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Una mostra di Alberto Sinigaglia / L’evanescenza del sublime

Che ne è del sublime oggi? La domanda si pone a intervalli pressoché regolari negli ultimi decenni, da quando in particolare l’esperienza risulta sempre più mediata da un’interposta immagine. A monte potremmo addirittura dire da quando il sublime stesso è diventato immagine, iconografia da imitare, ma soprattutto da quando la fotografia, ovvero la riproducibilità tecnica, ha moltiplicato le immagini e esteso la loro diffusione fino a rovesciare il rapporto immagine-realtà. Già Susan Sontag negli anni ’70 segnalava l’usanza adottata in alcuni siti turistici di predisporre per i visitatori dei punti da cui fotografare con la migliore veduta del luogo. Figuriamoci oggi con i cellulari! Nessuno resiste a scattare una foto davanti a una cascata o a un tramonto, tutte foto uguali, come hanno gloriosamente reso famoso Penelope Umbrico o Kurt Caviezel. C’è appunto chi, come loro, ha reagito alla moltiplicazione e omogeneizzazione delle immagini con un lavoro post-fotografico, come ormai viene chiamato, cioè attingendo dai social per mostrare il lato assurdo del comportamento umano, ormai indecidibile tra automatismo indotto e spontaneità sentita. Altri vogliono entrare nel meccanismo...

Raffaella Carrà / L’ombelico del kitsch

Ieri ho aspettato che scendesse un po’ la calura, e sono uscito verso le sei, per comprarmi il tabacco da fumare nei miei metri quadri climatizzati. La città è sporca di ozono, di afa, chi non può essere già al mare ha le gambe e i piedi nudi fuori, bianchicci, tristi, tutto è sbiadito. Passo vicino a un déhor e due pensionati stanno parlando: «Quanti anni aveva la Carrà?». Così ho saputo, per strada, tra “la gente”, la notizia della scomparsa di una diva della televisione italiana degli anni Settanta e Ottanta e un po’ Novanta anche. La soubrette che da giovanissima già appariva come una donna, con un sorriso strabiliante e simpatico, che cantava e ballava le canzoni che il suo fidanzato di allora, Gianni Boncompagni, il primo deejay della Rai con il suo gemello diverso Renzo Arbore, le suggeriva di portare nei suoi show.   Era tra le bellezze televisive per cui mio padre spalancava gli occhi, lasciandosi scappare come suo solito commenti apparentemente galanti che tradivano un ben certificabile rialzo del testosterone nel sangue: ma mia madre non si offendeva, perché Raffaella Carrà era riuscita a imbambolare la sua sensualità in un perbenismo “artistico” che al pueblo...

Bicentenario / La Ninetta di Porta e l’eclissi dei dialetti

«Vegni… ve… gni… ghe sont… Cecca? el cadin». Così suona il v. 344 e ultimo della Ninetta del Verzee, poemetto in 43 ottave del 1814, tra i componimenti più celebri – ma quanto letti davvero? – di Carlo Porta. Un verso che ancora nella quinta edizione delle Poesie nell’Universale Economica Feltrinelli, datata 1976 (quella che, studente ventenne, comprai), era censurato nella traduzione italiana a fronte con un segno di omissis, insieme ad almeno una dozzina d’altri: tanto era forte ancora, mezzo secolo fa, quello che andava sotto l’espressione di comune senso del pudore. In italiano sarebbe: «Vengo… ven… go… ci sono… Cecca? il catino». In termini metrici, un endecasillabo a maiore tronco; in termini letterari, una clausola di impressionante crudezza realistica, con il repentino trapasso, a cavallo della cesura, da un orgasmo verosimilmente simulato alla sollecita richiesta del catino dell’acqua, l’unico rudimentale contraccettivo che aveva a disposizione due secoli or sono una prostituta di non alto rango come la Ninetta portiana. La Ninetta del Verziere, come suona il titolo: cioè del mercato, che allora, e fino al 1911, si teneva a pochi passi dal Duomo, fra Piazza Fontana e...

