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Uno sguardo vigile sul presente / Camilla Cederna. Curiosa come sempre

“Curiosa come sempre”: così Camilla Cederna si descrive a pagina otto in Pinelli. Una finestra sulla strage (Il Saggiatore, 2009), il libro sul ferroviere anarchico morto dopo essere stato fermato come sospettato per la strage di Piazza Fontana. La notte in cui Pinelli precipitò da una finestra della questura di Milano, dopo un fermo di quarantott’ore, Cederna ricevette una telefonata da Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Era passata la mezzanotte e lei non riusciva a dormire, scrive nelle prime pagine del libro, perché aveva assistito ai funerali delle vittime della Banca dell’Agricoltura e ne attraversava ancora l’angoscia: “entrata nelle ossa” insieme alla scighera. In poco tempo raggiunse Via Preneste 2, casa Pinelli, “con quel senso di vergogna che prende un giornalista quando entra nella casa del dolore, a tendere il collo sopra il taccuino, a far domande alle volte anche crudeli a chi piange.” Sapeva che era una notte importante, scrive, e per questo si sforzava “di guardare tutto”.  In Camilla, la Cederna e le altre (Bompiani, 365 pp., Amletica Leggera) Irene Soave ricostruisce proprio questo sguardo raccogliendo circa centocinquanta articoli scritti da Cederna per...

Biennale Musica / Saariaho, la drammaturgia interiore

Intorno all’opera i nervi sono a fior di pelle. A Parma basta un manifesto pop di Verdi e il festival a lui dedicato diventa un calderone ribollente che neanche le streghe nel Macbeth. Battaglie di retroguardia, certo, tanto più se la politica più retriva si mette di mezzo, ma non inedite. E alimentate dal tamtam dei social network spesso oltre il diritto di sciocchezza. Non è un bel viatico, nel momento in cui pare che dopo la lunga eclisse pandemica stia finalmente sorgendo l’alba del ritorno alla normalità per lo spettacolo dal vivo e il traguardo della capienza piena sia a portata di mano. Ma d’altra parte bisogna annotare che certi massimalismi contro la drammaturgia – ché di questo, specialmente, si tratta: una crociata contro i registi – non sono nuovi nel mondo dell’opera “storica” e non si possono davvero addebitare agli effetti delle restrizioni sanitarie.    Intorno all’opera contemporanea, però (e se non altro...), i nervi sono distesi: il genere gode della giusta considerazione ed è coltivato con l’attenzione che si riserva ai linguaggi vivi e capaci di dire ancora molto. Una dimostrazione di grande sostanza, in questo senso, è arrivata dalla Biennale Musica...

Metafotografia. Imagomorfosi e altre ricerche

Il progetto triennale denominato “Metafotografia” è una ricognizione dentro la scena contemporanea italiana – diventata anche una pubblicazione in tre volumi, una trilogia per dare voce a una estensione corale –, che racconta come stia cambiando oggi il modo di fare e pensare le immagini, dentro e oltre i mezzi che le producono. La definizione è un punto di partenza, qualcosa che verrà modificato o sostituito nel corso degli anni a venire, dentro un processo aperto, entro una ricerca iniziata nell’ambito della fotografia italiana a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila. Gli approcci metafotografici presi in esame sono articolati e declinati attraverso legami, contingenze o allontanamenti rispetto al medium fotografico. Già vent’anni fa, Rosalind Krauss aveva preso in esame la “condizione post-mediatica” e la necessità di “reinventare la fotografia” ogni volta che si materializza la sua obsolescenza. In ogni epoca si è sempre cercato di reinventare il medium, di spostare ulteriormente nuove questioni, di dare spazio ad altre potenzialità espressive e concettuali, soprattutto dal Novecento in avanti con una velocità sempre più incalzante. In ogni momento...

