Il tuo due per mille a doppiozero

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poeta

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7 aprile 1928 – 20 maggio 2021 / Giancarlo Majorino. Il molteplice nel singolo

Eleganza e ironia: sono queste le due prime figure – del vivere, del pensare – che mi vengono in mente quando penso a Giancarlo Majorino, scomparso il 20 maggio. La poesia non è stata per lui solo un’esperienza di linguaggio e di ricerca, d’invenzione e di rappresentazione critica di un’epoca, ma un atto di vita, una forma essenziale e necessaria della vita. La lingua della poesia, della quale conosceva bene forme e tradizioni, era per il poeta della Capitale del Nord (1959) e di tanti altri bei libri, una terra da sommuovere, ricomporre, reinventare: ma sperimentare non voleva dire sottrarsi alle urgenze delle grandi domande per abbandonarsi al puro esercizio formale e linguistico, al seguito di passeggeri neo-avanguardismi; sperimentare significava invece portare la parola in quello scarto dalla convenzione e dall’uso che fa sgorgare un nuovo sguardo sulla realtà, anzi della realtà riesce a mostrare quello che il pensiero dominante e l’opinione comune nascondono.   Un’idea di realtà che assorbiva in sé il possibile, persino l’utopico, e punti di vista plurali, mobili, punti di vista in grado di sovvertire quello che Majorino chiamava lo “stile mercantile” (ricordo su questo...

Una corrispondenza / Paul Celan e Ilana Shmueli: “Le mie poesie hanno già parlato”

Una chiave per com-prendere gli enigmi di Paul Celan, poeta “oscuro” per definizione, è forse racchiusa in un breve libro-testimonianza: Di’ che Gerusalemme è, di Ilana Shmueli (Quodlibet, 2002). L’autrice, ebrea, amica d’infanzia di Paul e come lui nata a Czernowitz, amò Celan durante il suo breve (e ultimo) viaggio a Gerusalemme. In questo piccolo libro nato vent’anni dopo trascrive le sue lettere e le sue poesie, le commenta e le interpreta; parla di Celan come se lui fosse ancora presente sulla terra, scrive il diario dei giorni del loro incontro, di cui però suggerisce di non volere svelare tutto il mistero. «Scrivere su Celan significa per me anche scrivere della nostra origine, luoghi, periodi, ambienti di vita che hanno condizionato il nostro essere e il nostro destino: Czernowitz tra le due guerre mondiali, Czernowitz negli anni della seconda guerra mondiale» (DCG, p. 16).   Celan e Ilana, dopo l’amicizia degli anni d’infanzia, si rivedono una prima volta a Parigi, nel 1965, dove discutono di linguaggio, destino, ebraismo. Tra il 1966 e il 1967 il poeta e la moglie Gisèle Lestrange, geniale illustratrice dei suoi libri, vivono separati, mentre Celan è ricoverato...

20 aprile 1970 - 20 aprile 2021 / Paul Celan: parla anche tu

Dopo Hölderlin c’è tutta una linea della lirica tedesca che percorre l’area più fertile del pensiero tragico in poesia. Si potrebbe anche dire del pensiero “esistenzialista” in poesia. O, addirittura, del pensiero in sé. Del pensiero senza aggettivi. Del pensiero poetante che parla, in poesia, di ciò che pensa “linguisticamente”, e perciò poeticamente. Per Ernst Meister, che è forse il più intransigente fra questi poeti di pensiero, la poesia è identica al pensiero che si pensa («Dichten ist identisch mit Denken»). Hölderlin ha avuto due grandissimi eredi, molto diversi tra di loro: Rilke e Celan. Celan cioè Paul Antschel (1920-1970), nato nel 1920 da famiglia ebraica a Czernowicz, allora in Romania, studente di medicina in Francia e poi di anglistica a Bucarest, quindi viennese e infine parigino, traduttore da inglese, francese, russo, italiano, ebraico, portoghese e rumeno, poeta di lingua tedesca, la lingua parlata da sua madre (suo padre si esprimeva in ebraico), ma anche dai nazisti, i “maestri di morte” che, grazie alle SS e ai loro collaborazionisti rumeni, lo resero orfano a poco più di vent’anni.     Come Novalis, come Hölderlin, Celan ha teso se stesso e...

