Umberto Curi, La morte del tempo

Si intitola La morte del tempo ed è un volumetto di Umberto Curi, quello che qui esaminiamo. È uscito per la collana Icone. Pensare per immagini, del Mulino di Bologna, diretta da Massimo Cacciari e nella quale alcuni studiosi, singolarmente o in coppia, commentano un quadro, l’icona di turno, associandolo a concetti, principi, idee, motivi, riflessioni.

 

Qui l’icona è un angosciante dipinto di Goya, il leggendario pittore e incisore spagnolo, del periodo 1820-23. Essendo Francisco Goya y Lucientes nato nel 1746, all’epoca del dipinto era più che settantenne e già sordo. Sarebbe morto nel 1828 a Bordeaux, in Francia, dove visse gli ultimi anni. Il dipinto è conosciuto come Saturno che divora un figlio, e fa parte della serie delle «pitture nere» della Quinta del sordo, la dimora in cui il pittore soggiornò dal 1819 fino al settembre del 1823 o 24. Con i suoi dipinti – che però potrebbero anche essere del figlio Xavier, mah – Goya decora due sale rettangolari dipingendo con la tecnica dei murales, cioè a olio e direttamente sul muro appena spalmato di solfato di calcio. Dalle pareti i dipinti, in numero di quattordici, vennero successivamente staccati, e ora si possono ammirare al Museo del Prado a Madrid.

 

Le figure rappresentate sono tutti esseri deformi, smembrati, con sfondi tenebrosi e dettagli raccapriccianti; rimandano in qualche modo ai disegni del Cuaderno C (del periodo 1814-1823) dove, in una labile frontiera tra reale e immaginario, sono raffigurati in una prima serie di esseri umani al margine della società: poveri, storpi, pazzi, deformi; in una seconda serie, prigionieri in carcere, individui in ceppi crudelmente puniti dall’Inquisizione; la terza serie mostra immagini di monaci e preti che letteralmente si spogliano di tonache e abiti ecclesiastici, in conseguenza della soppressione dell’Inquisizione, purtroppo limitatamente al triennio 1820-1823, e infine personificazioni di ragione, giustizia, libertà («Divina Libertad»). 

 Lo strazio che pervade queste immagini sembra riflettere la sofferenza di un uomo sordo, anziano e malandato, e insieme le disillusioni per le conseguenze del dopoguerra, la Guerra d’Indipendenza spagnola condotta all’interno delle guerre napoleoniche, e il ritorno dell’assolutismo regio. 

 

Ma ecco la nostra pittura, una «pittura nera», un’immagine mostruosa; un uomo gigantesco, vecchio, barbuto, magro, con le carni flosce e cascanti, che divora un essere umano, una creatura giovane e soda, di cui tiene saldamente il torso con le sue mani artigliate che penetrano nella carne della vittima facendola sanguinare; la testa e il braccio destro della creatura sono già stati divorati, e lì spunta la carne viva. Tocca ora al braccio sinistro della figura, che il mostro porta alla bocca, terribilmente spalancata, tenendo gli occhi sbarrati senza mostrare alcun piacere, soddisfazione, vendetta quanto spavento e orrore.

 

Chi è, perché sta compiendo il fiero pasto? Ecco che Curi ci viene incontro e ci guida nell’identificazione, nell’interpretazione e in molte altri interessanti divagazioni. Il titolo già lo dice: è Saturno (ma chi diede questo titolo? il dipinto aveva un titolo? Curi mette insieme le carte e poi le scombina di nuovo, come continuamente nel libro). Talvolta il titolo è più esplicito: Saturno che divora un figlio. Saturno è il nome spagnolo/italiano derivato dal latino Saturnus che significa letteralmente dio della semina, da serere, seminare. Veniva rappresentato col falcetto per tagliare le messi, ma – spiega limpidamente Curi – «attraverso un lungo e ininterrotto processo di carattere figurativo, prima ancora che concettuale, Saturno è stato identificato col tempo» (p.39).

