Il tuo due per mille a doppiozero

Cani dell’Antropocene

C’è da sempre qualcosa di disturbante nella vulgata del cane miglior amico dell’uomo, compagno fedele, guardiano delle greggi. Il disturbo non viene solo dal bisogno tutto occidentale di incollare stereotipi caratteriali e patenti identitarie esopiche agli animali che accompagnano la nostra psiche da migliaia di anni, il disturbo viene dal perenne addomesticamento del perturbante selvatico, una presa di possesso che ripete perfino in un innocente post su Facebook il gesto neolitico del padre-padrone che posa la mano su persone, animali e cose per dire “è mio”. Così i gatti sono l’anarchia domestica, il leone accarezzabile di Hugo, l’alieno incoercibile che spregia gli umani, mentre i cani sono i maggiordomi delle nostre vite, buoni come il pane bianco, la vittoria definitiva della luce della civiltà sulle tenebre della preistoria e degli istinti. E se alcuni meme di cani forzuti ed eroici che sbeffeggiano botoli irrisori evocano un prima di autarchia e fierezza della specie, è solo per dire che ormai abbiamo accettato in via definitiva i tempi nuovi, quelli delle varietà rachitiche infiocchettate di rosa, delle feste di compleanno canine con dolcetti all’anatra costosissimi, dei cuccioloni adorabili che leccano il nasino di bebè bianchi.

 

Ora, anche in questa sezione assai sottile dell’immaginario collettivo, l’Antropocene è sceso però come un fendente verticale, spostando gli equilibri verso una generale penetrazione del rewilding nel quotidiano domestico e riesumando i “cani dell’ombra” per proiettarli nel futuro incerto che ci attende. Prima di correre a testa bassa nei mondi distopici dove i cani abbaiano per pagine e pagine di romanzo o che incarnano come il rabbioso Cujo il terrore di un peloso Cthulhu incistato nella casa del Mulino Bianco, è necessario ripetere ancora una volta una nota di metodo: l’immaginario collettivo dell’Antropocene non va letto per forza nella presenza di mostri e demoni dai colori ipersaturi, non si annida necessariamente negli archetipi junghiani ottenuti saccheggiando con reti a strascico i fondali del mito. È molto più fertile, invece, fondare una traceologia dell’Antropocene partendo da alcuni snodi antropologici sensibili, degli shift culturali mancati in cui si è visto lampeggiare un bivio, una possibilità alternativa, e invece si è scelto di tornare nella comfort zone della norma. Questi eventi immaginativi interrotti sono scenari di incertezza cognitiva che risuonano con violenza nel nostro presente, se il nostro presente è, come alcuni pensano, una casa in fiamme.

 

 

Prendo allora tre episodi-chiave ma li uso solo come spunto, senza la comica pretesa di racchiudere lo scibile canino “altro” in un longform pieno di titoli e fumo. Sono convinto infatti che una pratica di ricerca e di analisi delle tracce antropoceniche debba contenere in sé delle istruzioni per l’uso, in modo che chiunque, una volta stimolato, continui il cammino da sé. Mi limito quindi a tre casi di studio tra i più eloquenti: la coevoluzione tra uomini e lupi nella preistoria, la confusione tra lupo e cane tra i Nativi del Nord America, e i perros de sangre dei Conquistadores del XVI secolo. La bibliografia sul primo addomesticamento del cane si è infittita proprio negli ultimi anni, segno di un progresso negli studi paleontologici e genetici ma anche di un interesse sbilanciato sulla frontiera incerta tra presente culturale e passato biologico. Detto altrimenti, è come se stessimo cercando nei cani di adesso qualcosa di diverso e di antico, di primordiale o primario. L’aspetto importante non è tanto arretrare nella datazione della prima domesticazione riferendoci a casi incerti che rimontano a circa 35.000 anni fa, quando lupi del pleistocene, lupi moderni e cani hanno preso piste genetiche autonome, o casi indiscutibili, come il primo cane geneticamente moderno seppellito con un umano a Bonn-Oberkassel 14.200 anni fa.

