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Un altro mondo: si salva solo l’individuo

Il cinema di Stéphane Brizé, autore di tre film in sette anni sulle disparità sociali prodotte dal liberismo, è sempre attuale nonostante il più recente, Un altro mondo, sia arrivato nelle sale dopo l’impensabile emergenza economica causata dalla pandemia. Scegliendo di analizzare, tra gli altri, il tema della correlazione tra qualità e quantità di tempo che ognuno concede al proprio impiego e alla propria vita privata, ha messo in luce diseguaglianze che proprio la pandemia ha ulteriormente accentuato: tra chi può e chi non può scegliere dove e quando lavorare, tra chi può e chi non può scegliere volontariamente quando è il momento opportuno di fermarsi. Ancora una volta, Brizé ha scelto Vincent Lindon come protagonista, ma non c’è alcuna correlazione con gli altri personaggi da lui interpretati: l’attore, durante la Mostra del Cinema di Venezia (dove il film era in concorso) aveva contestato l’uso del termine “trilogia” proprio per questo motivo.

 

Stéphane Brizé.


Meno rigido l’atteggiamento del regista, consapevole di avere completato una trilogia a ritroso: ogni nuovo film analizza le cause degli eventi del precedente, pur cambiando i nomi di personaggi e aziende. In La Legge del Mercato (2015), Lindon è un disoccupato di mezza età che fatica a reinserirsi nel mercato del lavoro; quando ci riesce, è costretto a rendersi complice dello spietato sistema di gestione dei lavoratori del quale lui stesso era stato vittima. L’arco narrativo inizia quando è senza impiego, rassegnato a partecipare a corsi di formazione inutili e accettare lavoretti precari; è anche esausto di lottare in tribunale contro la sua ex azienda nonostante abbia la certezza che fosse in attivo e che pertanto il suo licenziamento per esubero non fosse dovuto a una crisi. Cosa accade quando i proprietari di una fabbrica che produce utili decidono comunque di chiuderla è proprio l’argomento di In Guerra (2019), in cui Lindon è uno dei sindacalisti che cercano di salvare in ogni modo i posti di lavoro a rischio, coinvolgendo la politica e il mondo dell’informazione, mantenendo un atteggiamento intransigente sempre al limite della legalità.

 

Il titolo del terzo film viene direttamente da una scena di questo, in cui l’amministratore delegato della fittizia azienda Perrin, di proprietà tedesca, sta difendendo la scelta di chiudere lo stabilimento francese durante un inutile tavolo negoziale con le parti sociali. “Negare la realtà attuale di questo mercato equivale a desiderare un altro mondo, vivere in un altro mondo”: così il dirigente presenta agli interlocutori le proprie scelte come inevitabili. Un punto di vista tanto incurante delle legittime rivendicazioni dei lavoratori ha reclamato un’analisi ulteriore: perciò, in Un Altro Mondo, Lindon si trasforma ancora per impersonare Philippe Lemesle, che fa parte da anni dei quadri dirigenziali e può offrire una prospettiva sui fatti complementare a quella dei personaggi dei film precedenti.

 

Responsabile di una fabbrica francese di elettrodomestici che appartiene a un gruppo internazionale, Philippe si trova a un livello gerarchico che lo pone al comando di centinaia di persone ma anche alle dirette dipendenze di una coordinatrice nazionale, la quale a sua volta deve rispondere direttamente al vero capo, l’americano Cooper. Non è in una posizione comoda: ha un incarico di grande responsabilità ma non ha un potere decisionale totale; ha uno stipendio elevato ma soldi e prestigio non sono sufficienti a rendere felice la sua famiglia. La moglie Anne (Sandrine Kiberlain), per quei soldi e per quel prestigio ha accettato di rinunciare alla sua carriera, ha accettato a malincuore di vedere sempre meno il marito anche nei fine settimana, ma non accetta più che lui inquini il clima familiare a causa dello stress accumulato sul lavoro e poi sfogato in casa.

