Il tuo due per mille a doppiozero

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Un libro di Delphine Horvilleur / Nudità e pudore. La misoginia religiosa

È difficile negare che esista un nesso tra misoginia e religione. Le cinquanta studentesse morte in un attentato contro la loro scuola a Kabul ne sono la più recente tragica conferma. Siccome questo e molti altri episodi simili sono accaduti in Paesi islamici fondamentalisti e in società culturalmente arretrate, spesso pensiamo che la misoginia sia una caratteristica dell'islam mentre, in realtà, è presente anche in ambito ebraico e cristiano, per limitarci ai tre monoteismi. Le sfumature sono diverse, ma gli effetti ci sono ovunque.  La discriminazione contro cui una stanchissima Rosa Parks si ribellò nel 1955 in un'America ancora incredibilmente razzista, rifiutandosi di cedere il proprio posto in autobus a un bianco, si è manifestata recentemente sotto forma di discriminazione sessuale in Israele sull'autobus Ashdod-Gerusalemme, quando un ultra-ortodosso ha invitato una giovane donna seduta dietro all'autista a spostarsi in fondo, nei posti riservati alle donne (per inciso, i più disagevoli, quelli in cui ci si sente male più facilmente). Ne nacque un caso che suscitò grande indignazione nel Paese, stigmatizzato dal governo e dalla maggioranza dell'opinione pubblica....

Il libro di Alessandro Carrera / Bob Dylan: uno scrigno senza fondo

Negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’ho ascoltato per la prima volta, Bob Dylan era una mosca bianca nella scena musicale: già la sua faccia sulla copertina del 45 giri di The Times They Are A-Changin’, grigia, piatta, senza sorriso, sembrava rinviare a un mondo del tutto diverso da quello di moda in quegli anni. La voce, poi, era davvero sconcertante (“ma come fate ad ascoltare questo ubriaco?” chiedeva la nonna di un mio amico). Come tanti, diventai un suo fan. Conoscevo a memoria le sue canzoni, le cantavo e le suonavo con tanto di armonica a bocca a tracolla, sforzandomi vanamente di imitare quella voce inconfondibile.  Negli anni Settanta l’ho mollato. Avevo seguito il suo percorso anche dopo la svolta “elettrica”, avevo digerito perfino i manierismi di Self Portrait e New Morning (1970), avevo anche scritto un libro su di lui (Joe Hill, Woody Guthrie, Bob Dylan, 1978), ma da un certo momento in avanti non mi diceva più niente, mi sembrava finito.    Altro che finito! Dylan non finisce mai. Ancora oggi tiene decine di concerti ogni anno, in tutto il mondo. Non ci sono mai andato: avevo sentito dire che i pezzi erano irriconoscibili, selvaggiamente...

Speciale Sciascia / L’onorevole disgregato di Sciascia

Quando nell’estate del 1964 ricevette da Mario Giusti, suo amico e direttore dello Stabile di Catania, l’incarico di scrivere sul tema della mafia una pièce teatrale per la stagione 64-65, dopo il felice esito l’anno prima sulla stessa ribalta del Giorno della civetta, Leonardo Sciascia batté in una settimana una specie di commedia amara intitolata L’onorevole nella quale la mafia figura nel tipo di un nuovo don Mariano Arena mellifluo e caricaturale, don Giovannino Scimeni, colluso con un parlamentare pescato dalla società civile: sortendo però una sotie pirandelliana per non essere riuscito a sostenere fino in fondo il tono naturalistico di una rappresentazione fin troppo ricalcata dal vero.  In sostanza, proprio quando Sciascia è avviato a imprimere al suo teorema sulla mafia un salto in avanti più scoperto e audace rispetto alle incertezze del Giorno della civetta, quel che con L’onorevole fa è di ripiegare, ancora per prudenza, su una trovata da metateatro: l’attore interprete di monsignor Barbarino, spogliandosi dei paramenti, si rivolge infatti del tutto inopinatamente al pubblico e rivela che è tutto uno scherzo – lo scherzo consistendo nei “moralistici deliri” di...