La riscoperta di uno scrittore / Frassineti civico e bestemmiatore

Torna grazie al coraggioso ripescaggio dell’editore Italo Svevo Tre bestemmie uguali e distinte di Augusto Frassineti: uscito nei roboanti “Narratori” feltrinelliani nel ’69 e mai riproposto da allora, questo curioso libretto è oggi riedito per le cure di Graziella Pulce, che presenta il testo riveduto alla luce delle correzioni emerse dalle carte d’autore, con una prefazione di Guido Vitiello. Non vorrei commettere l’errore di dare per scontato che chi legge sappia chi è Augusto Frassineti: molti, soprattutto tra le nuove generazioni, difficilmente lo avranno incontrato sul proprio percorso. Diverso è il discorso per chi ebbe l’occasione di leggere in gioventù la terza e definitiva edizione di quello che resta il suo libro più noto, Misteri dei Ministeri (Einaudi ’73), o poté apprezzare le sue versioni di classici della tradizione francese (Diderot, Rabelais e Scarron fra gli altri). Alla base di questo ingiusto oblio stanno ragioni non solo poetiche, che hanno a che fare con la fisionomia, anzi la fisiologia, intellettuale di Frassineti, ma anche motivazioni editoriali e di politica letteraria: mai entrato del tutto nell’orbita promozionale del Gruppo 63, Frassineti non solo non...

18 giugno 1943 – 5 luglio 2021 / Raffaella Carrà: rivoluzionaria pop

Nella televisione degli esordi, rigorosamente in bianco e nero, non era possibile far vedere le gambe delle donne. Quei centimetri di carne tremula avrebbero senz'altro turbato la pace dei sensi del popolo italiano. Nel 1956 qualcuno nello staff del varietà La piazzetta ebbe un'idea brillante: far indossare alla ballerina Alba Arnova una calzamaglia color carne. La trasmissione venne immediatamente chiusa.  Il grottesco episodio da inquisizione di Stato restituisce il clima di un'epoca che sembra ormai remotissima, e invece appartiene al nostro passato prossimo. E aiuta a capire l'impatto dirompente sul nostro immaginario delle esibizioni di Raffaella Pelloni, in arte Carrà, nei varietà del sabato sera, che all'epoca venivano visti dall'intera nazione (o quasi).    Non erano tanto le doti canore e l'abilità di danzatrice della showgirl (o della soubrette, se preferite il francese). Doti senz'altro notevoli, e sorrette da una simpatia esuberante e da un talento naturale, che le hanno consentito una carriera di successi lunga decenni, sia in Italia sia all'estero, soprattutto nei paesi di lingua spagnola, quando dopo decenni di sovraesposizione la sua stella in...

Due secoli di storia del Mezzogiorno / Il Sud senza redenzione di Giuseppe Lupo

L’uscita di La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli (Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2021) di Giuseppe Lupo, offre la possibilità di un avvincente viaggio nella letteratura del Meridione e di conseguenza nella storia italiana, tuttavia non si tratta di una semplice carrellata sulla letteratura meridionale. Lupo all’interno vi sviluppa una tesi forte, la quale a sua volta tende a fissare dei canoni, dunque siamo al cospetto di un libro coraggioso, nonché di un discorso che divide provocatoriamente il campo e sfida la tradizione.    Per capire il punto di vista dello studioso conviene partire direttamente dalla sua chiosa finale: “raccontare non tanto e non solo la Storia, ma il sogno della Storia, che è utopia progettuale, costruzione dell’impensabile e dell’azzardo”, ecco cosa è mancato nella letteratura meridionale degli ultimi due secoli. Ha prevalso invece la linea antievolutiva di Verga su quella del Boccaccio napoletano o di Basile, su cui si innesta il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, ma soprattutto il levismo successivo, fino ai libri denuncia, da Sciascia a Saviano.  Ha prevalso dunque, secondo l’autore, una...

