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febbraio - maggio 2020 / Covid 19. Diario minimo

Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata?   Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.   Febbraio-maggio 2020   CARTA IGIENICA Appena l’emergenza Coronavirus è...

David Greilsammer. Labyrinth / Un pianista fuori dai musei dell’ascolto

I programmi dei concerti sono da molto tempo – almeno dalla fine dell’Ottocento – funzionali a una sorta di museificazione della vita musicale, che in quest’epoca di privazione se non di totale mancanza, appare ancora più inutile e dannosa. Nel corso del Novecento, la prassi di restringere le scelte esecutive a un circoscritto numero di autori (i più grandi e i più popolari), in un arco temporale limitato, è stata spesso applicata anche ai dischi, specialmente nell’ambito strumentale. In questo caso, naturalmente, invocando le esigenze del mercato. In seguito, la crescente fortuna di generi una volta desueti, come il Barocco, paradossalmente ha finito per creare nuove “bolle”, mondi magari frequentati ma sostanzialmente impermeabili.  David Greilsammer, quarantatreenne pianista e direttore israeliano con studi a New York (Richard Goode e la Juilliard School) e fitte frequentazioni concertistiche europee, la pensa e agisce diversamente.  Così diversamente da apparire quasi un “eversore” di queste consuetudini. E questo ne fa un protagonista significativo della musica nel nostro tempo. Non si tratta solo di un musicista dalle molte curiosità e dagli ampi orizzonti, ma di...

“Yekatit 12” / I massacri del 1937: Addis Abeba e Debre Libanos

È da tempo che ci si pone il problema di ripensare il “calendario civile” italiano ricordando anche i crimini del colonialismo del giovane Regno d'Italia e le successive atrocità delle “avventure” imperiali fasciste del ventennio, deliberatamente rimosse nelle narrazioni mainstream e nelle immagini semplificate della memoria pubblica, come è avvenuto nel caso delle recenti “scuse” della famiglia Savoia per le leggi razziste antiebraiche del 1938 che ignorano completamente la questione coloniale, riproponendo persino nei toni e nel lessico ulteriori problemi concernenti l’“italianità”. Facciamo nostro il recente appello del collettivo Wu Ming, perché il 19 febbraio diventi una data significativa della memoria pubblica italiana. Per fare i conti con una delle pagine più terribili della storia nazionale.    1937. “Yekatit 12”, il dodicesimo giorno del mese di Yekatit, corrisponde al 19 febbraio. Il Viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani subisce un attentato. Due partigiani eritrei lanciano otto bombe a mano sulle autorità italiane: i morti sono sette e i feriti una cinquantina, tra cui lo stesso Graziani che però ne esce vivo. I soldati italiani sparano indiscriminatamente sulla...

Ara Pacis / Le Radici di Josef Koudelka

Viaggiare è mettersi sulla via, la via verso un luogo o la via verso un tempo, l’ispirazione può venire tanto dallo spazio quanto dalla memoria. Ogni luogo di questo mondo conserva tracce del passato, in quelle tracce si può immaginare un uomo, una civiltà, o perfino un Dio. Per farlo occorrono due cose eminentemente umane: lo sguardo e la ragione. Ciò che non vede lo sguardo lo intuisce la ragione, e ciò che intuisce la ragione si trasforma in sguardo. Le fotografie di Josef Koudelka – in mostra fino al 16 maggio al museo dell’Ara Pacis a Roma – sono tutto questo. La raccolta è il resoconto di un duplice viaggio, nello spazio e nella memoria del Mediterraneo greco e romano. Radici – questo il titolo – è il risultato di numerose spedizioni condotte dal fotografo ceco tra Italia, Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro e Cipro del Nord, Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania e Croazia, nel tentativo di svelare l’enigma che si cela all’incrocio fra i concetti di origine e di bellezza.     Un viaggio in cui non si incontra mai l’uomo, ma solo la sua ombra remota, e in cui il protagonista assoluto della scena è il...

