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Don Roberto Sardelli: la vita dei baraccati

Sul volto affilato di don Roberto Sardelli ho visto impresso il coraggio, più di ogni altro sentimento. Il coraggio, e una forza ostinata, irriducibile: quella dell’uomo che reclama e grida giustizia, e non per sé ma per altri. “Non tacere” è la parola-chiave che circoscrive il nucleo del suo agire, ed è anche il fondamento della sua pratica pedagogica. Non posso tacere perché ho visto e ho vissuto, sembra dire don Sardelli, perché ho condiviso la vita dei baraccati dell’Acquedotto Felice, una discarica di umanità, per anni la macchia nera di ogni piano di modernizzazione di una città che a lungo ha cercato di non vedere. Cominciare a parlare è l’inizio di un itinerario di riscatto. Prendere la parola, scoperchiare la pietra tombale della sottomissione, può voler dire diventare protagonisti della propria vita. Questo ha insegnato don Sardelli ai bambini della sua scuola, la “725”, dal numero della baracca che la scuola occupava. Le loro voci, prima deboli, impastate da un lungo silenzio, poi sempre più forti e distinte, hanno vinto la sordità di un’intera città.

 

La città è Roma, sul finire degli anni sessanta e i primi settanta. Il quartiere è l’Appio Claudio, tra san Giovanni e Cinecittà, sviluppato, con scoperti intenti speculativi, attorno all’asse della via Tuscolana. In questo angolo di mondo sono transitati sogni, o fugacissime illusioni: quello della “casa nuova” e della vita nuova vagheggiato da “Mamma Roma”-Anna Magnani nel film di Pierpaolo Pasolini. Un sogno sfumato in un epilogo tragico. Mamma Roma esce nel 1962. Di due anni prima, la sequenza d’avvio di La dolce vita di Fellini, un’onirica visione: la statua del Cristo, che, agganciata a un elicottero, vola su questa porzione di città in laboriosa costruzione. La benedice o ne compatisce gli eccessi?

 

Cristo, potremmo dire, non si è fermato ad Eboli, come nel romanzo di Carlo Levi, ma, molto prima, a ridosso degli archi dell’Acquedotto Felice, dove si sono accatastate malamente le lamiere delle baracche. In quella casba tentacolare, come in un estremo rifugio, si sono andate stipando le vite di chi non ha trovato posto nell’ordine urbano. Gli “ultimi”, direbbe Sardelli, i non-cittadini, gli “invisibili”. 

Oltre la struttura monumentale della parrocchia di san Policarpo e le linee limpide di largo Spartaco, si estende la spianata sconnessa, per mesi imprigionata dal fango, che dalla metà degli anni trenta, ha ospitato controvoglia lo sgangherato agglomerato. Non c’è acqua, né luce, non c’è nulla. Solo vite che faticosamente annaspano. Vite mortificate, in perenne attesa.

 

Risulta davvero paradossale che questo ammasso anomalo nel corpo del quartiere sia cresciuto a pochi passi dagli insediamenti dell’Ina-Casa progettati, a partire dagli anni cinquanta, dall’architetto Adalberto Libera e da altri sotto il segno di un armonioso abitare. Colpisce ancora la razionalità elaborata del suo disegno, la geometria degli interni e degli spazi aperti. Adalberto Libera ha a cuore lo stare dell’uomo e del suo essere in relazione. Costruisce lo spazio avendo per riferimento mentale questo preciso presupposto che trasforma in principio costruttivo. 

Ma sul finire degli anni sessanta queste case fatte per gli uomini cominciano ad apparire come un’oasi, quasi un’impropria decorazione, in mezzo a un deserto in caotico subbuglio. Oltre san Policarpo e largo Spartaco la città finisce, si sfalda ogni progetto di civile convivenza. Si apre la voragine dell’Acquedotto Felice, dove non ci sono più diritti, né cittadini.

 

 

Lì vivono, nascosti, vergognosi di sé, i resti della città.

Don Sardelli ha raccontato che i bambini delle baracche una volta usciti da scuola non rientravano subito a casa, ma facevano un giro tortuoso per “far perdere le loro tracce”: non volevano far sapere ai propri compagni dove vivevano. E racconta ancora di una bambina alla quale era stato assegnato questo tema: “Descrivi la strada in cui vivi”. E la bambina descrive nel dettaglio una bella strada piena di luci, di gente e auto in movimento. Arrossisce quando Sardelli le fa notare che quella descritta nel tema non è certo il viottolo fangoso in cui vive, ma arrossisce a sua volta per averglielo fatto notare.

 

All’Acquedotto Felice Sardelli arriva nell’autunno del 1968, l’anno giusto per rompere schemi e incrinare ortodossie. Giovane sacerdote, viene destinato alla parrocchia di san Policarpo, ultimo avamposto prima della landa. Negli anni di seminario, ha già manifestato l’indole irrequieta del suo cristianesimo radicale. Don Sardelli sogna un cristianesimo povero, e per i poveri. Ed è abbastanza per suscitare l’ostilità delle gerarchie ecclesiastiche, che ripetutamente ostacolano la sua ordinazione sacerdotale. Non lo vogliono prete, non è dei loro. Troppo indocile. Sentono quel giovane di buona famiglia come un estraneo, o come un nemico. 

 

Così don Sardelli comincia a evadere dal perimetro soffocante dell’istituzione ecclesiastica. Ne avverte la sclerotizzazione, esige un cristianesimo vivo e capace di parole vive. La Chiesa, dice, non può chiudersi, o arroccarsi, nei suoi palazzi, deve scendere in strada, dove la parola cristiana è nata e si è diffusa.

Don Sardelli cerca. Nel ’61, da seminarista, fa visita a don Milani e alla sua scuola. Poi va a Lione per conoscere l’esperienza dei preti operai. Nello stesso tempo, prende confidenza con il grande pensiero teologico, ama gli azzardi di Teilhard de Chardin, per decenni esiliato in Cina... Lungo questo percorso tortuoso, lontano dalle vie maestre, don Sardelli compie il suo apprendistato spirituale. Ora è pronto per andare incontro alla vita. Eccolo allora a san Policarpo. Ma ci sta poco. La vita della parrocchia non è per lui, la considera una “villeggiatura”, ne rifiuta gli agi e le consuetudini.

 

Sardelli scalpita, vuole andare via. Poi vede le baracche, un po’ nascoste rispetto alla Chiesa. Capisce che la sua vita è lì, non nel quieto paradiso di san Policarpo, ma in quell’“inferno”. Lì è la prova del suo cristianesimo di strada. Ci starà sei anni, fino a quando le baracche verranno demolite, e i suoi abitanti trasferiti in un’altra periferia, quella di Nuova Ostia. In mezzo le grida delle lotte, per l’acqua, per la casa, la “Lettera al Sindaco”, il libro Non tacere. Poi Sardelli si muoverà su altri fronti: l’assistenza ai malati di Aids, i rom. Fino alla morte nel febbraio del 2019. Nel paese in cui era nato, Pontecorvo, in Ciociaria. Da una famiglia di borghesia agiata, che aveva questa consuetudine: ogni volta che si metteva a tavola, si prendeva cura di far avere lo stesso cibo a quattro famiglie povere del paese.

 

Fonti:

 

“Non tacere” documentario di Fabio Grimaldi, 2007.

Alfonso Capanna e Giuseppe Zito, Storia, oralità e vissuto nella X circoscrizione di Roma, 1999.

Roberto Sardelli e Massimiliano Foschini, Dalla parte degli ultimi, 2020.

 

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