Anniversari / Ketchum e l’enigma della morte di Hemingway

Ketchum, Idaho. 7,30 di mattina di domenica 2 luglio 1961: iI sessantaduenne premio Nobel per la letteratura Ernest Hemingway, si alza dal letto facendo attenzione a non svegliare la moglie Mary Welsh con cui la sera prima aveva fatto tardi al Christiania, il ristorante d’elezione, dove aveva ordinato, come d’abitudine, bistecca di controfiletto al sangue, patate al forno e insalata alla Cesare, annaffiando il tutto con Bordeaux della casa.  Sul pigiama blu indossa la vestaglia, quella rossa che chiama scherzosamente “da imperatore”, e scende con passo felpato in cantina. Passa in rassegna la sua numerosa collezione di fucili e opta alla fine per una doppietta da piccioni W&C Scott & Son calibro 12 a canne lunghe parallele (e non, come fu frettolosamente scritto da cronisti poco attenti, una Boss & Co. che non aveva neanche mai posseduta). Sceglie con cura le cartucce, carica, risale in soggiorno, si appoggia le canne alla fronte e preme il grilletto svegliando Mary Welsh di soprassalto. Fra i primi ad accorrere è l’amico Chuck Atkinson, proprietario del Motor Lodge cittadino e del negozio di alimentari del paese, che si prende cura di “Miss Mary” accompagnandola...

Politico Poetico del Teatro dell’Argine / Chiaroscuri dell’adolescenza

Uno e trino è il progetto Politico Poetico del Teatro dell’Argine, piccola ma importante componente del più ampio programma Così sarà! La città che vogliamo, realizzato da ERT Fondazione / Comune di Bologna e co-finanziato a livello europeo (Programma Operativo Città Metropolitane 2014-2020). La sua unità sta nel fatto di usare il teatro come strumento per rivolgersi agli adolescenti della città di Bologna e della Città Metropolitana, i quali sono sia oggetto di riflessione civile ed estetica, sia coinvolti in quanto giovani cittadini attivi e artisti propositivi. La “trinità” del progetto risiede, invece, nelle azioni in apparenza divergenti che Politico Poetico compie sul territorio. Una prima consiste nell’attività di formazione. Gli adolescenti di Bologna e dintorni hanno frequentato, tra ottobre 2019 e giugno 2021, dei “Laboratori di cittadinanza nelle scuole” che la pandemia ha interrotto tra marzo-agosto 2020, per poi riprendere a settembre con l’alternanza di didattica a distanza e in presenza. Lo scopo formativo era preparare i giovani a contribuire in modo informato e consapevole all’Agenda 2030 dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile. Sebbene si tratti di un’attività a...

Prequel e riscritture / Crudelia: cattive si diventa

Doveva accadere che perfino Crudelia, l’abominevole cattiva di La carica dei 101, venisse risucchiata in un film dedicato alla sua formazione.  Ovvero, per dirla in termini un tantino più precisi, in un prequel, la moda hollywoodiana del momento. Il successo che la pellicola sta ottenendo in tutto il mondo autorizza a provare a fare il punto sulle ragioni profonde che ispirano le grandi major cinematografiche a ritornare sui propri film (per lo più rivolti ai ragazzi, ma non solo) più amati, proponendone riprese e riscritture. Nel merito se ne sono dette di tutti i colori. C’è chi la butta sul legale. La gran parte delle pellicole in questione si ritrova, infatti, di fronte alla questione di non poco conto della scadenza dei diritti di sfruttamento commerciale; riproporne una riscrittura in questo caso garantirebbe una prolungata protezione a questi film a svariate decine di anni. Sarebbe questa, secondo alcuni, la ragione per cui classici come Dumbo, Cenerentola o Il libro della giunga sono stati trasposti in live-action, ossia con attori in carne ed ossa. C’è poi chi ne fa una questione generazionale. Riprendere questi classici sarebbe, secondo tale vulgata, un modo per...