Lettere 1941-1956 / Beckett dalla clandestinità a Godot

È bello anche solo come oggetto da guardare, questo secondo volume di lettere di Samuel Beckett. Con quella elegante tonalità di blu indaco utilizzata nel fondo di copertina e ripresa a variazioni più chiare nel riquadro contenente la foto dell’autore, pure lui particolarmente elegante e dallo sguardo arcigno dietro gli occhialini rotondi.  Ma naturalmente è il contenuto a suscitare interesse: la corrispondenza tenuta da Beckett nel periodo più intenso e creativamente più importante della sua vita. Quello che ha inizio con la stesura di Watt, avvenuta in gran parte durante il periodo di clandestinità trascorso da Beckett, allora ricercato dalla Gestapo, a Roussillon, nella Francia non occupata, assieme alla propria compagna Suzanne Deschevaux-Dumesnil; e termina con le prime prove di Finale di partita e con un Beckett già famosissimo a livello internazionale, rappresentato in più parti del mondo ma con qualche fastidio ancora da sanare nei confronti della madre patria, l’Irlanda, dove i suoi libri continuano ad essere messi all’indice, e della città che per un irlandese è la sola a sancire effettivamente il successo, ossia Londra, dove la sua opera teatrale, Aspettando Godot...

Musei dell'Est (1) / Comunismo per turisti

Nella capitale della Repubblica ceca un Museo del comunismo esiste già dal 2001 per volontà di un giovane imprenditore americano, Glenn Spicker, laureato in relazioni internazionali, frequentatore dell’Europa fin dagli anni Ottanta, precedentemente cimentatosi con un jazz club e poi una catena di ristoranti detti Bohemia bagel. La prima sede del museo era passata alla storia, prima di ogni altra ragione, per la sua sensazionale collocazione: tra un casinò e un Mac Donald’s su una delle vie più frequentate della città, na Příkopě.   L’ingresso al primo Museo del comunismo (giugno 2008). Pareva voler sottolineare, fin dalla sua posizione topografica, l’assurdità del proprio contenuto in netto contrasto con la realtà post-socialista che la città stava affrontando. Eclatante era pure l’insegna che lo caratterizzava: una matrëška russa dotata di una dentatura che stava tra il pescecane e Dracula, al contempo vampiro succhia sangue e bestia predatrice.   La primigenia insegna del Museo del comunismo di Praga (giugno 2008). Tanto per non lasciare dubbi sull’interpretazione da dare alla storia, fin dall’ingresso e dai primissimi passi. L’oleografico souvenir russo, già...

TOCATÌ / Tocatì. Tutti in gioco

Tutti gli anni, a settembre, per alcuni giorni, un’intera città, Verona, si mette a giocare. Per strada, lungo il fiume, in slarghi e piazze, sui marciapiedi, decine di migliaia di persone, piccole e grandi, convergono nella città scaligera per partecipare a Tocatì, Festival Internazionale dei Giochi in Strada (quest’anno dal 17 al 19 settembre). Tutti a giocare, tutti in gioco. E tutti i giochi, tutti per gioco. E non solo giochi, ma anche spettacoli, convegni, presentazione di libri, esposizioni, incontri, musiche e danze.   Nato nel 2003 da un progetto dell’“Associazione Giochi Antichi” con lo scopo di valorizzare il gioco tradizionale e trasmettere le tradizioni millenarie che caratterizzano i popoli, nel corso degli anni è divento un punto di riferimento mondiale per tutti gli appassionati di gioco tradizionale. Grazie anche alla collaborazione dell’Amministrazione comunale di Verona e delle realtà culturali, associative e imprenditoriali della città, la manifestazione ha potuto allargare sempre di più la partecipazione di ospiti di nazioni europee e mondiali, dalla Spagna alla Grecia, dal Messico alla Cina, una per anno che hanno portato a Verona, assieme ai loro...