(quando il teatro vince con la morte – o perde) / Castelli accesi – castelli spenti

Il giorno 2 di febbraio 2021 Fabio Masi, condirettore del Festival Inequilibrio di Castiglioncello (Armunia), mi ha telefonando e piangendo mi ha detto: “Ti devo dare una brutta notizia. Paolo è morto, l’abbiamo trovato stamattina”.    Paolo Bruni. Scenotecnico e scenografo, collaboratore di tante compagnie, è stato trovato morto, impiccato, nel suo laboratorio accanto all’anfiteatro – là – al Castello Pasquini. Aveva fatto le scene per La fine del mondo, la commedia dei dinosauri del Lato oscuro di Nane Oca che ha debuttato in prima assoluta al Festival il 25 giugno 2019.   Il Castello Pasquini, neogotico, falso ma non lugubre, costruito a partire dal 1889 per volontà del barone Lazzaro Patrone sui terreni venduti da Martelli, il patrono dei macchiaioli, acquistato negli anni venti del novecento dalla famiglia Pasquini, poi abbandonato e decaduto, acquistato dal comune e restaurato – è divenuto sede degli spettacoli di danza, teatro e delle mostre. È stato la casa, negli ultimi decenni, del teatro emergente e più vivo, che l’ha illuminato. Ma da ottobre era molto buio, spento – solitario. Facendo filò, veglie, azioni, camminate, spettacoli ogni tanto dico che...

Altre rivoluzioni / Miles Davis e le forme della libertà

In un’intervista con il compositore, storico del jazz e rabbino Bob Gluck, il batterista Barry Altschul dichiarò: “per me la definizione di libertà è vocabolario. Più vocabolario musicale hai, più sei libero”. Il sassofonista Anthony Braxton, che con Altschul condivise la breve ma intensa avventura del quartetto Circle all’inizio degli anni ’70, grande appassionato di scacchi, da par suo dichiarò: “per me la bellezza degli scacchi sta nel fatto che offrono una splendida opportunità per osservare le strutture e le relazioni, i progetti, le strategie sugli scopi, e i rapporti fra queste strategie, le variabili, gli obiettivi e il conseguimento degli obiettivi. La bellezza degli scacchi si estende anche alla fisica e alle pressioni. Per quanto mi riguarda, gli scacchi dimostrano ogni cosa”.   Fin dalla sua apparizione sul finire degli anni ’50, il cosiddetto free jazz si porta appresso un pregiudizio o una nozione non del tutto corretta, l’idea cioè che dietro la volontà di suonare una musica libera dalle costrizioni formali (siano queste ritmiche, melodiche o armoniche), si annidi lo spettro dell’anarchia e del caos. Le dichiarazioni di Barry Altschul e di Anthony Braxton,...

Fantasmi / Roger Ballen. La fotografia come esplorazione della mente

La fotografia mostra un interno dimesso. Le pareti sono rovinate dal tempo. Sul pavimento sono distese alcune corde nere che disegnano una porzione di scacchiera elementare. L’unica pedina presente è un gatto bianco che guarda un uomo che a sua volta osserva un disegno appeso alla parete: un abbozzo di scarabocchi in cui tra cancellazioni e linee fragili campeggia la sagoma di un fantoccio sorridente. La teatralità dell’incontro allude forse al fatto che l’uomo contempla sé stesso in uno schema che mima il contesto in cui si trova e di cui egli non è che una pedina?    La foto si intitola Scrutinizing. È un’opera che Roger Ballen ha realizzato nel 2000 e contiene tutti i tratti del suo stile: il degrado dell’ambiente, l’animale come specchio dell’uomo, l’irruzione dell’inconscio nella dimensione quotidiana. È uno scatto prodotto in un momento molto importante per il fotografo, una sorta di spartiacque nella vita artistica dell’autore che dal 2002 smetterà di ritrarre volti umani e cercherà di integrare l’immagine con la scultura e con disegni vicini all’art brut di Jean Dubuffet.   L’immagine appare nel libro intitolato The Earth Will Come To Laugh and Feast, da...