L’ultima intervista / Marshall Sahlins, perché abbiamo bisogno degli dèi

Quella che segue è probabilmente l’ultima intervista rilasciata dal grande storico e antropologo Marshall Sahlins, pochi giorni prima della sua scomparsa, avvenuta nell’aprile scorso, nella sua abitazione di Chicago. Provato da una lunga vita e dall’isolamento dell’ultimo anno pandemico, Sahlins non aveva perduto il gusto della battuta e dell’ironia, che ha caratterizzato gran parte della sua produzione e delle sue conferenze. Come quando, qualche mese prima, intitolava i suoi polemici post contro l’amministrazione Trump come “scritti pre-postumi”!   Sahlins ha attraversato 70 anni di storia e storia dell’antropologia. La sua formazione, con Leslie White e più tardi con Elman Service, lo ha portato a cercare di capire quale rapporto le società umane intrattengano da un lato con le tecnologie e la materialità dell’esistenza; dall’altro con l’universo simbolico e culturale che producono e che le imprigiona come delle ragnatele invisibili. La cultura, intesa in senso antropologico come una costruzione simbolico-materiale, è stata sempre al centro dei suoi interessi e delle sue accese battaglie contro i determinismi biologici, genetici, economici. E contro quel diffuso...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (12) / Paese mio che stai sulla collina

Un piccolo paese della Calabria, San Nicola da Crissa, sulle serre vibonesi. Tra la metà degli anni cinquanta e i primi sessanta. Come tutti i paesi, San Nicola è un grembo di suoni temperati, che, da sempre, custodisce il ritmo della vita. Dal fitto abitato, non ancora del tutto eroso dall’abbandono, sale un brusio gaio, le onde sonore delle cantilene infantili.  Fra cortili e vicoli, impazza l’“ammuccia”: in Calabria si chiama così il gioco del “nascondino”. Un modo per abitare il paese, e farne cosa viva.  Un bambino, sei-sette anni, si rannicchia in un anfratto, un buon posto per nascondersi, e non è troppo lontano dalla “tana”, gli basta una piccola corsa. Spiando i passi lenti e accorti del compagno che si avvicina, il suo cuore batte colpi “di ansia e di paura”. Resisterà all’assalto dell’emozione? Ora, il suo corpo si raggomitola su se stesso, come se volesse assottigliare la sua consistenza incuneandosi tra terra e pietra. Avverte l’odore del terreno umidiccio. Gli piace.  In questa breve e ansiosa eternità, il bimbo resta in attesa del momento più propizio per balzare fuori cogliendo di sorpresa il compagno che lo sta braccando, e finalmente gridare: “...

Fanny & Alexander a Ravenna Festival / Mario Draghi nel regno delle fate

Siete pronti a entrare tra gli incantesimi? Un suono molto basso, un pizzicato, un accordo, un violino, poi un flauto sottile. Sospensione. Tre attori e due attrici prendono possesso con larghi gesti, misteriosi, di uno spazio bianco, lungo e stretto, circondato da oggetti che sembrano strani leggii. Questi si illuminano di cangianti luci nette, blu, verdi, gialle, rosse, come occhi quadrati. Gesti ieratici, sospesi; sospensione della gestualità quotidiana. Gli attori si schierano di fronte al pubblico. Si rimpallano le “regole per riuscire a vedere una fata”: “deve essere un pomeriggio caldissimo… troppo caldo per fare qualsiasi altra cosa… devi avere un po’ di sonno, ma non tanto da non riuscire a tenere gli occhi aperti… e ti devi sentire, come dire?... incantato… eerie dicono gli inglesi… ma soprattutto, l’ultima regola è: i grilli non devono cantare… (Si sente il suono di bosco. Uccellini, ruscelli, fronde… Ci sono anche dei grilli) Niente grilli, ho detto!” (Cessano i grilli.) Benvenuti nel mondo di Sylvie & Bruno, l’ultimo romanzo del reverendo Lewis Caroll, libro vertiginoso pubblicato nel 1889, diversi anni dopo Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo...

