Le Ore perse di Caterina Saviane

È dolorosamente conficcato nel tempo Ore perse di Caterina Saviane, diario di una sedicenne in tempestosa navigazione esistenziale nell’ultimo scorcio degli anni Settanta. Caterina parla dal ghetto di una distanza in cui l’ha confinata la sua intelligenza irrequieta, scalpitante, e, a tratti, decisamente distruttiva. Se oggi il suo nome compare nel procedere sghembo di questa “Storia d’Italia attraverso i sentimenti” è perché la sua scrittura fremente sembra capace di seguire la curvatura emotiva dei suoi anni, e non teme di affacciarsi sul vuoto che ne occupa il centro. Lo vede, e lo dichiara. Se ne sente avvolta. All’amica Monica che le chiede: “Come stai?”, Caterina risponde: “Mi trascino”. E a Franco, uno dei suoi interlocutori più presenti, offre un’osservazione impietosa: “Ti sento inaridire come una foglia al sole, ti sento nudo di qualsiasi idea, di qualsiasi risposta”. 

Caterina si muove tra rovine ancora fumanti. Non ha nulla cui appoggiarsi, figlia di una storia imputridita: “Sappiamo di essere bacati da una tradizione marcia, divisa fra due periodi che ci fanno vivere un presente d’inculati”.

 

L’energia del ’68 si è esaurita da tempo, e da tempo mostra la sua piega entropica. Come si può guardare avanti? Ogni gesto svela un’ombra luttuosa (nel 1978, l’anno in cui esce Ore perse, viene assassinato Aldo Moro, lungo una scia di altri 24 omicidi di diversa ispirazione politica). Desideri esangui punteggiano il “buco nero” delle “ore perse”, piccoli scuotimenti dell’anima, movimenti da fermi: “Mi viene voglia di saltare fuori dalla tomba della mia giovinezza”, annota Caterina. E ancora: “Sono una matassa aggrovigliata di speranze”. Ma speranze appena balbettate, senza esito, l’anima anchilosata, ritratta, forse per una strenua autodifesa. Speranze pronunciate quasi sottovoce, con pudore. Giusto per proteggersi dalla tempesta. E non si rivolgono ad altri se non al piccolo gruppo di naufraghi che le sta attorno.

Il libro di Caterina Saviane esce, lo si è detto, nel 1978, ma le sue annotazioni sono dei due anni precedenti. Ore perse gode di una vasta e immediata fortuna: nelle sue pagine molti si riconoscono come in uno specchio. La malinconia rabbiosa di Caterina, la sua snervata umoralità, sono evidentemente un male diffuso. Per nessuno è facile tenersi in equilibrio in mezzo al caos di antagonismi devastanti. Ci si strappa l’anima, o se ne resta annientati. “Gli anni Settanta presentano una complessità davvero inusuale, oltre a contenere dentro di sé i nodi irrisolti dei decenni precedenti, e forse anche di quelli presenti… è il decennio chiave del dopoguerra, il più complesso, caotico, ricco di promesse e anche di delusioni, di possibilità e di vicoli ciechi”, si legge nell’ “Avvertenza” dei curatori della mostra sugli “Anni Settanta” alla triennale di Milano (2007).

 

Caterina veleggia lì in mezzo, fra promesse al crepuscolo e residue aspettative, infilandosi in “vicoli ciechi” dove si perde.  Sogna anche, quando il timbro implacabile, quasi feroce, della sua intelligenza glielo consente. E insegue chimere, che lei stessa provvede a liquidare, facendo ritorno al vuoto da cui proviene: “andiamo tutti a vivere in una casa nostra, ce la costruiamo con le nostre mani pezzo per pezzo”), un azzardo che subito ricade su se stesso: “Pensare a voi è come pensare a un cimitero di ombre, siete aridi e stanchi peggio di me”.

 

 

Caterina fatica a tenere il timone, va alla deriva. Anche le incursioni corsare dei suoi pensieri selvaggi sfiammano, riducendosi al sommesso pulsare di un’intelligenza che riconosce la propria disfatta, e la registra: “Giorno dopo giorno i tentacoli spinosi del fallimento si stringono sul mio corpo”, scrive. “Siamo una generazione logora”. “La mia inutilità è appesa in ogni angolo, schiacciata sullo specchio”. 

Pensieri e sentimenti non arrivano a consistere, come spesso accade nel transito adolescenziale: “È da stamane che i miei pensieri continuano a rimbalzare tra il cielo e il mio cervello, si rincorrono esausti in pazzi ghirigori e non so più se sono miei o degli altri. Talvolta ho l’impressione che mi stiano abbandonando per sfaldarsi altrove… Grovigli di pensieri grigi e gelatinosi come meduse che cercano di sottrarsi al loro farsi niente”.

 

Poi, la famiglia, tessuto lacerato: “Quanto tempo speso a non conoscerci e a non capirci”. E durissima: “I nostri genitori passano il tempo a ipotecare la nostra catastrofe”.

Caterina vive con il padre, la madre con la sorella, in una casa di campagna. La separazione, acquisita, non pare drammatica. Il rapporto con il padre difficile, ma ironicamente affettuoso: “Cosa starà ammucchiando mio padre in quella testa di giornalista sbalestrato”. Sergio Saviane è un giornalista assai noto, corrosivo critico televisivo del settimanale “L’Espresso”, fortemente incline alla stroncatura (accumulerà nel tempo non poche querele). È di sua invenzione l’espressione “mezzobusto” per indicare il giornalista che legge le notizie del telegiornale seduto a un tavolo. Il “mezzobusto” è, per Sergio Saviane, un professionista dimezzato da una troppo stretta prossimità con i luoghi e l’esercizio del potere. Costantemente all’attacco. Come Caterina.

 

Che ne sarà, nello sviluppo del tempo, di questa ragazza dallo sguardo troppo acuto e della sua irrequieta instabilità? Nel 1980, al passaggio del decennio, Caterina Saviane compie vent’anni. Ne vivrà ancora poco più di dieci. La sola morte – scriverà in una poesia del 1986 – è “quella dei vivi”. Caterina appariva elettrica e “saltellante”, alimentata da un’“energia inesauribile”, tanto da far “sentire chi le stava accanto pavido, comune, banale”, ricorda Maria Pace Ottieri. L’energia invece finirà. Caterina Saviane muore nel 1991, a trentuno anni. Di overdose. 

Il padre Sergio, il “giornalista sbalestrato”, ricorda il martirio del suo ultimo anno di vita: “Dormivo vestito, di notte andavo per caserme e me la riportavo a casa, fumava 120 sigarette al giorno, e se non erano sigarette era qualcosa di peggio. Il buco finale a Milano, a casa di un’amica”.

 

Fonti:

Caterina Saviane, Ore perse, 1978.

Caterina Saviane, Appénna ammattita, 2015.

Anni settanta, a cura di Marco Belpoliti, Gianni Canova, Stefano Chiodi, 2007.

Angiola Codacci-Pisanelli, “Caterina Saviane: un talento ritrovato”, “L’Espresso”, 19 febbraio 2015. 

 

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