Duecento anni / Baudelaire, l’infinito nelle strade

Duecento anni fa, il 9 aprile, nasceva Baudelaire. Duecento anni: un tempo in cui la presenza del poeta è via via diventata più intima a quelle che oggi chiamiamo ragioni della modernità, ma anche più intima alla nostra lettura del mondo, dei suoi enigmi, delle sue ferite. La poesia di Baudelaire è il pentagramma su cui molta poesia venuta dopo di lui ha scritto la propria musica: dopo Baudelaire è un’espressione che può comprendere Rimbaud e Valéry, Trakl e Eliot, Whitman e Pasternak e moltissimi poeti.  Per questo riaprire I Fiori del male è ritornare a un principio in cui temi e figure, accenti e registri di tutta la poesia che diciamo moderna sono come raccolti, o annunciati.    I Fiori del male sono un libro poetico che si può collocare nel cuore della nostra epoca. Come per la Commedia di Dante, quella poesia non ha mai cessato di interpretare un tempo successivo a quello in cui il suo autore è vissuto. Anche Baudelaire ha compiuto una peregrinazione, ma nell’inferno della metropoli, che è ancora la nostra metropoli. Lungo questa peregrinazione, l’invisibile si è mostrato nelle vesti del visibile. L’estremo nel ritmo del quotidiano, l’infinito nelle...

Un verso, la poesia su doppiozero / T.S.Eliot. Il tempo che distrugge è il tempo che conserva

È un verso dei Quattro quartetti (Four Quartet) di Thomas Stearns Eliot (tolto dal terzo dei quartetti, quello intitolato al nome di un gruppo di scogli presenti al largo della costa del Massachussetts, The Dry Salvages). Il verso riprende il tema che trascorre, con le sue variazioni tonali e meditative, retoriche e argomentative, lungo tutto il testo. Dico tema riferendomi al linguaggio musicale: di fatto il componimento di Eliot, nelle sue quattro grandi partizioni e nei singoli interni movimenti, è del tutto conformato alla struttura di una composizione musicale.    Come unire meditazione e forma, teoresi e ritmo, suono del pensiero e immagine, come portare il fuoco della riflessione – con le sue domande ultime sull’intreccio tra il vivere e il morire – nel suono del verso, nei suoi indugi fantastici, nella sua libertà appunto temporale, questa è stata l’interrogazione che ha sostenuto la ricerca poetica di Eliot, da Prufrock, del 1917 e The Waste Land, del 1922, fino alle composizioni degli anni Trenta e oltre. Lo stesso teatro, che occupa molta parte della scrittura di Eliot, fedele anch’esso a un dettato modernista di scomposizione temporale del dire, di contiguità...

Milo De Angelis: Linea intera, linea spezzata

C’è una linea – un confine da valicare, una porta da attraversare – presente da sempre nella poesia di Milo De Angelis, che potremmo chiamare dell’inafferrabile. Sta lì nel chiaroscuro dell’incomprensibile, uno scenario di finestre a volte aperte a volte chiuse, un posto dove non è necessario capire, comprendere, ma è ragionevole lasciarsi andare, seguire la luce che viene dai testi, fermarsi nell’attimo in cui si fa più fioca, attendere perché tra un istante, tra uno o due versi ci inonderà, e l’ombra proiettata sul muro potrebbe essere la nostra, è di certo la nostra, ma non starà lì a lungo, è destinata a sparire, come il muro che si creperà o finirà alle spalle del prossimo angolo, in un pozzo di misericordia, in un ricordo. E per lasciarsi andare bisogna essere consapevoli, De Angelis non domanda abbandono ma coscienza. La capacità di seguire un percorso che non va da nessuna parte, almeno non ci arriva dritto. Averlo letto in tutti questi anni ci fa somigliare di più a qualcuno che stia viaggiando per cerchi, come quelli della 90 e della 91 che seguono la circonvallazione esterna di Milano, solo che il percorso non è mai lo stesso. La filovia di De Angelis ci conduce in un...