Ritorna il classico di Carla Forti / L’eccidio Pardo Roques

È il primo agosto quando un gruppo di soldati tedeschi fa irruzione nella bella casa di Giuseppe Pardo Roques. A 68 anni è uno degli uomini più in vista di Pisa. Presidente della comunità ebraica locale, è un erudito, un benefattore. In città si favoleggia della sua ricchezza e della sua patologica fobia per i cani e i gatti. È il 1944 e quello che segue è uno degli eccidi più spietati di cui si serbi memoria. I militari arrivano alle dieci del mattino e se ne vanno ubriachi nel primo pomeriggio. Si lasciano dietro i corpi straziati di dodici morti – cinque cristiani e sette ebrei, fra cui Pardo. La dimora, nel quartiere popolare di Sant’Andrea, è saccheggiata. Un furgone torna più volte a fare il carico di dipinti, oggetti preziosi, mobili di pregio. Un mese più tardi Pisa è liberata. Un mese appena e quelle vite potevano fare il loro corso.  In questa tragedia ci sono domande che pesano come macigni. Perché la rete di complicità che così a lungo ha protetto Pardo d’improvviso cede? Chi ha messo i militari sulle sue tracce? È stata davvero, come si dice, la vendetta di un vicino? E per quale ragione dopo la guerra tanti preferiscono dimenticare?  Quel groviglio di...

David Jiménez, Noémie Goudal e Antoine d’Agata / Fotografia Europea: un sogno ad occhi aperti?

“Sulla Luna e sulla Terra/ fate largo ai sognatori!”. È con questi versi che Gianni Rodari chiude la sua poesia Sulla Luna. Le stesse parole vengono proposte come titolo del Festival di Fotografia Europea a Reggio Emilia, dopo la cancellazione della passata edizione, dedicata proprio al centenario della nascita dello scrittore. Suggestivo, senza dubbio, che ogni spettatore possa essere considerato un sognatore, nel senso di chi sa guardare oltre il velo del reale per immaginare altri spazi ed altri mondi. E fascinosa è la Luna, realizzata da Marco Di Noia, vincitore della Open call del festival, che fa eco alle parole di Rodari. Nell’immagine, nata da un racconto scritto dall’artista nel 2018 durante un viaggio in Giappone, si vedono molte persone che guardano in alto, stupite dalla presenza e dalla vicinanza del corpo celeste, incerte sul senso da dare a quell’enorme sfera. Insomma una confusione tra realtà e immaginazione, come in un sogno ad occhi aperti, quando i confini tendono a dissolversi. Eppure, ciò che più si ricorda di questo festival non sono tanto le immagini legate in maniera più o meno evidente all’idea di sogno, quelle di David Jiménez (Aura), l’installazione...

Sociologia della catastrofe / Mottarone: il perché di un disastro

La tragedia della funivia del Mottarone ci ha scossi profondamente. Ci ha lasciati quasi increduli. È possibile che persone “normali” abbiano messo a rischio la vita di altre persone con tanta pertinacia, con tanto apparente disprezzo? Altre tragedie, vicine e lontane, hanno innescato studi approfonditi sui meccanismi che stanno alla base di eventi così sconcertanti.   Diane Vaughan insegna sociologia alla Columbia University di New York. Nel campo, alquanto specialistico, della sociologia dei disastri, si è fatta un nome grazie all’analisi, acuta e documentata, su come andarono le cose alla NASA negli anni precedenti il disastro del Challenger. I lettori meno giovani ricorderanno che nel gennaio del 1986 la navetta Challenger, lanciata da Cape Kennedy con sette astronauti a bordo (fra i quali Christa McAuliffe, un’insegnante di scienze che avrebbe dovuto tenere una lezione dallo spazio), si disintegrò in volo un minuto dopo il lancio, uccidendo tutti i membri dell’equipaggio. Ne seguì un’inchiesta, condotta dalla Commissione Rogers, alla quale partecipò anche il premio Nobel per la fisica Richard Feynman.    Vaughan non faceva parte di quella commissione, ma il suo...

