Jesse Owens e l'amico ritrovato

Mio caro Hans, ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera.

Mi aiuterebbe in un certo senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l'unico vero amico, che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco.

Da Fred Uhlman, L’amico ritrovato (1971)

 

Gela, Sicilia, 13 luglio 1943

 

Jesse, amico mio, 

qui intorno a me sembra non esserci altro che sabbia, polvere e sangue. 

Ho paura, Jesse, ho paura di morire. Non rivedrò più mia moglie e il mio bambino. Non ho fatto quasi in tempo a conoscerlo e lui non avrà nulla da ricordare di suo padre. 

Sento che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. 

Se così fosse, una cosa voglio chiederti. A guerra finita – perché prima o poi io spero che tutto questo orrore potrà finire – ti prego di andare un giorno a casa mia, ad Amburgo. Cerca di mio figlio e raccontagli di me, di chi sono stato. E raccontagli della nostra amicizia più forte della guerra. 

Il tuo amico Luz

 

Trovai la lettera nella cassetta della posta molti anni dopo. Era una mattina di settembre, la fine dell’estate del ’45. La lettera era datata 13 luglio 1943. Arrivava a Cleveland, dopo due anni di non so quale giro del mondo, da un posto che non sapevo neppure esistesse, Gela, Sicilia, Italia. 

Mi sedetti sul gradino della soglia di casa, l’aprii. Era il mio amico Luz. E capii subito quello che c’era da capire. Quel posto, la Sicilia, l’Italia, erano lontani migliaia e migliaia di chilometri da casa mia, dall’altra parte dell’Oceano. Sapevo cosa era successo laggiù. La guerra. La guerra mondiale. Sapevo che ci aveva combattuto la US Army. Era sbarcata in Sicilia dall’Africa. Molti soldati afroamericani come me erano passati dalla terra dei nostri padri per andare a uccidere e a morire per una guerra lontana. L’Italia, gli italiani. Amici o nemici, in quell’estate del 1943 ancora non si capiva. I tedeschi, sì, lo sapevamo. Loro erano i nemici. Hitler, i nazisti: erano loro ad aver scatenato l’inferno. 

 

 

Luz, il mio amico Luz. Anche lui era tedesco, e a me era sempre parso impossibile pensarlo come un nemico, uno da distruggere, il male del mondo. Eppure lui era lì, sul fronte siciliano, sergente maggiore di fanteria della divisione Hermann Göring, a combattere contro gli Alleati, contro i miei fratelli neri che avevano attraversato prima l’Oceano Atlantico e poi, dall’Africa, dalla nostra Africa, quel breve pezzo di Mediterraneo per combattere nella polvere, nella sabbia. Forse proprio uno di loro aveva sparato al mio amico Luz.

Doveva essere successo qualche giorno dopo che aveva spedito quella lettera. Molti anni dopo ad Amburgo, me lo raccontò Aki, il figlio di Luz. Alla fine ero riuscito ad andarlo a trovare, a mantenere la promessa. La promessa che avevo fatto al mio amico Luz, lì, seduto sul gradino di casa, con la lettera tra le mani. “Contaci, Luz. Lo farò. Non so né quando né come, ma lo farò”.

 

Arrivai ad Amburgo alla fine dell’estate del 1951. Erano passati anni, ma alla fine ce l’avevo fatta. Era la mia promessa a Luz. Non erano stati anni facili. Non lo furono mai per me. Vent’anni prima ero “Lampo d’ebano”, l’uomo più veloce del mondo. Ma quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi non erano bastate per fare di me un cittadino americano con gli stessi diritti dei bianchi. Immaginatevi allora tutti gli afroamericani come me che di quelle medaglie non avevano neppure il nastro.
Finiva sempre così. Noi neri vincevamo sulle piste di atletica, ma in America continuavamo ad arrivare ultimi nella vita di tutti i giorni. Quando tornai da Berlino, la Federazione di atletica mi cacciò. Avevo accettato di firmare un contratto di pubblicità per indossare delle scarpe da corsa. Me lo fece firmare un tedesco, un certo Adi Dassler,  uno che poi fece con quel marchio a tre bande una fortuna milionaria. Beato lui. A me quel contratto, e quei pochi soldi che mi portai a casa, mi costarono la fine della mia carriera di atleta. La Federazione mi squalificò. Mi accusavano di avevo infranto le regole del dilettantismo, quelle che dicevano che lo sport non doveva essere un mestiere. Ma io avevo bisogno di soldi per vivere.


