Il Principe nero e gli insetti

Il fondamento della ricerca di Raniero Alliata in merito alle variazioni specifiche è contenuto nel Carteggio parzialmente riprodotto nell’omonima sezione del catalogo Gli insetti del Principe, forse la più interessante dal punto di vista della connessione tra metodo scientifico e filosofia. L’antologia dei quaderni e degli appunti mostra il sunto del suo modus operandi. Gli insetti rappresentano un esempio emblematico di variabilità di forme naturali: il Principe, come in una partita a scacchi, collocherebbe i vari disegni come “pezzi” nell’ordine tassonomico che gli è proprio, all’interno del quale certe mosse non sono consentite. Il catalogo presenta un vasto inventario, seppur parziale, di tante pregevoli grafiche dal tratto nitido, schizzi sull’anatomia degli insetti, sugli ornamenti, le palmette e i fregi curiosamente intervallati da calcoli matematici, progetti, diagrammi e schemi pazientemente trascritti dal Principe sopra album, quaderni ingialliti dal tempo, artigianali bloc notes ma spesso anche su carte e cartoncini di recupero, sul retro di pacchetti di sigarette, biglietti o ricevute di pagamento.

 

Il desiderio che animò Alliata nell’edificare la sua ciclopica collezione e il corrispettivo apparato di note e istruzioni fu forse quello, se non di sfidare il caso, almeno di comprendere – nei limiti del possibile e per ogni specie in base alla mutazione degli elementi soggetti a variazione – la curva di variazione, “conglobante le varie combinazioni dalle più semplici alle più complesse. E quindi le forme dalle più comuni alle più accidentali”. Il fulcro della sua curiosità e dei suoi sforzi sistematici si concentrò nella catalogazione della varietà dei tratti individuali, inquadrati nel perimetro della forma specifica, ma anche nell’identificare le gradazioni intermedie tra gli estremi di disegno e colore, indagandone le cause materiali. Come testimoniano la maggior parte delle teche della collezione, il Principe era attratto da specie con disegni complessi e scomponibili in multipli elementi, delle quali indagava la frequenza delle combinazioni indotte da fattori ambientali. Studiò quindi a fondo le mutazioni, l’evoluzione della forma, il repertorio di campioni e l’analisi dei disegni e delle forme esteriori del disegno alare o delle elitre. Ma più che a cause climatiche, di shock termico, faceva risalire tale variabilità morfologica a fenomeni di natura “traumatica” dovuti a scosse, disturbi, contingenze avvenute durante il periodo ninfale o durante le mute. Negli appunti nota come le protuberanze, i rilevi careniformi, le depressioni nella scultura influenzino il decorso degli elementi del disegno, seguendo quella che chiamò una predilezione “orografica”, nella quale i colori scuri tendono a concentrarsi nelle depressioni.

 

L’indagine della continuità, condotta secondo uno spirito combinatorio, quasi cabalistico – al limite con la negromanzia – diventa esplicita nella riflessione giustamente antologizzata e posta in evidenza nel libro: “tanti elementi nel disegno, […] con uno sguardo al triangolo di Tartaglia, tante combinazioni”. Per comprendere meglio un aspetto di tale inclinazione del carattere, è bene ricordare come da giovane Alliata fosse stato un fervente ammiratore di Pitagora e non aveva certo dimenticato anche in tarda età la suggestione dell’aritmosofia e delle sue possibilità applicative anche in campo entomologico. Regolarità numerica e geometrica che però non s’inverano nella realtà dei fatti dove troppi elementi morfologici non si combinano con altri a creare l’auspicata continuità, sinonimo di perfezione divina (che, per definizione, resta irraggiungibile). La collezione dovette risultargli per questo motivo sempre incompleta e chissà quali sofisticate smanie combinatorie dovettero animarlo durante tutta la lunga esistenza. Ma, come ogni collezionista, dovette per certo rinunciare all’idea di completezza, che non è altro che un modo per rappresentare quantitativamente la perfezione. Forse proprio come sfida alle discontinuità riscontrate in natura redasse quindi le innumerevoli e dettagliatissime schede grafiche sulla disposizione delle macchie o del disegno per le singole specie studiate, in una sorta di gioco enigmistico per trovare i punti di continuità nell’imperscrutabile disegno complessivo della realtà fenomenica.