Altre visioni a Coltano / Animali Celesti per un canto alla follia nei boschi

Prima di tutto il canto dei grilli. Sotto i pini, “nell’utero della notte”. Poi immagini di primavere seccate, di orchi che offrono la pancia al gioco dei bambini, donne violate dal nostro guardare voyeuristico, dal nostro desiderare, e da un’altra parte la luna in ciel del pastore errante di Leopardi, e un cercarsi, dirsi, mangiarsi, ansimarsi degno del Cantico dei cantici, “io capriolo e tu cerbiatta”. E cavalli nella notte, placidi, grandi, come apparizioni, come calmanti delle ansie notturne generate da Pandemia, e cani illuminati da lucine di fiera, sempre sotto i pini, i lecci, tra i cespugli, con canti d’uccelli notturni. Figure immobili, di re regine profeti e profetesse, in trono o spodestate, di martiri, splendenti solitarie misteriose icone, attori e persone decretate “matte” da qualche dolore della vita, rifulgenti come presenze àncora in spettacoli caleidoscopici.   Oracoli in/versi, ph. Michele Lischi. Provo a sintetizzare così due giorni vissuti a Coltano, presso una villa medicea da dove – si dice – Guglielmo Marconi lanciò il primo segnale radio fino in America, ai margini della tenuta presidenziale di San Rossore, Pisa, già immersi nella meravigliosa...

Sulla nostra specie / Terrestri tra arte, musica e illusioni

Sono un terrestre che per ragioni evolutive ancora in parte non spiegate ha una distinzione: pensare il pensiero e non solo pensare; farsi domande; parlarsi; dubitare e immaginare anche quello che ancora non c’è o non ci sarà mai; dire di no; darsi persino la morte per scelta. Non so quanti degli altri terrestri facciano le stesse cose e uno dei tanti miei limiti è non poter sentire cosa significhi essere contemporaneamente uno degli altri esseri terrestri viventi, di ogni specie o misura. Anche se riesco a immaginare di esserlo e posso illudermi di diventare gli altri, non solo umani, fantasticando persino di sentirmi quasi un pulcino o un ghepardo. Mi sento vicino alla fine del mondo, di quel mondo che a lungo ho creduto essere stato fatto per me e di cui ritenevo di essere il padrone. Per questo mi sono messo a leggere – perché anche questa è una distinzione spesso ossessiva a cui mi consegno – un libro che, tra gli altri, ha un effetto: di spiazzamento.   Mi porta continuamente a guardarmi da fuori e dalla fine di un mondo, per poi ricondurmi alle mie nevrosi e alle mie effettive possibilità. Quell’effetto è forse dovuto al bricolage tra due delle esperienze più...

Gadget / Odradek al Fuorisalone

Molto tempo fa, quando la televisione era in bianco e nero e quando ce n’era una sola, Silvio Noto e Enzo Tortora presentavano un quiz che si chiamava, se ricordo bene, “L’oggetto misterioso”. Si trattava di indovinare il che cosa, cioè di nominare un oggetto incomprensibile di cui venivano fornite immagini parziali o vedute enigmatiche. Da quando il design è diventato un’istituzione culturale, al pari dell’arte e della moda, pare che la maggior parte dei suoi prodotti riprenda questa sfida dell’irriconoscibilità.  C’è però una differenza sostanziale rispetto alla tradizione del Moderno. Quella produceva oggetti originali la cui destinazione d’uso, magari a fatica, risultava comunque comprensibile. La cosa, l’oggetto, erano accompagnati da un nome poetico, ma dietro “Tolomeo” o “Berenice” si poteva individuare il riferimento della parola alla cosa attraverso il mito: un’orbita circolare con la fonte luminosa al centro (orbita tolemaica, appunto), una lunga chioma sottile che accompagna la piccola conca della lampada. E si lodava la fantasia che esibiva dietro il “Pratone” o dietro un gigantesco guanto da baseball un divano (scomodo: il prezzo che la Funzione cominciava a...

