Zanzotto: una splendida ciacola siderale

Non è facile raccontare una grande personalità. Se ne può dire qualcosa a proposito delle sue manifestazioni esteriori (ci ho provato in Zanzotto decabrista), ma l’imponenza di un’esperienza intellettuale molto significativa non si presta molto alle piccole aneddotiche, ancorché non inconsistenti. D’altra parte c’è l’opera con il suo grande carico di studi dedicati. Su cui torneremo dopo.

A me preme qui insistere sul fatto che quando la techne della poesia attraversa la terra della conoscenza, per così dire, significa che in quel momento lo strumento del poeta riesce a produrre una parte del reale mai esistita prima, vuole dire che con lui tutti facciamo un passo avanti e rosicchiamo qualcosa in più del mondo che prima, semplicemente, non eravamo riusciti a vedere. Dallo Swing al Bebop, ecco, Zanzotto come Thelonious Monk.

 

Ho sempre pensato che Andrea Zanzotto sia stato prima di tutto un grande uomo di pensiero che si è preoccupato delle sorti del mondo suo contemporaneo; ha saputo a suo modo mostrare le dinamiche profonde che legano l’essere umano a se stesso e agli altri uomini lavorando con il linguaggio sul linguaggio, ma proiettandosi oltre il linguaggio. La sua è una riflessione globale che si è articolata attraverso “un tramite poetico”. È per questo, forse, che non ha mai potuto stare dentro a una qualche casella definita della storia della poesia: tardo ermetico (così si definiva), ma mai “appartenente” se non per analogie e generiche affinità. Era ab-solutamente zanzottiano. Solo il tempo ha consentito, consolidandolo, di capire che il capitolo dell’opera di Zanzotto ha arricchito in modo speciale la Storia della poesia italiana ed europea. 

 

C’è un fondo su cui poggia ogni cosa: i fiori nel vaso, il vaso sul tavolo, il tavolo sul pavimento. Anche il linguaggio poggia su un fondo che è l’origine da cui viene e che rimane determinante. Quel che a noi interessa è il coraggio di Zanzotto e la sua capacità tecnica, appunto, di scrutare il fondo, di guardare cosa c’è dove poggiamo per stare in piedi. Di provare a riferire di quel trauma genetico “di cui si ignora la natura” e che ci consegna tutti a una “eterna riabilitazione” (Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura, Nottetempo, 2007). Quasi che solo la potenza di un trauma possa essere il nostro carburante per campare. Ragionando sui fondamenti Zanzotto è riuscito a guardare in faccia l’assenza che ci genera, il “come se” su cui questa assenza si regge e diventa linguaggio, che produce altri linguaggi. Un’assenza che fermenta e provoca i meravigliosi giochi della significazione.

 

Ci ha mostrato che la vita di una lingua viene prima della sua grammaticalizzazione, una pulsione che si “civilizza”, e che le dinamiche pro- e re- gressive sono in perpetua oscillazione. In questo modo la lingua diventa lo specchio del comportamento umano, in un gioco infinito di istintualità e sue regolamentazioni. Ed è così che le grammatiche si rinnovano, come noi oggi verifichiamo su scala planetaria. Quanto ci servirebbe Zanzotto per leggerle

Zanzotto circolava tra le vite di tutti noi, ma aveva sempre un filo invisibile con cui teneva costantemente la sua lenza lanciata nel fondo dell’origine e ogni tanto, quando sentiva strattonare, la tirava su e segnava il più accuratamente possibile le caratteristiche del suo “pescato”. Non era una questione “poetica”, ma una faccenda di pensiero. Il dialetto, ad esempio, che spesso ha prodotto equivoci anche grossolani su presunti suoi intenti etnografici, altro non era che l’Ur zanzottiano che abitava In nessuna lingua in nessun luogo, come titola l’antologia che raccoglie i suoi testi dialettali (Quodlibet 2019). Il poeta è “l'eccentrico”, diceva, colui che vive vicino al limite, “ma deve ritessere i fili che lo legano al centro per ricondurre alle sedi umane la sua esperienza fatta nel deserto […] dove il poeta vive esperienze in modo irripetibile e incomunicabile e il suo compito è renderle comunicabili” (intervento del poeta al convegno “Andrea Zanzotto tra Soligo e Laguna di Venezia”, Fondazione Cini, 17.10.2006).

 

 

Le commemorazioni sono una cosa molto importante, ma servono in modo particolare quando si tratta di farle per il lavoro di un intellettuale che funge da punto gravitazionale del pensiero di chi rimane. Sì, perché la ricerca drammatica e angosciosa di Zanzotto, la sua discesa nel Maeltröm, non ha perso nulla del suo potenziale: la significazione continua il suo lavoro in stretta connessione con un’origine “misterica”, e il gioco di linguaggi e meta-linguaggi si perpetua costruendo il senso del nostro contemporaneo. Non c’entra l’“entità filosofica” del suo pensiero, e non si tratta di dire se il suo pensiero sia attuale (non spetta certo a me), ma di capire che è con il suo pensiero che noi siamo attuali. 