 

In un altro passo cruciale del Carteggio, a proposito del metodo usato, Alliata fa riferimento alla “eterotelia” che definisce come variazione di forma del capo e arti, statura, colorazione cui è sottoposta ogni singola specie. Il termine non sembra trovare però corrispondenze etimologiche in campo biologico: risulta infatti essere stato coniato da Jules Monnerot (1908-1995) sociologo e giornalista francese che fece parte, assieme a Georges Bataille e Roger Caillois, del Collège de sociologie, collaboratore della rivista “Acéphale” (inizialmente vicino al surrealismo e al comunismo ma infine prossimo all’estrema destra francese) che lo usò in ambito storicistico per designare “i risultati che divergono dalle intenzioni del soggetto agente” come sinonimo di “eterogenesi dei fini”. La ricorrenza del lemma nel Carteggio meriterebbe un approfondimento filologico e varrebbe la pena indagare il modo in cui viene utilizzato anche in altri appunti inediti: le variazioni specifiche potrebbero essere, nel sistema di pensiero di Alliata, divergenze rispetto alle intenzioni del “soggetto agente” – da intendere come il Disegno Divino insito nella Natura – nel senso ilozoista e, soprattutto, monista, dato da Ernst Haekel – secondo cui la vita biologica e spirituale sono entrambe proprietà intrinseche della materia, una forma reazionaria d’interpretazione dell’evoluzione in senso finalista. Ma altro, a causa delle scarse testimonianze, non è lecito ipotizzare.

 

Il libro, nell’apposito capitolo dedicato alla descrizione materiale della raccolta, passa poi in rassegna tutte le tipologie di materiale e le specie custodite dal Museo. Vengono presentate le scatole più belle e meglio allestite per ogni Famiglia e Ordine, corredate dai corrispettivi disegni dei taccuini. Dopo una carrellata di foto delle teche e dei taccuini, segue infatti il Catalogo tassonomico completo. Il metodo dell’indagine sistematica basata sull’esame dei caratteri morfologici esterni risalta come fondamentale dalle testimonianze ed è anche ciò che fa fremere d’entusiasmo lo studioso (e soprattutto il collezionista) già dedito all’entomologia. Come si colleghi il disegno delle elitre col corsaletto, il pronoto e il capo, come il disegno si adatti alla superficie con omologie date dalla superficie e dalla simmetria dell’asse mediano dell’individuo: il catalogo ha il pregio di porre in evidenza come la ricerca di Alliata fosse alimentata dall’appassionante idea di rendere quanto più possibile evidente la concatenazione tra le varie forme. Il tentativo di realizzare formule, astrarre delle regole per ottenere una norma universale, una chiave dicotomica che armonizzasse le differenze in un continuo correlato di relazioni, riassorbendo nel disegno globale anche gli scarti (appunto le “eterotelie”). 

 

Alliata preferiva chiamare le forme col nome di “varianti” – come in un gioco di scacchi – invece del diffuso lemma scientifico “aberrazioni”, comprendendo anche sfumature minime altrimenti non contemplate. In particolare, il suo metodo d’analisi delle macchie e dei disegni che gl’insetti portano inscritti sul corpo si basava su d’una numerazione progressiva a seconda della dominanza dello sfondo chiaro oppure scuro (secondo una scala che venne teorizzata dall’entomologo Reitter) laddove l’opportunità di battezzare la variante è soggettiva, mentre l’assoluta identità matematica tra individui è categoricamente esclusa. Tale esclusione d’una identità tra individui, tutti irriducibilmente diversi, potrebbe avere come substrato la filosofia di Gottfried Wilhelm von Leibniz il quale teorizzava analoga cosa per le monadi. L’interesse per le variazioni infraspecifiche diventa, nel sistema di Alliata, la prova della contiguità armonica operante nel mondo espressa dalla celebre frase del filosofo tedesco che amava ripetere: Natura non facit saltus