Aperture e chiusure / Incontrarsi per la strada

Nel giugno dello scorso anno, insieme a noi tutti, reduci dal primo lockdown, è uscito un libro la cui lettura ci avrebbe fatto bene non solo perché utile nella contingenza, ma anche perché suggestivo per la nostra vita indipendentemente dalle ragioni di questo o quel virus. Camminare può cambiarci la vita è stato scritto da Shane O’Mara, un neuroscienziato, direttore del Trinity College Institut of Neuroscience di Dublino. Vi si racconta perché camminare sia una attività che fa bene al cervello e al corpo e perché possa far bene alle città, all’ambiente, alle nostre relazioni. Un’attività a basso costo ma, chi ama camminare lo sa, di grande e molteplice valore. In queste ultime settimane la progressiva “riapertura” delle nostre città sembra favorire la rimozione della fatica fatta in questo anno e l’attenzione verso le conseguenze economiche, psichiche e relazionali che ha avuto su di noi non solo la pandemia, ma soprattutto la sua gestione. Piano piano, andando avanti, sembra si voglia tornare alla precedente situazione di “anormalità”, segnata da stili di vita (e professionali) che di solito ignorano le ovvietà scientifiche che, applicate, coniugherebbero al meglio benessere,...

13 giugno 1953 / Didi-Huberman. Canarini in miniera

Forse per una momentanea amnesia percettiva, convive con il nostro essere presente una sorta di cecità per il paesaggio, che ci impedisce di cogliere in anticipo i segni che preannunciano una catastrofe. Informatissimi, presi da una narrazione storica unicamente rivolta al passato, osserviamo il mondo a cose fatte e solo allora ne abbiamo notizia, sempre un attimo dopo, un po’ tardi per cambiare le cose. Eppure esistono organismi viventi in grado di preconizzare l’evento, sempre che si abbia l’accortezza di osservarli e di prenderne nota.   Per potere restare vigili sul presente e i suoi momenti singolari, occorrerebbe riconnetterli in un disegno unitario come accade nel montaggio cinematografico. Infatti, i fotogrammi, le scene, le riprese, le singole unità sono accostate le une accanto alle altre ma anche ricucite per ricreare un ordine che renda loro un senso e che in particolare nelle immagini in movimento somiglia al palpitare di un sofferto e concreto ragionamento poetico. Un ossimoro vivente.  Nel cinema, le immagini girate sopravvivono nel presente indicando costantemente un percorso che si sviluppa progressivamente verso un tempo futuro. La...

Diario (8) / La bellezza del mondo

“Educa e spera”. L’ho trovato disegnato a lettere ottocentesche sulla facciata a mezzogiorno del palazzo comunale di Pieve di Soligo. Quel palazzo è stato in origine una scuola e tale origine spiega il perché di quel motto sapienziale. È carico di utopia pedagogica: suona affine all’“aspetta e spera”, che – al di là della nascita funesta in Faccetta nera – nel parlare comune è diventato lo sberleffo cinico a una speranza che mai si realizzerà, ma ne è invece il radicale rovesciamento: semina e spera. È sapienza contadina: fatica e spera. È il senso stesso del fare cultura, del far germogliare: coltiva il terreno, le vite dei ragazzini che ti trovi davanti, suda, mettici il tuo tempo e il tuo sforzo, e poi lascia fare al mistero. Al sole, alla pioggia dal cielo. E prega che il mal tempo, il cattivo terreno, le avversità, gli uccellacci che si lanceranno dall’alto per divorare le sementi, prega che tutto questo non ti distrugga il lavoro. Fai la tua parte. Niente di più, ma anche niente di meno. Questo significa svolgere il proprio compito di educatore, o di genitore, questo in fondo è vivere, non scansando in partenza i rischi e i pericoli, che tanto non è possibile: senza...