Un libro di Maurizio Sentieri / L’ultima transumanza

Di domani non so, non oso immaginare, oggi è un giorno che si ripete e sembra non finire. Ieri era tanto tempo fa. Ci penso senza soddisfazione, senza aspettative.    stinti e consunti i teli tessuti a telaio  dalle donne di casa d’altre età  schermano le finestre.  Filigrane di lana da greggi sempre in viaggio    memore di un vagare in giovani giornate  guardo il mondo com’è  di meraviglie, tragico e infame  belligerante, sublime  Immoto l’intorno, sommesso fragore del tempo  in generica località di montagna    eppure c’era un paese, qui, antico, costruito sulla roccia tra due fiumi, sullo scoglio dell’Archetta. Sassi, piagne e legno di castagno, cerro, faggio. Archi e volte. Funzionale ed austero in ambiente aspro. Ben difeso all’esterno e spazioso all’interno, predisposto al transito e stazionamento di animali e merci caricate a soma. Ogni casa un’aia esposta a sud, indispensabile per il lavoro e la buona compagnia. Intorno orti, coltivi terrazzati, prati pascolo, alberi da frutto e, lontani, i boschi. Una ragnatela di mulattiere selciate.  Ben abitato. Famiglie in salda rete parentale, gente rude, fiera...

Vent'anni dopo / Tempo penultimo

Sedici anni fa ho pubblicato un piccolo libretto intitolato Crolli presso l’editore Einaudi. Riguardava la lettura di quanto era accaduto nell’arte e nella letteratura tra il 1989 e il 2001, anno dell’attacco alla Twin Towers di New York. Buona parte di quel testo è stato poi incluso in un volume più ampio, L’età dell’estremismo, pubblicato da Guanda nel 2014, che conteneva una riflessione ulteriore su quanto era accaduto dopo il crollo delle Torri; ricercava le cause degli eventi accaduti allora nel periodo anteriore agli anni Ottanta sempre ponendo attenzione alla letteratura, all’arte e alla filosofia. Poi è venuto un piccolo libro intitolato Chi sono i terroristi suicidi? (2017), che analizzava le vicende del terrorismo islamico, una raccolta di brevi interventi apparsi sulle pagine di “doppiozero”. Tre anni dopo esplodeva la pandemia in Cina che si comunicava rapidamente al Vecchio Continente, agli USA e ai Paesi di tutto il mondo, nessuno escluso. In questo anno, il 2021, che ha già compiuto il suo giro di boa intorno alla propria metà e s’avvia a terminare lasciando dietro di sé una scia inquietante di problemi irrisolti, arriva la notizia della ripresa di Kabul da parte...

Vent'anni dopo / Le rovine di Wall Street

Sono trascorsi vent’anni dall’attentato alle Twin Towers. È il caso pertanto di domandarsi quali siano le conseguenze di quel catastrofico evento. Oggi appare senz’altro evidente che Al Qaida è stata sconfitta dagli Stati Uniti e dall’Occidente sul piano militare. Su quello dell’immaginario, però, ha decisamente vinto la sua sfida con l’industria cinematografica hollywoodiana, che ha cominciato da allora un lento declino. Su questo non ci può essere alcun dubbio: le immagini televisive dei due Boeing che s’infilavano con precisione chirurgica all’interno delle due Torri Gemelle del World Trade Center di New York provocandone il crollo hanno manifestato una tale forza simbolica che sembravano superare l’impatto suscitato da un qualsiasi film di genere catastrofico prodotto da Hollywood. Si è trattato di un vero e proprio choc culturale per tutto l’Occidente, attaccato dal terrorismo islamico addirittura nel suo cuore pulsante: Wall Street. E Alberto Abruzzese, sulle pagine della rivista Gomorra, ne traeva lucidamente tutte le dolorose conseguenze: «A Manhattan si è spenta la vitalità che Simmel attribuiva alla rovina: il vuoto, che essa lascia aperto a una nuova fertilità dello...