 

Forse il “salto” più traumatico, la discontinuità cui Alliata fa riferimento – come testimoniato nel necrologio di Attilio Carapezza su “Il Naturalista Siciliano” – fu quello tra l’ambiente tradizionale della civiltà contadina e quello della società meccanizzata “della plastica” e del cemento che assediava il parco del suo castello. In senso psicanalitico la raccolta d’insetti potrebbe essere intesta quindi come risarcimento che il Principe si prese quale ricomposizione di un presupposto equilibrio naturale archetipico violato dalla società industriale. L’esperimento entomologico di meditazione sulle forme degli insetti avrebbe potuto, almeno nelle intenzioni, risarcire in maniera taumaturgica la scissione di una società che negli anni dello sviluppo economico e della speculazione edilizia stava tagliando sistematicamente i rapporti tra uomo e natura, distruggendo gli ecosistemi, la continuità armonica tra i singoli elementi. 

 

Forse anche per questo Alliata venne conosciuto come il Principe nero o addirittura il “mago nero”, snobistica definizione ideata per allontanare gli ignoranti, pronti ad immaginarlo come “entità cattiva” che usa la magia chiara per piegarla a interessi particolari. Un soggetto appunto cui girare alla larga, nell’interesse stesso del suo misantropico isolamento in difesa di nobili e ormai misconosciuti valori. Fu certamente uno spirito barocco, di quel barocco siciliano laddove il soprannaturale rientra nella storia naturale risvegliando una sensibilità particolare per lo sviluppo della forma. La linea diventa rete, ricciolo, piega e Dio coincide con la Natura – Natura naturata in senso passivo e Natura naturans, in senso attivo, come nell’Etica di Spinoza – per cui la Natura stessa, con le sue leggi e le sue forme, è Dio: all’entomologo non resta che indagare e catalogare le tracce e gli emblemi dell’ordine divino insito nelle cose. Fu Barocco e Presocratico assieme, tanto che Anassagora – la cui entità disincarnata, stando alle testimonianze di Bent Parodi, sarebbe apparsa più di una volta nelle sedute spiritiche in cui fungeva da medium – più di altri filosofi sembra aver influito sul suo ragionamento filosofico.

 

Volendo calcare impressionisticamente la mano sugli aspetti esoterici la villa neogotica dove Alliata si ritirò può essere vista come il “vaso alchemico” delle elucubrazioni entomologiche tese a ricercare – come ogni praticante del Cammino della Mano Destra – la vita eterna assumendo il controllo del mondo naturale con il fine di diventare Dio. Forse, più semplicemente, così come nella filosofia rinascimentale la “magia nera” fu intesa come la parte degli studi spirituali non solo teorici ma anche pratici, sensisti: Alliata potrebbe essere quindi ritenuto a tutti gli effetti un “mago nero” proprio in quanto entomologo, perché usò l’illuminazione spirituale teorica al fine di ritrovarne uno specchio nelle cose terrene del mondo naturale.

 

 

Magia nera anche come ritorno alla dimensione pagana della natura, elogio dionisiaco dei sensi, in opposizione all’estasi ascetica della spiritualità cristiana. È noto come alla base della “stregoneria” vi sarebbero infatti esperienze rituali relitte di tradizioni pagane (culti litici, arborei, delle fonti, ecc.) definite dalla cultura osservante della Chiesa e degli inquisitori come “culto del diavolo”. L’idea della stregoneria come derivazione di culti precedenti dei quali s’è perduta la chiave gnoseologica spiegherebbe alcuni aspetti del modo di compiere ricerche entomologiche per Alliata, da intendere quindi come celebrazione dell’esperienza dei sensi.