Nicola Samorí, “Sfregi” | Bologna, Palazzo Fava / Dire le ombre

La prima antologica italiana di Nicola Samorì, artista ravennate dal percorso consolidato – o meglio sarebbe dire coagulato, vista la densità della sua produzione – è ospitata nella cornice rinascimentale di Palazzo Fava a Bologna, custode del ciclo di affreschi dei giovani Carracci e di un patrimonio di opere esigenti, con cui l’artista ha scelto di misurarsi. Tutto il percorso è articolato allo scopo di costruire un fitto dialogo con le opere della collezione, che Samorì ha studiato meticolosamente, fino ad appropriarsene. Il risultato è una regia complessa, a tratti sontuosa, che riesce a sedurre anche lo spettatore che non possiede i codici dell’arte contemporanea grazie al carattere perturbante dei lavori, capaci di medusare chi osserva, offrendo uno spettacolo dove bellezza e orrore ritrovano un’archetipica unità.    Raccogliendo lavori che coprono un arco di diciassette anni, la mostra curata da Alberto Zanchetta e Chiara Stefani segue un criterio non cronologico, rispettando la visione dell’artista che rifiuta qualunque concezione di progresso in relazione alla propria, personale ricerca. “Non ci sono veri miglioramenti ma vicoli ciechi e picchi, acuti e momenti...

Il nuovo volume della collana «Riga» / Conversazione con Max Ernst (1969)

La televisione ha trasmesso recentemente un vecchio documentario, in cui si vede Renoir che, quantunque paralizzato, continua a dipingere davanti al suo cavalletto, mostrando una evidente felicità. Che impressione ti ha fatto questa straordinaria immagine? Ne ho concluso che Renoir viveva in quella felice epoca nella quale nessuna incertezza interveniva a far esitare il pittore, buono o cattivo che fosse, quando al mattino si armava della sua cassetta di colori, partiva alla ricerca di un “motivo”, si accingeva al suo compito e, contento di sé, rientrava la sera. Ciò che distingue Renoir e Bonnard dalla maggior parte degli impressionisti, o postimpressionisti, è il temperamento sensuale, voluttuoso e quella evidente e contagiosa felicità, di cui parli. Non voglio soffermarmi sulla differenza tra talento e genio.   Si tratta piuttosto di una specie di innocenza. Gli impressionisti non sovraccaricavano la loro coscienza di inutili dubbi capaci di intaccare la loro tranquillità o la loro gioia di dipingere. Per contro avevano una convinzione che in loro era certezza: credevano all’infallibilità di quel piccolo schermo chiamato retina, punto d’incontro tra il mondo oggettivo e il...

Latella al Piccolo Teatro / Hamlet, la misura del fallimento

“Di fronte ad Amleto”, annotava Arbasino nel 1965, “mi pare che il problema critico essenziale non sia se lo spettacolo sia riuscito o no, ma se si perde onorevolmente oppure con vergogna”. Antonio Latella, giunto al suo terzo Hamlet, può oggi accostarsi alla questione con la consapevolezza del veterano. Nel libretto di sala – che accompagna il debutto al Piccolo Teatro di Milano dopo il triste walzer di chiusure e riaperture – si legge infatti che per il regista “dirigere Hamlet significa misurarsi con il testo del fallimento”. Dietro questa affermazione, solo apparentemente retorica, si nasconde invero la cifra dello spettacolo: un vero e proprio atto di umiltà registica nei confronti del testo-sirena che ha ammaliato tutti i giganti della storia del teatro. Dopo oltre trent’anni di attività sul campo che ne hanno sancito l’affermazione tra Italia ed estero, Latella arriva oggi al dialogo con Shakespeare come chi non ha più niente da dimostrare, e può permettersi per questo il rischio di un autentico ascolto. Il risultato, va detto subito, è una vera lezione di regia, di quelle che fanno tornare fiducia nelle possibilità del teatro, e alimentano il desiderio di frequentarlo di...

