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Reggio e il suo sindaco / Il fascino discreto del comunismo emiliano

Il mestiere di sindaco è particolarmente difficoltoso. Chi fa il sindaco non può adottare quella strategia di distanza rispetto alle persone che viene spesso utilizzata dai leader politici di livello nazionale. In una città di provincia, la tipica città italiana, un sindaco era già conosciuto personalmente prima di venire eletto e continuerà ad esserlo anche alla scadenza del suo mandato. È costretto pertanto a mantenere un rapporto di costante dialogo e ascolto con i suoi concittadini. Allo stesso tempo, però, deve anche saper assumere una funzione di leader. Deve cioè prendersi le sue responsabilità e cercare di trascinare la comunità formata dagli abitanti della città verso traguardi nuovi e possibilmente ambiziosi. Per questo motivo, sono poco numerosi i sindaci che hanno saputo svolgere al meglio il loro mestiere. Renzo Bonazzi è probabilmente uno di questi. Il lettore si sarà chiesto a questo punto chi è Renzo Bonazzi. Una risposta esauriente ce la dà Giordano Gasparini in un libro da poco pubblicato presso l’editore Aliberti: Renzo Bonazzi. La cultura a Reggio Emilia. 1942-1976.   Gasparini, dirigente culturale che a Reggio Emilia è stato direttore dei servizi...

Un saggio dell’economista francese / Thomas Piketty: la Storia maestra di uguaglianza

“Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull’andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi principi, ai governati abitudini particolari”. Con queste celebri parole, Alexis de Tocqueville introduceva nel 1835 il suo studio sociologico e politico, compiuto sul campo oltreoceano, La democrazia in America, indicando subito quello che ai suoi occhi appariva non solo come il principio fondamentale delle istituzioni democratiche americane, ma anche l’ideale e la meta verso i quali vedeva incoercibilmente convergere le aspirazioni profonde e la storia sociale e politica anche degli europei: l’uguaglianza. E più avanti aggiungeva, non senza un tono retorico: “Il graduale sviluppo dell’uguaglianza delle condizioni è un fatto provvidenziale; e ne ha i caratteri essenziali: è universale, duraturo, si sottrae ogni giorno alla potenza dell’uomo; tutti gli avvenimenti, come anche tutti gli uomini, ne favoriscono lo...

Il Darwin inconsolabile di Calamaro / Una lenta Apocalisse

Riccardo Goretti entra in scena trafelato, spingendo sul palco vuoto un carrello del supermercato colmo di vivande e le prime parole che pronuncia sono dedicate alla voce pre-registrata che qualche secondo prima ha annunciato Darwin inconsolabile (un pezzo per anime in pena) di Lucia Calamaro e gli altri spettacoli in programma negli spazi del Teatro di Roma: sornione e perplesso rimarca l’errore di pronuncia della voce (che effettivamente ha detto Tumas e non Thomas Bernhard), aggiungendo che un tempo le voci nei supermercati non informavano i consumatori sugli spettacoli che si svolgono al Teatro Valle ma su quale scaffale si trovano i generi alimentari, e il pubblico della sala b del Teatro India ride deliziato per quell’indecidibile eccesso di presenza che lo rintrona come un colpo di gong: è tutto improvvisato, come negli spettacoli degli stand up comedians, o al contrario è tutto programmato, è tutto scritto (persino l’errore di registrazione) da una mano invisibile e onnipotente? E a cosa prelude quel gustoso qui pro quo tra spettacoli e merci, tra cultura e alimentazione? Ma non c’è il tempo di metabolizzarlo perché dalle quinte entrano una dopo l’altra tre donne con i...