 

Il punto, invece, è comprendere che si è trattato di un addomesticamento reciproco, con canidi che cominciarono a interessarsi in modo opportunistico alle attività di caccia e ai rifiuti degli umani, e umani che imitarono i canidi nell’allestimento tecnico e culturale delle proprie strategie di caccia. Questo commercio, prima a distanza e poi sempre più stretto, alterando la nicchia ecologica di entrambi, avrebbe modificato il fenotipo dei canidi da un lato e i comportamenti sociali degli umani dall’altro. Se insomma il “dove” e il “quando” sono un rizoma sempre più intricato di dati paleontologici, la paletnologia del cane evoca fantasmi culturali completamente diversi, come la socializzazione uomo-animale, l’opportunismo alimentare reciproco, la natura gregaria e cooperativa, la plasticità cognitiva, il ruolo dell’epigenetica. Ciò di cui si è persa consapevolezza, però – e che dal Neolitico in poi è stato un vero punto cieco mentale –, è che il cane non solo è stato il primo animale domestico ma, per millenni fino all’arrivo del gatto nel Neolitico, è stato l’unico carnivoro tollerato nella cerchia umana ristretta.

 

 

Mentre insomma Felis silvestris lybica fu attirato dai roditori che erano attirati a loro volta dai granai dei nuovi agricoltori, Canis canis, già durante il massimo glaciale del Pleistocene, era un compagno di caccia in grado di inseguire e uccidere. Questo aspetto perturbante, nonostante il monito subito censurato e vendicato che viene da qualche tragico episodio di cronaca in cui un umano, magari un bambino, viene sbranato dal beniamino di casa, è il vero grumo sommerso della relazione tra uomini e cani. E l’ossessione culturale per il lupo, il fatto di attribuirgli tutte le tenebre, la caccia senza quartiere che lo bersaglia ancora oggi, sono il bilanciere narrativo-strutturale che aiuta la società moderna a esorcizzare il potenziale assassino che ospitiamo sul divano di casa.

 

Il passaggio dal cane “alleato violento” al cane “sorvegliante di beni” è una tipica parabola neolitica, ed è appunto a quell’altezza cronologico-culturale che possiamo ascrivere la nascita degli archetipi, dei cliché e dell’iconologia canina dominanti in Occidente. Ma, come ovvio, per il bisogno sempre strutturale di rafforzare la norma attraverso l’eccezione, il cane diurno non si è mai liberato completamente della sua ombra notturna, tenuta proprio così sotto controllo, ascritta per lo più alla dimensione mostruosa e demoniaca, rinarrata e disinnescata in maniera ideologica. Ancora una volta, invece, per smarcarsi da un immaginario stereotipato e probabilmente colonizzato dai bisogni di affermazione gerarchica di quella società neolitico-patriarcale che è tutt’ora la nostra, si può provare a guardare al di là dello steccato eurocentrico e cercare vie di uscita immaginifiche nelle cosiddette culture di interesse etnografico. In Nord America, ad esempio, molte narrazioni indigene rappresentano il lupo come uno spirito benigno e creatore, insegnante cinegetico e guaritore, mentre il coyote, suo fratello minore, è il trickster che può togliere e distruggere. L’elemento interessante, qui, è che il confine tra lupi e cani è sistematicamente eroso, per delineare una fascia mediana dove la trasformazione, la soglia, lo slittamento ontologico sono potenti ed essenziali quasi quanto le zone di confusione tra animali e umani in Occidente.

 

 