Mostre e anniversari / DadaDams: una storia dimezzata

Sono passati cinquant’anni da quando il grecista Benedetto Marzullo a Bologna inventò il Dams, Corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, cui si aggiunsero in seguito indirizzi di comunicazione e cinema. Chiamò a insegnare figure allora fuori dall’accademia, protagonisti dell’industria culturale, del disegno industriale, dell’urbanistica, delle nascenti scienze semiotiche e dello spettacolo, delle arti, della musica, registi e protagonisti dell’avanguardia, ossia, citando in modo incompleto: Umberto Eco, Franco Donatoni, Luigi Squarzina, Renzo Tian, Giuliano Scabia, Ferruccio Marotti, Fabrizio Cruciani, Tomás Maldonado, Pier Luigi Cervellati, Lamberto Pignotti, Furio Colombo, Anna Ottani Cavina, Renato Barilli, Gianni Celati, Guido Neri, Guido Guglielmi, Alfredo Giuliani, Lamberto Trezzini. Il Dams oggi celebra quell’anniversario con una rassegna (online) con incontri con ex studenti e laureati ad honorem, con la laurea honoris causa a Mimmo Paladino e una mostra a lui dedicata, con un convegno e alcuni appuntamenti teatrali, musicali e d’arte e con una festa finale, dal 18 al 20 giugno nel centro di Bologna.    Uno dei punti nodali...

Discussioni e polemiche in Giappone / Olimpiadi a Tokyo: sorvegliato speciale

  Giappone anti-olimpico    Mancano meno di due mesi all’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo, prevista il 23 luglio, posticipata per la pandemia di un anno. Anche i mass media italiani finalmente iniziano a trattare la notizia. Molti atleti e squadre in varie discipline si sono già qualificati e le aspettative per le possibili medaglie cominciano a gonfiarsi di speranze.  Tuttavia, l’umore del paese ospitante, il Giappone, la nazione forse più fanatica dei giochi olimpici che esista sul pianeta, è tutt’altro che sereno. In questo momento, secondo vari sondaggi, più del 70% dei giapponesi sembra non voler ospitare le Olimpiadi a casa loro. Non le vogliono. Il Giappone anti-olimpico? Sembrerebbe un puro ossimoro, qualcosa di impossibile, eppure è così. Cosa sta succedendo? Il motivo è serio ma semplice: il governo giapponese, da più di un anno, non è stato sufficientemente attivo (anzi, diciamo mai stato serio) per risolvere a fondo il problema della pandemia: innanzitutto si sono fatti pochi tamponi, forse per non far risultare troppi casi in modo da non rovinare l’opportunità olimpica, e sono state adottate misure spesso giudicate incoerenti, lanciate di...

A Parma, capitale della cultura 2021 / Abitolario

Il più 'filmico' dei bassorilievi scultorei, in ordine di tempo, dopo quello della Colonna Traiana, è sicuramente la Deposizione dalla Croce nel duomo di Parma, opera su una lastra unica di Benedetto Antelami, che l'ha firmata e datata 1178. In essa la vicenda rappresentata si sviluppa su più piani narrativi, che potremmo addirittura definire 'episodi' collaterali alla scena principale, posta al centro della composizione. Non un solo frammento della superficie di marmo rosa su cui ha operato l'artista è visibile, se non nei bordi. La sua intera area appare infatti ricoperta da immagini scolpite a rilievo basso (in alcuni punti addirittura bassissimo, mentre le teste dei personaggi sono quasi ad altorilievo) e da scritte (titula et inscriptiones) incise e niellate ed è circondata da una cornice di racemi floreali, anch'essi a niello. Il motivo rappresentato al centro è, appunto, una Deposizione, in cui Cristo, gli occhi chiusi (Christus Patiens), e il corpo incurvato verso sinistra, viene sorretto da Giovanni d'Arimatea, intento a baciargli la ferita al costato mentre lo abbraccia per tirarlo giù dalla croce.   Alle spalle di questi, dopo la figura della Chiesa, che regge un...