Una mostra all'Hangar Bicocca / Chen Zhen, corti circuiti

A.S. – Cara Maria, ho bisogno di immaginare di scrivere a te, ho bisogno della parola “cara” e della fiducia nelle domande. Mi sono fermata all’Hangar perché è il primo museo che ha aperto qui a Milano, perché amo molto quegli spazi, la sensazione di un “più grande”, e poi perché mi ritaglio sempre, in conclusione, quel tempo in cui sostare sotto I sette palazzi celesti di Kiefer. Ma mi sono fermata anche perché ricordavo che ci avevi detto che avresti voluto parlare di Chen Zhen su “doppiozero”, prima che tutto chiudesse. Così ho pensato che di lui conoscevo soltanto le coordinate geografiche: Shangai prima, Parigi poi, un certo tempo in Tibet. Niente altro.  Quando mi avvicino a un artista che non conosco attraverso, prima, tutto lo spazio. Passo in mezzo alle installazioni, cammino fino alla fine. Non seguo un ordine: vago. Poi ritorno indietro e solo allora leggo, provo a capire, fotografo quello che vedo. L’esito del mio primo camminamento è sempre ingarbugliato, e non so se le parole che ora ti isolo siano state le sole.    Chen Zhen Jue Chang, Dancing Body – Drumming Mind (The Last Song), 2000 (detail) Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020...

Riedizioni / Bernard-Marie Koltès: avamposto sul limite estremo

Troppo teatrante per la letteratura e troppo letterario per il teatro: l’opera di Bernard-Marie Koltès è l’emblema di quel vuoto di posizione in cui la scrittura teatrale è percepita in Italia, un paese dove il drammaturgo è una specie di figura omissiva, una creatura fantasiosa e ibrida che, da vivo, esiste spesso solo per luce riflessa. Tanto più se, come Koltès, si è autori teatrali come lui lo è stato: fedele a un’idea di scrittura teatrale oltranzistica, torrenziale, poetica nel modo più verboso e spudorato. Una scrittura che va a sfidare il letterato, convinto che la scrittura teatrale non sia “vera letteratura”, ma anche il teatrante, che davanti alla pagina fluviale e (apparentemente) statica di Koltès ha subito l’istinto di dire: questo non è teatro, ma letteratura. Un equivoco che viene da lontano, che ha fatto sì che un autore che è in Francia già un vero e proprio classico, una figura tra lo sciamano e l’icona rock (Koltès, oltre ad essere morto molto giovane, era un uomo bellissimo), fosse finora presente in traduzione italiana solo in sparse pubblicazioni episodiche, da tempo introvabili. Quella lacuna oggi viene finalmente colmata: Arcadiateatro pubblica un’edizione...

1931-2021 / Pepi Merisio

La sprezzatura, nel senso più nobile del termine, da sempre ha contraddistinto Pepi Merisio, uomo e fotografo, morto ieri a novant’anni, nella sua amatissima Bergamo. Tutto in lui sembrava accadere con grande naturalezza e disinvoltura, con una spontaneità immediata: il suo pensiero, il suo eloquio, il suo sguardo. Un grande lavoro dietro all'abilità delle sue immagini, ma ostentazione di nessuno sforzo. Questo è il tratto di Pepi Merisio che più ricorderò, insieme alla sua profonda cultura, mai esibita, dietro i suoi modi affabili. Sì, perché rispetto a molti colleghi della sua generazione, Pepi Merisio era davvero un uomo di cultura, una cultura non solo visiva, umanistica in senso ampio: laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, all’inizio dei Cinquanta, negli anni è stata continua la sua frequentazione dei classici antichi e della letteratura. Non a caso uno dei suoi libri più belli lo ha realizzato con il poeta Mario Luzi (Mi guarda Siena) e intenso è stato il rapporto con Guido Piovene, con il quale ha esplorato e messo in luce angoli nascosti del nostro Paese, e ancora con Carlo Emilio Gadda e soprattutto Piero Chiara.   Pepi Merisio, Il gioco. Ho conosciuto...

Una conversazione / Monica Bonvicini: Lover's Material

Fino al 21 febbraio 2021 la mostra personale di Monica Bonvicini, LOVER’S MATERIAL, a cura di Christina Végh, è ospitata alla Kunsthalle Bielefeld, in Germania.  Nata a Venezia nel 1965, Bonvicini ha studiato Arte a Berlino e alla Cal Arts di Valencia, in California, per poi iniziare a esporre a livello internazionale a metà degli anni Novanta arrivando oggi ad essere tra gli artisti italiani più importanti e conosciuti in Italia e all’estero.  Questo testo nasce da alcune conversazioni con l’artista (trascritte in corsivo), che ringrazio, volte a portare in luce gli aspetti peculiari sia dell’esposizione in corso a Bielefeld sia, in generale, della sua ricerca.    Come per numerose opere di Monica Bonvicini, anche per la mostra a Bielefeld è necessario partire dal luogo espositivo per comprendere il suo concept:  “La Kunsthalle Bielefeld è l’unico museo costruito da Philip Johnson in Europa. È un’architettura dallo stile statunitense e quindi molto diverso da quello degli edifici costruiti in Germania dal Dopoguerra. È un’architettura bella ed elegante, ma anche difficile sia perché sembra concepita per la pittura e per la scultura classiche, sia perché,...