21 gennaio 2012 – 21 gennaio 2022 / Vincenzo Consolo: come ho scritto i miei libri

Il 10 agosto del 1999 abbiamo incontrato Vincenzo Consolo nella nuova casa dove si era trasferito da qualche tempo dopo gli anni trascorsi in via Volta, in una abitazione dove mi era capitato di andare a trovarlo e di conversare varie volte con lui. Mi aveva coinvolto persino in un documentario su Mastronardi che aveva girato per la Rai dove lavorava. Avevo anche cominciato a recensire i suoi libri a partire da Nottetempo, casa per casa del 1992, con cui poi aveva vinto il Premio Strega, e a presentarli insieme a lui. Stavamo preparando io e Elio Grazioli un volume della collana di Riga edita allora da Marcos y Marcos, il numero 17 della serie, intitolato Italia due, in cui volevamo fare il punto su arte, letteratura, critica, teatro, nel passaggio al nuovo millennio. Il volume seguiva un precedente libro, Italia, di cinque anni prima composto di un fitto epistolario tra i due curatori – io e Elio – e una serie di autori che appartenevano a varie generazioni che avevano operato negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, una corrispondenza che insieme a testi e interventi occupava oltre 400 pagine: Martegani, Moresco, Cabiati, Guaita, Luigi Grazioli, Cingolani, Claudia...

Una mostra a Riccione / Elliott Erwitt. L’attimo giusto e il momento speciale

Elliott Erwitt (Parigi, 1928) predilige le immagini che hanno un finale aperto, quelle che lasciano spazio all’interpretazione di chi le guarda, e anche le fotografie ironiche o drammatiche, che colgono la più sottile linea del non detto, dentro la cifra esistenziale dell’essere umano. A questa tipologia appartiene Pennsylvania, Pittsburgh (1950), dove un bambino afroamericano si punta una pistola alla tempia destra mentre ride platealmente guardando verso l’obiettivo. Il bimbo compie un gesto drammatico mentre si mette in posa e in relazione con chi gli sta puntando addosso la macchina fotografica. Ride forte e cerca di stemperare quel gesto con una ironia che però non tranquillizza fino in fondo il fruitore dell’immagine. In Bratsk, Siberia (1967), un invitato seduto accanto agli sposi ha lo sguardo maligno e la mano destra sul mento. Forse custodisce uno scomodo segreto, e ride tra sé. La sposa sembra preoccupata. Gli volge un'occhiata intensa. Il marito pare accorgersi e rivolge anch’esso il suo sguardo verso l’altro uomo. In questa scena prende forma un’ambiguità di fondo. Richiama certi soggetti fiamminghi o olandesi della seconda metà del Cinquecento e del Seicento, di tono...

1938-2022 / Herbert Achternbusch: scantinati, bar, buie paludi

Una lettera del 2011   Caro Herbert, è passato molto tempo dalla prima lettera che ti ho scritto, ma questa, che per il momento è anche l'ultima, è una lettera particolare: accompagna infatti l'uscita italiana del tuo libro L'ora della morte. Tutto sommato abbiamo aspettato solo dieci anni, prima che arrivasse il momento. La prima volta che ho sentito parlare di te avrò avuto a malapena sedici anni. Tu eri già piuttosto conosciuto allora, avevi girato qualche film, pubblicato dei libri, fra i quali anche L'ora della morte, ma per noi ragazzi di paese eri ancora una scoperta. Non eri molto ben visto, dalle nostre parti, avevi fama di chi sputa nel piatto in cui mangia, era difficile trovare tuoi libri, lì in Bassa Baviera, dove eri cresciuto e dove io cercavo allora di trovare la mia strada. Leggere il nome di un paese come Deggendorf, Hengersberg, o anche il tuo Breitenbach, in un romanzo, mi era sembrato un miracolo, un tocco di luce: c'era dunque la possibilità di scappare da quella provincia e dalla sua lingua, per poterla osservare da fuori! L'identità bavarese ti rimane appiccicata addosso a vita e il modo in cui noialtri parliamo e ci esprimiamo rimanda continuamente al...