La poesia dei commiati / Cees Nooteboom: Addio

Leggere Cees Nooteboom, in prosa, in poesia, gli articoli o i saggi, porta con una certa costanza a un viaggio circolare tra luoghi, tempi, spazi della vita; induce, pure, una costante eco tra tutti i suoi libri, richiami, rinvii, una istigazione a pensare, a una lettura attiva. Accade in particolar modo leggendo l’appena uscito Addio, con sottotitolo Poesia al tempo del virus, tradotto da Fulvio Ferrari per Iperborea, in cui sono pubblicate 33 poesie divise in tre parti composte da 11 testi ciascuna. Un ordine simmetrico che riflette la composizione delle liriche stesse: ognuna composta da tre quartine con un verso finale solitario, una chiusa epigrammatica, una sorta di epigrafe da cui risorge la poesia stessa nella pagina successiva. In questo contesto non guasta ricordare quanto Cees Nooteboom sia scrittore legato non tanto al viaggio quanto allo spostamento: un osservatore del luogo, che sia vicino a lui, il giardino oltre la finestra, o lontano da lui, in un altro paese come il suo amato oriente.   Il luogo e il tempo, il dove e il quando, sono elementi preponderanti nei suoi romanzi: ogni storia è fortemente collocata spazio-temporalmente e senza quella particolare...

Un poeta inglese / Philippe Morre: istantanea di ippopotamo con banane

Esistono solo due raccolte di poesie di Philippe Morre: la prima solo in inglese, The Sadness of Animals (San Marco Press, 2012), la seconda invece in italiano e inglese Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019). Nonostante le nove pagine che Poesia gli ha dedicato in febbraio di quest’anno, di Philip Morre resta purtroppo piuttosto difficile reperire i libri sia in Italia che in Inghilterra. Patrick McGuinness, nel saggio pubblicato da Poesia, parla di lui come di un poeta che è la quintessenza dell’inglese. Ci sono naturalmente anche molti altri autori che hanno formato Philip Morre: Montale, Callimaco, Caproni, Bonnefoy. Forse è appunto questa la quintessenza dell’essere inglese, fin da Chaucer e Shakespeare: una capacità di nutrirsi di altri idiomi e modi di pensare. In parte accade all’inglese quello che è accaduto al greco nel mondo antico: l’inglese è progressivamente diventata una lingua diffusa nel mondo per la sua grande capacità di assorbire.   Non solo non ha un’Academie o una Crusca, ma nel lessico e nella sintassi, e soprattutto in una voracità intellettuale che l’ha trasformata nella lingua delle scienze e in un grande veicolo delle letterature...

Da un paese vicino / L’imperfetto di Giampiero Neri

La poesia di Giampiero Neri (pseudonimo di Giampietro Pontiggia, Erba, 1927) da sempre tende alla prosa. Se nel primo libro, L’aspetto occidentale del vestito, uscito nel 1976, alle prose poetiche si alternavano ancora testi in versi, da una raccolta all’altra la poesia di Neri si è concentrata in modo quasi esclusivo sulla forma del petit poème en prose, che vanta una lunga e prestigiosa tradizione nella letteratura europea, da Baudelaire a Dino Campana. In passato, però, l’elemento narrativo, in questo autore, era sempre straniato da un caratteristico procedimento di riduzione, di scorcio, di ellissi: negli stringatissimi “racconti” di Neri i dettagli – dei personaggi, delle immagini, delle vicende – si presentavano e direi si stagliavano isolati, illuminati dalla scarsità di informazioni intorno al loro contesto. (Di questo ho scritto in un precedente articolo su doppiozero, al quale rimando: “Giampiero Neri. Un’acuta perplessità”).   Nel libro appena uscito, Da un paese vicino (Ares edizioni, settembre 2020) la poesia di Neri sembra abbandonare i procedimenti fortemente stranianti che assimilavano le sue prose alla poesia propriamente detta (in versi, per intenderci)....