Un verso, la poesia su doppiozero / Gaspara Stampa. Signor, io so che ‘n me non son più viva

Un verso di Gaspara Stampa: dalle sue Rime, che furono in gran parte rime d’amore. I poeti del Cinquecento italiano, rimodulando e reinventando le rime di Petrarca, maestro d’amore, consegnarono ai lettori una meditazione sull’amore che toccò un arco estesissimo di temi e sperimentò un ventaglio amplissimo di registri espressivi: al punto che se volessimo oggi dire del desiderio, delle sue forme, delle sue radici, della sua lingua, basterebbe raccogliere da quei lontani versi figure e motivi, e avremmo un compiuto trattato appunto sul desiderio, sorprendentemente in dialogo con le odierne idee  sul nesso tra desiderio e mancanza, e sulla fisicità e corporeità del desiderio.   Nella stessa epoca numerosi Trattati d’amore e Dialoghi sull’amore (quelli del Tasso, tra i primi) fecero da controcanto ragionativo e analitico alla poesia d’amore. Michelangelo Buonarroti e Gaspara Stampa furono tra i poeti che con più vigore immaginativo affidarono al verso un pensiero dell’amore annodato intorno all’idea di mancanza, di privazione, di vuoto, e con una tensione tutta fisica che allo stesso tempo dialogava, nella finitudine, con la vertigine dell’oltre, dell’impossibile, dell’...

Conversazione con Michele Di Stefano / Per una danza “normale”

Tra teatri e spazi espositivi, riprende l’attività di danza anche a Roma. Abbiamo intervistato Michele Di Stefano, curatore del progetto Buffalo per il Teatro di Roma, istituzione presso cui il coreografo cura la rassegna di danza Grandi Pianure. Realizzata in collaborazione con Palaexpo, la seconda edizione di Buffalo si svolge dal 10 al 13 giugno 2021 negli spazi del MACRO, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, e dell’Istituto Svizzero. La rassegna internazionale, articolata attorno al titolo Il corpo aperto, prevede la partecipazione di numerosi artisti e artiste tra cui Yasmine Hugonnet, Nicola Galli, Panzetti/Ticconi, Jérôme Bel, Industria Indipendente, Cristina Kristal Rizzo, Francesca Grilli, Daniele Albanese, Collettivo C.G.J., Jamila Johnson-Small, Alexandra Bechzetis e le proiezioni video di Francesca Grilli, Trisha Brown Dance Company e César Vayssié.   Arriverà e ci coglierà di sorpresa, di Francesca Grilli. Da dove nasce il titolo della rassegna, Buffalo? Da un desiderio e da un’intuizione. Il progetto che ho ideato per il Teatro di Roma si chiama Grandi Pianure e presenta come immagine simbolo quella di un bisonte solitario. Non è un titolo che vuole suggerire...

Kübra Gümüsay, Lingua e essere / Parlare sempre e non comunicare mai

Ultimamente di parole si è parlato parecchio: si è detto che sono importanti e si è detto che valgono una risata. Si è detto che sono libere e si è detto che si prendono troppe libertà. Si è soprattutto discusso su chi può dirle, e chi deve sentirsele dire.   È stato un caso fortuito, perché solitamente non pensiamo mai alle parole, le usiamo e basta, e questa contraddizione intrinseca – non pensare alle parole, che di fatto compongono il nostro pensiero – è in realtà coerente con il modo in cui le trattiamo. Scriviamo continuamente, ossessivamente, più che in qualsiasi altra epoca: messaggi, mail, tweets, captions, commenti. Parliamo in modo compulsivo, vorace, spesso del tutto egocentrico, e ci ingozziamo delle parole altrui, bulimicamente, decontestualizzandone il senso, interagendo attraverso uno schermo, disabituati a empatizzare gli uni con gli altri. Le parole sono oggetto del nostro consumo quotidiano. Le appiattiamo, le mangiamo, le buttiamo via. Le indossiamo sulle t–shirt nella speranza che ci definiscano agli occhi degli altri. Le mettiamo in fila su una caption per accompagnare una foto il cui scatto abbiamo orchestrato attentamente. Le affidiamo a un vocale...