 

La magia nera, come sostengono molti dei maghi che si definiscono tali, “non esiste”, non essendo altro che una parziale e semplificata espressione del dogma cabalistico. Ma per dare un’idea più completa del panorama culturale siciliano coevo non è forse superfluo accennare al fatto che nel 1920 l’occultista inglese Aleister Crowley si stabilì a Cefalù e lì instaurò una setta nella comune dell’Abbazia di Thelema, creando di una “religione magica” fondata sulla magia sessuale, prima di essere espulso dal Regno d’Italia (come narrato da Vincenzo Consolo in alcuni dei dodici capitoli del romanzo Nottetempo, casa per casa, Milano, Mondadori, 1992 – premio Strega del 1994). Estremizzando l’interpretazione magica dell’entomologia secondo il metodo del Principe, gl’incantevoli insetti s’allineerebbero nelle teche come le settantadue forme dei sigilli goetici, i demòni evocati da Re Salomone, da lui rinchiusi in un vaso di bronzo sigillato con simboli magici, obbligati a servirlo (e la Goezia dovette essere una pratica conosciuta dal Principe nero che nei momenti di trance si dice fosse dotato di voce lamentevole e gutturale). 

 

Il passo di un manoscritto riprodotto nel volume e contenuto nel Carteggio – in questa prospettiva da leggere quasi come un grimorio – è assai esplicito e dà, tramite la citazione da uno dei padri dell’entomologia italiana, la misura dell’impalcatura filosofica sottostante a questa collezione: “Non posso concludere con più acconce parole queste brevi osservazioni introduttive al mio modesto e prolisso lavoro di quelle già riportate all’inizio citando il maestro Antonio Berlese: cioè che l’individuo e la specie variano di continuo nello spazio e nel tempo, non essendo che momentanei aspetti della materia organizzata vivente e immortale nell’Universo formato da essa materia-energia”. Se interpretiamo quel tratto tra le due parole come nel pensiero dell’Ilozoismo, materia e pensiero sono un’unica sostanza vitale, inscindibili; come pure nella psicosofia di Rudolf Joseph Lorenz Steiner, esoterista e teosofo austriaco che concepì la realtà universale come una manifestazione spirituale in continua evoluzione e che può essere compresa tramite l’osservazione animica, una sorta di chiaroveggenza. Lo spiritismo di Allan Kardec d’altra parte era divenuto in quegli stessi anni di metà Novecento quasi un gioco di società nei circoli della nobiltà palermitana.

 

La forza di Proteo si manifesta all’interno dello schema della collezione: non è inutile sottolineare come il catalogo ponga in evidenza l’importanza dello studio che Alliata compì sulle varianti morfologiche degli insetti, in quanto rivela il denominatore comune che sta sotto l’apparenza. Il mosaico di forme che egli ritrae nelle tavole, la perizia ossessiva con cui annota le variazioni specifiche, le forme della natura ripetono “questo sei tu!” (il tat twam asi dell’induismo vedico, citato da Schopenhauer), il principium individuationis e, al contempo, la comune origine metafisica di tutti i viventi. L’entomologo si specchia oltre il vetro opaco della teca nei disegni molteplici delle forme naturali e svela il mondo spirituale. In tal senso riscopre il divino che ha in sé tramite l’insetto che sta studiando e può constatare che entrambi sono una cosa sola. A proposito di “tramite”, la dote “medianica” di Raniero Alliata era nota ai suoi più stretti amici, i quali sapevano come potesse mettersi anche tramite la pittura e la scrittura automatica in contatto col mondo “surreale”, inteso come Sopra Realtà, ovverosia con il “mondo sottile” al quale Jünger farà costante allusione nel già citato Cacce sottili.