Avevo vinto quattro medaglie alle Olimpiadi, al ritorno mi avevano festeggiato per le strade di New York come se fossi il nuovo presidente d’America, con la banda che suonava a piene note e con una fitta neve di coriandoli di carta che scendeva tra i grattacieli. Poi era tutto finito. Roosevelt, il presidente, non aveva avuto neanche il tempo di stringermi la mano. E io mi ritrovai a dover inventarmi un altro modo di sbarcare il lunario. Correre e saltare: quello era il mio mestiere, altro che sport. 

Diventai un professionista, ma era come lavorare al circo. Mi facevano correre per tutta l’America, ma erano meeting che assomigliavano più a fiere che a incontri sportivi: dovevo correre contro gente che partiva 20, 30 metri davanti a me, e che io superavo regolarmente prima di tagliare il traguardo. C’era pure chi ci scommetteva sopra. E qualche volta fui pure obbligato a correre più piano per far vincere chi era più conveniente che vincesse. Altre volte mi fecero gareggiare contro levrieri, contro cavalli – ma quelli li battevo sempre forse perché si spaventavano sempre allo sparo dello starter ... – e anche contro delle motociclette. Insomma, ero diventato un fenomeno da baraccone. Ed era una vita grama. Ma mi toccava farlo. Dovevo tirar su le mie due figlie, Marlene e Beverly. Erano nate poco prima di Aki, il figlio di Luz.

 

Luz aveva continuato a scrivermi dopo Berlino, alle Olimpiadi del 1936. Era lì che lo avevo conosciuto, sulla pedana del salto in lungo. Carl Ludwig Long era bellissimo. Alto, biondo, sorridente. Era il campione di Germania, e i tedeschi si aspettavano grandi cose da lui in quella gara di salto per via di tutte quelle storie sulla superiorità della razza ariana. 

Il giorno prima, era il 3 agosto, io, Jesse Owens, afroamericano dell’Ohio, con la canottiera degli Stati Uniti d’America addosso, avevo vinto la finale dei 100 m. Ai nazisti non andava a genio che noi afroamericani vincessimo tutte quelle medaglie, soprattutto nelle corse e nei salti. Per l’atletica leggera, il gigantesco Olympiastadion, che per l’occasione Hitler aveva fatto costruire a tempo di record, era affollato fino all’inverosimile. Per il Führer noi eravamo solamente, sprezzantemente «gli ausiliari negri americani». I nazisti pensavano che fosse una vera vergogna che gli americani acconsentissero che «tutti quei negri vincessero quelle medaglie per conto loro».  

 

 

La mattina del 4 agosto mi trovai sulla pedana del salto in lungo, per le prove di qualificazione della finale, in programma nel pomeriggio. Ho sempre fatto fatica a gareggiare di mattina. Non avevo realizzato che la gara fosse iniziata: presi la rincorsa come per fare un ultimo salto di riscaldamento e feci un nullo. Un giudice capì che ero in confusione, si avvicinò e mi spiegò che quella era la prima delle tre prove che avevo a disposizione per superare i 7,15, la misura minima richiesta, e qualificarmi per la finale. Non sarebbe dovuto essere un gran problema: l’anno prima avevo saltato 8,13, il primato del mondo. Però quel primo nullo m’innervosì. Mentre tornavo a testa bassa verso l’area di attesa, vidi un tedesco biondo prendere la rincorsa, correre come un fulmine, battere sulla riga, alzarsi in volo e atterrare nella vasca di sabbia. Oltre 7 metri e mezzo. Era Luz Long e ce l’aveva fatta al primo colpo. 