1933-2021 / Jean-Paul Belmondo: quello sguardo in macchina

Dopo la scomparsa di Anna Karina nel dicembre 2019, con Jean-Paul Belmondo se ne va un’altra parte della Nouvelle Vague. Certo, per fortuna ci rimane Jean-Pierre Léaud, che insieme a loro – e a Jean-Claude Brialy, morto ormai da alcuni anni e oggi un po’ dimenticato – è stato uno degli interpreti-simbolo della Nouvelle Vague.  Belmondo ha lavorato con François Truffaut nel capolavoro La Sirène du Mississippi (La mia droga si chiama Julie, 1969) e con Claude Chabrol in uno dei suoi film meno belli, Docteur Popaul (Trappola per un lupo, 1972). Ma il sodalizio più importante è stato quello con Jean-Luc Godard: senza Godard, Belmondo non sarebbe diventato quel che è diventato. Dopo averlo diretto nel corto Charlotte et son Jules (dove è lo stesso regista a prestargli la voce, al doppiaggio), nel 1960 Godard lo sceglie come protagonista del suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro).    Una scena di questo film mi colpisce ancora oggi. A tre minuti dall’inizio, Belmondo, nel ruolo di Michel Poiccard, è al volante di un’auto rubata e sta fuggendo da Marsiglia verso Parigi. L’inquadratura è complessa, senza stacchi, quasi un piano sequenza. Raoul...

Festival d’estate / Le nuove voci di Short Theatre

Undici giorni di spettacoli dal 3 al 13 settembre in due sedi principali, la WeGil, ex sede di epoca e architettura fascista della Gioventù italiana del littorio, e alla Pelanda-Mattatoio, più varie incursioni in altri luoghi. “Short Theatre – si legge sul sito – è il festival di arti performative che dal 2006 a Roma ricompone i segni del mutevole paesaggio dello spettacolo dal vivo. Una comunità temporanea che si rinnova ogni anno intorno ai percorsi artistici provenienti dalla scena nazionale ed internazionale: spettacoli, performance, installazioni, incontri, concerti e dj set. Una lente con cui interrogare i linguaggi che cambiano, immaginando nuove affinità, oltre i confini disciplinari, generazionali, geografici e culturali”. Quest’anno il festival, ideato da quell’arcipelago mutevole che è Area 06, ha una nuova direttrice artistica, Piersandra Di Matteo. L’abbiamo intervistata insieme a Francesca Corona che l’ha preceduta in questo incarico e l’ha affiancata nella cura di questa edizione.   La prima domanda a Francesca Corona: perché avete sentito l’esigenza di un avvicendamento alla direzione? FRANCESCA CORONA: Short Theatre dalla sua fondazione ha potuto contare...

Una mostra ad Astino / Guido Guidi. Cinque viaggi

Si intitola Cinque viaggi (1990-1998), la mostra di Guido Guidi, a cura di Corrado Benigni, tutt’ora in corso presso il Monastero di Astino a Bergamo. Sulla copertina del catalogo il fotografo ha disegnato un intreccio di linee: sono il fiume Adda, che segna i confini tra Bergamo e Milano, il tracciato dell’Autostrada A4, le Tangenziali Est e Ovest di Milano, l’Autostrada che va a Genova, l’Autostrada del Sole e la Milano-Laghi.     Si pensa subito al Viaggio in Italia ed anche alle Esplorazioni sulla Via Emilia a cui Guidi ha partecipato. Da allora l’Italia non è più stata quella dei monumenti famosi, delle cartoline, dei panorami, ma un paesaggio “emarginato, escluso, (…) dell’ambiguità, del finto, del doppio”, un’Italia  “sostanzialmente esclusa, (…) che però è anche la sola che noi conosciamo, comprendiamo, viviamo perché è la sola che possiamo considerare in diretto rapporto con la nostra dissociata esistenza”, scrive Quintavalle, o  un insieme di luoghi che si vedono solo “quando sbagliamo strada o siamo smarriti o stanchi”, ricorda vent’anni dopo Gianni Celati.    Guido Guidi, Naviglio Martesana Gorgonzola, Milano, 1990. Ma se le...