Intervista con Simone Santilli / Immagini ai margini dello sguardo

Mentre cerco di figurarmi quali ulteriori vie possano essere percorse per comprendere le metamorfosi e i processi delle immagini, mi sovviene Karma Fails ‒ Meditation Is Visualization (2017), la performance messa in azione da The Cool Couple, dove i due artisti, con la collaborazione di alcuni fruitori delle loro opere, utilizzano la meditazione come uno strumento utile per mettere a fuoco una serie di fenomeni che solitamente sono relegati ai margini dello sguardo.  Questa opera-esperimento è interessante per questioni che sono riconducibili a una serie di analisi del neoliberalismo e del capitalismo cognitivo, alla capacità di dirottare l’attenzione, di alterare la visibilità di qualcosa o qualcuno, di comprendere le strategie delle forme di potere e di controllo più efficaci e pericolose. Secondo Trevor Paglen, le cose che ci minacciano di più sono quelle per cui non c’è un’immagine. Se l’immagine di un pericolo può essere negata (o criptata) dal potere, ci si chiede quali immagini stiamo fruendo veramente, quali differenze esistano tra le immagini consentite e quelle censurate (non fatte circolare)? Attraverso Doppiozero vorrei dare voce a chi in questi anni sta cercando...

Pensare altrimenti / Scambiare, donare

Dove si cerca di dire che in fondo siamo meno egoisti di quanto pensiamo e che in fondo doniamo più di quanto crediamo, perché è solo così che creiamo relazioni.   Se quella che oggi chiamiamo “economia” in principio era solo un’attività di sussistenza, con il trascorrere del tempo ha assunto un ruolo sempre più centrale, al punto da prendere, in molti casi, il posto della politica. La progressiva “occidentalizzazione” del mondo sta provocando una diffusa colonizzazione dell’immaginario economico, che ci porta a vedere tutto in un’ottica mercantile in cui ciascuno cerca di ottenere il massimo guadagno con il minimo costo. Estesa questa visione all’intero genere umano, si ottiene il cosiddetto homo oeconomicus, un essere razionale che agisce perseguendo fini utilitaristici e, pertanto, profondamente egoista.  Eppure non è sempre stato così, come ha dimostrato Karl Polanyi. In molte società l’economia era – e in certi casi è ancora – inserita all’interno di un sistema di valori in cui non sempre gli individui perseguono il massimo guadagno, ma a volte rispondono a principi che possono portare in direzione diversa.  L’economia è quindi moralmente vincolata...

Elezioni USA / Presidenze fittizie, minacce reali

Washington, D.C.. L’enorme, candida cupola del Campidoglio – la sede del Parlamento federale statunitense, il tempio laico della democrazia americana – viene violata. Un’esplosione la scuote. Le fiamme, altissime, squarciano la notte. Il Governo è stato decapitato da un oscuro attentato terroristico.   “Designated Survivor” (prima stagione, episodio I) È l’inizio di Designated Survivor, serie tv che dal 2016 è andata in onda per tre stagioni. Il protagonista, interpretato da Kiefer Sutherland, è Tom Kirkman: membro di secondo piano del Cabinet presidenziale, “sopravvissuto designato” e quindi tenuto al sicuro durante l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione. Proprio per garantire, in caso di catastrofe, la continuità del governo del Paese.   Finzione, realtà. Il tema è proprio questo: chi rincorre chi? Quale sta maggiormente influenzando l’altra? La messa in scena narrativa del potere politico ha subito negli ultimi anni una progressiva e formidabile degenerazione morale. Soprattutto la tv ha costruito e cristallizzato un immaginario feroce, sadico, davvero oscuro. Prendendo a esempio la Casa Bianca: la Camelot di The West Wing si è mutata nell'incubo di House of...