18 gennaio 1989 – 18 gennaio 2022 / Bruce Chatwin e il paradosso dei collezionisti

“L’uomo” – disse improvvisamente – “non è stato creato per stare fermo.” Era una cosa che aveva imparato studiando le epidemie. La storia delle malattie infettive era una storia di uomini che si crogiolavano nella loro sporcizia. Osservò anche che il vaso di Pandora era un’urna di coccio del Neolitico. “Dammi retta” – disse – “le epidemie faranno sembrare le armi nucleari tanti giocattoli inutili”. È un breve accenno di dialogo, estratto dai taccuini di viaggio di Bruce Chatwin e riportato nel suo Le Vie dei Canti (Adelphi, 1998). Poche parole – folgoranti nel significato che sarebbe stato – in grado di mostrarci come non tutte le verità con cui abbiamo a che fare quotidianamente ci appaiano sempre riconoscibili. Un frammento di un dialogo letterario che inaspettatamente può farsi presagio e rivelazione: “…La storia delle malattie infettive era una storia di uomini che si crogiolavano nella loro sporcizia...”. L’impensabile si fa pensato, l’invisibile si fa visibile, l’imprevedibile diventa certo...  Poche parole in grado di mostrarci alcune delle qualità della scrittura di Chatwin, capace di muoversi tra aree culturali differenti, in grado di contaminare la letteratura di...

10 gennaio 1937 - 2 gennaio 2022 / Il mio Celati

A differenza di quanto accaduto ai suoi amici in carne ed ossa (suoi studenti al Dams, compagni di serate bolognesi o dei suoi viaggi), la mia conoscenza di Gianni Celati è tardiva ed inizia tutta sulla carta (dei suoi libri prima, delle sue lettere poi). Da provinciale (piccolo borgo della piccola Valle d’Aosta) – nel ’78 – insegno in ciò che sopravvive di una scuola sperimentale messa in piedi negli anni precedenti dall’autorità regionale: né scuola media né mediosuperiore, quell’istituzione (“il biennio”) costituisce una sorta di intervallo tra l’obbligo e la scelta dell’indirizzo di maturità: scuola indecisa, scuola di tutti e di nessuno. Il mio còmpito di docente è di accostare alla lingua italiana (orale e scritta) un quindicenne francofono. Còmpito – s’intende – cui non sono assolutamente preparato: strane “lezioni private” in una scuola pubblica, strano precettore pagato dallo Stato. Nelle ore buche, in attesa del mio studente, leggo; e leggo – con cinque anni di ritardo sulla data di pubblicazione – Le avventure di Guizzardi: quella lingua, tutta corpo e scoppiettii del corpo, gioiosa di coloratissime deformazioni, scorretta fino alla genialità e alla poesia sembra...

Un libro del grande Satchmo / Louis Armstrong: un lampo a due dita

Quaranta acri di terra e un mulo. È quanto il Governo Federale degli Stati Uniti promise, pochi mesi prima dell’assassinio del presidente Lincoln, agli ex schiavi di colore. S’era nel gennaio del 1865. Ai proprietari degli Stati Confederati, con quel provvedimento, sarebbero stati confiscati 400.000 acri di terreno, una striscia di terra che si estendeva da Charleston, nella Carolina del Sud, al fiume St. John in Florida, lungo la costa della Georgia. Più di 160.000 ettari di terra coltivabile di cui alcune famiglie di afro-americani avrebbero potuto rivendicare la proprietà. Fu il primo tentativo di riparare ai torti subiti dalle popolazioni afro-americane su suolo americano. A pensarci oggi, e questioni razziali a parte, qualcosa di colossale per le implicazioni politiche che avrebbe comportato: un provvedimento del genere, se messo in atto, avrebbe trasformato il governo degli Stati Uniti nel primo governo socialista della storia.   Di quella solenne promessa non restò nulla. Nell’autunno del 1865 l’ordine fu revocato dal presidente subentrante Andrew Johnson, e i proprietari delle piantagioni del sud tornarono in possesso delle loro terre. Quaranta acri e un mulo. Molti...