 

 

Col tempo chiamato dai greci antichi chronos, cioè il tempo irreversibile del divenire che scorre e trasforma, non aion, che è la durata senza limiti, eterna. Ma chronos si sovrappone anche al dio Kronos, il dio alle origini della genealogia degli dei descritta da Esiodo. Kronos, figlio di Gea e Urano, è invitato dalla madre a vendicare l’oltraggio arrecato dal padre Urano ai figli, che man mano che nascevano venivano nascosti nei recessi della terra. Kronos uccide il padre evirandolo e ne getta in mare i genitali (Esiodo, Teogonia, 180-206):

 

«E come ebbe tagliati i genitali con l'adamante
li gettò dalla terra nel mare molto agitato,
e furono portati al largo, per molto tempo; attorno bianca
la spuma dall'immortale membro sortì, e in essa una fanciulla
nacque, e dapprima a Citera divina
giunse, e di lì poi giunse a Cipro molto lambita dai flutti;
lì approdò, la dea veneranda e bella, e attorno l'erba
sotto i piedi nasceva; lei Afrodite,
cioè dea Afrogenea e Citerea dalla bella corona,
chiamano dèi e uomini, perché nella spuma
nacque». 

 

Su Afrodite torneremo in seguito. Ora importa sapere che Kronos evira il padre ma poi si comporta peggio di lui, divorando i figli avuti dalla sposa/sorella Rea. Uno di loro, Zeus, sfuggirà a questa sorte, essendo stato sostituito appena nato da una pietra avvolta nelle fasce, e una volta cresciuto esautorerà e ucciderà il padre. E a sua volta inghiottirà Metis, la sposa che lo aveva aiutato a sconfiggere Kronos, e poi partorirà dalla testa la figlia che ella portava in grembo: Atena. Ma ricapitoliamo: Kronos evira il padre e si ciba delle carni dei figli. A lui si sovrappone Chronos, il tempo, raffigurato come vecchio barbuto e velato, e a entrambi Saturno, con la sua fisionomia e simbologia (tra l’altro è detta saturnismo la malattia da intossicazione da piombo, la malattia dei pittori causata dal materiale con cui lavoravano; e sono detti saturnini i melancolici, che hanno la bile nera come il piombo).

 

Chronos/Kronos/Saturno, vecchio decrepito e antropofago, distrugge ciò che ha prodotto, è edax rerum. Il tempo dà la morte e esso stesso è morente, muore, vittima della consumazione di tutte le cose, anche esso nient’altro che «soffio dei soffi», come Curi nella sua acrobatica interpretazione traduce il latino vanitas vanitatum del versetto del Qohelet. Curi che conclude paradossalmente la sua analisi spogliando l’icona da ogni riferimento metaforico che ci aveva accuratamente spiegato, per vedere nel dipinto nient’altro che un uomo vecchio che divora il corpo di una giovane donna e così aprire la strada all’arte moderna che non raffigura nulla. 

Nel quadro di Goya il personaggio divora un figlio; o, a guardar meglio le forme della creatura sbranata, una giovane donna: la giovane amante del pittore? la democrazia annientata sul nascere dal dispotico sovrano spagnolo? Un figlio, attenzione: ciò mi fa propendere per l’ipotesi accennata nella nota 22 di p. 37 e avanzata da Carlos Foradada Baldellou in un testo che non ho potuto ahimè consultare: vi si propone di leggere metaforicamente il quadro vedendo in Saturno il sovrano di Spagna Fernando VII che divora la Verità, e cioè la Costituzione sostenuta dai liberali riformisti. 

Non possiamo dire con certezza se la Verità di Goya sia la Costituzione; sappiamo però che la verità è figlia del tempo (veritas filia temporis) e che il tempo la estrae dai recessi della terra (veritas de terra orta est): che stesse proprio là dove Urano nascondeva la sua prole? 

 

In un’incisione inglese del 1535, individuata da Fritz Saxl nella sua trattazione del tema "veritas filia temporis" del 1936, si vede il tempo vecchio, magro e barbuto e alato che estrae dalle profondità della terra la verità pura e innocente, giovane e nuda, come Afrodite era nata dalla spuma marina fecondata dai genitali di Urano: e secondo lunga e veneranda tradizione Afrodite è identificata con la verità, in Lucrezio come nel suo ammiratore Marx. Una verità inequivocabile che è qui la morte, a sua volta legata al tempo che dà la morte e muore, consuma ed è consumato, divora ed è divorato.

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