Un verso / Guido Cavalcanti. Perch’i’ no spero di tornar giammai

È il verso che apre una delle più note ballate di Guido Cavalcanti, verso ripreso e rimodulato da Eliot ad apertura di Mercoledì delle ceneri. Amante degli studi e della speculazione filosofica, guelfo bianco attivo nell’agone politico fiorentino, Cavalcanti è figura rilevantissima nella cerchia dei poeti che condivisero, in amicizia, quello che uno di loro, Dante Alighieri, definì “dolce stile”: una lingua della poesia che insieme era teoresi d’amore e figurazione fantastica del desiderio. Una lingua che nel verso congiungeva meditazione e canto, pensiero e ritmo, sapere e melodia : un meraviglioso “legame musaico” – per usare l’espressione del Convivio dantesco – che sarebbe stato un modello per il costituirsi di una tradizione lirica italiana, da Petrarca a Leopardi. Il rapporto profondo – di scambio intellettuale, e di dissenso teorico – che Cavalcanti ebbe con Dante appartiene alla storia animatissima delle dottrine d’amore come si disegnarono sul finire del Duecento, tra presenza teologica d’impianto tomistico, fisica dei sensi e razionalismo averroista. Le Rime di Cavalcanti sono, in questa grande scena, l’esperienza singolare e strenua di tensioni diverse che danno alla...

Gattici / È morto il pioppo

Tremulo è aggettivo bellissimo e icastico che a tutti i pioppi si addice. Nell’onomastica botanica tuttavia se l’è accaparrato il Populus tremula, certo il ballerino dalle migliori perfomances: i lunghi piccioli appiattiti, perpendicolari alla base delle lamine, fan mulinare le foglie al minimo refolo. Sono i più montani tra i pioppi, prediligono luce e frescura, e si inerpicano fino ai 2.000 metri.  Con il Tremolo in Italia sono assai diffusi anche il Populus nigra e il Populus alba, facili da osservare lungo i corsi d’acqua e facili da distinguere all’occhio. Il bianco si presenta in forma perlopiù arborea, ha corteccia chiara negli esemplari giovani, scura e solcata di striature nerastre negli adulti. La chioma globosa è folta di foglie dalla marcata eterofillia: porta infatti lamine al contempo tondeggianti o ellittiche con orlo dentellato e picciolo breve, altre – all’apice dell’albero e sui polloni – palmate, con 3 o 5 lobi, e un più lungo peduncolo (5-8 cm). In entrambe le tipologie fogliari la pagina superiore è d’un bel verde intenso e opaco, mentre l’inferiore è tomentosa e d’un bianco argenteo lampeggiante al vento. Il nero è il più popolare (ma attenzione alle...

Trenta poesie famigliari / Il Pascoli di Garboli

Rileggo un libro da me molto amato, appassionante e divertentissimo; e sono un po’ sulle spine. L’editrice Quodlibet, che con merito ha tra le sue vocazioni anche quella di riproporre testi importanti eppure dimenticati o introvabili sul mercato, ha da poco riproposto le Trenta poesie famigliari di Cesare Garboli (con una introduzione di Emanuele Trevi, Quodlibet, Compagnia extra, 2020, 20 €). Uscì per la prima volta nel 1985 nella collana economica dei classici Mondadori, e Garboli figurava come curatore del manipolo di poesie pascoliane. Cinque anni dopo, ricomparve nella Nuova Universale Einaudi con un sorprendente cambio d’intestazione: il curatore che assurgeva al ruolo di autore.   Quello che poteva sembrare un colpo di mano, o meglio un coup de théâtre in flagrante stile garboliano, altro non era che la presa in carico di un dato di fatto. Come dichiarato da Garboli medesimo nella prefazione a questa seconda edizione, a petto di una risicata antologia di testi, e neppure tra i maggiori, l’ipertrofica mole delle pagine della nota al lettore e della cronologia finivano per fagocitare le 30 poesie, tutte per giunta dotate di glosse e cappelli introduttivi a larghe tese....