Diario Americano / Gli ultimi giorni di Donald Trump

Mercoledì 20 gennaio Joe Biden e Kamala Harris si sono insediati alla Casa Bianca, e spero che il Servizio Segreto, ripulito dai convertiti a Trump, sia in grado di difenderli anche dopo che lo stato d’assedio sarà finito, perché l’eredità lasciata dal presidente uscente, anzi uscito, anzi buttato fuori con un secondo impeachment (che non è solo una formalità, anche se lo sembra) è una guerra civile che ha già avuto le sue prove generali. Non sono andate molto bene, ma si sa che la sera della prima di solito tutto si sistema. E la sera della prima non l’abbiamo ancora vista.   La domanda che l’FBI si pone ora è quanta connivenza ci fosse dall’interno del Campidoglio, tra la polizia, vari deputati e senatori repubblicani, e i rivoltosi fuori. Pare che gli Stati Uniti siano entrati anche loro nell’era dei “servizi deviati”, che chi ha abbastanza anni in Italia ricorda ancora bene. Il cancro della teoria di complotto secondo la quale Biden ha “rubato” la vittoria a Trump è molto diffuso tra la non piccola percentuale di agenti della polizia orientati sulla destra estrema (anche qui, nessuna novità per gli italiani); i loro siti e le loro chat ne traboccano. E scoprire che a...

19 gennaio 1921-19 gennaio 2021 / La fortuna di Miss Highsmith

Comunque sia e comunque voglia classificarsi, Patricia Highsmith preferisce la densità kafkiana ai cruciverba reticolari, è estranea al consumo delle ‘cellule grigie’ di Poirot per scovare il colpevole o alla necessità puritana di puntellare una società oscurata dalla devianza. Sia nell’ordinata luminosità delle ambientazioni inglesi che nelle ombrose metropoli sfregiate dal crimine, il suo non è un giallo “passatempo”, ma è atipico, esistenziale, inquieto. Patricia Highsmith è nata cento anni orsono a Fort Worth, in Texas. Il nome rimanda a romanzi noti, a film tratti dai suoi scritti, alla definizione assegnatale di “regina del crimine” in competizione con scrittrici altrettanto celebri come Agatha Christie. In realtà la sua persona e la sua produzione spiccano per originalità difficilmente classificabile. Innanzitutto la vita e gli scritti sono intimamente legati tra loro e vivono di luce riflessa. Trasferitasi a New York, viene allevata dalla nonna che si prende cura di lei. A scuola mostra talento per l’arte, pittura e scultura, ma la vocazione...

19 gennaio 1943 / Janis Joplin e il blues cosmico

Nel leggere due libri contemporaneamente può capitare di sovrapporre l’uno all’altro, di confondere personaggi e vicende, oppure di cercarvi delle assonanze se non proprio delle corrispondenze. Mi è successo di recente con Janis, la biografia definitiva di Holly George-Warren (ed. DeAgostini, 2020, traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe, 478 pp., € 24,00) e Istante propizio, 1855 dello scrittore cèco Patrik Ouředník (ed. Exorma, 2018; trad. Andrea Libero Carbone, 138 pp., € 12,00). Fra i due libri non v’è relazione, ma nel libro di Ouředník a un certo punto si legge: “Non chiedo l’uguaglianza delle donne; parlo di libertà. L’uguaglianza non è altro che una nuova riorganizzazione della società degli uomini, una nuova riforma: si dà licenza alle donne di assomigliarci, di diventare assassini, politici, strateghi, individui irresponsabili ed egoisti, avidi di potere. Dite alla donna che ha il diritto di uccidere, mettetele un fucile in mano – diventerà sanguinaria ed esecrabile tanto quanto l’uomo. (…) Questo oggi rivendicano i predicatori della nuova dottrina, del nuovo idolo che chiamano femminismo. No – non diamo l’uguaglianza alle donne, diamo loro la libertà”.   Ouředník...

“Amen and awoman”: un lapsus?