L'immagine del mondo che cambia / World Press Photo: questioni di sguardi

La Fondazione Sozzani ospita la prima tappa italiana della mostra del World Press Photo, così come accade ogni anno dal 1994 grazie all’impegno di Grazia Neri, fondatrice dell’omonima agenzia fotografica, e di Elena Ceratti che per anni è stata il suo braccio destro. È considerato uno tra i premi più prestigiosi del fotogiornalismo mondiale. E l’edizione attuale 2021 è ovviamente dedicata al 2020. Per questa sua 64esima edizione sono state esaminate ben 74.470 fotografie, scattate da 4315 fotografi provenienti da 130 paesi, e premiate le opere di 45 autori. Uno dei pregi di questo premio è infatti quello di proporre sguardi e riflessioni sulla realtà attraverso gli obiettivi di fotografi provenienti da culture e Paesi estremamente diversi, superando quindi quella visione prevalentemente dominata per anni da fotografi occidentali. Visione che ha visto «la fotografia (…) usata come uno strumento per la promozione della monocultura e la supremazia delle razza bianca», scrive nel catalogo (edito da Skira) Azu Nwagbogu, direttore dell’African Artist’s Foundation.   Affermazione per certi versi condivisibile e per altri molto meno, tenuto conto, tanto per dirne una, che quasi un 40...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan, alle estreme conseguenze

Vitaliano Trevisan era un artista scomodo nell’unico modo in cui si può essere scomodi oggi: era scomodo soprattutto per se stesso. Mai che i suoi libri, il teatro, le letture, lo abbiano visto davvero schierato contro qualcuno o qualcosa per indirizzarsi in favore di persone o idee antagoniste. Mai che abbia potuto trarne vantaggio, inoltre (e soprattutto). Perché la posizione che assumeva, il margine del discorso dove si collocava, era quello che gli permetteva uno sguardo obliquo, che mostrava ciò che riusciva a vedere solo lui. Allo stesso tempo, quello sguardo che non si poteva condividere, e che non permetteva affiliazione di opinione o di schieramento politico ufficiale, risultava urticante, irritante perché portato sempre alle estreme conseguenze. Anzi, solo le estreme conseguenze, inseguite con insistenza, con l’accanimento di un martello interiore che batteva sempre sullo stesso punto, erano garanzia di fuga da un pensiero ragionevole – non importa se ben informato e intelligente – per inseguire la convinzione che non c’è pensiero ben informato e intelligente che può dare conto dell’attuale esistenza, a casa nostra, nella nostra lingua, ma si possono soltanto condurre le...

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi al MAXXI / Immagini che cadono avvinghiate a Lucifero

Concentrare   Recensendo il diario di Michihiko Hachiya, direttore dell’Ospedale di Hiroshima durante il bombardamento atomico, Canetti scrisse (in Potere e sopravvivenza. Saggi) che ogni sua pagina era preziosa: la distruzione della città era stata la catastrofe “più concentrata” sofferta dall’uomo in tutti i tempi. A sua volta, ogni riga del suo testo conserva un’inestimabile concentrazione creativa: Canetti infatti ha pubblicato pochissimi scritti, meno che mai recensioni. Intenzionalmente, solo capolavori. Questa è un’adeguata premessa anche per le opere di cui vogliamo parlare. I lavori di Gianikian e Ricci Lucchi, presentati in quattro eventi al MAXXI durante il 2021, non sono composti da scritti ma da fotogrammi. La fotografia proiettata in sequenza diviene cinema, l’arte che meglio regala sensazioni di muoversi nello spazio e nel tempo.   Un risultato espressivo simile a quello della vera letteratura: “prende con sé” chi vi si immerge. In teoria, questo dovrebbe esser sempre possibile con lo spettacolo cinematografico. Il pubblico, del resto, paga il biglietto soprattutto per “evadere” dalla quotidianità, lasciandosi trasportare altrove. La proiezione...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan. Un ponte, un crollo

