta sbriciolata sul muro accanto. Gli chiedo di spiegarmi. Lo chiedo in italiano e lui capisce che sono “foresto” (pur residente da tanto) così mi risponde gentilmente anche lui in italiano. Dice che adesso certi muratori usano delle malte non adatte al salso. Basta confrontarle con quelle che invece durano, anche centinaia di anni: per esempio sul Canal Grande, dove, mi ricorda, ci sono affreschi che resistono sulle facciate. Ha lavorato una vita nell’edilizia e commenta: «Non dovrebbero neanche metterci le mani. È un sacrilegio». La parola “sacrilegio” la dice con...

Terre e destini / Ron Rash, Un piede in paradiso

«Prima di salire in macchina ho dato un’occhiata al cielo. Come se la pioggia fosse davvero un problema per uno come me, con uno stipendio sicuro». Negli ultimi anni mi sono occupato spesso di letteratura nordamericana, di sicuro ho letto più autrici e autori statunitensi che europei. Non c’è un motivo particolare, ma più di uno. Innanzitutto, c’è l’interesse per un certo tipo di contesto che consente una narrazione che cambia molti scenari e linguaggi, a seconda che ci si sposti di contea, stato, si ambientino le vicende in una grande città oppure in un paesino sperduto del Montana, del Kansas, dell’Ohio o della Carolina, e questa varietà genera una passione, un’attenzione speciale. Naturalmente, tutto è reso più accessibile dal numero consistente di traduzioni di romanzieri degli Stati Uniti, ma il numero congruo non è garanzia di qualità, bisogna saper scegliere, in ogni caso, pur facendo accurata selezione, il panorama di letture interessanti è vasto.   Una delle mie convinzioni più radicate racconta della non esistenza del «grande romanzo americano», ovvero che l’etichetta che critici e lettori di tanto in tanto appongono su questo o quell’altro libro non possa...

Artpod / Mandria | Mario Merz

Nella primavera del 2020 e nell’inverno del 2021 alcuni paesi e città d’Italia sono stati attraversati da animali che di solito vivono altrove: cervi con maestosi palchi di corna, lupi in branco che fiutavano l’aria, codazzi di oche che si guardavano intorno come fossero in gita scolastica. L’arresto delle attività umane, dovuto alla pandemia da Covid19, ha invitato la fauna selvatica ad avvicinarsi alle zone urbane e così, con scatti fotografici silenziati per non impaurirli, questo ritorno del grande rimosso della nostra civiltà – la vita animale – è stato spiato e immortalato.    Quando Mario Merz riprese a produrre opere di arte figurativa, verso la fine degli anni ’70, spuntarono animali, più o meno esotici come coccodrilli, bisonti, o i più nostrani cervi. L’artista dichiarò che si trattava per lui di figure mitiche, in grado di regalargli una forma di leggerezza per la loro carica di indisponibilità e ignoto. “Sono esseri assolutamente solitari non partecipano alla vita della strada”.  Forse è per questo, perché li abbiamo allontanati dai luoghi in cui viviamo, perché sempre più specie sono a rischio di estinzione, perché nelle loro livree ci sono...

Un libro di Paolo Ventura / Autobiografia di un impostore

In copertina si vede il volto di un uomo che fuma una sigaretta. Una spira di fumo si alza verso la sua fronte, la attraversa come un pensiero. Va oltre il suo capo, sembra perdersi nello spazio. Un altro alito di fumo, invece, si sovrappone al suo volto, ricorda una ruga attorno alla bocca. Carne e fumo sembrano composti della stessa materia. Le labbra sono chiuse, l’uomo non sta aspirando, la sigaretta è solo un piccolo tunnel dentro cui soffiare le parole. Fumare è lasciare che una parte di sé esca con il fumo, come una storia.  L’uomo è Paolo Ventura, l’immagine è un autoritratto, il libro si intitola Autobiografia di un impostore narrata da Laura Leonelli (Johan & Levi, 2021).    © Paolo Ventura. Inizia, come spesso accade, dal momento della nascita: “se devo dire il giorno in cui sono venuto al mondo, il giorno vero della mia nascita, quello in cui ho inventato la mia storia, dico che sono nato una domenica d’inverno, a Milano, alle undici di mattina,  in via Domenichino”. “Una domenica d’inverno” non è solo una spia temporale, è anche un modo di osservare tutto ciò che accadrà in seguito. Si sa, la domenica è un giorno strano. La “sera del dì di...