(ma non solo) / Luca Maria Patella. Canzoniaere: la poesia

Patella è uno degli artisti più caparbi che abbia mai conosciuto. L’età non l’ha piegato, casomai un po’ raddolcito, è diventato più autoironico, ma non transige su ciò che vuole. E ciò che vuole è “semplicemente” – ci vogliono sempre le virgolette, vero? – che si colga la sua arte così come lui la intende. L’arte per lui è faccenda complessa, un modo di pensare e di essere che se lo si è scelto è perché è diverso dagli altri modi, da quello scientifico o filosofico, o psicanalitico o antropologico o semiologico, e soprattutto perché non è una disciplina tra queste ma il modo di riprenderle tutte, da qui la complessità, rigiocandole a un altro livello, il livello esistenziale: arte e vita. So bene che la formula “arte e vita” fa arricciare il naso a molti, ma c’è poco da esitare: ci deve essere una corrispondenza, fosse pure in negativo, en creux, come dicono i francesi.   Faccio due esempi che lo riguardano. Patella ha una formazione scientifica di alto livello, è stato assistente di un collaboratore del Premio Nobel Linus Pauling, studi, argomenti, forma mentis che non sono certo stati dimenticati, anzi che hanno determinato il senso della sua decisione di passare all’arte...

La Castalda e le altre / Fiori: ombrellini e ombrelloni

Bianchi parasoli estivi, talora gialli; con il bel tempo le erbe della famiglia delle Apiaceae (dal lat. apium, sedano) aprono i loro ombrelli di trine. Annuali, biennali o perenni, ve n’è di tutte le dimensioni, esili o giganti, leggere o vigorose. Le maggiori paiono dame ottocentesche a passeggio in merlettate toilettes, alla ricerca di refrigerio lungo strade di campagna o per viottoli ombrosi; le piccole si radunano a frotte come ragazzine ciarliere sui cigli di fossi e prati.    Angelica Il clan è numerosissimo. Ne fanno parte erbe aromatiche e altre che, selezionate, coltiviamo come ortaggi: anice, aneto, cumino, cerfoglio, prezzemolo, sedano, carota, finocchio hanno i loro archetipi in essenze spontanee. Alcune sono note per le loro proprietà officinali, quali l’Angelica (Angelica sylvestris), o perché micidiali come la cicuta (Conium maculatum).    Angelica Nell’estetica giardiniera, si sa, i pennacchi piumosi del finocchietto selvatico, con i loro ombrellini giallo lime, ammorbidiscono le rigide verticalità di Echinacee e Verbene bonariensis. Ma non mi dispiace quando qualche parasole ficcanaso, dal bosco adiacente, si intrufola nel giardino....

Invertire la rotta? / Dopo il collasso dei saperi

Pioveva mentre doveva nevicare. Quando uscimmo per cogliere agrifoglio   i fossi affogavano, eravamo bagnati fino al ginocchio, le mani tutte graffiate   e l’acqua ci scorreva nelle maniche. Avrebbero dovuto esserci bacche   ma i rametti che portammo a casa luccicavano come cocci di bottiglia.   Adesso eccomi qui, in una stanza ornata con foglie di cera e bacche rosse,   e ho quasi scordato che cosa significhi esser bagnato fradicio o anelare alla neve.   Come chi dubita tendo la mano a un libro e desidero che avvampi attorno a essa   un cespuglio di lettere nere, un muro di scudi scintillante, tagliente come l’agrifoglio e il ghiaccio.   Seamus Heaney ha esplorato il nesso tra poesia e vita monastica in modo non scontato. Lontano da cliché e facili metafore, per lui, che era irlandese, la poesia è in questo strano equilibrio tra paganesimo e cultura dello scriptorium, tra selvatichezza dei paesaggi e costruzione meticolosa del sapere. Come in certe miniature fantastiche, il lavoro del poeta è quello di far stare in un unico luogo la ragione delle parole e l’archetipo intuitivo delle immagini. In questi tempi di trapasso culturale, nel...