Sul momento, il 1968, dell’uscita di La Beltà, libro baricentrico nell’opera, Stefano Agosti (il cui lavoro rimane irrinunciabile per la comprensione dell’autore) scriveva della “precisa sensazione che esso rappresentasse l’exemplum, o l’attuazione in re, di quanto alcune opere capitali di quegli anni venivano proponendo intorno al Linguaggio, al Soggetto e alla Storia” e si riferiva a La pensée sauvage e ai primi volumi delle Mythologiques di Claude Lévi-Strauss, a (1963-1966), agli Écrits di Jacques Lacan (1966), a Les Mots et les Choses di Michel Foucault e a De la Grammatologie di Jacques Derrida (del 1967), alla grande diffusione che negli anni Sessanta ebbe il Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure (Introduzione in Andrea Zanzotto, Poesie 1938-1986, Mondadori 1997, p.27). Si capisce perché era importante che lì, nella sua collina, Zanzotto proseguisse il suo pensiero, era confortante sapere che lui “ci pensava”, nel senso duplice che pensava al “pescato”, ma pensava anche a noi. Aveva intercettato, ponendosi in sintonia e dialogo, il maggior filone speculativo del suo tempo. 

 

Senza mai spegnere il formidabile radar con cui monitorava costantemente i movimenti artistico-letterari e culturali del suo tempo, testimone il suo corposo e acuminato lavoro critico, egli ha visto e indicato, anzitempo, nella questione climatico-ambientale un ulteriore orizzonte su cui ha esortato a impegnarsi con ogni mezzo per far fronte ai guasti dell’antropocene, per provare a scongiurare l’amara prospettiva – oggi nitida – verso cui l’umanità rischia di andare. Anche in questo caso egli ha continuato a ragionare non in termini storici, ma “antropo-geologici”, mostrando come in gioco ci sia un destino di specie e non tanto un momento storico dell’umanità (lo ha ben spiegato Alberto Russo Previtali in Pasolini e Zanzotto: due poeti per il terzo millennio,  Franco Cesati Editore 2021) e rimettendo in discussione una primogenitura umana che non c’è mai stata. Di nuovo uno sguardo sull’origine, con un’apertura da Zero a Infinito.

 

Sapeva tenere insieme le sue voragini psichiche e il piccolo quotidiano, quello della (kantiana) passeggiata quotidiana, delle conversazioni indispensabili con gli amici dell’osteria (fondamentali i Colloqui con Nino, Bernardi 2005), in un’acrobazia continua tra significanti e significati i più corporei. E tutto si riversava puntualmente nei versi, in una splendida ciacola siderale. “Questo difficile e pur tanto affabile poeta ctonio” (Gianfranco Contini), ha prodotto una nostra contemporaneità, caratterizzandola con la sua voce totale, in grado di reggere i confronti più ardui con i neo-sistemi della comunicazione di sintesi in cui sempre più viviamo immersi. E senza dimenticare la carne e il sangue di cui siamo fatti.

Ci ha pensato Andrea Cortellessa a dare una sistemazione aggiornata dell’opera e delle sue diverse analisi in Zanzotto. Il canto della terra (pp.425, Laterza 2021). Con un lavoro che viene da lontano, e, direi, con una esattezza esemplare completamente adatta alla sensibilità del poeta, l’autore illustra le varie dimensioni di Zanzotto: quello proprio della poesia, naturalmente, dai legami con il significante lacaniano alla fuga da Lacan; ma anche su quello più filosofico, nel senso che si diceva sopra. Cortellessa ricorda (con Romano Luperini) che Zanzotto, per Contini erede legittimo di Montale, è al tempo stesso l’“ultimo poeta ‘alto’”, che chiude un’epoca; ma è anche “uno dei primi poeti ‘bassi’”, che rovista “nelle macerie del vissuto e nel fango del quotidiano, o una falda oscura dell’essere, inconscia e biologica, antropologica: materica”, colui che apre un’epoca per aver posto in discussione “un’idea della poesia come verità e luce di rivelazione”. (p. 21-22).

 

In questo 2021 che si è dedicato a Dante come non mai e in ogni dove, che dire del più dantesco dei moderni contemporanei? Agosti diceva che inserire Zanzotto nella linea Dantesca “è molto appropriato, perché Zanzotto vede e assume la ricchezza della lingua di Dante: pluralità degli idiomi, varietà degli stili, invenzioni linguistiche e translinguistiche” (Omaggio a Stefano Agosti 1930-2019, a cura di A. Russo Previtali, LPELC, 21.07.2019). Un “plurilinguismo” (continiano) che lo stesso Eugenio Montale, parlando della Beltà nel 1968, notava: “A lui – scriveva – tutto serve: le parole rare e quelle dell’uso e del disuso; l’intarsio della citazione erudita e il perpetuo ribollimento del calderone delle streghe. Sullo sfondo, poi, può esserci tanto il fatto del giorno quanto il sottile richiamo mitologico. […]” (dalla Prefazione di Gianfranco Contini al Galateo in Bosco). Dante e Zanzotto, scrive Cortellessa: “Davvero poeti ‘continenti’ entrambi, in primo luogo per capienza, hanno raccolto nel rispettivo “Vas d’elezïone” la quantità più vasta e polimorfa possibile di materia concettuale e linguistica. Ed entrambi, con la generosità più folle che si possa concepire (il maestro siglando tale funzione nel suo stesso nome), ce l’hanno restituita: non prima di imprimervi, indelebile, il proprio sigillo” (p.25).

 

Da sensore potente Zanzotto ha lanciato una sorta di ultimo razzo segnalatore provando a immergersi tramite una lingua a lui piuttosto estranea, l’inglese, in una tradizione lontana, quella giapponese, e in una struttura poetica antica e ben nota, quella dello haiku: il risultato sono gli Haiku for a season (a cura di Patrick Barron e Anna Secco, The University of Chicago Press 2012; Mondadori 2019). Il filo ha tirato su un nuovo “pescato”: una lingua-poesia che non c’era?

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