Sul principio dell’anno da poco iniziato, il reverendo Emanuel Cleaver II, membro eletto nelle fila del Partito democratico della United States House of Representatives, ha avuto il compito di inaugurare con un’orazione la nuova sessione del Congresso statunitense ed è noto come egli abbia chiuso la sua preghiera con un inopinato “amen and awoman”. Tra coloro che hanno assistito alla sua performance in diretta, ci sono stati alcuni avversari politici che l’hanno intesa come un tentativo di adeguarsi a uno stile linguistico inclusivo (la qualificazione si ritiene non abbia bisogno di chiose, oggi). Una sortita molto maldestra, a loro parere. Ne hanno diffuso una registrazione in video, come è costume corrente, e hanno accusato Cleaver di avere profanato l’antica espressione rituale per accodarsi a un andazzo.  Sui mezzi di comunicazione e in rete ne è seguito un fragoroso schiamazzo di ostentate indignazioni. L’indignazione è d’altra parte passione tra le più diffuse nel discorso pubblico odierno: in termini di pensiero, costa pochissimo, fa fine o probo o giusto chi se ne dice animato e soprattutto attira approvazioni e consensi. Nello schiamazzo c’erano forse voci di...

Una scoperta / I libri mastri di Edward Hopper

Molti artisti americani vissuti fra l’Ottocento e la prima metà del Novecento avevano l’abitudine di tenere dei libri mastri in cui appuntavano la contabilità riguardante la compravendita delle loro opere. Tra questi anche Edward Hopper, il quale, con l’aiuto di sua moglie Josephine “Jo” Nivison, per tutta la vita ha compilato un inventario dei dipinti che uscivano dal suo studio. L’unicità di questo inventario sta nel fatto che Hopper ai semplici dati amministrativi aggiungeva schizzi, annotazioni e aneddoti sulla realizzazione delle opere. L’inventario, avviato sull’esempio del suo maestro Robert Henri e redatto su tre quaderni che coprono l’arco temporale che va dalle nozze tra Edward e Jo (1924) all’anno che precede la morte dell’artista (1966), è ora riprodotto in un volume pubblicato da Jaca Book col titolo Edward Hopper. Dipinti & disegni dai libri mastri (traduzione dall’inglese di Cristiano Screm e Fides Modesto).   I libri mastri di Hopper per come furono concepiti sono qualcosa di più di semplici quaderni contabili. Il critico irlandese Brian O’Doherty li ha definiti una “biografia condivisa”, ponendo l’accento non solo sull’apporto determinante della moglie...

Capire meglio le informazioni visive / Come i grafici mentono

Nel novembre scorso il tasso di crescita dei prezzi in Italia è stato negativo, pari a -0,3 per cento rispetto a 12 mesi prima. Il tasso di crescita era stato -0,6 in ottobre. La variazione dei prezzi era stata negativa anche a settembre. Tra amici abbiamo iniziato a discutere se fosse opportuno pubblicare una figura sul fenomeno; o se bastassero le parole. La discussione si è complicata quando uno di noi ha iniziato a leggere questo libro. Alberto Cairo è un giornalista, progettista di grafici, docente di corsi universitari di visual journalism. Il libro parla appunto di giornalismo visivo, una disciplina che utilizza soprattutto immagini: fotografie, info-grafiche e grafici. È un giornalismo indirizzato a un lettore sempre più frettoloso, che vuole apprendere le notizie nel minor tempo possibile. È il giornalismo dell’era dell'informazione via web.  Un esempio a noi molto vicino di cosa sia il visual journalism ce lo fornisce Cairo, riportando un grafico sul Covid-19 apparso nel sito web del Washington Post il 20 marzo 2020. È un grafico famoso, in cui sono rappresentate due curve, che rappresentano la diffusione della pandemia in due ipotesi distinte: l’ipotesi di assenza...

Tra i Beatles e Joyce / John Lennon, ritratto dell’artista da uomo

Liverpool non sarà Dublino, ma nello sfogliare due libri dedicati a John Lennon pubblicati da poco mi è venuta la voglia di rileggere Dedalus di James Joyce. Una cosa che non ricordavo è quanto si canta nel libro di Joyce. Fra le sue pagine c’è sempre qualcuno disposto a canticchiare una vecchia melodia:   Pazzia e gioventù Fan sposi i giovanotti, dunque, tesoro mio, io non ne posso più.   Questi alcuni dei titoli in cui ci si imbatte cammin facendo: Brigid’s Song; Oft in the stilly night; Sweet Rose O’Grady; The Groves of Blarney; Killarney; Lilly Dale; O twine me a bower; Strawberry Fields Forever (d’accordo, quest’ultima non c’è, ma l’avessi incontrata non l’avrei considerata un corpo estraneo).   Le canzoni sono lo strumento attraverso cui Stephen, il protagonista del romanzo, si fa sorprendere dall’essenza delle cose. Attraverso le canzoni schiude le sue emozioni, dando loro una forma armoniosa e pertinente con l’ordine del cosmo:   Dietro una siepe di lauri traspariva una luce alla finestra di una cucina e si sentiva la voce di una serva cantare, mentre affilava i coltelli. Cantava, a brevi riprese staccate, “Rosie O’Grady”… Crandy si fermò ad ascoltare e...