 

A questo punto diventa “palese” come la sua pregevole raccolta possa essere letta alla maniera di una tavola divinatoria allestita per decriptare la “scrittura della natura” il cui alfabeto sono gli insetti, gli scarabei e le farfalle. Lo stesso Jünger in Cacce sottili parlò di “rune viventi” – segni naturali che danno prova dei “passaggi che attraversano il bosco” – in merito al carabo Macrothorax morbillosus. E non è per niente un caso che si tratti della specie – per essere esatti, nella sottospecie alternans – che Alliata ha raccolto nel maggior numero di esemplari. La grande quantità collezionata gli permise di studiare approfonditamente la variabilità di tale carabide. Molti quaderni sono folti d’appunti vergati in merito alle catenulazioni delle sue elitre, costituite da tratti e punti, linee parallele, come di un alfabeto morse inscritto su un nastro magnetico, una “scrittura segreta” il cui significato “va al di là di quello di qualsiasi testo che in essi possiamo leggere”. Seguendo il fascino dell’occultismo runico, nelle loro forme gl’insetti porterebbero iscritti gli archetipi dell’alfabeto – il cerchio, la falce, la linea, la zigrinatura, l’ellisse e l’iperbole – che l’entomologo ha il compito di decifrare.

 

Non sembri quindi strano che tale accuratezza nel redigere i disegni delle varianti specifiche non abbia originato alcuna conclusione scientifica, riducendosi a constatare la varietà di forme senza indagare nel dettaglio le ragioni contingenti, fisiche o chimiche. Considerate le doti speculative di Alliata sarebbe potuto discendere dal suo ingegno uno studio più dettagliato delle cause materiali, meccaniche o termiche di tale variabilità, oppure un approfondimento delle origini genetiche, indagando gli incroci tramite allevamenti. Invece il Principe s’è in un certo senso “limitato” nobilmente a descrivere la realtà così com’è, dedicandosi all’osservazione e alla predizione del disegno esteriore (in questo più simile a Linneo che a Darwin, constatando situazioni singolari, l’essenza ontologica – metafisica – delle monadi, piuttosto che elaborare relazioni degli insetti col contesto). In quest’ottica infatti non v’è bisogno d’altro: la vita è ideofania, rivelazione dell’idea divina che si dispiega nel mondo, espressione della Forza, del desiderio e della volontà di vivere e di riprodursi: questo sarebbe ciò che gli insetti hanno tatuato in mille varianti nelle loro svariate forme.

 

A questo punto può essere avanzata un’ulteriore divagazione filosofica in merito al rapporto tra “varianti” e ordine divino (non avallata però da testimonianze scritte di Alliata). Da cultore delle teorie pitagoriche egli dovette essere al corrente di Ippaso di Metaponto, sciagura della setta pitagorica, probabilmente ucciso da un adepto in quanto scopritore dei “numeri irrazionali”, perturbanti la compiutezza dell’ordine di pensiero del maestro Pitagora. Dato che ogni deviazione dall’armonia cosmica è satanica, riguarda forze oscure, in biologia il “mostro” – per dirla con Gilles Deleuze – è diabolico proprio per tali variazioni infinitesimali che lo fanno emergere dallo sfondo ordinato dell’identico. Ribaltando gli intenti vale la pena supporre quindi, in conformità col titolo di mago nero di cui Alliata s’era cinto, che la sua ricerca non fosse quella chiara di una continuità armonica nel disegno naturale, bensì quella dell’elemento disruptivo, come nel caso dei “numeri irrazionali” che sabotano la sequenza periodica. D’altro canto, se per Gustave Flaubert “le bon dieu est dans le détail”, ben più nota oggi è la “variante” che pare attribuibile allo storico dell’arte Aby Warburg (1866-1929) “il diavolo è nei dettagli”. Warburg la usò in un ciclo di conferenze del 1925 per argomentare come l’arte e l’architettura occidentale sia una ripetizione di archetipi ricorrenti all’interno dei quali si stratificano significati simbolici ma anche diabolici, dove diablon è un segno di doppiezza, che frammenta e disperde, mentre il simbolo rimanda ad un’unità originaria e autentica.