ELEA CLASSE 9003 / Olivetti: il primo computer italiano

Domenica 8 novembre 1959 nella sede della Olivetti di via Clerici a Milano, Adriano Olivetti pronuncia un discorso davanti al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi presentandogli la Elea 9003, il primo computer costruito in Italia, un grande momento non soltanto per la Olivetti ma per l’intera società italiana che entra così, per prima in Europa, nell’era dell’elettronica. Erano passati 10 anni da quando Enrico Fermi aveva fatto visita alla fabbrica di Ivrea, dove testimoniò come la calcolatrice elettronica fosse in quel momento il grande problema che appassionava i ricercatori delle università americane e delle grandi aziende di macchine da ufficio (IBM, Hewlett Packard). Negli Stati Uniti, usciti più forti dopo gli sforzi tecnologici degli anni di guerra, viveva Dino Olivetti, il fratello minore di Adriano, sensibile ai venti del cambiamento in un Paese che stava inaugurando una nuova forma di imperialismo. Nello stesso 1949 la Olivetti assume Michele Canepa, un ingegnere che poi trasferisce negli Stati Uniti per capire se l’azienda di Ivrea può avere una propria chance nella produzione di una calcolatrice elettronica: è sempre più chiaro che il futuro delle macchine da...

Visite guidate (8) / Francesco Furini, Ila e le ninfe

La prima cosa che ho pensato davanti a questo quadro magnifico e conturbante, è stata: “a me non è mai capitata un’avventura del genere”. La seconda è stata chiedermi perché il giovanotto sembra così renitente. La terza perché porta quel cappello. Ma poi, vedendo come il giovane cerca di sfuggire, preso più da spavento che da semplice timore, ho anche pensato che chi l’aveva dipinto, dopo aver covato un desiderio simile al mio, si è messo invece nei panni del ragazzo, che prova in ogni modo di divincolarsi dall’abbraccio e dal desiderio di quei giovani corpi meravigliosi, e che è questa sua attrazione e paura che il pittore ha dipinto e che fa la bellezza dell’opera.   __title__   Il quadro, di cospicue misure (230 x 261 cm) che favoriscono un forte impatto di presenza, si intitola Ila e le ninfe e il suo autore è Francesco Furini (1603-1646), che l’ha dipinto agli inizi degli anni ‘30. Molto apprezzato alla sua epoca, la sua fama ha in seguito subito una certa eclisse, ben esemplificata dal giudizio di Argan, che a p. 357 del terzo volume della sua Storia dell’arte italiana (Sansoni, 1968) lo liquida così: “Francesco Furini cerca una troppo facile armonia nello...

Collezioni Capitoline / Freud e i mosaici

Nel mosaico a tessere bianche e nere trovato all'ingresso della Casa del Poeta Tragico, un cane alla catena digrigna i denti. Lo scintillio degli occhi è rappresentato da tessere bianche, ma cosa rappresentano quelle che formano delle macchie chiare sul corpo dell’animale? La difficoltà interpretativa svela la convenzionalità della comunicazione: le macchie sono un codice visivo utilizzato per rappresentare la lucentezza del pelo nero (Ernst Hans Josef Gombrich, L'immagine visiva, in Le Scienze, numero 61, settembre 1973). A questa convenzione non siamo stati educati e per questa ragione, invece di un cane da guardia dal pelo nero lucente, vediamo un cane dal pelo nero macchiato di bianco, che digrigna i denti.   Mosaico raffigurante un cane con inserita la scritta CAVE CANEM (attenti al cane). I secolo d.C. Pompei, Casa del Poeta Tragico (Regio VI, Insula 8, nº 5) / Rilievo funerario del mosaicista. Fine del III/inizio del IV secolo d.C. Parco Archeologico di Ostia Antica, Antiquarium, inv. 132.   Colori dei Romani. I mosaici dalle Collezioni Capitoline, ingresso della mostra.   Cosa vedevano gli antichi romani attraverso i codici visivi dell...