 

Il figlio Lucas (Anthony Bajon) assorbe questa negatività domestica che gli provoca un preoccupante tracollo nervoso. Tuttavia né le pratiche per il divorzio né il ricovero del figlio in una clinica possono distrarre Philippe dal compito che gli è stato assegnato: individuare a sua completa discrezione cinquantotto dipendenti da licenziare, non uno di meno. Deve produrre un numero esatto, perché è quanto ci si aspetta da lui. Ma si pretende anche che la fabbrica non abbassi il livello qualitativo nonostante una diminuzione dell’organico di circa il 10%. Gli è stato assegnato un mandato illogico ma vincolante, aggravato dall’ansia di dover scegliere a chi rovinare la vita privandolo dell’impiego.

 

 

Ad annunciare o firmare i licenziamenti non è mai il fantomatico e intangibile mercato, ma persone in carne e ossa. È più facile instradare la lotta, come è più facile rendere avvincente la trama di un film, se si riesce a dare un volto al “nemico” che ostacola il cammino dei protagonisti. Questa volta però l’antagonista è reso protagonista, cosicché sia evidente che chi si deve assumere la responsabilità delle scelte organizzative non necessariamente ne è il promotore. Né i lavoratori né i sindacalisti hanno accesso alle riunioni riservate della dirigenza, perciò ai loro occhi tutti i quadri dirigenziali sono ugualmente responsabili: non possono sapere che Philippe è il loro migliore alleato, non conoscono l’impegno che ha profuso per trovare soluzioni alternative ed economicamente sostenibili per evitare i licenziamenti, ignorano la faticosa opera di convincimento che è disposto a portare avanti fino ai massimi livelli.

 

Il tormento che vive il dirigente è simmetrico, non antitetico, a quello dei suoi dipendenti. Se i film di Brizé appaiono tanto ingiusti è perché non raccontano semplicemente i problemi del libero mercato, ma le sue peggiori aberrazioni: a tale scopo, sceglie storie di lavoratori di aziende in attivo e capaci di sostenersi, che vengono riorganizzate o chiuse per pura speculazione da parte degli azionisti. Il vero nemico invisibile è la ricerca di un profitto sempre maggiore e concentrato nelle mani di poche persone, senza redistribuzione e senza investimenti. Impossibile, per Philippe che ne è consapevole, sopportare tutto senza provare avversione per le sperequazioni economiche causate da un’avidità premeditata, di cui lui stesso però si era avvantaggiato.

 

Più che di un altro mondo, i personaggi di Brizé avrebbero bisogno di un’altra vita che non venga interamente fagocitata dalle incertezze occupazionali. Accetterebbero volentieri la noia quotidiana della sicurezza sul proprio futuro. All’ultimo International Film Festival Rotterdam ne abbiamo visto un insolito esempio che è sembrato l’esatto opposto delle situazioni tese ricreate dal regista francese: in The Plains dell’esordiente David Easteal, nell’arco di ben tre ore di durata, una macchina da presa inchiodata nel sedile posteriore di un’automobile mostra in sequenza i primi minuti di svariati tragitti di un avvocato di mezza età che ogni giorno, immancabilmente alle 17, si immette nel traffico dei sobborghi di Melbourne per andare verso casa. A volte ascolta la radio, a volte telefona, a volte chiacchiera con un collega cui dà un passaggio: nella sua noiosa routine quotidiana, il passare dei mesi è percepibile solo dalla diversa luce che illumina il suo tragitto sempre uguale.

 

A causa dell’assenza di una vera trama, ci si sorprende di quante piccole informazioni si possano cogliere per costruire il ritratto di una qualsiasi vita ordinaria: il protagonista non affronta nessuna avventura memorabile o meritevole di attenzione, ma non ha neppure nessuna grave crisi da affrontare. Ecco cosa significa non temere che le leggi del mercato possano strappare via le certezze di una posizione lavorativa sicura: il beneficio di una monotonia prolungata nel tempo che avvicina molto all’obiettivo di un’esistenza serena. Non vediamo mai direttamente il volto del protagonista di The Plains, che impariamo a conoscere solo attraverso gli occhi riflessi nello specchietto retrovisore, la voce, le mani impegnate a guidare: ha il linguaggio del corpo di un uomo sereno e realizzato, cioè l’opposto dei personaggi di Lindon provati fisicamente da lotte che li schiacciano e pian piano ne minano anche la capacità dialettica, sempre meno efficace. Nell’ambiente delle multinazionali ritratto da Brizé, questo tipo di serenità è non solo assente, ma apparentemente impossibile, anche quando si raggiunge l’ultimo tassello mancante: chi comanda davvero.