La breve vita felice di Giovanni Cenacchi / Guida alle Dolomiti per escursionisti fuori rotta

Il libro Dolomiti cuore d’Europa. Guida letteraria per escursionisti fuori rotta, da poco pubblicato nelle edizioni Hoepli, raccoglie scritti editi e inediti di Giovanni Cenacchi, scrittore, giornalista, alpinista e fotografo, scomparso a quarantatré anni, il 17 agosto del 2006. Originale figura di intellettuale e di alpinista, riuniva finezza di letture e di scrittura a inconsuete abilità nell’arte della scalata e dell’esplorazione.  Le Dolomiti erano le montagne più amate da Cenacchi. Lui, bolognese nato quasi per caso a Cortina d’Ampezzo, aveva cercato per tutta la vita di scoprire e conoscere quelle montagne. Trascorreva le vacanze, da bambino e poi da adolescente, in un’antica casa nella frazione di Gilardon, ai margini della conca ampezzana, dove la sua famiglia e quella del cugino e amico Pier Paolo prendevano in affitto un appartamento. Avevano undici anni quando, in gita al rifugio Scoiattoli, Giovanni e Pier Paolo fecero la loro prima scalata sulle Cinque Torri. «Dove possiamo trovare una guida per questi ragazzi?» chiesero i genitori all’uomo taciturno dietro al bancone. Lui si tolse il grembiule. prese un paio di corde e guidò i due incerti e timorosi ragazzini...

Un libro di Giuseppe Carrara / Storie a vista. Il fototesto

A dirlo, si rischia di cadere nell’ovvio, tanto il fenomeno è noto e diffuso. Nella letteratura degli ultimi anni la presenza di immagini all’interno dei testi è diventata una specie di costante. Non si contano i romanzi, le raccolte di poesia, le opere di non-fiction in cui compaiono fotografie, disegni, grafici e via dicendo. A lavorare in questo senso sono stati e sono autori molto diversi, da W.G. Sebald a Orhan Pamuk, da Annie Ernaux a Dave Eggers. E stando all’Italia si potrebbero aggiungere i nomi di Walter Siti, Emanuele Trevi, Helena Janeczek, Michele Mari, Antonella Anedda – solo per citare alcuni degli autori e delle autrici che la critica ha più apprezzato e discusso.   Nient’altro che una moda? Declinazione fra le molte possibili dell’attuale tendenza a ibridare le forme? O si tratta di un fenomeno del tutto naturale in un’epoca in cui le immagini possono essere facilmente reperite, copia-incollate e certo anche deformate? Difficile rispondere, soprattutto se non ci si accontenta dell’idea, col tempo diventata una specie di luogo comune, per cui vivremmo in una cultura dominata dalle immagini, in cui il codice visivo verrebbe prima di ogni altro.   Per...

Oscar al miglior film internazionale / Vinterberg. Bere per non dimenticare

A Thomas Vinterberg i quarantacinque secondi concessi ai vincitori per il loro discorso di ringraziamento non sarebbero bastati. Per sua fortuna, ha vinto il Premio Oscar al miglior film internazionale in un anno molto particolare. Quanti hanno deciso di partecipare di persona alla cerimonia nonostante le difficoltà logistiche e sanitarie sono stati premiati con una maggiore libertà di gestire il tempo a disposizione sul palco, senza temere l'implacabile aumento di volume della musica a coprire le loro voci. Il regista danese si è trattenuto per ben quattro minuti: un'eternità per i rigidi tempi televisivi e il peggiore degli incubi per i produttori dello spettacolo. Ma aveva un ottimo motivo per farlo.    Il suo ultimo film Un altro giro ha ottenuto il premio più prestigioso al termine di un lungo percorso che lo aveva visto selezionato per l'edizione di Cannes del maggio 2020 cancellata a causa della pandemia, partecipare a tutti i principali festival dell'autunno scorso (era anche nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma) e vincere altri importanti premi, tra cui risalta il trionfo agli European Film Awards. Vinterberg, nelle varie occasioni in...