La natura multistabile del canide nelle culture native del Nord America è però un effetto di riflusso, una reazione culturale all’incontro con l’uomo bianco, la conseguenza di ritorno dell’euro-bias dei primi coloni che, arrivando nel Nuovo Mondo, vedendo grossi canidi a fianco dei Nativi, li interpretarono necessariamente come cani domestici, usando un filtro percettivo-culturale che escludeva ogni alternativa, quando in realtà quelle bestie, almeno nella fase del First Contact, erano lupi a tutti gli effetti. Sono molti i documenti storiografici ed etnografici che ci informano che i canidi che accompagnavano Cheyenne, Lakota, Shoshone non abbaiavano mai, ululavano, ma quando gli Europei dovevano chiamarli nella propria lingua utilizzavano il termine “cane” perché li vedevano agire in un contesto culturalizzato, creando una confusione terminologica che alla fine fu adottata dagli stessi Nativi. Da un lato, insomma, i coloni vedevano lupi ma pensavano cani, udivano “lupo” in lingua locale ma traducevano “cane” nella propria, dall’altro i Nativi cominciarono a usare il termine “lupo” e il termine “cane” in modo interscambiabile perché per loro i cani europei erano varianti insolite dei lupi americani. Da questo giardino dei fraintendimenti tassonomici sono nate narrazioni fertili, l’ultima delle quali, e la più nota, ci viene da Jack London, ma anche in questo caso la lezione di metodo è quella di una coevoluzione, questa volta linguistica, narrativa e culturale, tra Nativi ed Europei, uno snodo che illumina nei due sensi quella che potremmo chiamare un’antropologia canina.

 

Un terzo caso di coevoluzione, questa volta cognitiva, è quello dei “cani dei bianchi”: un fattorino nero, un giardiniere nero, un amico nero imbocca il vialetto di casa, tu hai votato Bernie Sanders e sei la persona meno razzista del mondo, ma il tuo cane comincia ad abbaiare furiosamente facendoti sprofondare nell’imbarazzo. Per quanto la storia dell’uso dei negro dogs da parte dei bianchi durante la schiavitù americana abbia percorsi precisi che sono utili per definire la declinazione forse più estrema del modello neolitico-agricolo-patriarcale, il caso dei cani “razzisti” nella middle class americana racconta una storia un po’ diversa. Si tratta a tutti gli effetti di imprinting, di condizionamento cognitivo: anche se il padrone è in un percorso culturale, razionale, politico di attenzione estrema per le questioni etniche e razziali, il suo corpo può “ancora” comunicare all’animale, con l’odore della pelle e la temperatura, un messaggio abbastanza diverso, forse di inquietudine inconscia, di leggero fastidio irrazionale, di dubbio o disagio per una qualche ragione, e il cane, che percepisce istintivamente questo double bind, fa quello che sa fare meglio, cioè difendere il branco.

 

 

E se la cosa non è episodica ma si ripete in modo sistematico, bisogna pensare che il cane sia cresciuto in un certo contesto white-oriented e che il padrone non abbia mai pensato di intervenire per rettificare il comportamento dell’animale. Dunque siamo in presenza di un’etnicizzazione inconscia del cane, un meccanismo che può diventare anche consapevole e deliberato. Josh Doble, nel 2020, ha studiato il fenomeno a proposito delle enclave bianche in Kenya e Zambia o dei suprematisti bianchi in Rodesia e Sud Africa, e le sue conclusioni ci aiutano a capire come l’addestramento dei cani dei proprietari di piantagioni schiaviste tra Sette e Ottocento o dei cani di guerra dei Conquistadores fosse un vero e proprio tool coloniale affilato con determinazione. I perros de sangre erano mastini di media taglia dal pelo fulvo e la testa nera, oppure alani e levrieri, che venivano addestrati non solo a uccidere gli indios ma a sbranarli, per questo erano sistematicamente nutriti con carne umana che veniva venduta a pezzi sui banchi come scarti di macelleria per animali. Becerillo, Leocillo, Bruto, Amadigi furono cani di guerra quasi epici, personaggi cavallereschi dotati di armatura, morti in battaglia, temuti dagli indios come esseri soprannaturali. Durante il suo ultimo scontro Becerillo «mordeva a destra e a manca, furiosamente. Sembrava un drago mitologico, più tremendo di Cerbero, il guardiano delle porte dell’inferno e del palazzo di Plutone», ci racconta Cayetano Coll y Toste nella Colección de leyendas de Puerto Rico.