Un verso / Paul Valéry. Il mare, il mare sempre rinascente!

Quale verso delle ventiquattro sestine che compongono il Cimitero marino di Paul Valéry può raccogliere nel suo specchio i riflessi che vengono dagli altri versi? La configurazione formale, ritmica, immaginativa e teoretica del testo poetico ha tale rigorosa e necessaria e impeccabile tessitura che separare un verso dagli altri versi può mandare in frantumi l’intero mirabile edificio. E tuttavia questo verso della prima sestina – La mer, la mer toujours recommencée – può fare se non altro da avvio ad una breve riflessione che accompagni lo scorrere del poème:, il quale ha esattamente cento anni (uscì nella prima versione sulla “Nouvelle Revue Française” nel giugno del 1920). Perché in questo verso il mare mostra, nel suono della ripetizione, il movimento dell’onda, e allo stesso tempo il suo doppio legame con un tempo fuori del tempo (toujours, sempre) e con un ritorno senza fine (recommencée), un ritorno che è rinascita, partecipazione a una creazione che sempre ricomincia. Il mare, dunque, e lo sguardo sulla sua superficie, sul suo movimento, sulla sua bellezza, che dischiude la meditazione su quel che più conta, come l’essere, l’apparenza, il divenire, il già stato, la morte,...

Copricapi / Tropeoli

Normandia 1867. Prospettiva dall’alto. Luce ovunque. Due eleganti figurine – lei con l’ombrellino, lui con il cilindro a difesa dal sole del meriggio – si stagliano sulla balaustra di una terrazza che s’affaccia sul blu di un mare trafficato di vele. Sono collocate al centro dello spazio ritagliato da due pennoni con, in vetta, lo sventolio delle bandiere in un cielo azzurro, appena velato dalla calura. In primo piano, seduta di spalle su poltroncine impagliate, un’altra coppia, similmente abbigliata, le guarda. Lui, inquadrato più di sguincio, distinto e barbuto, calza una più consona paglietta. Lei è del tutto nascosta dalla calotta bianca del parasole. La terrazza è circondata da bordure fiorite e rampicanti che ricoprono anche la griglia della balaustra, al suo centro un’aiuola tonda rigogliosa di fiori. È la Terrasse à Sainte-Adresse, uno dei capolavori di Claude Monet (Metropolitan Museum, New York), in cui il maestro ritrae alcuni famigliari nella loro residenza estiva. La disposizione dello spazio è semplice, geometrica, ben ripartita in tratti essenziali: le linee dei pennoni incidono quelle della balaustra e dell’orizzonte, dividendo la scena in tre fasce...

Poesia / Cesare Viviani e Ernesto Franco

Cesare Viviani, Ora tocca all’imperfetto, Einaudi 2020.   Per la prestigiosa “Collezione di poesia” di Einaudi Cesare Viviani pubblica Ora tocca all’imperfetto, ultimo tassello di una lunghissima e prestigiosa carriera in cui l’autore ha attraversato fasi ed “epoche” diverse, sempre però mantenendo un alto grado di significatività, un’inconfondibile personalità (anche attraverso i cambiamenti) e, soprattutto, una costante qualità poetica; elementi che rendono Viviani uno dei poeti più autentici e “persistenti” del panorama italiano.  E a proposito di carriera. Si potrebbero cercare, andando a ritroso, antecedenti di questo volumetto – sia per i temi, sia per il taglio epigrammatico e gnomico – in raccolte quali Una comunità degli animi o, ancora di più, forse, in Passanti. Ma non credo che questa storicizzazione sia la prima cosa da rilevare di queste poesie. Il libro può essere aperto e apprezzato anche da chi non abbia mai letto nulla di Viviani (anzi: potrebbe essere l’occasione per un primo incontro non deludente).  La prima cosa da dire su queste poesie è invece che esse parlano di cose importanti e che riguardano tutti: nulla di meno che il senso dell’...