Di che poliziesco si tratta? / Juan Benet, L'aria di un crimine

Un’alta densità letteraria, una latente oscurità, uno stile cristallino, queste sono alcune caratteristiche riconosciute ad esempio da Javier Marias, a Juan Benet, nato il 1927 e morto 1993. Nella sostanza uno scrittore di minoranza con un suo pubblico affezionato e seguaci diffusi. Dopo aver prodotto svariate opere apprezzate ma non di ampia diffusione, nel 1980 Benet si dedica a L’aria di un crimine, scritto come racconta lui stesso per rispondere alla sfida di cimentarsi in un genere popolare e più accessibile. Così partecipa al premio Planeta e giunge finalista e nasce un romanzo per lui atipico, per i lettori più coerente con la tradizione. L’avvio dello scritto ha le stigmate del poliziesco in quanto compare nelle prime righe il cadavere di un uomo con un foro di proiettile sotto il mento nella piazza centrale di una cittadina. Questo indicatore generico solleva l’immediato e tradizionale interrogativo sull’autore del crimine e sulla necessità di un’indagine. Di questa indagine in realtà poco o nulla si parla e si parlerà, ogni capitolo tratta un argomento diverso, si succedono eventi anche traumatici, non correlati tra loro: l’apparizione del cadavere di cui si è detto...

Madri e figlie / Parole cucite, parole scucite

Era magica la Parigi innevata del suo mondo bambino di ieri, è incantata la Parigi di oggi, impacchettata dalla neve che “come un cellophane delle creazioni di Christo” invita a scoprire che cosa c’è sotto.  “Bagliori tra le ciglia. Guizzi di sole dorati, fronde d’alberi tintinnanti, nuvole impigliate fra i rami, particelle di polvere sfavillanti nell’aria. Erano queste le immagini che ad Alina sfilavano nella mente quando cercava di mettere a fuoco i primi ricordi della sua infanzia. Arabeschi”. E che le tornano in mente adesso, accorsa qui da un’altra dimensione, quella di New York, dove scorre la sua vita adulta. Il ricovero della madre, in catalessi in un letto d’ospedale, stravolge il tempo e lo spazio, rimescola i vissuti, la costringe a interrogarsi sulle sue origini. La figlia non aveva mai chiesto, la madre sorvolava. La voce di Ajla è la storia di un processo di riconoscimento che procede in parallelo.   La condizione della madre mette in moto la ricerca di Alina, un graduale svelamento di luoghi e persone che arriva al lettore attraverso il suo discorso interiore, un incessante rimuginare e almanaccare che riesce a comunicare, anche attraverso il sogno,...

Artpod / Senza titolo | Jannis Kounellis

Cantare la pittura   Di questo dipinto a olio di Jannis Kounellis ci manca il titolo, come accade per la maggior parte delle sue opere: Senza titolo, distinte solo dall’anno di realizzazione. Ma se non possiamo nominarlo, possiamo sempre leggere le lettere e i numeri che sono riportati sulla sua superficie: Z, 3, 3, S nella banda superiore, e E, S, S, 3 nella banda inferiore. Alcune lettere e alcuni numeri sono rovesciati, rendendo così difficile dire se quella che somiglia a una S sia veramente una lettera e non il numero 2. L’ambiguità non è sciolta. Non si tratta insomma di un esercizio di calligrafia, su questo Kounellis è chiaro, ma di una scrittura, di un esperimento verbo-visivo, del tentativo di scrivere su una tela in verticale e non sulla pagina di un taccuino.   Tuttavia, che si tratti di una S o di un 2, che tentiamo di leggere numeri e lettere in ordine inverso o, ancora – come una scrittura dell’Estremo oriente – dall’alto verso il basso, la sequenza alfanumerica non genera alcuna parola e il suo senso resta segreto – oggi diremmo criptato. Un segreto però che, anziché nascondersi, anziché sottrarsi, è esposto in bella mostra su una superficie lunga oltre...

Fedeli a se stessi / Pauline Klein, La figurante

Robert Walser non cercava né la fama né la gloria. No, lui voleva essere dimenticato. Tanto da confessare al fedele amico Carl Seelig, che non smise di andarlo a trovare nei manicomi di Waldau e Herisau fino alla morte nel 1956: “Sono una nullità”. Del resto, molti anni prima, lo scrittore svizzero di Biel aveva affidato lo stesso concetto alla voce del suo Jacob von Gunten. Il protagonista del romanzo omonimo pubblicato nel 1909: “Una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla”.       Tutti e due, Walser e il suo alter ego Von Gunten, erano prigionieri di quello che lo scrittore catalano Enrique Vila Matas ha chiamato “il complesso di Bartleby”. Una sorta di estetica dell’ostinato rifiuto delle occasioni che la vita propone. Il medesimo lasciarsi dominare dalla volontà di farsi da parte che ha reso paradigmatico il personaggio raccontato da Herman Melville in “Bartleby the scrivener: a story of Wall Street”, pubblicato in due puntate e in forma anonima nel 1853 dalla rivista “Putnam’s Magazine”. Quel cocciuto scrivano che insisterà a respingere ogni nuova richiesta del titolare dello studio legale dove lavora con il...

