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Resistenza

(79 risultati)

Polo del ‘900 / 1944: l’estate partigiana di Nuto Revelli

Nell’ambito della programmazione culturale 2021 del Polo del ‘900 Dove portano i Venti. Crisi, transizioni, opportunità del nuovo decennio, la Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci propone e coordina il progetto integrato Archivi con-nessi. Un progetto di valorizzazione dello straordinario patrimonio archivistico e bibliografico degli enti partner del Polo del ‘900, che prevede la pubblicazione sull’Hub 9centRo di percorsi tematici multimediali connessi. Le risorse presenti sull’Hub, le pubblicazioni disponibili sul Catalogo del Polo Bibliografico della ricerca, le fonti esterne di approfondimento (voci di Wikipedia, bibliografie online, video), con l’aiuto di storici, archivisti, bibliotecari e ricercatori confluiranno in un ecosistema informativo a più livelli di approfondimento.  Il testo di Giuseppe Mendicino che qui presentiamo, nato dalla collaborazione fra Polo del ‘900 e Doppiozero, è una rielaborazione dal suo Nuto Revelli. Vita, guerre, libri (Priuli & Verlucca, 2019), effettuata a partire dai materiali presenti nel percorso “Resistenza e Liberazione” (consultabile qui).   Partigiani in posa, estate...

Polo del ‘900. Archivi con-nessi / Dall’8 settembre a Cefalonia

Alle ore 19.45 dell'8 settembre 1943 il Maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re Vittorio Emanuele III capo del governo al posto del destituito Mussolini, proclama solennemente per radio l'armistizio con gli Angloamericani, aggiungendo sul finale che “le forze italiane reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. L'ambiguo messaggio, su cui si sono scritti fiumi d'inchiostro, spinge la maggior parte dei soldati a dar corso al profondo impulso del “tutti a casa”, icasticamente reso dal film di Comencini, magari intercettati e incarcerati dai nazisti come appare in questa fotografia:   Militari italiani catturati dall’esercito tedesco e avviati alla deportazione, ca. 1943. Alcuni comandanti (come per esempio Junio Valerio Borghese), specie dopo la creazione della Rsi, si schierano contro la “vergognosa capitolazione” e il tradimento dell'“alleato germanico”.   Manifesto della Repubblica sociale italiana, 1943.   Alcuni dichiararono la morte della patria, altri ancora invece valutarono la possibilità di un nuovo inizio. Di qui il costituirsi delle prime bande partigiane come a Cuneo nello studio legale di Duccio Galimberti; ma i primi...

Centenario della resistenza antinazista / Sophie Scholl e la Rosa Bianca

Nel giugno del 1942 almeno un centinaio di persone a Monaco di Baviera trova nella buca delle lettere un volantino firmato dalla Rosa bianca. I destinatari non sono casuali, sono borghesi e intellettuali che i giovani del gruppo di resistenza attorno ad Hans Scholl e Alexander Schmorell considerano i responsabili morali di una nuova Germania. Per sei mesi cercheranno di diffondere un messaggio di ribellione contro un regime che considerano intollerabile e suicida recapitando altri volantini.  Negli ultimi due si rivolgono a tutti i tedeschi e, infine, agli studenti: forse saranno loro a risvegliare quel popolo di sonnambuli. Invece, non accade nulla; solo in pochi rispondono, ma tra questi c’è Sophie Scholl, la sorella di Hans, studentessa di filosofia e biologia, ventun anni, oltre alla sua lucida intelligenza, Sophie mette a disposizione le sue competenze organizzative maturate aiutando il padre, Robert Scholl, consulente fiscale ed energico sindaco di Ulma, ma anche obiettore di coscienza durante la Prima guerra mondiale. Sarà proprio lei la prima dei sei condannati per ghigliottina il 22 febbraio 1943, dopo che il gruppo della Rosa bianca era stato scoperto dalla Gestapo...

Sfide sconfinate / “Toni” Bacchetti, calciatore partigiano

È l’alba del 25 marzo 1945. Quattro uomini, tra i venticinque e i trent’anni, camminano nella campagna friulana, a pochi chilometri a est di Udine. Uno di loro ha le mani legate. Qualche volta rallenta il passo. Allora Toni, l’uomo che sembra avere il comando della situazione, ma che gli altri chiamano Gianni, senza troppi complimenti lo spintona avanti. Lontano i profili viola delle Alpi Giulie si stanno incappucciando di un imminente e nero temporale. I quattro camminano con passo diverso tra campi, rogge e filari di gelso: otto scarponi che sfiorano le primule lungo le rive luccicanti di rugiada delle rogge.  C’è un cascinale abbandonato, annerito dalle tracce di un incendio recente. Quello è il posto. L’uomo che comanda fa un cenno agli altri tre. Dietro la stalla c’è una vasca del letame, ormai mezza asciutta. L’uomo con le mani legate viene accompagnato fino al bordo. Ha capito. Chiude gli occhi. Si lamenta sommessamente. Dalla fondina un uomo estrae la forma scura di una rivoltella: uno sguardo al capo e poi la punta alla testa del prigioniero. Uno sparo. Secco. Un corvo si spaventa e vola via dalla grondaia pencolante di un fienile.   È la mattina del 18 maggio...

Fact checking di Laterza / Anche i partigiani però...

Primo e fortunato è stato forse Mussolini ha fatto anche cose buone di Francesco Filippi (Bollati Boringhieri 2019), poi E allora le foibe? (Eric Gobetti) e Anche i partigiani però... di Chiara Colombini, oggetto del presente articolo, che escono nella collana Fact checking di Laterza, curata da Carlo Greppi, uscito a sua volta di recente con Si stava meglio quando si stava peggio per Chiarelettere. Si direbbe un quasi genere saggistico che con un piccolo cambio di vocabolo diventa fake checking. Più che di sole, singole bufale, si tratta di un deposito, melmoso e aggrovigliato, di luoghi comuni storici propriamente nazionali. Tale “magma fatto di rimandi interni”, per usare le parole di Colombini, che vengono spesso da lontano, di provenienza diversa ma tenacissima forza aumentata dal proliferare incontrollato della Rete, dimostra la necessità di libri-mappa o di istruzioni per ricomporre il puzzle. Tanto più che queste abitudini, spesso convenienti alla politica contemporanea, stanno dentro, specie nei riguardi della delegittimazione della Resistenza, a un quadro di pigrizia e indifferenza diffuse.   Il libro di Colombini che, detto per inciso, attraverso la chiave della...

Promemoria / Luciana Nissim e Primo Levi

Siamo nel salotto di un appartamento di Milano, l’ambiente è inondato di luce e sembra faccia caldo. Nell’inquadratura una signora di una certa età siede sul suo divano nell’angolo in cui di solito “legge libri gialli”. Indossa un vestito al ginocchio, blu scuro e comodo, giacca turchese e classico filo di perle a incorniciare un viso disegnato dal tempo, incredibilmente espressivo. Gli occhi sono intelligenti, mobili e vivaci, spesso affettuosamente irridenti. La voce dell’intervistatrice le chiede quale messaggio lascerebbe alle generazioni future e a suo figlio. La signora appare sorpresa per la domanda, in un primo momento ride: non è tipo da lasciare messaggi ai posteri. Poi si ferma e si fa di colpo pensierosa, lo sguardo si sposta di lato e sembra andare altrove. Lei è Luciana Nissim Momigliano, sopravvissuta ad Auschwitz che ha deciso di partecipare all’iniziativa della Shoah Foundation di Spielberg; è il 3 luglio del 1998 e in dicembre un tumore ne avrebbe spento la vita.    Dopo quel momento di impasse si ricompone, cambia posizione e risponde: “Il messaggio è questo: lavorare, darsi con devozione alle cose che si fanno, fare quello che si crede sia importante...

La giustizia necessaria / Wiesenthal, i limiti del perdono

Nel 1942, a Leopoli, un soldato delle SS rimasto gravemente ferito in combattimento chiese di poter parlare con un ebreo, uno qualsiasi. Sapeva che stava morendo, e aveva il rimorso di un crimine orrendo contro degli ebrei a cui aveva partecipato, nella città ucraina di Dnepropetrovsk, dove 400 tra uomini, donne e bambini erano stati rinchiusi in una casa poi data alle fiamme. Lui ed altri avevano avuto il compito di sparare a chi cercava di saltare dalle finestre. Aveva visto scene terribili, che lo tormentavano; in particolare il volo nel vuoto di un padre, con il fuoco già addosso e un bambino in braccio. Il tedesco morente voleva un ebreo cui chiedere perdono. Per caso venne scelto il prigioniero Simon Wiesenthal, che fu lasciato solo nella stanza con il ferito. Wiesenthal lo ascoltò a lungo, ma non lo perdonò: poteva perdonare una sofferenza inflitta a lui stesso, ma non il male, la tortura e la morte, inflitti ad altri. Non sarebbe stato giusto, non aveva il diritto di farlo. Né per quei 400, né per gli 89 famigliari uccisi negli anni del terrore nazista, né per i milioni di vittime dell’Olocausto.   Simon Wiesenthal è conosciuto come il più grande cacciatore di nazisti...

Let my people go / Alda Espírito Santo, Alda Lara e Noémia de Sousa: poesia e decolonizzazione

Se canticchiamo mentalmente “Let my people go”, improvvisamente sembra suonare un pianoforte, accompagnato dalla voce graffiante di Paul Robeson. Per qualcuno di noi, ancora più familiare sarà l’evocazione della voce profonda di Louis Armstrong, che nel 1958 registrò una versione di Go down Moses cantando, anche lui: “Let my people go/ Oppressed so hard they could not stand”.    Quando scrisse la poesia Deixa passar o meu povo, nei sobborghi di una Lourenço Marques (oggi Maputo) ancora sotto dominio coloniale portoghese, la mozambicana Noémia de Sousa non poteva prevedere che il gigante del jazz avrebbe interpretato, quasi dieci anni più tardi, quel vecchio spiritual a New York, con arrangiamento di Melvin James Oliver. Noémia veniva da un posto in cui il tempo disponibile per la romanticizzazione dell’esperienza nera, africana, era poco. Le sfaccettature del secondo dopoguerra, lì, erano altre: così come l’Angola, Capo Verde, la Guinea Bissau e São Tomé e Principe, il Mozambico faceva parte delle colonie portoghesi, poi definite, a partire dal 1951, “Territori Ultramarini”.    Gli anni ’50 corrisposero con l’intensificazione del popolamento di massa di questi...

Marisa Bulgheroni / Stella nera. Frammenti di una vita comune

La vita ormai lunghissima di Marisa Bulgheroni ne contiene molte: cresciuta negli anni del fascismo in una città di provincia, adolescente durante la Resistenza, laureata con Antonio Banfi, redattrice e inviata della rivista ‘Comunità’ di Adriano Olivetti, poi il viaggio a New York dove incontra molti dei protagonisti della scena letteraria americana (Chiamatemi Ismaele. Racconto della mia America), l’insegnamento universitario a Catania negli anni della contestazione, Il pedinamento di Emily Dickinson (la curatela del Meridiano e la bellissima biografia Nei sobborghi di un segreto), la vena narrativa confermata negli ultimi decenni da racconti (Apprendista del sogno) e da un romanzo autobiografico di valore (Un saluto attraverso le stelle), sono una sintesi parziale di un percorso umano e intellettuale ricchissimo di incontri e di occasioni. L’ho conosciuta nella grande sala della casa milanese di Lia Sacerdote dove, attorno a Goffredo Fofi, si tenevano le riunioni di redazione di ‘Linea d’Ombra’. Sono passati venticinque anni, e già allora era la veterana del gruppo, ma è una definizione antitetica alla sua personalità: la sua risata argentina e l’inesauribile curiosità verso il...

Paraloup / Un museo di racconti

Sono a Paraloup nella baita che ospitava l’armeria dei partigiani della banda di Italia libera, Giustizia e Libertà, al comando di Duccio Galimberti (quello che ricorre anche nelle strofe di Morti di Reggio Emilia), Dante Livio Bianco, Nuto Revelli, Giorgio Bocca di cui si è celebrato da poco il centenario della nascita. L’antica borgata in abbandono, alpeggio tra Otto e inizi Novecento, accolse una delle prime bande (se non probabilmente la prima banda partigiana regolare per così dire) d’Italia.  Ora nella baita c’è il grande schermo, con postazione touch screen, del Museo dei racconti. Le stagioni di Paraloup. Sento le note, emozionandomi pur conoscendole a memoria, della canzone della banda. Col gelo di notte a dormire nei fienili a quasi 1400 metri (“ci si svegliava al mattino con la neve sui piedi che passava sotto la porta” racconta uno di loro nelle testimonianze che scorrono sul grande schermo) pidocchi per tutti (la posta in gioco spesso nelle corse dei parassiti per contendersi sigarette o proiettili) il clima giocoso a fronte degli addestramenti snervanti in armi.    Tutta la durezza di una scelta compiuta da ragazzi di vent’anni che mi fa pensare a...

22 settembre 1970 - 22 settembre 2020 / Il partigiano Pietro Chiodi

Pietro Chiodi (1915-1970), filosofo e partigiano, ha legato il suo nome all’esistenzialismo in Italia, agli studi e alle traduzioni di Kant, di Sartre e di Heidegger. A lui si deve, oltre alla sistemazione definitiva della complessa terminologia heideggeriana, molto della ricezione del filosofo tedesco che ha permesso di leggerne il pensiero “da sinistra”, inaugurando una fortunata stagione teorica in Italia. Nicola Abbagnano, amico e interprete dell'esistenzialismo positivo, nel ricordo pubblicato il giorno dopo la morte di Chiodi, ha scritto che «fu filosofo per la stessa ragione per cui fu partigiano. Si trattava di realizzare con mezzi diversi uno stesso scopo, quello di contribuire ad emancipare l’individuo e ad affermarne in modo completo l’umanità».   Una immagine di Chiodi, certamente trasfigurata dalla penna dello scrittore ma comunque realistica, ci viene restituita anche attraverso le descrizioni che Fenoglio, che è stato suo allievo ad Alba, ha lasciato del “suo” professore: «Sprizzante naturalmente, anche in riposo, intelligenza dialettica e disciplina filosofica, appoggiata alla larga mano troppo villosa». In Il partigiano Johnny in un dialogo letterario ma...

Giulio Bedeschi / L'8 settembre degli Alpini

8 settembre 1943: Badoglio, successore del da poco deposto Mussolini, annuncia in modo ambiguo l'armistizio con Stati Uniti e Gran Bretagna e la conseguente ostilità verso l'ex-alleato tedesco; una data capitale della nostra storia che i militari interpretarono in senso opposto: nel generale sfaldamento dell'esercito, attraversato dalla prepotente spinta dei soldati al ritorno a casa, ci fu chi seguì, magari in modo contraddittorio come a Cerfalonia, le indicazioni del governo, pagando con la vita, e chi ritenne di restare fedele al Patto d'acciaio, per esempio Junio Valerio Borghese e la sua X Mas. L'interpretazione opposta prevede una fine contro un inizio. La Monarchia fornisce al fascismo una straordinaria occasione per rifondersi artatamente alla patria, morta seconda una lunga tradizione che va da Salvatore Satta a Galli Della Loggia, e farsi portabandiera della sua rinascita rinascendo esso stesso a Salò sulle ceneri del tradimento e il mito del riscatto. In quei giorni Duccio Galimberti a Cuneo chiede di poter arruolare i suoi volontari tra gli Alpini, usando subito contro i Tedeschi le armi dei magazzini, ed offre agli alti ufficiali il comando delle formazioni pronte...

28 agosto 1920 - 28 agosto 2020 / Il partigiano Giorgio Bocca

Giorgio Bocca è nato il 28 agosto 1920 a Cuneo. Un attacco quanto mai vieto per introdurre un anniversario, ma le coordinate spazio-temporali appaiono decisive per il personaggio: il radicamento profondo e caratteriale nella terra d'origine, l'appartenenza ad una generazione nata e cresciuta nel fascismo. Bocca è certo stato uno dei maggiori giornalisti del dopoguerra, dagli esordi precoci del 1938 fino a «Il Giorno» di Italo Pietra, all'«Espresso» e alla «Repubblica», dotato di una penna incisiva e inconfondibile, capace di firmare un'infinità di articoli sulla politica e la società italiane, ampliati a volte in reportage e riversati in libri di successo: tra i molti Miracolo all'italiana (1962), Il terrorismo italiano (1978), Napoli siamo noi (2006) per l'attenzione persistente e controversa al Meridione, le biografie di Nenni, Mussolini, Togliatti, Moro, Berlinguer. Tuttavia gli anni cruciali, su cui Bocca è tornato più volte da una molteplicità di prospettive, restano quelli dell'adesione alla Resistenza, della quale si è fatto presto pregevole storico. Tra il volume originario di Roberto Battaglia, quelli di Claudio Pavone e Santo Peli per la fondamentale innovazione e l'...

A dodici anni dalla sua scomparsa / Mario Rigoni Stern, una prefazione ritrovata

Quota Albania è il libro meno letto di Mario Rigoni Stern, forse per il titolo, certo non evocativo come Il sergente nella neve o Il bosco degli urogalli, ma quello più amato dallo scrittore. Pubblicato nel 1971, è subito apprezzato dalla critica: Corrado Stajano, sulla rivista Tempo, scrive che la guerra per Rigoni è uno «specchio per conoscere gli uomini» e che Quota Albania è «un libro virile, intessuto di pietà». Dopo il modesto successo di pubblico, arriva anche la delusione del Campiello: per Rigoni è un premio letterario importante, il suo amico Primo Levi lo aveva vinto nel 1963 con La tregua, inoltre si tiene a Venezia, e il libro ha un particolare legame con la città. Ma resta fuori dalla selezione finale.  Ambientato nei luoghi attraversati durante il primo anno di guerra, il libro ricostruisce le vicende accadute a Rigoni Stern tra i primi di giugno del 1940 e la primavera del 1941, a partire dall’avvicinamento del suo battaglione al confine con la Francia, in vista dell’aggressione che Mussolini scatenerà il 10 giugno. “Si era accampati tra Aymavilles e Villeneuve, sulla riva destra della Dora. Eravamo arrivati lì dopo le marce attraverso il Canavese e risalendo...

Memoria e immaginazione / I tanti 25 aprile di Italo Calvino, partigiano

Ettore si reca insieme ai suoi compagni Bianco e Palmo a Valdivilla dove quel giorno scoprono un cippo dedicato ai partigiani caduti nello scontro nella località delle Langhe. In quel luogo hanno combattuto tutti e tre. Adesso, rientrati nella vita quotidiana dopo i venti mesi sulle colline a sparare a fascisti e tedeschi, non si sono trovati un lavoro normale come tutti gli altri; si sono messi invece a campare di traffici e estorsioni a ex fascisti. Bianco e Palmo appaiono emozionati e si muovono con scatti infantili, puntano il dito dappertutto e hanno “gli occhi piccoli e lustri”. Nei loro sguardi Ettore legge “il barbaro sentimento che quelli erano stati tempi felici e che il destino sarebbe stato ingiusto se non gliene riservava un altro pezzo prima di morire”.  Così comincia l’ottavo capitolo di La paga del sabato, il romanzo breve di Beppe Fenoglio pubblicato postumo nel 1969, scritto negli anni Cinquanta, dove si racconta il difficile dopoguerra di un ex partigiano, Ettore. Vent’anni dopo Italo Calvino racconterà un episodio simile, non più però nella finzione romanzesca ma nella realtà quotidiana. L’articolo dello scrittore ligure appare su “il Corriere della Sera...

La responsabilità della testimonianza / Un ricordo di Anna Bravo

L'8 dicembre è mancata improvvisamente Anna Bravo. Nata nel 1938, la storica e docente all’Università di Torino ha dedicato il suo lavoro di studiosa e militante ai temi della politica, della guerra e della violenza nel '900, con particolare attenzione alla storia delle donne e dei movimenti. Nei suoi studi, innervati da una costante tensione morale, ha praticato con forte personalità una storia sociale capace di mettere in luce le forme di Resistenza senza armi e quella nonviolenta; in quelli dedicati alla deportazione, alla morte e alla sopravvivenza nei lager nazisti ha sottolineato la specificità della condizione femminile e la centralità della testimonianza. Nelle righe che seguono Bruno Maida ne tratteggia un ritratto personale in cui emergono la sensibilità, la dolcezza e la cura con cui ha saputo dare grande profondità umana alla sua ricerca. (Enrico Manera)   Venticinque anni fa venne organizzato a Torino un convegno dedicato alla deportazione femminile nei Lager nazisti. Era il primo in Italia e a volerlo fortemente, lavorandoci come sempre con forza e convinzione, era stata Lidia Rolfi. L’introduzione fu affidata, direi naturalmente, ad Anna Bravo. Il suo fu un...

Tra ferite senza rimedio e speranze di un’Italia migliore / L’ultimo anno di guerra di Nuto Revelli

L’8 settembre del 1943 Nuto Revelli, tenente del battaglione Tirano, si trovava in convalescenza a Cuneo, la licenza gli era stata concessa dall’Ospedale di Savigliano in conseguenza delle ferite subite in Russia e della pleurite contratta durante la ritirata. Era stato proposto per due medaglie d’argento meritate sul campo, ma si sentiva profondamente deluso ed esacerbato nell’animo. Dopo aver creduto nell’esercito e nelle ragioni del conflitto, aveva capito in Russia di essere stato trascinato insieme a migliaia di altri giovani in una assurda guerra di aggressione, voluta da uomini privi di umanità, di etica e anche di competenza. Aveva visto con i suoi occhi la ferocia degli alleati tedeschi, la corruzione e il caos nelle retrovie italiane, l’inadeguatezza di mezzi e di generali, la morte e la sofferenza di tanti commilitoni. Nei giorni successivi aveva quindi deciso di allontanarsi dalla città, organizzando il suo primo nucleo di “ribelli”. Lo chiamerà Compagnia rivendicazione caduti. Il nome deriva dal desiderio di ricordare e vendicare i tanti alpini morti inutilmente nelle immense distese gelate della Russia e degli altri luoghi dove erano stati destinati a combattere e a...

Willy Brandt, Herbert Kappler / Un anno purchessia

1977. Un anno come tanti, avrei risposto lì per lì dimenticandomi chissaccheccosa. Ancora ben al di là dell’orizzonte il fatale 1989, l’anno del crollo del Muro di Berlino. Si intravedono nella brumosa memoria, vicini e lontani, i pilastri privati e pubblici che segnano lampeggiando la lunga strada della vita. In salita o in discesa? Quand’ecco che adesso, il 13 febbraio 2019, Tonia Mastrobuoni su Repubblica mi va a scrivere una recensione a un saggio uscito in Germania e ancora non tradotto, tanto bella che non potrò evitare di scopiazzare alcune frasi. Comunque leggetevela sul Web: vi farà un ben dell’anima. Un paginone, nel quale c’è la foto in bianco e nero del volto benevolo e beneaugurante di Willy Brandt, il grande Cancelliere della Repubblica Federale, accanto a quella in bianco e nero del volto aguzzo e malvagio di Herbert Kappler, il famoso delinquente SS, e quell’altra in bianco e nero con la solita fila di poveracci con le mani dietro la nuca, la schiena al muro, mitra spianati dai nazisti fuor di senno come al solito. Gente terrorizzata che passava per caso nella via Rasella poco dopo di quando il carretto dei netturbini pieno zeppo di esplosivo aveva dato il...

21 luglio 1919 / La guerra dei poveri di Nuto Revelli

L’agenda di Nuto Revelli ha una copertina rigida, in cartone marrone zigrinato, all’interno riporta la dicitura: Agenda per l’anno 1942, XX dell’era fascista. Le pagine sono fitte di una scrittura chiara, con poche correzioni. Ha accompagnato l’autore per tutti i mesi della guerra in Russia, registrandone con buona regolarità azioni e riflessioni. La prima data è 21 luglio 1942, il giorno della partenza per la Russia, dalla stazione di Rivoli, ore 3,05. Finita la guerra, l’agenda diviene un libro: Mai tardi. Diario di un alpino in Russia, pubblicato nel 1946, dall’editore Panfilo, pseudonimo dell’ex partigiano Arturo Felici. In copertina, un dipinto di Lalla Romano che ricalca una nota foto della ritirata.  L’editore-tipografo Felici era egli stesso un personaggio di rilievo della Resistenza, la sua tipografia tra il ’43 e il ’45 era stata un centro di reclutamento e smistamento di giovani che volevano prendere la via delle montagne, da cui il nomignolo Panfilo. Suo il noto proclama del Partito d’Azione piemontese dove si dichiarava che la lotta per “assicurare la giustizia e la libertà” non avrebbe avuto sosta, e che “per questa generazione non v’è congedo”. Finita la guerra...

Note sulla poetica di Claudio Parmiggiani / Dentro la tavolozza, la cenere…

Il trauma dell’opera: “urlo”, “incendio”, “Sfinge”   Non esiste opera d’arte che non sia in rapporto a un trauma, all’insistenza di un incontro che sovverte il nostro rapporto abituale con la realtà e che non si lascia dimenticare. Il reale del trauma impone lo scompaginamento dell’ordine della realtà. Il suo statuto è quello di un’alterità irriducibile che frantuma l’inquadramento simbolico del mondo. Allo stesso modo la forza poetica di un’opera d’arte resiste ad ogni tentativo ermeneutico di decifrazione; essa non può mai essere assorbita da una significazione univoca, definita, stabilita o da una traduzione ritenuta legittima, ma si spalanca anarchicamente a un universo plurimo di significazioni, ogni volta mai compiuto, inesauribile, intraducibile. Per questo la cifra ultima dell’opera d’arte per Claudio Parmiggiani è quella del silenzio e dell’enigma. Lo segnalava a suo modo anche Freud quando ricordava lo sfasamento e la sproporzione che sussistono sempre tra l’intenzione dell’artista e l’opera che essa realizza. Non a caso Parmiggiani ci ricorda che ogni opera d’arte resta un enigma innanzitutto per il suo autore il quale sta di fronte a ciò che ha creato come un uomo...

Nuto Revelli e quel cavaliere di Marburg che non amava la guerra

Cent’anni fa, il 21 luglio 1919, nasceva Nuto Revelli: alpino, partigiano, scrittore di etica civile                       Il disperso di Marburg, pubblicato da Einaudi nel 1994, segue le fila di un’inchiesta condotta da Nuto Revelli nell’arco di ben otto anni e, come altri suoi libri, ha la struttura di un diario. Revelli aveva detestato per tanti anni i tedeschi, identificandoli con l’ideologia disumana che li aveva condotti in una guerra terribile. Tenente del battaglione Tirano, aveva conosciuto la durezza e la protervia dell’esercito germanico durante la ritirata di Russia, e poi durante la Resistenza, da comandante partigiano nelle fila di Giustizia e Libertà. Nell’ultima parte della sua vita era venuto a sapere di un tedesco forse gentile d’animo, forse comprensivo, che amava cavalcare da solo, ucciso dai partigiani senza un serio motivo. Questa morte lo colpì; cercò di saperne di più. Nella speranza di scoprire un alter ego, un altro uomo che ha sofferto e che ha poi capito, e che non ha seminato dolore.  “Quando la fantasia mi prendeva la mano, mi immedesimavo pericolosamente in quel «disperso», e lo vedevo...

4 novembre 1918 - 4 novembre 2018 / Aforismi per una sceneggiatura di guerra

Il 4 novembre 1918, l'armistizio di Villa Giusti, siglato il giorno prima da Italia e Austria-Ungheria, poneva fine alle ostilità fra i due Paesi. Una settimana dopo, la Prima Guerra Mondiale era finita. Evento cardine della modernità novecentesca, la Grande guerra gettava le basi per un equilibrio fragile, destinato a sfociare in un altro e ancora più sanguinoso conflitto. A un secolo esatto di distanza, che cosa rimane di quella terribile esperienza? Siamo stati davvero capaci di elaborare il trauma, o stiamo nuovamente cadendo preda di pulsioni revansciste, militariste e xenofobe? Con l'aiuto di storici, scrittori e studiosi, attraverso una serie di interventi - oggi il primo - cerchiamo di ricostruire l'impatto del primo conflitto mondiale sulla coscienza collettiva. Un modo per ripensare la memoria della Grande guerra, con un occhio al futuro.   Se dovessi scrivere una sceneggiatura per un fumetto o per un film sulla prima guerra mondiale sarei subito costretto a stringere il campo per non perdermi in una infinita bibliografia-filmografia. Inizio facendo il primo nome che mi viene in mente, e che terrei come punto di riferimento: Emilio Lussu. Il suo Un anno...

Il 5 febbraio 2004 ci lasciava lo scrittore cuneese / Nuto Revelli e i vinti dello sviluppo

Il 5 febbraio 2004 all’età di 85 anni ci lasciava Nuto Revelli. Ha saputo scrivere della guerra come pochi in Italia, una guerra vissuta sia da ufficiale dell’esercito che da partigiano. Ha passato il resto della vita a lavorare sulla memoria e a raccogliere le testimonianze di vita di quella che riteneva la sua gente. Questo articolo riflette su una parte della sua eredità.   Sono rimasto sull’uscio per qualche minuto. Entrando mi pareva di disturbare. Anche se in quel piccolo studio con le pareti rivestite di legno, non c’era nessuno. Non ero mai stato prima nella casa di Nuto Revelli in corso Brunet 1 a Cuneo. Oggi è la sede della fondazione che porta il suo nome. Laddove c’era la camera da letto condivisa con l’amata Anna, sono ora conservati i documenti di una vita che compongono l’archivio in fase di riordino. La stanza del figlio Marco si è invece trasformata in un ufficio. Mentre il salotto non sembra aver mutato destinazione d’uso: gli amici di un tempo lo ricordano come luogo di lunghe chiaccherate. Se una persona l’hai conosciuta esclusivamente attraverso le parole dei suoi libri, fa un certo effetto essere a un paio di metri dalla sua macchina da scrivere. Per...

Va pensiero del Teatro delle Albe / La luce ustoria dei fiammiferi

Va pensiero, ultimo lavoro del Teatro delle Albe, coprodotto da Ravenna Teatro con Emilia Romagna Teatro Fondazione, avrebbe dovuto essere, in origine, un lavoro su Giuseppe Verdi. Invece è diventato un nuovo capitolo della serie di opere epico-didattiche delle Albe, quelle lunghe e popolose, corali, nel senso che richiamano a sé tutta la comunità di attori, tecnici e organizzatori della compagnia. Un’altra opera-manifesto con la drammaturgia di Marco Martinelli, come L’Avaro, Pantani, Vita agli Arresti di Aung San Suu Kyi, che sprofonda nell’attualità per condividere nei grandi teatri cittadini (dallo Storchi di Modena, all’Alighieri di Ravenna, per cominciare), una riflessione esemplare sulle miserie del mondo e sul valore dell’eresia; un’opera molto poco postmoderna nella filosofia e nella forma, che fa vibrare – attraverso simboli che si rivelano ustori anche nella società liquida e post-immunologica – l’archetipo emozionante della fiammella che resiste contro il dilagare del male, dell’uno contro i molti, della schiena che non si piega, neanche quando è spezzata: il Davide biblico, il Cristo, il Principe Costante, Aung San Suu Kyi.    La speranza risorgimentale...