Quarant’anni dopo / García Márquez: i segreti dietro la morte annunciata

La mattina del 22 gennaio di settant'anni fa, nel 1951, gli abitanti di un paesino remoto dei Caraibi colombiani, chiamato Sucre, furono svegliati dal trambusto di un crimine fratricida. Víctor e Joaquín Chica Salas avevano appena accoltellato il loro amico Cayetano Gentile Chimento, per vendicare il disonore della sorella Margarita, restituita alla famiglia dallo sposo, Miguel Reyes Palencia, dopo che aveva scoperto che lei non era vergine durante la prima notte di nozze. Terrorizzata dalle percosse dello sposo e dalla furia dei fratelli, Margarita aveva confermato la voce che girava in paese fin dai tempi del suo fidanzamento con Cayetano, cinque anni prima: i due avevano avuto rapporti sessuali. Margarita stava ancora piangendo nella casa di famiglia, quando le diedero l'inconcepibile notizia che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.   Fu considerato delitto d'onore, come previsto dal codice feudale che vigeva nella regione e quindi dalla Giustiza, che dichiarò infine innocenti i fratelli Chica Salas, perché avevano agito “mossi da intensa ira e dolore”. L'omicidio, inoltre, era all'ordine del giorno in quella sanguinosa metà del secolo che è tuttora ricordata con l'...

Verso Paradiso / La gloria di Colui che tutto move

L’attacco di Dante nella sua terza cantica è gerarchico fin dal primo verso, e non potrebbe esserci esordio meno congeniale alla mentalità degli odierni lettori del Paradiso. Il medioevo è dominato dalla nozione di gerarchia, in senso teologico e angelologico, ontologico e cosmologico, assiologico e morale, fino all’ordinamento sociale che della gerarchia celeste dovrebbe essere lo specchio, partendo dalle due massime autorità cristiane che ne costituiscono il vertice in terra, la Chiesa e l’Impero. Il problema per noi è che il nostro mondo si è formato insorgendo contro questa gerarchizzazione della realtà, ricondotta a ragioni oppressive che la modernità si è fatta un dovere di demistificare e distruggere in nome di un’orizzontalità liberatoria, di un immanentismo in cui non esiste nulla di sovraordinato all’umano. Sulla base di queste premesse, il Paradiso dantesco sembra fatto apposta per suscitare i fraintendimenti del pubblico di oltre sette secoli dopo. Certo, noi sappiamo che la mentalità medievale è gerarchica, e siamo pronti a ricondurre questo dato storico agli aspetti estetici della terza cantica, che possiamo ammirare già nell’incipit, col suo vivido luminismo che...

Gustavo Zagrebelsky, La giustizia come professione

Non vi è giorno in cui le cronache e le riflessioni non si occupino della Giustizia, tra processi, malfunzionamenti, aspirazioni, critiche. E questo avviene comprensibilmente in quanto, oltre ad essere formalmente un potere dello Stato, è una macchina onnivora che colpisce con lo strumento dei processi, demolisce le traiettorie di cittadini, compensa le vittime, mostra le devianze, ne ipotizza il superamento. È una macchina che ha i caratteri dell’azienda in quanto gestisce uomini, siano essi magistrati o personale di supporto, spende denari, richiede spazi, fornisce servizi pubblici, con l’anomalia curiosa e poco trattata di non rendere conto a nessuno del proprio operato salvo in termini statistici e dei propri investimenti finanziari nei processi. Colpire la criminalità non ha prezzo, si osserva, e quindi diventa urticante e indisponente cercare di sapere ‘quanto costa’ la giustizia e quale sia la sua economia. Soprattutto quella penale tra intercettazioni telefoniche e perizie spesso naufragate. Del resto quella giustizia è gestita da professionisti, siano essi dipendenti come magistrati o assistenti vari, siano essi indipendenti come avvocati che svolgono una professione per...