Un libro di Giuseppe Mendicino / Storia di Mario Rigoni Stern

In questo inizio di anni Venti, l’affollarsi di scadenze centenarie illustri – Levi, Sciascia, Fenoglio, Pasolini, Calvino – rischia di lasciare un po’ in ombra gli anniversari di scrittori meno celebri, ma altrettanto fondamentali per la comprensione della storia non solo culturale del Novecento italiano. Fra questi va annoverato innanzi tutto Mario Rigoni Stern (1921-2008), autore di un libro – Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia – uscito nei «Gettoni» di Vittorini nel 1953, che intere generazioni di studenti conobbero nell’edizione einaudiana «Letture per la scuola media» (secondo titolo della collana, dopo Il taglio del bosco di Carlo Cassola).   Ma Rigoni Stern ha scritto anche altro – molto altro. È stato senza dubbio il più grande scrittore italiano di montagna d’ogni tempo; ed è stato una figura assai notevole sul piano politico-culturale, che è giusto non solo ricordare, ma anche ripensare con debita attenzione. Si ricordino, ad esempio, gli interventi giornalistici contro la speculazione edilizia e in difesa dell’ambiente naturale del natio Altipiano dei Sette Comuni; o la lectio magistralis che tenne in occasione della laurea honoris causa in...

Un libro di Gilles Kepel / Il ritorno del Profeta o l’eclisse dell’Occidente?

Un libro sul presente raccontato giorno per giorno, riportando quasi in tempo reale gli eventi accaduti, non è stato a mio avviso scelta felice da parte dell’arabista Gilles Kepel (Il ritorno del Profeta, Feltrinelli 2021). La cronaca dei mille episodi che caratterizzano il Medio Oriente nel 2020 potrà forse servire agli storici del futuro ma non ci offre alla fine la chiave di lettura promessa sul dramma in corso. Come scriveva Savinio in Sorte dell’Europa (1943-44) all’epoca di un’altra crisi europea come fu quella bellica, occorre uno sguardo “al di là delle cose” per capire il presente. Eppure il libro era iniziato con una splendida citazione dell’Aleph di Borges che vale una profezia! Il guerriero longobardo che durante l’assedio di Ravenna abbandonò i suoi e morì difendendo la città che aveva prima attaccata, e fu per questo sepolto dai ravennati in un tempio e ringraziato con un epitaffio, ci dice qualcosa sull’oggi. Il guerriero barbaro aveva visto, dice Borges, la Città: e questa rivelazione lo trasforma, sa che essa vale più dei suoi dèi germanici, e per questo li abbandona e combatte per Ravenna. Dopo di lui altri longobardi faranno come lui, conclude Borges, si fecero...

Una mostra alla Fondation Henri Cartier-Bresson / Vedere Parigi con Eugène Atget

“La fantasticheria contemplativa liberamente divagante non si addice alla loro natura. Esse inquietano l’osservatore; egli sente che per accedervi deve cercare una strada particolare”: così Walter Benjamin parlava, nel 1939, in occasione della seconda stesura del suo testo più noto delle fotografie di Eugène Atget. Per l’osservatore odierno, nulla si è perso dell’aura enigmatica che le avvolge, complice anche la scenografia delle sale della Fondation Henri Cartier-Bresson che, in occasione della mostra ora in corso fino al 19 settembre “Eugène Atget, Voir Paris”, si presentano in una penombra favorevole alla conservazione delle delicate stampe d’epoca e alla contemplazione inquieta del loro mistero.   Parigi vista da Atget è uno dei due grandi protagonisti della mostra, Atget fotografo e poeta visionario della ville ne è il perfetto e necessario pendant: le fotografie esposte sono stampe originali realizzate dallo stesso fotografo tra la fine del XIX et l’inizio del XX secolo, su una sottilissima carta posta a contatto con un negativo su lastra di vetro, esposto alla luce naturale. Annotate e numerate a mano dall’autore sul retro, sono così classificate secondo i temi e...