La stanza / Quaderno blu notte (2)

2. La stanza. Era in opposizione all’aperto, alla strada, al luogo pubblico e comune che la stanza definiva il suo spazio, la sua stessa ragion d’essere. Ora, in questo nuovo oscuro orizzonte, la stanza prende nel suo recinto tutto il tempo dell’agire, e del vivere. Come l’incontro – altra figura del vivere sociale– perde ora la sua fisicità e prossimità, e nella lontananza dei corpi pratica forme sostitutive e telematiche di relazioni, così la stanza riporta nel suo chiuso quel che non le era proprio, come per esempio il passeggiare. Che, trasformato in un modesto andirivieni, è costretto a privarsi della vista, dei suoni, dei profumi, delle variazioni di luce, cioè di tutto quello che definiva la sua natura di cammino, il suo ritmo. Privazione che l’accendersi della primavera amaramente accentua: privazione necessaria perché ancora per noi primavera rinasca.    Intorno alla stanza, alcuni passaggi che ci giungono dalla rappresentazione letteraria e che qualcosa suggeriscono, per via immaginativa, alla nostra nuova condizione “claustrale” (parola sul piano letterale impropria, perché il chiostro monastico comprendeva anche portici e giardini e corridoi, e tuttavia...

Un ricordo / Mario Benedetti. “Scusatemi tutti”

Mario Benedetti non c’è più. Se l’è portato via il virus che ci assedia. Da anni, a causa dell’aggravarsi della sua malattia, era ricoverato in un istituto di Milano, poi – grazie all’affettuoso e generoso interessamento di Donata Feroldi, sua ex compagna, che non ha mai smesso di curarsi di lui – in un altro istituto, a Piadena (Cremona), dove è mancato il 27 marzo 2020. Era nato a Udine nel 1955, ma il suo paese era Nimis, non lontano dalla frontiera con la Slovenia. Nel 1976 si era iscritto alla Facoltà di Lettere a Padova, dove si era laureato con una tesi su Carlo Michelstaedter. Negli anni ’80 aveva dato vita, con Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori, a una rivista di poesia e poetica, Scarto minimo, piuttosto anomala nel panorama di quegli anni.    Ho conosciuto Mario negli anni ’90, quando si è trasferito a Milano. Tutti e due insegnavamo all’Istituto Professionale per il Turismo L.V. Bertarelli, in Corso di Porta Romana; lui al serale, io al diurno. La nostra frequentazione, in realtà, non era legata alla casuale colleganza scolastica: a legarci era la passione per la scrittura, e l’amicizia con Stefano Dal Bianco, anche lui trasferitosi da Padova a Milano....

L’oscurità luminosa / Miss Rosselli

L’11 febbraio del 1996 moriva Amelia Rosselli, un grande poeta del Novecento. Si gettò dalla finestra della sua mansarda di via del Corallo lo stesso giorno e mese di una poetessa che aveva molto amato e tradotto, Sylvia Plath. Da anni ormai non scriveva più: “Prima avevo la poesia. Ho scelto di non sposarmi per non distrarmi da lei. Ma ora che la scrittura mi ha abbandonata non ho più nulla”, aveva detto in un’intervista a Sandra Petrignani. D’altra parte i suoi disturbi, sia fisici che psichici, le impedivano di concentrarsi; sentiva le voci, era convinta di essere perseguitata dalla CIA, e contro il nemico rappresentato dalla CIA combatteva da anni, chiedendo aiuto a chiunque e diffidando sempre. Chiunque poteva essere un nemico, un complice di quei fascisti che avevano assassinato suo padre e suo zio, Carlo e Nello Rosselli, nel ’37 a Bagnoles de l’Orne. Da quel momento la storia di Amelia Rosselli è una storia di peregrinazioni e inutili tentativi di sfuggire al trauma che ha marchiato in modo definitivo la sua e la nostra storia.   Alla fine degli anni ‘40 si trasferisce a Roma; si dedica alla musica e poi alla poesia. A Roma trova molti amici, vive di collaborazioni,...