Il Grand Tour / Antropocene: la casa sotto il mare

La noia è un ingrediente essenziale dell’apprendimento: dentro al bordone assordante della noia emergono tanti piccoli suoni interessanti. Allo stesso modo, nella noia dei discorsi antropocenici che in Italia hanno inondato la rete e l’editoria, covano focolai di sapere che bisogna poter estrarre, anche se non è facile, perché più rapido e liberatorio, per chi legge e studia, sarebbe tacciare gli ignoranti di ignoranza, gli opportunisti di ipocrisia, i curiosi di dilettantismo, gli anodini di banalità. È un déjà vu, succede sempre con le mode passeggere, succede sempre di provare frustrazione di fronte a una macchina culturale che rischia di disinnescare, non di portare all’attenzione, qualcosa che purtroppo non è solo una moda passeggera o una macro-categoria magica. Il rischio reale, infatti, è quello di produrre fastidio, usura, atrofia e, per quanto riguarda il doomwriting, il Bel Paese è ormai pieno di scrittori cadetti che tra sbadigli e irrequietezza da buona famiglia decidono di lanciarsi nel Grand Tour dell’Antropocene. Automatismi, ripetizioni, fraintendimenti che ingarbugliano il filo, ma soprattutto lo scivolare sonnolento, da rollio di carrozza, verso uno svago...

Ricette immateriali / U pani ‘e maju

La ricetta immateriale di oggi ci porta in Calabria, un luogo ricco di storia e di tradizioni millenarie. Tra le più antiche usanze di famiglia c’è, U pani ‘e maju, nel dialetto calabrese, che letteralmente sta per pane di maggio, ovvero pane condito con fiori di sambuco. In realtà, si utilizza questa risorsa per una vastità di ricette, combinandolo con pane, pizza, marmellate. La ricetta è diffusa nel territorio e a tramandarla sono le persone più anziane del posto, le quali impartiscono le arti del mestiere per evitare che abitudini storiche vengano disperse.     Siamo davanti a una tradizione millenaria, che trova luogo nei paesini delle Serre calabresi, nel vibonese, in cui generalmente si presentano le temperature più alte. Mia madre, nata in un paesino di 1.631 abitanti, la pratica fin da bambina e racconta di come il fiore di maggio fosse coltivato nel campo accanto a casa sua, accanto ad altri alimenti di uso quotidiano. Il fiore di sambuco raggiunge la fioritura nel periodo di maggio, momento in cui inizia e finisce il periodo di raccolta e di trattazione del fiore. Difatti, le ricette che se ne ricavano sono proprie della stagione primaverile, preparate in...

Rabbioso e umiliato / Carlo Emilio Gadda: lettere dal fronte

“Quel cane interventista d’un Gaddus, dirà qualche furbo studioso, spesato de formaggio e fichi secchi … per annà in piazza a picchiar la questura de Giolitti, quel bojaccio, quello schifo, quel pederasta, quel fottut’in culo, il giorno 21 gennaio 1916 magnava ‘e pappardelle alla mensa dioboia …”. Il passo, tratto da una delle Lettere agli amici milanesi (il Saggiatore, 1983), dà voce al risentito disagio di chi, animato dal desiderio di accorrere dove si combatte, conosce la frustrazione dell’inazione ed il timore di passare per imboscato. Studente del Politecnico, Carlo Emilio Gadda, come altri suoi coetanei, rampolli della borghesia milanese, si è schierato a favore dell’intervento in guerra; ha sottoscritto un appello a D’Annunzio contro la decisione governativa di impedire l’arruolamento immediato degli universitari, poi una lettera al “Popolo d’Italia” (il quotidiano appena fondato da Mussolini, dopo la cacciata dalla direzione di “L’Avanti”) rivendicando il “sacro diritto” alla “reale partecipazione alla guerra”. Alla domanda di arruolamento nella milizia territoriale degli Alpini, fa presto seguito la chiamata alle armi il 1° giugno con la sua classe, il 1893; anche Enrico...