Frédéric Pajak / Sotto il cielo di Parigi con Nadja, Breton, Benjamin

Il Manifesto incerto di Pajak, recente vincitore del premio di saggistica Città delle Rose, sono due volumi di luce, storia, poesia, disegni e biografie. Le sue pagine di bella carta accolgono una straordinaria sequenza di sguardi su Parigi e sul mondo, accostando con potenza le voci e i punti di vista dei grandi personaggi che l’hanno abitata – con particolare indugio su Walter Benjamin e André Breton – e di altri uomini qualunque, compreso l’autore, che si affaccia alla sua stessa storia con fare dimesso e visionario.   Un brevissimo racconto della genesi del libro arriva in testa al secondo tomo: Pajak dice che il suo lavoro è durato una vita, è iniziato quando era soltanto un ragazzo, a meno di sedici anni di età, ma allora c’era un problema. «Il libro muore ogni giorno», dice Frédéric. Devono passare mesi e mesi perché, come un fiume carsico, il pensiero del Manifesto riemerga, si dipani, riesca a prendersi uno spazio visibile e placido sulla superficie del foglio. È questo genere di incertezza, quella del fiume carsico, che il libro di schizzi e parole esprime così solennemente. E, dopo tanto scavo, dopo tanta rincorsa nelle tenebre, il libro fiume riaffiora dopo che...

Un volume di disegni / Mattotti: castelli senza parole

A cosa servono i capitoli? A niente. I paragrafi? Idem. Gli a capo? E gli indici? E le note? E i numeri di pagina? Le prefazioni? Le postfazioni? A niente, non servono a un bel niente, solo per fare scena, decoro, ordine. Se gli artisti (tutti, poeti compresi) potessero liberarsi dei materiali di riempimento e delle convenzioni si otterrebbero risultati sorprendenti. Usare soltanto quello che serve e niente più, dire soltanto quel che si ha da dire e nient’altro. Del resto lo spiegava già Aristotele: ciò che si può togliere e mettere senza che niente cambi deve essere tolto. Semplice? No, quasi impossibile. Lorenzo Mattotti invece frequenta da tempo quest’arte essenziale. Basti ricordare Linea fragile, il libro della linea sottile, in continuo equilibrio con il bianco delle pagine, un segno veloce come un’apparizione. Non voglio però che questo libro resti schiacciato da mezzo secolo di carriera pirotecnica. Conosco Mattotti da molti anni. Recensii tra i primi un suo tenero fumetto: Tram Tram Rock. Abitavamo a Bologna nello stesso quartiere ma ci siamo conosciuti a Parigi, da decenni sua città d’adozione. Anche lui figlio di un militare (ben più graduato di mio padre) il nostro è...

Carteggio 1930-1970 / Caro Bonsanti, tuo Gadda

“Povera e cara mamma” è formula ricorrente nelle lettere spedite ai propri cari negli anni di guerra. A lei Gadda chiede di perdonare gli scatti di nervi, i “momenti poco sereni”, in parte motivati anche dalla sotterranea rivalità tra i due fratelli, dall’accusa non tanto velata che la madre preferisca Enrico, così vitale e gioioso rispetto all’ombroso “figlio difettivo”, dirà la Cognizione del dolore. Adele Lehr è una donna colta, poliglotta e di tempra decisa, fiduciosa nell’etica lombarda del lavoro, la cui risolutezza poteva facilmente trasformarsi in intransigenza. Il “diniego oltraggioso” che il mondo e il destino oppongono a Gadda (e ai suoi alter ego romanzati) ha la sua matrice nel mancato affetto dei genitori, nella “sadica” disciplina educativa che gli è stata inflitta. Al bambino a cui i parentes non hanno sorriso – “cui non risere parentes”, secondo la chiusa virgiliana del saggio Dalle specchiere dei laghi (nella raccolta Gli anni, 1943) – non sarà concesso di gustare le gioie della vita. Già in una lettera del maggio del ’17 si delinea uno dei motivi che renderanno sempre più acuto il conflitto con la madre: Carlo Emilio invoca l’opportunità di contenere le spese...