Dal paleolitico alle aule scolastiche / Impronte di mani

Le pitture rupestri preistoriche suscitano stupore e interesse immutati da quando i primi uomini moderni le hanno riscoperte spingendosi a fondo negli oscuri recessi delle caverne che le custodivano e ancor oggi non cessano di interrogare le menti degli studiosi. La meraviglia per queste immagini provenienti dalla preistoria dell'umanità ha condotto a produrre un’eterogenea serie di teorie per tentare di dar ragione del motivo per cui questi nostri progenitori paleolitici avessero riempito le pareti delle caverne con immagini di animali, scene di caccia o semplici segni rivelatori della presenza umana. Teorie che si ispirano alla magia simpatica, altre basate sull'idea dell'uso sciamanico delle immagini, altre ancora che ricercavano simboli archetipici nelle pitture, quasi tutti questi tentativi interpretativi si basavano sul metodo comparativo che muoveva dall'accostamento dei “primitivi paleolitici” ai cosiddetti “primitivi attuali”, quei popoli extra-europei che la scienza antropologica aveva imparato a conoscere attraverso i viaggi di esplorazione e il colonialismo. La prima teoria che si sottraeva all'interpretazione mistico-rituale è stata formulata dal grande studioso...

8 gennaio 1921-8 gennaio 2021 / Leonardo Sciascia: scrivere è curiosità

Abbiamo incontrato Sciascia il 25 gennaio del 1987, a Palermo, nel suo bell’appartamento di viale Scaduto. Aveva risposto molto simpaticamente alla lettera, in cui gli chiedevamo di rilasciarci un’intervista personale per la Radio Svizzera. Il contatto diretto lo avevamo avuto qualche tempo prima grazie all’amico comune Claude Ambroise. Avevamo specificato che parte della nostra famiglia viveva in Sicilia e che ci eravamo fidanzati a Cefalù.    Quella mattina presto, a Ginevra nevischiava ma al nostro atterraggio a Punta Raisi il sole inondava tutto. Leonardo Sciascia ci aspettava con un enorme vassoio di cannoli: era proprio come arrivare da uno zio affettuoso. Fu molto paziente perché all’epoca anche una semplice intervista radiofonica prevedeva l’utilizzo di attrezzature varie. Occorreva inserire sulla Nagra, il magnetofono professionale, una bobina; preparare l’input del microfono; posarlo su un piede, ecc. Sciascia sorrideva e ci intratteneva durante i preparativi. Era molto interessato alla vita intellettuale ginevrina e ci chiedeva in particolare dei nostri professori Jean Starobinski e Bronislaw Baczko. Aveva, è cosa nota, un vero e proprio culto per l’...

Photographs and drawings / Il realismo magico di Paolo Ventura

Prima della chiusura degli spazi espositivi dovuta all’emergenza sanitaria da Camera – Centro italiano per la fotografia di Torino era in scena il Carousel di Paolo Ventura (Milano, 1968). Mai titolo è stato più appropriato per portare in mostra la summa della produzione artistica di Ventura: una giostra mirabolante, dai volti e dalle storie infinite e fantastiche, con l’accompagnamento di quella musichetta per bambini al confine tra la malinconia adulta delle memorie passate e il mondo onirico e dalle infinite possibilità di un fanciullo. Da una ventina d’anni Ventura è padre di storie che si dispongono in equilibrio tra la memoria storica, la fantasia, il sogno e la realtà, con un linguaggio visivo che amalgama tutto senza offrire allo spettatore la disambiguazione dei diversi piani, e anzi facendo leva proprio sull’atto volontario di complicare la fruizione dell’immagine.  Influenzato dalla pittura, dalla scultura, dalla manualità artigianale di uno scenografo, il lavoro dell’artista milanese è il risultato di una minuziosa ricerca tecnica e di linguaggio. A corredare la retrospettiva che Camera gli ha dedicato, prorogata per ora fino al 14 febbraio 2021, il libro Paolo...