Una volta Vitaliano Trevisan mi mise le mani addosso. Ad Asiago, il bellissimo altopiano che sovrasta la nostra città comune, Vicenza. All’ingresso di non so più che evento culturale. Forse una decina, o dozzina di anni fa. Sono un disastro con le date, e in generale la memoria funziona più a frammenti che con un approccio storico: ricordo quel che ricordo, quando capita. E poi sono benedetto da una sorta di oblio delle cose spiacevoli. Anche questo episodio me l’ero pressoché dimenticato. A ricordarmelo è stato proprio lui, pochi mesi fa. Con la prima di una serie di telefonate che ricucivano un rapporto sfilacciatosi tanti anni prima.    Può sembrare strano citare un fatto simile. Strano come commemorazione di un morto. Strano, ovviamente, il fatto in sé. E strano che sia stato lui – diciamo, esagerando: l’aggressore – a ricordarlo a me, l’aggredito. Ma chi ha conosciuto Vitaliano di persona sa che nulla di tutto questo è strano davvero.  Così come nella sua scrittura, c’era sempre in lui un senso di minaccia incombente. Dietro lo sguardo glacialmente ironico di quegli occhi azzurrissimi, la possibilità di qualcosa di imprevedibile. E pericoloso. E così,...

Lettere dai manicomi / Artaud: sono nato dal mio dolore

Due nuovi libri ci riportano alla corrosiva e non dimenticabile voce di Antonin Artaud: L’ombelico dei limbi. Seguito dalla Corrispondenza con Jacques Rivière (I fiocchi, MC edizioni, Milano, 2021), e Sono nato dal mio dolore. Lettere dai manicomi 1937-1946 (Edizioni Medusa, Milano, 2021) entrambi curati da Pasquale di Palmo. Artaud nasce a Marsiglia nel 1896. Inventore di teorie teatrali (Il teatro e il suo doppio), viaggiatore (Messico e Irlanda), oppiomane, scrittore di prose surrealiste (L’arte e la morte, Il pesanervi), romanzi visionari (Eliogabalo), poesie (Poesie della crudeltà), attore teatrale e cinematografico (La passione di Giovanna d’Arco, La leggenda di Liliom, L’opera da tre soldi, Napoléon, La coquille et le clergyman). Teorico del teatro, partecipa al gruppo surrealista dal 1924 al 1926. È amico di Jean Paulhan, André Breton, Jean Dubuffet, Alberto Giacometti, André Masson. Tra i libri principali tradotti in italiano: Al paese dei Tarahumara e altri scritti, Il teatro e il suo doppio, L’ombelico dei limbi, Il pesanervi, Eliogabalo o l’anarchico incoronato, Artaud le mômo. Van Gogh: il suicidato dalla società, Per farla finita con il giudizio di Dio, Succubi e...

10 gennaio 1937 - 2 gennaio 2022 / Celati: esercizi per fronteggiare il vuoto

1. Non ricordo la prima volta che Gianni Celati è venuto al mio paese, ricordo benissimo la sua prima lettera in cui mi annunciava che avrebbe pubblicato sul Manifesto tre miei racconti per una sua rubrica. Le lettere che mi mandava mi piacevano più dei suoi libri dove racconta storie. Avevo da poco letto con partecipazione la frase di Zanzotto: io non narro quasi mai e non mi importa molto del narrare. Anche Zanzotto mi scriveva spesso, ma le lettere di Celati erano piccole opere, anche il semplice saluto per mio padre o per mia suocera aveva una sua grazia. Per me Celati è nelle lettere, nelle prefazioni, nelle interviste, nei film, a partire da quello con Ferrario, è nelle conversazioni. Ne ricordo una mentre andavamo verso la pianura campana, parlammo del mistero di avere dei fratelli in apparenza lontani dalla nostra combustione perennemente inquieta.   Una giornata con lui era sempre allo stesso tempo profondamente umana e profondamente letteraria, il suo tentativo di scrollarsi di dosso il letterario era quasi sempre fallimentare, la letteratura gli veniva incontro anche quando prendeva un caffè al bar.  Ricordo una sua lettura di Leopardi al centro anziani di...