Una scrittrice palestinese / Adania Shibli, una storia di violenza dissepolta

Che cos’è un “dettaglio minore”? In psicoanalisi è ciò che può schiudere l’universo dell’inconscio individuale, la feritoia da cui entra la lama di luce, il punto d’accesso al non dicibile.   In storia, come affermava la narratrice e storica algerina Assia Djebar, è proprio il dettaglio minore a rivelare, riportandolo alla coscienza, l’ineffabile, il rimosso, ciò che è stato sepolto per sempre. Djebar parlava del lutto delle donne algerine, murate nel sudario del silenzio e di un’amnesia imposta e autoimposta. Per loro il dettaglio minore poteva essere un cucchiaino di latta ritrovato nella cenere di un bivacco del maquis. Quel cucchiaino, veicolo materiale di una memoria affettiva soffocata e tuttavia non spenta, poteva fare da esca al ricordo, all’espressione del lutto, al pianto, al dolore che, verbalizzato, libera e restituisce il respiro.   Nella critica d’arte il dettaglio minore, il nonnulla che sfugge all’osservazione perché apparentemente insignificante, è quello che permette di distinguere il falso dall’originale, la copia dal quadro autentico. L’evidenza, in altre parole, tradisce la verità, distrae, distoglie, semplifica invitando lo sguardo a posarsi qui e...

Un libro di James Nestor / L’arte di respirare

Forse qualche anno fa un libro con un titolo asciutto come L’arte di respirare non avrebbe fatto scalpore negli USA e non sarebbe nemmeno stato tradotto in trenta lingue nel giro di tre mesi. Per mancanza di attualità, il libro del giornalista James Nestor sarebbe probabilmente rimasto un gioiello di nicchia. C’è voluta una pandemia, che ha tolto il fiato a miliardi di persone, per rendere pubblico un dato: qualcosa di così essenziale nella nostra vita come il respiro ci mancava già da prima, e da molto tempo. Già dall’età di quattro, cinque anni respiriamo in modo contratto e adrenalinico, come se stessimo lottando continuamente contro qualcosa. E se durante la pandemia chi se lo poteva permettere ha iniziato a osservare alcune delle proprie abitudini corporee, ora nella fase post-pandemica siamo di nuovo persi. Nel soggiorno riempito di piante esotiche continuiamo a fare i pendolari tra smart e non-smart-work, e abbiamo già dimenticato la pasta-madre nel frigo. Non l’abbiamo più nutrita ogni giorno e si è sciupata, l’aria non la gonfia più. E anche nei nostri polmoni ne entra poca di aria; respiriamo con solo il trenta per cento del loro potenziale. Tratteniamo il respiro senza...

Un libro di Guido Tonelli / Il sogno di uccidere il tempo

Niente potrebbe essere più rivelatore del contrasto tra la concretezza di un cavatore di marmo delle Apuane e l’ardire di uno scienziato che cerca di cattura il più effimero dei problemi scientifici: la natura del tempo. In Tempo, Il sogno di uccidere Chrónos (Feltrinelli, 2021), sorprendentemente, Guido Tonelli riesce nell’impresa. Non è un caso. Infatti l’autore non è un solo un teorico, ma un fisico sperimentale che ha contribuito alla scoperta del bosone di Higgs al CERN di Ginevra. Grazie a questo percorso (e forse chissà alle sue radici), nel suo nuovo volume, la tensione tra empirico e teorico attraversa ogni pagina.  Il tema del tempo, si sa, è quanto mai sfuggevole, almeno come gli istanti di cui è fatta la nostra esistenza. Ogni momento, infatti, esiste solo nella misura in cui sta già scomparendo nel passato. Vivere è un po’ morire e la cifra del nostro esistere non è altro che, ovviamente, il divenire, che a sua volta implica il cambiamento. Che cosa sappiamo oggi del tempo? Siamo riusciti a scoprirne la natura? In breve, posso anticipare che la risposta è rimasta in gran parte negativa. Il tempo ha cambiato molte volte struttura ma continua a eludere filosofi e...