Diario (2) / Campi e canti: coltivare la terra e la poesia

Stiamo individuando una strada per verso Paradiso: ve la comunicherò la prossima settimana. Nel frattempo abbiamo convocato il Cantiere Dante, rigorosamente on line, per dare la notizia a tutti che il Paradiso non si farà: e a darci manforte nella decisione il sindaco De Pascale e il direttore artistico di Ravenna Festival Franco Masotti. Ci aspettavamo comprensione, sì, ma anche qualche mugugno e lamentela. Niente di tutto questo: i tanti cittadini che hanno partecipato – alcune centinaia – se l’aspettavano, e in diversi hanno pensato: stavolta le Albe faranno da sole. Ci sacrificheranno, ha detto Anna Finelli: “Da vecchia infernale volevo ringraziarvi. Odio questi incontri in video, ma sentire le vostre voci mi ha emozionato… e ammetto che temevo che avreste detto che facevate il Paradiso da soli, e sono molto felice che invece… che immagino che per voi sia un grande sacrificio non farlo e sono molto felice che vogliate aspettare e farlo insieme a noi e parlo da persona colpita sia nel lavoro che nelle sue passioni, perché io faccio la commerciante e ho la passione del teatro. Quindi questa pandemia mi sta massacrando un po’ a destra e un po’ a sinistra, insomma da tutte le...

La casa-manifesto degli anni Settanta / Capanna primitiva sulla via Emilia

L’architetto Corrado Marocci sul finire degli anni Settanta decide di costruirsi da solo, con l'aiuto di un muratore, la propria casa nella campagna alle porte di Reggio Emilia. La casa, costruita con materiali poveri, è destinata secondo i calcoli del suo ideatore ad avere vita breve, si pensa al massimo 15 o 20 anni. In realtà resiste da più di 40 anni, ed è tuttora la sua casa. Il racconto parte da un'esperienza privata, il tentativo di un gesto utopico di auto-costruzione del proprio riparo lontano dalla città, forse memore della capanna di Laugier, ma si porta con sé anche le valenze e le implicazioni politiche e sociali che animavano all'epoca il suo inventore. Corrado Marocci, presidente allora di una delle maggiori cooperative di abitazione di Reggio Emilia, decide di costruirsi la propria casa in un “altrove”, tirandosi fuori dalle leggi di mercato e dalle tipologie consuete.   Che immaginario ha mosso una scelta di questo tipo? La logica che sta alla base di questa “fuga”, non potrebbe forse essere, con una carica immaginativa depotenziata, la stessa che ha portato tanti a colonizzare campagne con edifici avulsi dal contesto? La casa, come uno specchio, non mostra...

La FIAT in URSS / Operai, noi siamo il gran partito

C’era una volta una città di nome Stavropol’-na-Volga. Era stata fondata all’inizio del Settecento sulle rive di un grande fiume russo. Negli anni Cinquanta del Novecento fu costruita una diga e la città venne spostata altrove. Poi il 28 agosto del 1964 morì il Segretario generale del Partito Comunista Italiano, partito fratello di quello sovietico, Palmiro Togliatti, e dopo una settimana la città prese un nuovo nome: Togliatti. In quegli anni in URSS c’erano poche automobili. Il leader di quel grande e immenso paese, Nikita Sergeevic Krusciov, non era dell’avviso di dotare il suo popolo di vetture private, preferiva invece incentivare il trasporto pubblico. Tuttavia nel Partito c’era chi intravedeva la necessità di installare in Russia una grande fabbrica per la motorizzazione del paese. I dirigenti si misero perciò a cercare un’azienda affidabile in Occidente che potesse diventare il partner di questa impresa che s’annunciava necessaria e di grande impegno tecnologico.     Dopo aver escluso varie nazioni e fabbriche produttrici, la scelta cadde su una impresa italiana. L’idea di far partecipare la FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino) a questa iniziativa nacque...

San Lorenzo / Navi appese ai soffitti

La prima impressione non è quella che conta, almeno davanti a questo quadro di Vittore Carpaccio (Venezia, Gallerie dell’Accademia). Ci sembra di essere davanti a uno scatto a colori, secoli prima dell’invenzione della fotografia. Come fossimo anche noi all’interno di una chiesa veneziana agli inizi del Cinquecento, ci vengono incontro – con tutta evidenza – la durezza dei marmi, l’irregolarità degli intonaci, il graduarsi delle ombre; e i dettagli più minuti, a cominciare dalle pale e dagli altari della parete di fondo, che è la navata destra della chiesa di Sant’Antonio di Castello, un edificio che a Venezia non esiste più.    Entrando si vedono due grandi pale dipinte, ciascuna con tanti santi su fondo aureo, opere che per stile e struttura sono di certo anteriori a quella del terzo altare, appartenente alla famiglia Ottobon; lo riconosciamo per la struttura architettonica in marmi bianchi e per la pala che raffigura un grande monte. Poco tempo dopo il quadro che stiamo osservando, Carpaccio lavorerà proprio per questo altare, ed eseguirà un’affollata Passione dei Diecimila Martiri del monte Ararat (che reca la data 1515); che cosa è allora la pala dipinta che vediamo...