 

Il volume Gli insetti del principe si chiude con un’antologia di Testimonianze, estrapolate da romanzi o saggi scritti da persone vicine ad Alliata ed a lui dedicate, come Attilio Carapezza, Bent Parodi (autore fra l’altro del libro Gli scarabei egizi in Sicilia edito a Trapani da Fardelliana nel 1984 e diventato nel frattempo introvabile, che sarebbe da mettere opportunamente in rapporto con la scienza egizia dell’eminente studioso Yves Cambefort autore della monumentale monografia Le scarabés et les dieux mai tradotta in italiano), ma anche gli entomologi Marcello Romano e del recentemente compianto Vittorio Aliquò. Il libro riporta infine, in una vasta sezione dedicata, gli interventi di tutela, conservazione e valorizzazione della collezione svolti da quando, nel 2000, è stata trasferita al Museo Regionale di Terrasini dopo anni di abbandono. 

 

Secondo Walter Pedullà, in Un disegno milanese. Le muffe dell’«Adalgisa» (contenuto in Chi l’avrebbe detto: Arte, poesia e letteratura per Alfredo Giuliani, a cura di Paola Montefoschi, Corrado Bologna, Massimo Vetta, Feltrinelli, 1994), a proposito della collezione di Coleotteri del buon Carlo gettata via dall’Adalgisa dopo la sua morte – nell’omonimo romanzo di Carlo Emilio Gadda – le collezioni finiscono in muffa e la fatica è di chi resta e le deve preservare. Ogni collezione è destinata prima o poi a ridursi in polvere, la vana polvere dei trofei e delle tombe, cimitero d’esemplari le cui le chitine sono sempre sul punto di disfarsi. Per quanto il museo si sforzi di preservare le reliquie, queste hanno perduto la vita e il desiderio. Nelle cantine si forma la muffa, si deposita sugli esemplari una patina di brina, una lanugine fino a formare un lenzuolo funebre, mentre nelle soffitte, dove l’aria è più secca, gli acari riducono comunque gli esemplari in condizioni miserevoli. Gli antreni sforacchiano le elitre, rosicchiano le carcasse. “Gli spilli s’arrugginiscono, sulle loro capocchie di ottone fiorisce il verderame. Spuntano fuori come una selva di lance piantate nella polvere lucente e colorata” diceva Ernst Jünger, le cui collezioni sono ancor oggi custodite alla Jünger-Haus di Wilflingen. 

 

L’allucinazione della Mano Destra consisterebbe essenzialmente nell’idea che si possa stabilire un equilibrio costante all’interno di strutture aggregate – come appunto le forme collezionate degli insetti – impedendone la dissoluzione e annullando il costo termodinamico della loro esistenza. Prendendo per buona quest’illusione di permanenza imperitura, l’auspicio è che il libro Gli insetti del Principe, assieme allo sforzo conservativo che lo motiva, testimoni la filosofia naturale di un personaggio tanto particolare. Le raccolte entomologiche sono al contempo reliquia effimera della biodiversità e traccia dello spirito del “cacciatore celeste”, dell’entomologo che le ha edificate. Le forme biologiche possono deperire ma non gli archetipi che cercava Alliata negli ornamenti elitrali dei coleotteri, nelle ali dei ditteri e delle farfalle. Considerata la caducità delle chitine questa è la migliore sorte che potesse toccare a tali fragili reperti. 

Al mortale che di passaggio dovesse capitare a Palermo non resta altro, catalogo alla mano, che recarsi a visitare il museo a Terrasini, ricordando infine che – citando le parole da Gadda fatte pronunciare all’Adalgisa – muoiono eroicamente solo gli insetti, non gli uomini e le loro collezioni.

 

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