In mostra a Senigallia / Giacomelli e Burri: affinità elettive

La storia dell’arte è spesso una storia di rapporti e di confronti. Relazioni professionali, legami tra individui che comprendono e superano nello stesso tempo il concetto di collaborazione, per sfociare in quello di incontro e di scambio umano. Dialoghi tra discipline diverse, che conducono a risultati inattesi e straordinari. È sul filo di queste riflessioni che si colloca la mostra itinerante Giacomelli / Burri Fotografia e immaginario materico, attualmente in visione al Palazzo del Duca di Senigallia per la curatela di Marco Pierini e il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi, e visitabile fino al 26 settembre 2021. Dopo quella data, la mostra sarà ospitata al Museo MAXXI di Roma, per la cura di Bartolomeo Pietromarchi, per terminare poi il suo percorso nel 2022 presso la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, dove sarà curata da Bruno Corà.    Mario Giacomelli, Storie di terra, 1984 (fotografia donata a Nemo Sarteanesi), Courtesy Archivio Sarteanesi- Archivio Mario Giacomelli ©Rita e Simone Giacomelli. L’idea alla base dell’esposizione è quella di ripercorrere il rapporto tra Mario Giacomelli e Alberto Burri attraverso il...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (14) / Una volta c’era il pudore

Una volta c’era il pudore. Una volta i sentimenti scorrevano sotterranei, trattenuti da alti argini, talvolta soffocati nel silenzio. E questo, forse, li rendeva più acuti, più sofferti. Forse. Poi, gli argini del pudore si sono rotti, i sentimenti sono tracimati, trascinando nella loro corrente una lunga scia di parole. Così l’indiscrezione ha sostituito il pudore; al silenzio ha fatto seguito la verbosità. Quando è accaduto? Probabilmente quando il sentimento della sopravvivenza, che aveva fagocitato gli anni della guerra e, subito dopo, la dura ricostruzione, ha attenuato la sua morsa alleggerendo il cuore. Allora si cominciano a sentire altre voci. I sentimenti prendono la parola. E si fa spazio quello che qualche anno più tardi verrà chiamato il privato.   Ma c’è un primo passo da fare: perforare la pietra dura di un silenzio spesso, stratificato, cominciando ad ascoltare le parole delle donne, che, più di altri, quel silenzio hanno subito. Anna Garofalo, giornalista d’ispirazione liberale, compie questo primo passo: “Siamo alle prese, scrive, con la necessità di dare un assetto meno provvisorio, meno scucito, alle nostre vite, bisogna mettere insieme i brandelli,...

Visite guidate (6) / Paris Bordone, Sacra Famiglia con sant'Ambrogio e un offerente

Sono tornato a Brera dopo l’anno e mezzo di Covid per rivedere Il trafugamento del corpo di San Marco del Tintoretto su cui avevo intenzione di scrivere qualcosa per questa rubrica estiva, ma nella sala adiacente sono stato colpito già entrando, al primo uno sguardo panoramico, da un altro quadro a cui non avevo prestato molta attenzione durante le numerose visite precedenti. Una spiegazione c’è: il quadro non è stato esposto per un po’ e solo di recente, nel 2019, è stato restaurato recuperando i suoi magnifici colori. E sono stati appunto quelli ad attirarmi ancor prima di aver decifrato il soggetto.    Paris Bordone, Sacra Famiglia con sant'Ambrogio e un offerente, 1525 circa, Pinacoteca di Brera, Milano. Si tratta di una Sacra Famiglia con sant'Ambrogio e un offerente, opera di Paris Bordon (o Bordone) del 1525 circa, dipinta quando l’autore aveva 25 anni e, lasciata la bottega di Tiziano in cui era stato fino ai diciott’anni, aveva già raggiunto una certa notorietà che sarebbe durata tutta la vita, assicurandogli molte commesse ufficiali e private a Venezia (in particolare il prestigioso Consegna dell’anello al doge per la Scuola Grande di San Marco, ora alle...