Il Divin Codino / Baggio senza magia

Alla base di tutto c’è l’affetto, se non l’amore, che ciascuno di noi prova per Roberto Baggio. Questo sentimento (credo) muove gli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo e la regista Letizia Lamartire; questo sentimento sta muovendo tutti quelli che in queste settimane (Il Divin Codino è uscito su Netflix il 26 maggio) si sono precipitati a guardarlo. Non sono esente da questo sentimento, perciò ho dovuto concentrarmi molto per approcciare il biopic come uno che sta andando a guardare un film e non una partita, non una somma sintetica di molte partite, di molti gol. Mi sono seduto davanti al televisore con in mano il taccuino e ho cominciato a guardare, prendendo appunti senza schiacciare il tasto “pausa” come se fossi al cinema, come se fossi allo stadio. Sapevo che le scelte della regista e degli sceneggiatori indirizzavano la storia in maniera molto precisa: non avrei visto un film sulla carriera di Baggio, ma sull’uomo e su alcuni fatti, momenti, che ne hanno indirizzato la carriera. Sapevo, perciò, che ai miei occhi sarebbe mancato qualcosa e che forse non sarebbe stato così importante. Non è andata proprio così.   Il racconto attraversa tre grandi blocchi...

Una mostra ai Tre Oci / John Pawson: Less is more

“In viaggio, come d’altronde nella vita, il meno è quasi sempre il meglio”, dice William Hurt, nel film di Lawrence Kasdan, Turista per caso. Minimo non è meno, non è poco, eppure entrambi hanno a che fare con l’arte del togliere. Togliere è liberare dall’eccedente, eliminare quel che è eccessivo. Di tutto l’umano cercare, forse una delle arti più difficili e sublimi. Un’arte che avvicina all’essenziale, sapendo che apre una direzione e non definisce una meta, in quanto se il minimo essenziale è tale, lo è perché è irraggiungibile. La sua importanza sta nel cercarlo sapendo di non poterlo raggiungere mai. Una sfida alla nostra tensione desiderante, che sceglie la via della ricerca per selezione, verso la leggerezza e la valorizzazione del lavoro della luce che, a ben vedere, fa la parte della grande scultrice nel prender forma delle cose.     Quel che si produce sotto i nostri occhi, instancabilmente, di fronte alle fotografie, come del resto di fronte all’intera opera e al segno inconfondibile di John Pawson, è una trasformazione silenziosa. Gradualmente il movimento, condotto dallo sguardo si abitua a una trasformazione silenziosa, appunto, grazie alla quale l’...

Discussioni e polemiche in Giappone / Olimpiadi a Tokyo: sorvegliato speciale

  Giappone anti-olimpico    Mancano meno di due mesi all’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo, prevista il 23 luglio, posticipata per la pandemia di un anno. Anche i mass media italiani finalmente iniziano a trattare la notizia. Molti atleti e squadre in varie discipline si sono già qualificati e le aspettative per le possibili medaglie cominciano a gonfiarsi di speranze.  Tuttavia, l’umore del paese ospitante, il Giappone, la nazione forse più fanatica dei giochi olimpici che esista sul pianeta, è tutt’altro che sereno. In questo momento, secondo vari sondaggi, più del 70% dei giapponesi sembra non voler ospitare le Olimpiadi a casa loro. Non le vogliono. Il Giappone anti-olimpico? Sembrerebbe un puro ossimoro, qualcosa di impossibile, eppure è così. Cosa sta succedendo? Il motivo è serio ma semplice: il governo giapponese, da più di un anno, non è stato sufficientemente attivo (anzi, diciamo mai stato serio) per risolvere a fondo il problema della pandemia: innanzitutto si sono fatti pochi tamponi, forse per non far risultare troppi casi in modo da non rovinare l’opportunità olimpica, e sono state adottate misure spesso giudicate incoerenti, lanciate di...