 

Come già sperimentato nei film precedenti, Brizé ha scelto di affiancare a pochi attori professionisti (i tre membri della famiglia Lemesle) dei non professionisti che hanno arricchito i personaggi con le loro esperienze e con dialoghi realistici in cui, durante le discussioni più accese, ci si interrompe continuamente e le voci si sovrappongono. Cooper, l’amministratore delegato della multinazionale, compare soltanto durante una videoconferenza che inizia sotto i migliori auspici ma si trasforma in una raggelante lezione sul potere: è interpretato da Jerry Hickey, il cui mestiere abituale è formatore aziendale. Da esperto di cultura e linguaggio d’impresa, probabilmente non gli è stato difficile rendere intimidatorio il suo personaggio.

 

Inizialmente ha un aspetto piuttosto informale ma non si mostra mai affabile, a parole si complimenta ma le sue espressioni facciali comunicano durezza e disprezzo, non ha mai paura di alzare lo sguardo verso la camera quando deve esprimere le sue posizioni (uno sguardo che, al contrario, Philippe non riesce a sostenere), scandisce le sue affermazioni in maniera tagliente con parole precise e ben ponderate dietro cui fa trapelare più collera che disappunto; lo scopo della riunione è ribadire il suo ruolo di unico decisore che non deve essere messo in discussione. Eppure, subito dopo avere riaffermato la sua cieca fiducia nelle regole del mercato, ammette che anche lui ha un capo a cui rispondere: Wall Street. Forse servirebbe un ulteriore film per approfondire anche come ragiona il vertice della piramide, che rifiuta comodamente le responsabilità personali nascondendosi dietro un’entità astratta, privando così le controparti del volto di un nemico da affrontare. 

 

Sofferenza, angoscia, indignazione, ira che appartengono ai lavoratori e raggiungono i dirigenti, possono coinvolgere anche gli amministratori o coloro che sono identificati come padroni? Sicuramente Brizé, forte delle testimonianze raccolte, voleva dimostrare quanto possano patire emotivamente gli alti dirigenti costretti a fare scelte etiche incompatibili con i loro valori e che la sofferenza non appartiene soltanto ai lavoratori dipendenti: ma in conclusione, non mette tutti sullo stesso piano. Non solo Cooper, che resta una figura irraggiungibile tutt’altro che appagata ma il cui “boss” virtuale Wall Street è un alleato più che una minaccia; anche Philippe va incontro a una sorte sgradita con sufficienti protezioni. Già nella prima scena, dove si discutono i termini del divorzio tra i coniugi Lemesle, vengono elencati i beni della famiglia: i soldi non rendono felice nessuno di loro ma garantiscono di avere abbastanza risorse per arrivare senza alcuna paura alla fine del mese, e dei mesi a venire.

 

I lavoratori dipendenti delle fabbriche in chiusura o in ristrutturazione magari provano una sofferenza emotiva di intensità paragonabile a quella di questo dirigente, ma in più temono il rischio fondato dell’indigenza. Tutti i personaggi di Lindon di questa trilogia compiono un traumatico gesto di rottura finale: l’unico che può uscirne con un po’ di fiducia nel futuro, forse persino con una ritrovata serenità, è Philippe, perché per lui il denaro accumulato in precedenza fa la differenza. È un'amara sconfitta della lotta di classe: ci si può salvare solo come individui, in un sistema in cui il benessere del singolo non dipende affatto dal benessere di tutta la comunità.

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