 

Quando il cane morì per le ferite, venne sepolto in un luogo segreto per far credere ai Nativi che fosse ancora vivo. La cosa da notare qui è che l’etnicizzazione non è mai a senso unico, dal padrone al cane, ma esiste una specie di effetto-specchio della percezione, una reversibilità che ribalta il vettore cognitivo dal cane al padrone. Becerillo semina a tal punto il terrore tra i nemici da convincere gli Spagnoli a trasformarlo in un personaggio leggendario della Conquista, quando invece era solo un predatore che obbediva a Pavlov. Carlee Beth Wawkins e Alexia Jo Vandiver, in uno studio del 2019, hanno mostrato che non solo l’umano può trasmettere al cane i propri bias, ma che questi stessi bias possono spingere il padrone a interpretare in modo selettivo il comportamento del proprio cane: ci sono cani razzisti ma ci sono anche padroni che per paura di avere un cane razzista sono portati a leggere a senso unico ogni comportamento anomalo dell’animale in presenza di un non-bianco. Il problema dell’identità etnica, come bias indotto e percepito, si estende quindi alla sfera animale, mostrando come il campionario esopico e tutta la zoologia intuitiva del sé siano una grossolana approssimazione. 

 

Coevoluzione genetica, coevoluzione culturale, coevoluzione cognitiva. In che modo queste informazioni tra evoluzionismo, etnografia ed etologia ci offrono degli indizi per leggere il lavorio dell’Antropocene sul nostro immaginario? Dalle bande di feral dogs che mietono vittime nelle bidonville ai cani-scaccia-neri degli Afrikaneer, dagli akita dei samurai fino all’uso delle unità cinefile della polizia statunitense come deterrente contro gli Afroamericani, il canide predatore, potenziale assassino e antropofago, è uno spettro double face: controllo e scatenamento della wildnis, organizzazione e massacro, wonder & warre. In un’epoca in cui il collasso del multiverso non risparmia nemmeno gli angoli ciechi, in una zona cognitiva crepuscolare che non a caso i francesi dicono entre le chien et le loup, il cane, più di qualunque altro animale domestico sembra carico di un destino antropocenico. Non solo quello dei doberman zombie nella saga di Resident Evil o in I Am Legend (2007) ma anche quello di Equilibrium (2002), dove tutti i cani verranno soppressi perché capaci di catalizzare le emozioni che la nuova società del Padre ha deciso di eradicare, oppure come nella rivolta dei cani in White God (2015).

 

 

Le carrellate iconiche sono simpatiche ma quello che serve è un paradigma orientativo-operativo: che cosa dobbiamo aspettarci, al di là delle possibili declinazioni, dall’immaginario del cane nei tempi che ci attendono? Incerto sull’efficacia delle capsule di cianuro con cui avrebbe dovuto suicidarsi, Hitler le fece testare sull’amatissima Blondi, il suo pastore tedesco femmina, e poi diede l’ordine di ucciderne i cuccioli, destino condiviso da tutti gli altri cani nel Führerbunker. Potremmo partire da qui: cani come offerte sacrificali nella tomba ipogea di un capo che si chiamava Nobile-Lupo e volontà di potenza che si compie nell’annientamento di ogni estensione di vita.

 

In Bestiario nazista. Gli animali del Terzo Reich (Bollati Boringhieri 2021) Jan Mohnhaupt ci spiega ad esempio che il lupo, per il nazionalsocialismo, era una specie di principio totemico ma, senza scomodare Lévi-Strauss, si può dire che tra strumento di etnicizzazione e ingranaggio razzista coloniale, tra totemismo identitario pop e alterità animale per rafforzare un bias, i canidi sono stati un humus spontaneo per fioriture narrative multistabili. Non è assurdo pensare allora che sarà così anche in futuro, ad esempio nel passaggio imminente dal suprematismo bianco al suprematismo climatico, o nell’estinzionismo programmato delle specie “inutili”. Quello che insomma non dobbiamo fare è lasciarci distrarre dalle vecchie-nuove distopie letterarie e televisive e andare invece all’origine del meccanismo profondo: il canide, in quanto carnivoro predatore che ha socializzato con gli umani e che più di ogni altro animale è stato umanizzato, si trova al centro di una zona critica in cui i termini che possono definirlo, Tame (domato), Feral (inselvatichito), Wild (selvaggio) e Domestic (domestico) formano, se vogliamo, un quadrato semiotico altamente produttivo. Se insomma gli spettri oscuri del potere e del collasso continueranno a crescere, ci saranno sempre dei cani a leccarne le dita d’ombra.

 

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