A Parma, capitale della cultura 2021 / Abitolario

Il più 'filmico' dei bassorilievi scultorei, in ordine di tempo, dopo quello della Colonna Traiana, è sicuramente la Deposizione dalla Croce nel duomo di Parma, opera su una lastra unica di Benedetto Antelami, che l'ha firmata e datata 1178. In essa la vicenda rappresentata si sviluppa su più piani narrativi, che potremmo addirittura definire 'episodi' collaterali alla scena principale, posta al centro della composizione. Non un solo frammento della superficie di marmo rosa su cui ha operato l'artista è visibile, se non nei bordi. La sua intera area appare infatti ricoperta da immagini scolpite a rilievo basso (in alcuni punti addirittura bassissimo, mentre le teste dei personaggi sono quasi ad altorilievo) e da scritte (titula et inscriptiones) incise e niellate ed è circondata da una cornice di racemi floreali, anch'essi a niello. Il motivo rappresentato al centro è, appunto, una Deposizione, in cui Cristo, gli occhi chiusi (Christus Patiens), e il corpo incurvato verso sinistra, viene sorretto da Giovanni d'Arimatea, intento a baciargli la ferita al costato mentre lo abbraccia per tirarlo giù dalla croce.   Alle spalle di questi, dopo la figura della Chiesa, che regge un...

Diario (7) / Cordula, dantista femminista

Ma cosa ci fa una donna, e per di più vestita da uomo, nel tempio maschile del dantismo? Attenzione, stiamo parlando di oltre un secolo fa, non dei nostri anni di transgender: 9 maggio 1920, Cordula Poletti varca la soglia della Biblioteca Classense, a Ravenna, per tenervi la sua “lectura Dantis”. Nessuna prima di lei. Non ha paura: camicia bianca e cravatta, una camelia appuntata sulla giacca, scarpe a tacco basso e larga suola spessa, colei che Sibilla Aleramo anni prima aveva chiamato “la fanciulla maschia”, avanza nella Sala di Dante, dove leggerà e commenterà il XXXIII del Paradiso, canto arduo e complesso, la vetta più alta della Commedia. Sembra lo abbia fatto apposta, a sceglierlo: sa che deve competere al massimo livello di difficoltà possibile. Non sente, o finge di non sentire, i commenti, le risatine e le malignità che la sala mormora al passaggio della giovane ravennate ribelle, profumata, in eleganti abiti maschili: tira dritto, depone con cura i fogli sul tavolo della presidenza, e infine si volta a guardare con aria di sfida l’intellighentia della sua città, lì riunita per giudicarla.     Cordula ‘Lina’ Poletti. Prima di farle iniziare il commento...

Un libro di Alberto Cavaglion / Decontaminare le memorie

Decontaminare le memorie di Alberto Cavaglion è un libro che si pone molti obiettivi: alcuni più diretti e manifesti, altri più profondi. Credo che sia un testo “palestra” su cui convenga fermarsi e sulle cui proposte prendere le misure, non tanto di ciò che abbiamo davanti, ma come spesso capita negli esercizi che implicano un rapporto con la memoria, di ciò che abbiamo alle spalle. I giorni della memoria, dice Cavaglion, sono da tempo in crisi. Prendiamone uno per tutti: il 27 gennaio. Quello del 27 gennaio è in crisi per i contenuti, per le modalità. Lo è perché non corrisponde a un progetto culturale (aggiungo io) o forse semplicemente perché è fondato su un principio “altruista”: quello di riflettere sui morti provocati in tempi precedenti, credendo che quella pratica di rievocazione sia la terapia di uscita. In ogni caso lo è come progetto: intolleranza, odio, antisemitismo, razzismo sono in crescita e quella giornata, che spesso è una settimana, talvolta un mese, non è capace di arginarli. In realtà, ma questo lo scriveva già molti anni fa Giovanni de Luna, quel calendario fondato sul dolore non consente di pensare un progetto, di declinare un futuro, ma spesso si...