Io ero sempre più nervoso. Toccò di nuovo a me. Presi la rincorsa con più rabbia, ma arrivai ancora lungo: il piede superò la striscia di gesso e con la coda dell’occhio vidi il giudice alzare la bandierina rossa. Altro nullo. Non mi restava che una prova.

 

Con stizza gettai per terra la manciata di sabbia che stringevo nel pugno. Fu allora che vidi Luz venirmi incontro. Mi sorrideva. Si avvicinò e mi prese sotto braccio. Mi parlò in un inglese corretto. 

«Prendi mezzo metro di rincorsa in più, e anticipa la battuta. Guarda. Devi staccare qui.» 

E appoggiò una maglietta nel punto a fianco della pedana dove avrei dovuto staccare il piede di battuta. Lo guardai. Sorrisi anch’io, più che altro per sciogliere la tensione. Fissai il punto di battuta che mi aveva indicato. E tornai in fondo alla pista. Feci un mezzo passo indietro, abbassai il tronco, e partii. Corsa, progressione, accorciare la falcata, stacco, volo, sabbia. Salto valido. 7 metri e 80 centimetri. Ero in finale. Mi rialzai e corsi incontro a Luz. Se ce l’avevo fatta, credo, era per merito suo. Glielo dissi. Mi strinse la mano e ci sorridemmo.

 

Al pomeriggio, prima della finale, corsi e vinsi il quarto di finale dei 200 m. Arrivai alla pedana dei salti pochi minuti dopo. Oltre a me e a Luz, c’erano altri due atleti che fecero misure abbondantemente superiori ai 7 metri e mezzo. C’era un forte vento a favore. La gara si fece subito emozionante. Il pubblico dell’Olympiastadion ne seguiva appassionato lo svolgimento, facendo il tifo per Luz. Ero un po’ stanco per la corsa sui 200, ma, anche grazie ai consigli di Luz nelle qualificazioni, quella pedana non aveva più segreti per me. Balzai in testa fin dalla prima serie di salti: dietro al mio 7,74 c’erano il giapponese Tajima, Luz e l’italiano Maffei. Al secondo salto migliorai di dieci centimetri, ma Luz saltò anche lui a 7,74. Al terzo e al quarto giro, la tensione, o forse la stanchezza, mi combinarono un brutto scherzo e infilai due nulli di fila. Luz intanto non mollava: prima arrivò a 7.81, a soli tre centimetri dal mio primo posto, e, poi al penultimo salto, il quinto, addirittura mi superò con uno straordinario 7,87 m, suo primato personale. L’Olympiastadion era in delirio. Erano eccitati per quella fantastica gara a colpi di centimetri. Quando mi preparai per il mio salto, non sentii l’ostilità del pubblico tedesco, ma soltanto la grande, emozionata tensione di quelle decine di migliaia di spettatori. 

 

Presi la rincorsa, saltai e toccai terra a 7,94: ero ancora primo. Ormai la vittoria era una questione tra me e Luz. Nell’ultimo salto Luz tentò il tutto per tutto: doveva andare ben oltre i suoi limiti e ci provò forzando la rincorsa e cercando di rubare anche l’ultimo millimetro al punto di battuta. Ma non bastò. Il giudice alzò la bandierina del nullo. Luz si rialzò dalla sabbia, salutò il pubblico con le mani e tornò al suo posto. A quel punto ero certo della mia vittoria: però volevo onorare quella finale e cercai col mio ultimo salto di migliorare ancora. Avrei voluto regalare il record del mondo a quel pubblico, e soprattutto a Luz. Partii deciso, staccai di mezzo piede prima della linea di gesso, volai sulla sabbia e sullo stadio e atterrai: 8,06. Sette centimetri in meno del record del mondo. Non ce l’avevo fatta. Ce l’avevo fatta invece a conquistare la stima e la simpatia dei tedeschi dell’Olympiastadion, che si alzarono in piedi ad applaudire. E applaudirono ancora di più quando videro Luz corrermi incontro e abbracciarmi. Molti fotografi intorno scattarono delle foto. Ci chiesero di metterci in posa. Ricordo che quella più bella ci ritrae sdraiati a terra, uno vicino all’altro, con le facce sorridenti. L’amicizia e il sorriso di Luz erano più splendenti della medaglia d’oro.