Una rivista tra sperimentazione, arte e industria / Imago: uno scrigno di creatività

Prendendo a prestito un termine dal campo informatico, si potrebbe dire che Imago è stata una pubblicazione multitasking. E di fatto, al significato originario di tasca da cui la parola trae origine, si lega il suo essere stata una rivista ch'era al tempo stesso contenitore e contenuto degli esiti di ricerche e di sperimentazioni culturali e artistiche nella Milano del boom economico, dove si provava anche ad attuare un fattivo rapporto di collaborazione tra quei fermenti e la realtà industriale. Imago, insomma, è stata uno scrigno di creatività, concepito da quel genio che fu Michele Provinciali (1923 – 2009), insieme a Raffaele Bassoli, titolare dell'azienda milanese che l'ha stampata, finanziata e sostenuta. Nata nel maggio 1960 come house organ della Bassoli Fotoincisioni, uscì senza una periodicità stabilita per 15 numeri (l'ultimo nel 1971) e fino al numero 5 ne fu art director il suo ideatore.    La sua straordinaria eccezionalità, che la distingue da qualsiasi altra rivista aziendale e di grafica mai pubblicata al mondo, consiste nel fatto che il suo involucro-copertina (un cartoncino in tinta unita, col titolo stampato in Clarendon maiuscolo, inserito, a sua...

10 gennaio 1937 – 2 gennaio 2022 / Ciao Gianni

Mi hanno raccontato che quando è caduto e si è rotto il femore, e gli hanno scoperto un tumore esteso che lo ha rapidamente portato via, Gianni ha detto a Gillian: è finita! E penso che anche senza pensare alla morte, l’idea di non potersi più muovere fosse davvero l’idea della fine. Tutto il suo lavoro, la prosa, le traduzioni, il cinema, l’essere con gli altri, è sempre stato animato da questa straordinaria energia di camminatore diurno e notturno, che in lui era scrivere. Lo dice molto bene in una bella videointervista a Marco Belpoliti per Doppiozero di alcuni anni fa dove racconta come scriveva. Faceva passeggiate sui colli bolognesi fino ad esaurire l’energia, o quella energia, tornava a casa e si metteva al tavolino.   Credo che questa forza arrivi anche attraverso i suoi libri, dove Guizzardi e Garibaldi, Giovanni, i tanti personaggi dei Narratori delle pianure o dei tanti magnifici racconti successivi, entrano nel racconto quasi di corsa, trafelati, trascinati e trascinando nelle vicende con la rapidità di esecuzione e il rigore di chi sa che quei passi sono tutti importanti, e sono proprio così. Quasi saltasse da una pietra all’altra per attraversare il greto di un...

Una donna ancora segreta / Constance Mary Lloyd: la moglie di Oscar Wilde

Talvolta esistono figure che restano segrete anche nel corso dei secoli: una di queste è sicuramente Constance Mary Lloyd, moglie di Oscar Wilde e madre dei suoi due figli. La “costante” della vita affettiva eterosessuale di Oscar Wilde è stata proprio Constance. Laura Guglielmi ne compone il ritratto in prima persona, identificandosi direttamente con la propria eroina. Il libro, pubblicato nel 2021 dall’editore Morellini nella collana “Femminile singolare”, diretta da Sara Rattaro e giunta alla sua quinta pubblicazione, si chiama Lady Constance Lloyd. L’importanza di chiamarsi Wilde. Due sono le epigrafi al libro, una di Virginia Woolf: «In quanto donna non ho patria, in quanto donna non voglio patria alcuna, in quanto donna la mia patria è il mondo intero». La seconda di Alfred Tennyson: «È meglio aver amato e perso, che non aver mai amato».   Scrive Laura Guglielmi: «Questo romanzo biografico non sarebbe potuto esistere senza alcune persone preziose. Innanzitutto, Constance Lloyd Wilde Holland, la protagonista di questa storia. È una donna importante di cui ingiustamente si parla poco, nonostante abbia contribuito, in anticipo sui tempi, al processo di emancipazione...

Palazzo Strozzi / Il brillante desiderio di Jeff Koons

Qualcuno forse si chiederà: Dove l’ho già visto questo sorriso sempre stampato in faccia? A sua difesa devo dire che Jeff Koons ce l’ha spontaneo fin da giovanissimo ai primi successi. Me lo ricordo ancora in occasione della lunga intervista nella sede di “Flash Art”, era il dicembre 1986, per l’occasione con la redazione al completo schierata intorno a lui, con quell’aria da ragazzino timido che aveva, ma già tanto noto da avere gli onori della copertina dell’edizione internazionale della rivista. C’era anche Corrado Levi, che esponeva in quell’occasione una sua opera per la prima volta in Italia, nella epocale mostra Il cangiante da lui curata al Padiglione d’arte contemporanea.   Si parlava molto di America e di Duchamp, io, non masticando granché l’inglese, riuscii timidamente, io sì, a infilare a un certo punto solo: “Ti senti più vicino a Duchamp o a Brancusi?”, mentre si parlava delle sue opere metalliche riflettenti della serie “Luxury & Degradation”, con quel coniglio con carota che già allora era la sua opera più riprodotta, tanto da guadagnare la copertina del catalogo della prestigiosissima collezione Satchi & Satchi e ad essere ancora oggi nella mostra di...

Auguri per un nuovo anno / Visione del teatro futuro

Su un’alta duna in mezzo al deserto un uomo cammina –  Si vedono le sue tracce – ma il vento presto le cancella.   Ed ecco che arriva la barca carro del Sole – coi quattro cavalli e le vele bianche immense a perdita di cielo.   L’uomo sale sul carro, prende le redini e guida su e giù per le dune.   Quando viene la notte ed è il momento di tornare in volo l’uomo dice:   Il teatro del futuro sarà (è) andare su e giù nelle anime –  barche teatri a cui stando al timone (alle vele) si va a illuminare l’oscuro capire le voci ascoltare la metamorfosi – il sorgere, il tramontare: le barche sono l’orecchio di Dioniso – e riderne.   Entrano nella notte, luminosi.   [Giuliano Scabia è scomparso nel maggio del 2021, lasciando visioni sfolgoranti e un grande archivio di materiali editi e inediti. Dal Ciclo del Teatro vagante, copioni, schemi vuoti, commedie, lampi poetici, composto da 102 titoli, ultimo dei quali Canto del monaco Silvano, pubblicato su doppiozero il 31 dicembre 2020, estraiamo come augurio per il teatro del 2022 questo breve testo, il numero 80 del 2007, scena unica.]   Nella fotografia di Maurizio Conca: Giuliano Scabia legge...

Anniversari / Miracolo a Milano. I poveri disturbano (ancora)

“Sono pessimista ma me ne dimentico sempre” (da una lettera di Cesare Zavattini a Franco Maria Ricci, 12 ottobre 1967)   In principio fu Antonio de Curtis. È a lui che Cesare Zavattini propone nel 1940 il primo soggetto di quello che sarebbe diventato, dieci anni più tardi e con la regia di Vittorio De Sica, Miracolo a Milano. Fervido ammiratore dell’attore napoletano, a 38 anni il vulcanico Za è in piena eruzione, con uno spettro di attività che va dalla letteratura ai periodici illustrati, dal fumetto al cinema. Il soggetto, intitolato Totò il buono e firmato a quattro mani con lo stesso Totò, viene pubblicato il 25 settembre sulla rivista “Cinema” (per onor di cronaca, va detto che il testo è opera del solo Za, che qua e là si serve di qualche spunto surreale suggerito dall’attore). Tuttavia l’aristocratico de Curtis, ancora incerto sulla propria carriera cinematografica e tutto preso dai successi teatrali, dopo aver rinunciato a ogni diritto di paternità sul soggetto, ben presto si disinteressa del film.     Il più milanese dei film italiani nasce insomma dal più grande comico partenopeo. E non è il solo paradosso di un'opera che ha in sé molte anime e una...

1+1= G / Grazia Toderi e Gilberto Zorio a Vigone

A circa 30 km da Torino si trova Vigone, un piccolo comune di circa 5.000 abitanti, che, dal 2011 è promotore di “Panchine d’Artista”, un originale progetto culturale per la promozione dell’arte contemporanea. A cadenza annuale, il Comune di Vigone e l’Associazione Panchine d’Artista selezionano un artista per realizzare un’opera presso l’area verde dei Viali di Piazza Clemente Corte e per allestire una sua mostra personale nella Ex Chiesa del Gesù in Piazza Michele Baretta.  La panchina è il luogo principe di ritrovo cittadino, è il simbolo di una socialità quotidiana che oggi è quasi scomparsa. La panchina è soprattutto il luogo del possibile, dove tutto può accadere: un incontro inaspettato, un dialogo, una discussione, una riappacificazione, un momento di riflessione, di rivelazione, di condivisione. Ed è proprio il concetto di condivisione a caratterizzare l’edizione del 2021 di “Panchine d'Artista” dove, per la prima volta, sono due gli artisti ad essere stati invitati a partecipare: Grazia Toderi e Gilberto Zorio.      Sebbene le loro ricerche siano totalmente autonome e mai prima d’ora fossero state presentate insieme, per l’occasione i due artisti...

In mostra alla Villa Malpensata di Lugano / Hans Georg Berger, La disciplina dei sensi

Nello «Spazio Mostre» di Villa Malpensata di Lugano è allestita la mostra «La disciplina dei sensi. Hans Georg Berger. Una retrospettiva». Si tratta della prima grande esposizione dedicata a Berger, di cui il progetto luganese ripercorre l’intera carriera, divisa in sezioni, dai primi anni Settanta a oggi. Tra le opere esposte una colpisce particolarmente: mi riferisco a L’orto dei semplici. Perché è stata scattata? Questo posto che significato aveva per Berger? Guardando la fotografia con più attenzione, si notano erbe officinali, cespugli e rose cresciute su un terreno inospitale, sassoso e asciutto. Un piccolo miracolo. Un giardino segreto.    Dalla metà degli anni Settanta in poi il fotografo instaura un rapporto particolare con l’Italia: dopo un primo periodo trascorso in Sicilia si trasferisce sull’Isola d’Elba, precisamente all’Eremo di Santa Caterina. Definirlo un posto inospitale è riduttivo: alcune case in rovina senza energia elettrica né acqua corrente; tuttavia, anche un luogo meraviglioso arroccato sui monti, che Paul Klee aveva contribuito a raccontare con i suoi disegni in Storia di un viaggio all’Elba. Grazie a una somma ricevuta dalla nonna materna,...

Un libro di Carlo Greppi / Il buon tedesco

In due diverse presentazioni del libro di Carlo Greppi Il buon tedesco, Laterza 2021, a cui abbiamo partecipato, sono emerse due differenti osservazioni da parte di chi introduceva l'incontro. In un contesto di storici specialisti di storia della Seconda guerra mondiale e di Resistenza, un moderatore si diceva colpito dalla leggibilità del testo e della sua qualità narrativa; in una libreria “di qualità”, di fronte a un pubblico generalista di grandi lettori, viceversa chi presentava si premurava di sottolineare la straordinaria ricchezza di fonti, citazioni e note che arricchisce questo lavoro. È sintomatico dunque che entrambi i rilievi, da punti di vista differenti, convergessero sulla natura ibrida – almeno per le categorie merceologie e critiche di maggior diffusione – del libro. Greppi ha scritto un saggio di storia che, attraverso l'approfondimento di più biografie esemplari e con l'utilizzo di tecniche narrative e di uno stile capace di emozionare, mette a tema la questione della diserzione nell'esercito tedesco e del passaggio di soldati della Wehrmacht alla Resistenza. A questo si aggiunge una duplice, ulteriore profondità del libro, che deriva da un lato dalla...