Verso Paradiso / Dante: dal ghiaccio infernale al «caldo amore»

Dobbiamo ancora diventare contemporanei del Paradiso di Dante! Sembra paradossale, ma è così: infatti il Paradiso è complessivamente la cantica meno “ricevuta” e conosciuta a livello popolare, come anche scolastico, in una piuttosto standardizzata classifica che passa dall’entusiasmo per l’Inferno, alla tiepidezza per il Purgatorio fino ad un certo distacco dal viaggio paradisiaco. Ma anche nella ricezione di molti grandi scrittori, il Paradiso “latita”. Si pensi a Pasolini, a Primo Levi, a Edoardo Sanguineti, dove, pure in modi diversi, è il Dante infernale al centro, senza dimenticare il Dante “petroso” di molto Montale. Anche “dantisti” stranieri di altissima levatura come Joyce e Beckett privilegiano, per tante ragioni, soprattutto le prime due cantiche o un approccio soprattutto parodico alla Borges. Naturalmente ci sono eccezioni: certi passi eliotiani dei Quattro Quartetti, alcuni Cantos poundiani, la luce flagrante dell’ultimo Luzi, il cimento di Giovanni Giudici per mettere in scena la terza cantica. Al di là di questo del tutto incompleto censimento, la luce, l’ardore, la «mente innamorata» che intridono il Paradiso attendono ancora di essere pienamente gustati e vissuti...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (10) / La felicità è una piccola cosa

Estate del ’58. Luglio, forse agosto. Il giovane fotografo Carlo Bavagnoli lascia la redazione di “Epoca”, il settimanale per cui lavora. A passo veloce s’incammina in direzione di Trastevere, la Roma che più ama.  L’aria è densa nell’intrico di vicoli dietro Piazza Trilussa verso l’ampio slargo di Santa Maria, dove il quartiere, uscendo dalle sue strettoie, sembra prendere un po' di respiro. Hanno nomi stravaganti quei vicoli, una toponomastica che non porta il peso della memoria storica, e non ha intenti celebrativi. Una toponomastica dell’ordinario, senza pretese, piccole mitologie nate sulla strada: vicolo de’ Cinque, vicolo del Piede, vicolo del Cipresso, vicolo della Pelliccia.  Bavagnoli fiuta gli umori di quel mondo. Ci si immerge; li assapora. Aspetta che la vita gli si riveli. Quello che vede attraversando l’intreccio dei vicoli, è una realtà esuberante, mobile, in fermento. Non riesce a fissarla in un’immagine. Non riesce a prenderla. Ma non smette di guardare. Continua a inseguirne i minuti movimenti.   All’improvviso dal fondo del vicolo del Cipresso sbuca un ragazzo, dieci, dodici anni. Gli si fa incontro. Ben saldo sulle gambe, spavaldamente...

Una radiografia permanente / L'Immagine fantasma di Hervé Guibert

Da dove viene il bagliore che regna in L'immagine fantasma, libro di Hervé Guibert pubblicato per la prima volta da Les Editions de Minuit nel 1981?  Una luce improvvisa e diffusa, di una trasparenza sorprendente che colma tutti gli angoli, un riflesso in grado di impregnare lo spazio della narrazione dandoci l'estro di poterlo percorrere attraverso sensi nuovi. Ma cos'è l'Immagine fantasma? Un diario? Un reportage? Una raccolta di testi teorici sulla fotografia? Quello che ci viene raccontato è l'intimità più profonda e la ricerca, la messa a fuoco di quell'intimità, la rotta per attingere a un'esperienza interiore attraverso la scrittura, i suoi misteri e i suoi riti con i quali Guibert si mette continuamente alla prova. Come si sa, la sua opera sfugge a ogni facile classificazione di genere: diari di viaggi e pellegrinaggi, testi teatrali, recensioni di film o fotografie, autobiografie, dialoghi ossessivi, raccolte e inventari di memorie e un unico film, La Pudeur ou l'Impudeur, realizzato tra il 1990 e il 1991. Si ha spesso l'impressione che Guibert non abbia voluto scrivere romanzi, racconti o poesie, lettere d'amore. Certo, perché lui voleva scrivere storie nella...