 

Non credo che tutto questo facesse piacere a Hitler e ai suoi gerarchi. Ma sta di fatto che le cose andarono davvero così quel giorno. Non è vero che Hitler si rifiutò di stringermi la mano nel corso della cerimonia di premiazione. Hitler non c’era e basta. Non so se avrebbe dovuto esserci e preferì andarsene, ma non mi interessa saperlo. Mi sarebbe invece più interessato sapere il perché il presidente Roosevelt nel 1936, dopo le mie quattro medaglie a Berlino, non venne a stringermi la mano.

 

 

Tutto questo lo raccontai ad Aki Long, il figlio di Luz. Era l’estate del 1951. In quegli anni avevo trovato da vivere facendo il preparatore atletico degli Harlem Globetrotters. Fu in occasione di una delle loro trasferte in Europa che arrivai in Germania. A Berlino mi avevano chiesto di tornare all’Olympiastadion e di correre ancora su quella pista. Accettai e mi sorpresi davvero quando vidi cinquantamila berlinesi che aspettavano quel momento. Poi riuscii finalmente a mantenere la mia promessa e andai ad Amburgo. Non fu semplice trovare lui, e sua madre. Mi trovai davanti un ragazzino di dieci anni. Aveva la stessa faccia di Luz, lo stesso sorriso. Passammo qualche ora insieme, a passeggiare lungo i canali della Fleet. La madre gli aveva raccontato di Luz e della nostra amicizia nata all’Olympiastadion, tanti anni prima, e poi continuata nelle lettere che ci mandavamo. Avevo portato con me l’ultima lettera di Luz. Aki mi disse di non ricordarsi nulla del padre: era troppo piccolo quando partì per il fronte. Ma mi disse di aver capito che cosa avevo voluto dire quando un giornalista, alla fine del mio giro di pista d’onore a Berlino, mi chiese quanto tenessi alle mie medaglie olimpiche. Risposi allora che le vere medaglie sono le amicizie: le medaglie col tempo si consumano, le amicizie no.  

 

James Cleveland Owens (Oakville 1913 – Tucson 1980) è stato uno dei più celebri atleti della storia delle Olimpiadi. Scoperto da un insegnante di ginnastica di Cleveland, che prese a chiamarlo Jesse, nomignolo derivato dalla pronuncia delle due iniziali del nome JC, Owens arrivò ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936 già famoso. Il 25 maggio del 1935, nel corso di un meeting di atletica ad Ann Arbor, nel Michigan, stabilì sei nuovi primati del mondo nell’arco di soli 35 minuti: nelle 220 iarde, nelle 220 iarde a ostacoli – record che valevano anche per la misura inferiore dei 200 metri piani e ad ostacoli –, nelle 100 iarde e nel salto in lungo, dove ottenne una straordinaria misura, 8,13 metri, record che rimase imbattuto per ben venticinque anni, fino al 1960. Ma fu la conquista di quattro medaglie d’oro – 100 e 200 m, staffetta 4x100 e salto in lungo – a consacrarlo alla fama. I suoi successi assunsero un particolare significato: un atleta afroamericano vinceva al cospetto di Hitler e delle teorie naziste sulla purezza della razza ariana e dell’inferiorità di popoli come gli ebrei e i neri.

 

Carl Ludwig “Luz” Long (Lipsia 1913 – S. Pietro di Clarenza 1943) saltatore in lungo tedesco. Arrivò secondo alle Olimpiadi di Berlino, alle spalle del grande Jesse Owens. Proprio sulla pedana dell’Olympiastadion nacque l’amicizia tra i due. Chiamato alle armi alla fine del 1942 e inviato sul fronte italiano che in Sicilia doveva opporsi allo sbarco degli angloamericani, morì a seguito delle ferite riportate in una battaglia nei pressi di Gela. Luz Long è sepolto presso il cimitero di guerra di Motta Sant’Anastasia, in provincia di Catania.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO