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Cina, Egitto / ‘Ala Al-Aswani, La sindrome della dittatura

Gli amici di Doppiozero mi segnalano un saggio di ‘Ala Al-Aswani, La dittatura. Racconto di una sindrome. Negli ultimi mesi ho usato spesso questo termine per definire il regime in Cina, e il volumetto per Feltrinelli è buona occasione per pensarci su. Al-Aswani è egiziano, e la dittatura in Egitto viene definita tale da qualunque organo di stampa in Italia che, al contrario, non lo fa quando racconta la Cina. Mi sono attirato antipatie di troppo per l’insistenza con la quale sottolineo l’incomprensibile difformità. Gli amici sinologi mi ricordano, non a torto, che il comparire sulla scena globale del gigante cinese è accompagnato in occidente da una diffidenza xenofoba, incomprensione per le naturali differenze tra culture lontane, e che noi che la Cina conosciamo e amiamo dovremmo combattere questa diffidenza, aiutare le persone a superarla. Raccontare, avvicinare. Che è poi ciò che ho fatto per anni portando in Italia narrativa contemporanea dall’Asia tutta. Di più: io ritengo il risorgere a grandezza del Paese di Mezzo un’occasione irripetibile. È la prima volta nella storia che noi, i bianchi, l’occidente sviluppato e colonizzatore che per secoli ha fatto il bello e il...

Un'installazione di Gian Maria Tosatti / Ai confini del mondo: Odessa

Spalare fango. Ho visto (virtualmente) Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) spalare fango per giorni. Insieme ai suoi collaboratori ha installato nel mese di dicembre Моє серце пусте, як дзеркало – одеський епізод (“Il mio cuore è vuoto come uno specchio – Episodio di Odessa”): otto lampioni accesi, piantati sulla riva limacciosa e cupa del lago Kuyalnik a Odessa. La fatica fisica, il corpo a corpo con la materia sono l’antefatto indispensabile di quest’opera dove cielo e terra si fondono nel medesimo, indistinto colore, l’aria sembra rarefatta e il tempo immobilizzato. Il progetto è uno degli episodi di un romanzo visivo iniziato da Tosatti a Catania nel 2018 e di cui l’episodio di Odessa compone il Dittico del Trauma, la cui seconda parte sarà allestita a Instanbul nel maggio prossimo. È presentato da The Blank Contemporary Art (Bergamo) e Izolyatsia Platform for Cultural Initiatives (Kiev), a cura di Kateryna Filyuk e Alessandra Troncone, e ha vinto la settima edizione (2019) del premio Italian Council   Si è parlato della capacità di Tosatti di dare forma a “immagini inquiete” (Viola, 2016). Immagini dissidenti non solo per la loro capacità di porsi nella frattura...

AstraZeneca & co. / Le incertezze dei vaccini

La Commissione europea sostiene la scelta dell’Italia di bloccare l’esportazione di forniture di vaccini AstraZeneca verso l’Australia. Lo ha annunciato l’8 marzo Ursula Vor der Leyen, spiegando che la casa farmaceutica anglo-svedese sta distribuendo nel continente meno del 10% delle dosi pattuite. In altre parole, se un’azienda non onora i propri impegni, non ha il diritto di vendere i propri prodotti ad altri interlocutori. È inoltre necessario che la produzione venga avviata prima di avere le autorizzazioni al commercio per essere sicuri di soddisfare adeguatamente la domanda.    Il conflitto fra ragioni economiche e ragioni sanitarie diventa quindi sempre più forte. Ormai si è rivelato decisivo nel far saltare i piani vaccinali dei paesi dell’Unione, che fronteggiano la terza ondata senza avere strumenti adeguati per arginare la diffusione del Covid-19. Alcuni Stati membri hanno già annunciato l’intenzione di provvedere in autonomia, anche a rischio di non avere una strategia omogenea. Questa irrequietezza ha spinto Stefan de Keersmaecker, portavoce della Commissione, a chiarire le normative in vigore, riconoscendo il diritto dei singoli paesi a siglare accordi...

Da Botticelli a Turner / Navi stanche

Riempire lo spazio di un quadro: condizionati come siamo dalla visione romantica dell’artista in preda alla potenza dell’ispirazione, ci sembra che questo non sia un problema suo, al massimo del pittore dilettante; crediamo insomma che l’intuizione creativa iniziale si estenda uniformemente in tutte le dimensioni dell’opera e vada a occupare ogni sua area. Eppure c’è un episodio che smentisce questo nostro pregiudizio. Nel 1573, in piena stagione controriformistica, Paolo Veronese viene sottoposto a un interrogatorio presso il Sant’Uffizio, sospettato di inserzioni eretiche in un suo dipinto dell’Ultima Cena; a un certo punto, incalzato dall’inquisitore, il pittore se ne esce con questa frase: “se nel quadro li avanza spacio, io l’adorno di figure, secondo le inventioni”. In altre parole, secondo Veronese, una volta che sia leggibile il soggetto principale, l’artista può fare quello che vuole.  Il desiderio di riempire gli spazi diventa esplicito in certe fasi della storia dell’arte – l’alto medioevo, ad esempio –, e per esse si usa un’espressione mutuata dall’antico lessico scientifico, “horror vacui”. In realtà non si tratta affatto di “paura del vuoto”, ma del bisogno di...

A cento anni dalla nascita / Astor Piazzolla, lo sradicato del tango

Da giovane, a Buenos Aires, lo chiamavano El Yoni, traslitterazione argentina di Johnny, perché era cresciuto negli Stati Uniti. Più John Wayne che Carlos Gardel. A New York, quando gli parlavano in spagnolo, rispondeva in inglese e confessava di essere italiano, per timore di essere confuso con un portoricano. Quanto al lunfardo, gergo popolare bonaerense, argot della malavita che spesso affiora nei testi di tango, gli era non solo estraneo, ma con ogni probabilità l’avrebbe rifiutato in quanto cifra della Buenos Aires malfamata e viziosa che aborriva.   Astor Piazzolla (Astòr dall’italiano Astorre; la dinastia degli Astor anglo-americani non c’entra), propugnatore del nuevo tango, il musicista argentino più importante del Ventesimo Secolo, colui che trasferì il tango dalle sale da ballo di Buenos Aires ai teatri e le sale da concerto più prestigiose del mondo, di sé diceva: “io non ho niente a che vedere con il tango. La musica che faccio è quella della Buenos Aires di oggi. Qui non ci sono gauchos e neanche struzzi, né tanto meno furfanti a ogni angolo di strada”. Appunto. Niente furfanti, niente giocatori d’azzardo o donne di facili costumi, niente lame di coltello che...

L’assalto a Capitol Hill e la didattica a distanza

Le immagini dell’assalto a Capitol Hill, il 6 gennaio scorso, hanno fatto il giro del mondo. E hanno inquietato un po’ tutti, in Europa. Quel che succede negli Stati Uniti riguarda da vicino il cosiddetto mondo occidentale, il quale resta legato da tanti fili, militari, economici e culturali alle sorti di quella che è, per ora, l’unica potenza egemone. Quelle immagini ci hanno ricordato quanto può essere fragile la democrazia. Nei volti dei manifestanti americani, ultimi difensori del Presidente sconfitto, si è visto il riflesso di quello spettro che agita tutte le democrazie occidentali: il populismo. Espressione vaga, quest’ultima, ma altamente evocativa, con cui il discorso politico e mediatico mainstream indica la galassia composta da tutte quelle voci che protestano contro la globalizzazione, alla quale vorrebbero contrapporre un rinnovato ruolo del locale, del comunitario, del nazionale. Per articolare un discorso sensato sulla questione della crisi della democrazia, tuttavia, vorrei qui prendere in considerazione un altro aspetto, comunque legato alla situazione presente che stiamo affrontando ovunque nel mondo. Si tratta dello stato dei sistemi educativi. La crisi...

Le malghe di Martino Pedrozzi / Ricomporre pietre

«Poesia» proviene dal verbo greco poiein, fare. La poesia si fa con le parole, ma non soltanto. Nel senso indicato dall’etimologia del termine, svariati oggetti possono passare per “poetici”. Anche l’uso più specifico o nobile di «poesia» non esclude la sua applicazione a campi non immediatamente identificabili come “poetici”. Si può così parlare, per esempio, della poetica dell’architettura, anche se la maggior parte dell’architettura che ci circonda apparterrebbe di fatto piuttosto alla categoria del non-poetico. Prima ancora dell’interpretazione poetica di una realtà collegata con un oggetto architettonico (la formula, lo si vedrà, non è completamente soddisfacente), va ricordato l’interesse della poesia (in questo caso, quella letteraria) per una sfera di oggetti duri e palpabili, minerali, ruvidi, irregolari, lavorati dal tempo. Sassi, sassolini, ghiaietto, rocce, massi, concrezioni, blocchi, e così via, insomma: forme assai materiche. Vengono in mente, in modo sparpagliato, l’uso virtuoso della pietra da parte di Mandel’štam (si pensi alla strepitosa Ode d’ardesia), Deucalione e Pirra che gettano sassi dietro le proprie spalle, Goethe, in cima a una vetta, mentre medita sul...

Adolescenza e ossessioni / Gotico andino. Mandibula di Mónica Ojeda

Mónica Ojeda è una giovane (classe 1988) scrittrice ecuadoriana già al terzo romanzo, Mandibula (uscito nel 2018 e ora tradotto per i tipi di Alessandro Polidoro Editore), una prova assai convincente e ad alto tasso di letterarietà che mescola racconto dell’adolescenza e ossessione incestuosa, horror psicologico a schegge di creepypasta internettiani.  La trama di Mandibula si riassume facilmente: Clara, insegnante di una scuola privata per ragazzi di buona famiglia, rapisce Fernanda, un’adolescente ribelle e (con l’amica Annelise) appassionata di macabro e horror. La storia, però, è raccontata alternando continuamente i piani cronologici della vicenda, e ricorrendo a soluzioni narrative diverse: ora semplice racconto, ora pagine di dialogo tipografico, ora i monologhi di Fernanda dallo psicanalista, ora lettere, ora racconti-nel-racconto scritti dai personaggi. Anche se la trama e i temi sono in fondo quelli del thriller orrorifico, la sapienza compositiva di Ojeda e la grande varietà di mezzi impiegati fanno di Mandibula un’opera profondamente letteraria che riesce a dire molto di più di quello che le sue trecento pagine suggerirebbero.   La parte preponderante di...

Il romanzo Mascaró / Haroldo Conti, lo scrittore desaparecido

Nel 1956 è stato creato a Buenos Aires una sorta di servizio di sicurezza chiamato DIPBA (Dirección de Inteligencia de la Policía de la provincia de Buenos Aires), sciolto nel 1998. Era nato nel contesto di una riforma della polizia della capitale argentina durante il periodo della Guerra Fredda, legato fondamentalmente alla produzione di informazioni. Si trattava di neutralizzare la resistenza peronista, la sinistra e le organizzazioni sindacali. Il suo compito consisteva nel leggere tra le righe tutte le pubblicazioni e tutta la produzione informativa in generale. Più tardi, durante l’insediamento dell’ultima dittatura (1976-1983) l’archivio della Dirección de Inteligencia de la Policía diventa un importante strumento del terrorismo di stato. In un fascicolo del 1975 (numero 2516 L), preparato dalla Dirección de Inteligencia de la Policía, viene messo sotto la lente indagatrice proprio l’ultimo libro di Haroldo Conti, Mascaró, che quello stesso anno, il 1975, vince il Premio Casa de las Américas di Cuba. Secondo il rapporto, il romanzo di Haroldo Conti “incoraggia la diffusione di ideologie, dottrine o sistemi politici, economici o sociali marxisti che tendono a sopprimere i...

Archivio Zeta / Teatri naturali della memoria

Lapidi, cippi, pietre memoriali, monumenti o ruderi, rovine, resti, che una volta furono focolari di vite e ora testimoniano la furia. Intorno la natura, con i suoi cicli, col suo continuo rinnovarsi che sembra coprire, smemorare, l’orrore. Il libro, Nidi di ragno, questa volta non si sfoglia: si apre si moltiplica e si distende, per un viaggio nella memoria delle stragi nazifasciste e della Resistenza, là, nelle terre d’Emilia. È una scatola di cartone. Contiene tanti inserti ripiegati che documentano ognuno una tappa di un viaggio teatrale fatto principalmente nell’autunno del 2019 da Archivio Zeta tra Monte Sole, l’Appennino bolognese, la città di Bologna, il Modenese. Un viaggio a piedi, tra sentieri e strade di collina, boschi, vigneti, coltivi, in cerca delle tracce di fatti avvenuti ormai tanti anni fa, più di settantacinque, avvenimenti che ormai hanno lasciato pochi testimoni diretti e che tendono a svanire per oblio e per nuove furie ideologiche. Allora è opportuno riflettere su quello che scrive una donna che a quelle ‘passeggiate’ in teatri naturali della memoria ha partecipato, la semiologa Patrizia Violi: “In Giappone non esistono monumenti e nemmeno templi o palazzi...

Four Books / Wolfgang Tillmans: oltre l'underground

Dà un certo sollievo non riuscire a catalogare il lavoro di Wolfgang Tillmans. Alla prima occhiata di Wolfgang Tillmans Four Books, volume monografico edito da Taschen e dedicato ai trent’anni della sua attività artistica, ci si ritrova confusi dalla miriade di immagini di diverso tipo, dalla Street photography alle elaborazioni formali dei Paper Drops fino alle creazioni più strettamente astratte. E poi ancora: celebrità, nature morte, paesaggi, immagini astronomiche, oggetti, ritratti intimi, collages, addirittura neo immagini ibride prodotte dalla sovrapposizione di una fotografia sopra l’altra. Apparentemente manca un’univoca chiave di lettura se non il fatto in sé di essere immagine, evento inedito in un’epoca in cui la maggior parte delle fotografie in circolazione nasce già con un messaggio ben preciso. Eppure Tillmans, nato a Remscheid nella Germania dell’Ovest nel 1968, ha iniziato il suo percorso artistico inquadrandosi in un genere ben preciso, la Street Photography adattata alla cultura underground sviluppatasi in Europa negli anni Novanta, in particolar modo a Berlino e a Londra. Gay clubs, la famosa serie di ritratti dedicati agli amici Lutz e Alex pubblicata sul...

Conversazione con Francesca Mannocchi / Bianco è il colore del danno

Bianco è il colore del danno (Einaudi Stile libero) della giornalista Francesca Mannocchi è la storia di una famiglia, la storia di una bambina all’interno di una certa famiglia, di un’adolescente che nei gesti e nel dolore delle persone che le vivono affianco impara a vedere il mondo, a chiamarlo. È una storia che parte da lontano, dal racconto della vita dei nonni materni dell’autrice. Del loro portato di esperienza, della fatica del loro lavoro. È una scrittura che indaga il silenzio di chi l’ha preceduta, in una ricerca ostinata di un segno, che divenga premonizione del sé. La bambina cresciuta nella periferia nord di Roma, che impara a conoscere presto il potere dello sguardo altrui, che vive la frattura della disuguaglianza sociale e dell’affondo, impara a lottare con la parola per non soccombere. Quando la malattia, il tipo più diffuso di sclerosi multipla, entra nella sua vita, Francesca ha 36 anni, è una giornalista che si occupa da tempo a livello internazionale di scenari di conflitto e violazione di diritti umani ed è madre di Pietro, un bambino di cinque mesi. Il giorno in cui la malattia si manifesta, Francesca è a Palermo, in una stanza anonima di un hotel che per...

La spia intoccabile. Federico Umberto D'Amato / Nella repubblica dei ricatti

1 – Prima sapere tutto. E, quindi, dimenticare tutto. Solo così lavora efficacemente il cantiere che trasforma una vita in una biografia.  Leggendo il notevole e puntiglioso saggio che Giacomo Pacini ha dedicato a La spia intoccabile. Federico Umberto D'Amato e l'Ufficio Affari Riservati, pubblicato da Einaudi, viene in mente questo consiglio dato da Lytton Strachey.  Per Lytton Strachey, impareggiabile cesellatore di biografie perfette, solo se si affronta la bruciante contraddizione che sta in ogni vita si può fare centro. Per trovare il bandolo della matassa di un'intera esistenza – dalla più semplice alla più complessa, quella di una "spia intoccabile" per esempio – non basta l'investigazione archivistica. Né l’acribia documentaria sostenuta da consolidate bussole storiografiche.  Per arrivare alla meta occorre anche accettare cose che fanno a pugni con le rappresentazioni che ci piacerebbe lasciare attorno al nostro lavoro di scavo. Al nostro procedere sulla pagina.    Forse – viene da suggerire a tutti coloro che si occupano di ricostruire storie sommerse del nostro recente passato – dovremmo lasciarci incendiare un poco di più dal dubbio. Dovremmo...

Modi del sentire / La solitudine del tampax positivo

Qualcuno, infine, me lo aveva gentilmente spiegato. In francese “tampon” è il tampax. Per riferirsi all’analisi del Covid-19 si usa soltanto la parola “test”: se faire tester, faire le test. A quel punto ho realizzato che da mesi stavo evocando un fantastico tampone vaginale-virale, senza che nessuno avesse avuto il coraggio di farmelo notare. Un grottesco tampòn, che sdrucciolava insieme al suo accento verso qualcosa di molto intimo.  C’è una solitudine tutta femminile dei giorni in cui il tampone si occupa della fuoriuscita del nostro sangue mestruale, della quale nessuno parla. Di quella solitudine mi sono ricordata quando è arrivato anche per me il giorno del tampax positivo. “Votre test est positif (année de naissance 1970). Si c’est votre premier test positif dans les 3 mois, isolez-vous”. Nell’anno del mio primo mezzo secolo, alle soglie della sospirata menopausa in cui manderò al diavolo tutti i tampax dell’universo, il mio cellulare mi ordina in modo educato ma fermo di isolarmi. Perché positiva al coronavirus, che dopo aver corteggiato il mondo intero come la morte con la fanciulla, è entrato anche dentro di me. Mescolandosi al mio sangue.    Non gli farò...

1° marzo 2012 - 1° marzo 2021 / Lucio Dalla: “Io diffido dei puri”

Nella voce di Wikipedia a lui dedicata, Lucio Dalla (1943-2012) è qualificato innanzitutto come “cantautore”. Nessuna meraviglia, certo: è questa l’etichetta più ovvia che gli si può applicare. In realtà, la sua carriera di “cantautore” in senso proprio (autore cioè dei testi, oltre che delle musiche) ha inizio piuttosto tardi, nel 1977, con l’LP Com’è profondo il mare. Dalla ha 34 anni, ed è già un musicista molto noto. Dopo gli esordi come clarinettista jazz, negli anni Sessanta – su pressione di Gino Paoli – è entrato nel mondo della musica pop come eccentrico vocalist, ha inciso alcuni pezzi “bizzarri” come Quand’ero soldato (1966) e si è fatto conoscere soprattutto attraverso le sue anomale partecipazioni al Festival di Sanremo: Pafff-bum! (1966, in coppia con gli Yardbirds), Bisogna saper perdere (1967, in coppia con i Rokes), 4 marzo ‘43 (1971, il pezzo che decreterà il suo successo, più conosciuto come Gesù bambino) e Piazza Grande (1972). In quegli anni, Dalla è principalmente un interprete e un compositore nell’ambito di quella che ancora si chiama “musica leggera”, e per i testi si avvale di parolieri professionisti come Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti (e della...

Accademia Unidee / L’Italia di Mezzo

Uno dei maggiori problemi delle città è che non ci si è mai davvero accordati su cosa sia una città. Il dibattito di geografi, urbanisti, sociologi, antropologi, storici ne ha fatto spesso una questione disciplinare, per cui emergono interpretazioni – quasi tutte condivisibili – che fin dalla fine dell'Ottocento evidenziano aspetti quantitativi, di densità, di infrastruttura, di possibilità offerte, di serendipità.  Ciò detto, la preponderante vulgata europea è tuttavia ben convinta che il territorio sia chiaramente distinto in vaghissime zone dal nome "città", "periferia", addirittura "campagna", "provincia", "montagna"... Sostanzialmente mescolando rozzi nozionismi geografici o ingenue reminiscenze della scuola elementare che nei migliori dei casi provengono dalla favoletta di Esopo e dei due topi (VI secolo a.C.): la città è uguale al centro storico, tutto il resto è periferia (qualcuno talvolta la descrive con "le strade di terra e senza infrastrutture", come in certi film della Wertmüller, senza accorgersi che da Mimì metallurgico sono passati 50 anni e che le città si sono nel frattempo dotate di piani regolatori e conseguenti urbanizzazioni).   Fuori dalla...

Michieletto tra Berlino e Milano / Jenůfa & Salome

Meno di due anni e un destino molto diverso separano Jenůfa di Leoš Janáček (Brno, 21 gennaio 1904) da Salome di Richard Strauss (Dresda, 9 dicembre 1905). Nati sul ciglio del XX secolo, questi due titoli capitali nella storia del teatro per musica e della modernità restano oggi molto diversamente considerati. Anche se la ricerca e la valutazione storica hanno ormai definitivamente stabilito l’importanza precorritrice del lavoro del compositore moravo, le sue origini appartate e le faticose vicende esecutive (doveva passare oltre un decennio prima che approdasse su una scena importante, quella di Praga) ne hanno condizionato lungamente la ricezione e in qualche modo continuano a farlo, affermando un’astratta stima storico-culturale, ma tenendolo ai margini del grande repertorio. Discorso diametralmente opposto per il dramma musicale di Richard Strauss da Oscar Wilde: lo scandalo dal quale fu immediatamente accompagnato costituì il propellente di un successo che non mostra cedimenti e che lo stesso compositore sottolineava raccontando non senza ironia come grazie a Salome, ad onta delle diffuse polemiche e delle frequenti ripulse di ordine morale e finanche religioso, avesse potuto...

Cooperazione a Zurigo / Kalkbreite: una nuova frontiera dell'abitare

Nell'estate del 2014 ci siamo trasferiti dall'Italia a Zurigo e, complice la notizia di un nuovo figlio in arrivo, abbiamo iniziato a cercare una casa più grande, un'esperienza che, specialmente in questa città, può essere molto lunga e a tratti deprimente, se non si è foraggiati da redditi copiosi. Un'offerta risicata di case, prezzi costantemente in aumento e operazioni di gentrification sulle aree centrali ancora abbordabili sono tutti fattori che spingono fuori città, verso le aree più periferiche o i piccoli comuni del cantone, gli abitanti in genere e le famiglie con bambini, che necessitano di più spazio, in particolare. Io non conoscevo nessuno e vivere in centro, come ero abituata in Italia, mi avrebbe fatto sentire meno sola. Questo rendeva però la ricerca ancora più difficile coi soldi che avevamo a disposizione. In Svizzera infatti bisogna dimostrare che il costo dell'affitto non superi un terzo dei guadagni e – con prezzi che nelle aree centrali vanno in media dai 2.500 ai 5.500 franchi per alloggi sui 100 mq – iniziavamo la nostra avventura elvetica con qualche pensiero.   Kalkbreite @Michael Egloff. Nell'estate del 2014 a Zurigo intanto con una grande festa...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (7) / Nel buio delle sale cinematografiche

Una “caverna” attraversata da una lama luminosa. Spente le luci, la sala cinematografica sprofonda in una schiuma ribollente di emozioni. È una frattura quel buio, una frontiera, segna la fine dell’ordinario, anche quando ordinarie, o comuni, sono le storie che prendono vita sullo schermo. E lo schermo è il mondo, una inesplorata geografia dei sentimenti e delle relazioni. Ognuno può evadere dal recinto della propria posizione sociale, o al contrario, riconoscere le costrizioni che lo soffocano, fare il “giro della prigione”, e soppesare il cumulo delle sue afflizioni.    Questo accadeva nel buio delle sale cinematografiche italiane fra gli anni trenta e cinquanta. Accadeva al “Sala Roma” di Napoli, allo “Smeraldo” di Roma, e nelle centinaia di “Eden”, “Excelsior”, “Splendor” che hanno acceso le loro luci nelle nostre città. E accadeva nel “marasma fumoso e vociante” del “Fulgor” di Rimini, dove Federico Fellini ha innescato la miccia della sua creatività visionaria. Siamo nel 1926, Fellini ha sei anni. In uno stupore eccitato, assapora le immagini sulfuree di Maciste all’inferno, un film di Guido Brignone, che ambienta l’Inferno vicino casa, nella piemontese val di...

Giuseppe Culicchia e Andrea Pazienza / Tra la P38 e l’eroina

Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre 1976 Walter Alasia, vent’anni, sorpreso dalla polizia in casa dei genitori, spara e uccide il maresciallo Sergio Bazzega e il vicequestore Giovanni Vittorio Padovani; quindi salta dalla finestra dell’appartamento del primo piano sul marciapiede, dove viene a sua volta ammazzato. Nei primi capitoli di Il tempo di vivere con te (Mondadori, pp. 162; €17) il libro che ha dedicato al cugino Walter Alasia, Giuseppe Culicchia ripercorre rapidamente gli eventi sanguinosi degli anni settanta. Non è una ricostruzione critica o storica, è piuttosto un elenco. Il quadro che ne esce è impressionante. Cose note, ma non per questo meno tragiche: negli anni della guerra fredda l’Italia è in una posizione geopolitica centrale, frontiera aperta su molti fronti, e quindi si trovano a operare da noi tanti servizi segreti che armano, sfruttano e si scontrano attraverso vari gruppi di giovani che militano in organizzazioni spesso paramilitari. Questo è l’esoscheletro di quegli anni, le condizioni internazionali al cui interno viviamo. Quattordicimila arresti e oltre quattromila condanne, migliaia di mitra e bombe sequestrati: è chiaro che siamo in una guerra a...

febbraio - maggio 2020 / Covid 19. Diario minimo

Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata?   Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.   Febbraio-maggio 2020   CARTA IGIENICA Appena l’emergenza Coronavirus è...

Un libro postumo / Friedrich Glauser, Le vacanze di Studer

La letteratura talora presenta opere incompiute non tanto per volontà dell’autore quanto per la sua morte. Libri non finiti, canovacci lasciati nel cassetto e riscoperti da chi successivamente li ha aperti. Qualche volta compaiono al lettore senza modifiche come i Pensieri di Pascal o Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Qualche altra invece, utilizzando indicazioni disseminate, qualcuno mette mano al testo, lo completa, lo riordina, si immerge in un’ispirazione non sua. Nel campo musicale è classico l’esempio della Turandot terminata da Franco Alfano in seguito alla morte di Puccini. Nel mondo letterario tra i casi più noti ci sono Hemingway con Festa mobile completata dalla moglie Mary, Kafka con America affidata a Max Brod, e Fenoglio, il cui Il partigiano Johnny fu coltivato dall’editore Einaudi che, oltre ad individuare il titolo, miscelò due stesure incomplete. Celebre è poi il caso di Il mistero di Edwin Drood di Dickens, che morì prima di aver svelato chi fosse l'assassino. Più autori si sono cimentati nella conclusione sfornando almeno 200 finali diversi. Fruttero e Lucentini diedero alle stampe anche un libro, La verità sul caso D., in cui hanno immaginato i più famosi...

Fauda, Baghdad Central, Tehran / Dolore e polvere

Fauda, in arabo, significa caos. In vocabolario Treccani, in senso figurato, significa grande disordine, confusione, di cose o anche d’idee, di sentimenti… in particolare disordine e grave turbamento nella vita sociale e politica. Nella primavera della cinematografia israeliana stanno pullulando produzioni di formidabile fattura: dopo il filone fortunatissimo dell’ortodossia ebraica (Unorthodox, o Shtisel di cui presto avremo la nuova stagione) ora c’è l’azione antiterrorismo, o spionistica. Di Fauda (Yes-Satellite Television, in onda su Netflix), scritta dal 2015 da Avi Issacharov e Lior Raz mi sono divorato in un binge watching psichedelico le prime tre stagioni, prodotte sino al 2020. Mio figlio era preoccupato, perché ha sentito per giorni urla in arabo e in ebraico, spari, motori in inseguimento, spari, urla, urla e spari, con la colonna sonora adrenalinica di Gilad Benamram, che aggiorna sulla bella scena della world music israeliana-palestinese questi giorni.   «Pa’, vedo che ti prende sta serie eh?» ogni tanto diceva mio figlio affacciandosi con la luce del giorno o della notte dallo spigolo: già, perché mi ha preso tanto? Perché, pur avendo studiato e studiando...

“Yekatit 12” / I massacri del 1937: Addis Abeba e Debre Libanos

È da tempo che ci si pone il problema di ripensare il “calendario civile” italiano ricordando anche i crimini del colonialismo del giovane Regno d'Italia e le successive atrocità delle “avventure” imperiali fasciste del ventennio, deliberatamente rimosse nelle narrazioni mainstream e nelle immagini semplificate della memoria pubblica, come è avvenuto nel caso delle recenti “scuse” della famiglia Savoia per le leggi razziste antiebraiche del 1938 che ignorano completamente la questione coloniale, riproponendo persino nei toni e nel lessico ulteriori problemi concernenti l’“italianità”. Facciamo nostro il recente appello del collettivo Wu Ming, perché il 19 febbraio diventi una data significativa della memoria pubblica italiana. Per fare i conti con una delle pagine più terribili della storia nazionale.    1937. “Yekatit 12”, il dodicesimo giorno del mese di Yekatit, corrisponde al 19 febbraio. Il Viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani subisce un attentato. Due partigiani eritrei lanciano otto bombe a mano sulle autorità italiane: i morti sono sette e i feriti una cinquantina, tra cui lo stesso Graziani che però ne esce vivo. I soldati italiani sparano indiscriminatamente sulla...