Giornata mondiale della poesia / Il silenzio. Intervista con Milo De Angelis

Fino a pochi giorni fa il mondo sembrava oppresso da una pesante cappa di suoni e rumori. Nella clausura forzata di queste settimane, rimpiangiamo quel brulicare caotico di vita che riempiva le nostre strade e il silenzio ci appare come un macigno difficile da gestire, mentre il tempo si dilata in tutta la sua durata. Ha dunque senso oggi riflettere su questa dimensione. E ancora di più farlo attraverso la poesia, una lingua che sembra avere un solo scopo: sfiorare, sia pure per un attimo e nella più grande economia di mezzi la parte essenziale e assoluta, e quindi silenziosa, della vita: “la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto”, come ha scritto Milo De Angelis, poeta tra i più importanti e influenti degli ultimi decenni.    Il silenzio che in questi giorni abita le nostre strade può essere l’occasione per riflettere su un silenzio più interiore, per indagare la parte più profonda di noi? Da una parte ritengo di sì: la città vuota e metafisica si innesta perfettamente nel silenzio che regna da sempre dentro di noi e, guardandola dal balcone, mi sembra di celebrare delle tacite nozze con lei. Dall’altra però questo silenzio carcerario, non essendo...

Doni imprevisti / L’Italia che verrà

Il virus del pianeta è l’uomo delle prime file, i banchieri, i potenti mercanti i più lesti tra i politicanti. Nelle retrovie dell’umanità ancora batte il cuore, la figlia va a trovare la madre e la madre teme che la figlia si ammali, il barbiere di pomeriggio non sa bene che fare, ora per lui è sempre lunedì, l’uomo che passeggia con il cane ha perso da poco il fratello per un tumore, il barista cerca fotografie della sua giovinezza, i fidanzati lontani si chiamano spesso, una signora di Bergamo è andata al cimitero a trovare suo marito, in un paese della Sardegna c’è uno  che non sa niente di quello che sta accadendo. Io da qualche giorno ho smesso di guardare la televisione. Ieri sera ho scritto in rete che forse a qualcuno poteva fare piacere parlare con me, visto che io ho una lunga pratica col panico, coi nervi accesi. Sono giornate lunghe, s’affacciano doni imprevisti,  restano vecchie muffe, ma per favore niente discorsi grandi sul mondo che verrà e sul mondo che c’era. Raccogliamo il bene possibile in ogni dettaglio: un buon litigio, la fioraia che ha offerto i fiori che non può vendere, le fisarmoniche alle finestre, il barista in pensione del mio paese...

Un verso, la poesia su doppiozero / Giorgio Caproni. Per lei voglio rime chiare

Il verso appartiene alla sezione Versi livornesi del libro poetico Il seme del piangere (1950-1958), che si apre con la dedica a mia madre, Anna Picchi.  E la madre abita tutti i versi, il loro movimento da canzone provenzale e stilnovista, la loro luce, il loro tempo insieme irreale e pulsante di forte, visiva presenza. Una madre fidanzata, Annina, che il figlio, da una lontananza di anni e di epoca, grazie all’incantamento delle rime e dell’“anima leggera”, che è messaggera d’amore, può seguire nelle sue apparizioni livornesi: da passante, nelle uscite mattutine, al ricamo, in bicicletta, tra le amiche, nella sua stanza, nel giorno del fidanzamento, alla stazione in attesa della partenza, nel giorno delle nozze, nel tempo infine della sua sparizione. Forse il più bel canzoniere d’amore del Novecento italiano, che porta i modi stilnovisti verso una levità musicale unita a una grazia tutta corporea: figurazione affettiva di una lontananza che appartiene profondamente pur nella sua assenza, che sorride da una prossimità fatta d’aria, che guarda di là dal velo della sparizione. Presenza che solleva nel suo passo d’ombra il profumo di un’epoca...