Il tuo due per mille a doppiozero

Categorie

Elenco articoli con tag:

Fotografia

(725 risultati)

Il nostro saluto / Gli ultimi pasticcini con Giulia Niccolai

Oggi ho saputo che Giulia Niccolai se n’è andata. Ho guardato fuori dalla finestra di casa, per fissare nella mia memoria il colore del cielo. Era quasi giallo. La luce sembrava avvolgere tutto: gli alberi, il lago, le montagne sullo sfondo. Tutto mi è parso immobile. Forse ho capito cosa significa quando il tempo si ferma per un istante. Mi ha avvisata Nicoletta, una cara amica di Giulia. Non sono riuscita a farle molte domande, non ero preparata. Ho ascoltato le sue parole, quasi incredula, incerta se fosse davvero successo. Nicoletta stava in treno. Credo che a quella luce chiara del cielo, assocerò per sempre lo sferragliare del treno. Il primo giorno d’estate è un buon momento per sgusciare via. E poi, a pensarci, la luce ed i treni mi sono sempre piaciuti. Forse anche questo è un regalo, il suo modo di salutarmi come faceva quando andavo da lei a Milano.   Ho conosciuto Giulia perché mi interesso di fotografia e lei per una parte della sua vita ha fatto la fotografa. È stato due anni fa. Non ho molto riflettuto su come fare per conoscerla, forse sapevo che con lei non sarebbe stato troppo difficile. Ricordo che la nostra prima chiacchierata la facemmo a Ravenna, sedute...

21 dicembre 1934 – 22 giugno 2021 / Le tante vite di Giulia Niccolai

Con Giulia Niccolai se ne va uno dei personaggi più straordinari della cultura italiana, uno dei meno noti e appariscenti, ma certamente uno dei più originali e curiosi. Giulia è stata fotografa, scrittrice, poetessa, monaca buddista, traduttrice, saggista, biografa di sé stessa, voce singolare e unica nel panorama letterario italiano dominato da poeti e scrittori per lo più maschi. La sua vita si è svolta tutta in punta di piedi e sui margini della società letteraria. Figlia di un italiano e di un’americana, era nata a Milano nel 1934. Inizia a fotografare giovanissima legandosi al circolo che si ritrovava al bar Jamaica a Milano: Ugo Mulas, Mario Dondero, Alfa Castaldi, ovvero i fotografi che hanno fatto la fotografia italiana del secondo dopoguerra, legati ad artisti come Piero Manzoni, Roberto Crippa, e a scrittori come Luciano Bianciardi, Germano Lombardi, Nanni Balestrini. Ha diciotto anni e se ne va in giro per l’Italia con una macchina fotografica e su un’autovettura; scende dal Nord al Sud per comporre un ritratto del Paese che è appena uscito dalla guerra. Sono fotografie pubblicate da aziende e industrie legate al padre, una possibilità che diventa un’occasione unica...

David Jiménez, Noémie Goudal e Antoine d’Agata / Fotografia Europea: un sogno ad occhi aperti?

“Sulla Luna e sulla Terra/ fate largo ai sognatori!”. È con questi versi che Gianni Rodari chiude la sua poesia Sulla Luna. Le stesse parole vengono proposte come titolo del Festival di Fotografia Europea a Reggio Emilia, dopo la cancellazione della passata edizione, dedicata proprio al centenario della nascita dello scrittore. Suggestivo, senza dubbio, che ogni spettatore possa essere considerato un sognatore, nel senso di chi sa guardare oltre il velo del reale per immaginare altri spazi ed altri mondi. E fascinosa è la Luna, realizzata da Marco Di Noia, vincitore della Open call del festival, che fa eco alle parole di Rodari. Nell’immagine, nata da un racconto scritto dall’artista nel 2018 durante un viaggio in Giappone, si vedono molte persone che guardano in alto, stupite dalla presenza e dalla vicinanza del corpo celeste, incerte sul senso da dare a quell’enorme sfera. Insomma una confusione tra realtà e immaginazione, come in un sogno ad occhi aperti, quando i confini tendono a dissolversi. Eppure, ciò che più si ricorda di questo festival non sono tanto le immagini legate in maniera più o meno evidente all’idea di sogno, quelle di David Jiménez (Aura), l’installazione...

Una mostra ai Tre Oci / John Pawson: Less is more

“In viaggio, come d’altronde nella vita, il meno è quasi sempre il meglio”, dice William Hurt, nel film di Lawrence Kasdan, Turista per caso. Minimo non è meno, non è poco, eppure entrambi hanno a che fare con l’arte del togliere. Togliere è liberare dall’eccedente, eliminare quel che è eccessivo. Di tutto l’umano cercare, forse una delle arti più difficili e sublimi. Un’arte che avvicina all’essenziale, sapendo che apre una direzione e non definisce una meta, in quanto se il minimo essenziale è tale, lo è perché è irraggiungibile. La sua importanza sta nel cercarlo sapendo di non poterlo raggiungere mai. Una sfida alla nostra tensione desiderante, che sceglie la via della ricerca per selezione, verso la leggerezza e la valorizzazione del lavoro della luce che, a ben vedere, fa la parte della grande scultrice nel prender forma delle cose.     Quel che si produce sotto i nostri occhi, instancabilmente, di fronte alle fotografie, come del resto di fronte all’intera opera e al segno inconfondibile di John Pawson, è una trasformazione silenziosa. Gradualmente il movimento, condotto dallo sguardo si abitua a una trasformazione silenziosa, appunto, grazie alla quale l’...

Una grande retrospettiva alla Casa dei Tre Oci / Mario De Biasi: gli scatti della vita

Ci sono occasioni in cui la storia e le storie si incrociano, si intersecano, circostanze in cui un luogo parla attraverso le immagini che ospita, ed eventi durante i quali le immagini sanno di letteratura e poesia. Queste sono congiunture tanto irreali quanto visibili, tangibili, a usare un modo di guardare a occhio di pesce, simile alla lente dell’obbiettivo, in cui cercare di notare tutto e far star dentro l’inquadratura uno spunto verso l’impossibile. Credo questo fosse, per tutta la sua vita, l’occhio del fotografo Mario De Biasi, e come per lui per tanti altri maestri: trovare la storia, e la Storia, e la bellezza che la racconta nei luoghi più impensati.   Mario De Biasi, Tre Oci, @ Anna Toscano. L’occasione in cui tutto ciò accade è la mostra alla Casa dei Tre Oci: una retrospettiva ricchissima dedicata a Mario De Biasi a cura di Enrica Viganò. In mostra, lungo i 3 piani del palazzo, 256 scatti del Maestro che vanno a coprire il suo lavoro dal 1947 al 2003, tutta la sua carriera di fotoreporter. Molti degli scatti sono inediti e vengono presentati in una stampa vintage, accanto a disegni dell’autore, una grande quantità di copertine di Epoca, per il quale De Biasi...

Mudec Milano / Tina Modotti dal Messico a Stalin

Dopo la forzata pausa della pandemia, il Mudec ha riaperto con Tina Modotti. Donne, Messico e libertà, a cura di Biba Giacchetti. L’esposizione segue una linea tematica che scandisce le diverse tappe del percorso artistico della Modotti, in un arco temporale che va dal 1924 al 1930. Si possono vedere un centinaio di fotografie, stampe originali ai sali d'argento degli anni Settanta, realizzate a partire dai negativi. Se Tina Modotti, abituata alla luce di Città del Messico, si lamentava che quella di Berlino rendeva le sue foto sottoesposte, considerato lo spropositato numero di mostre a lei dedicate, oggi forse si sarebbe lamentata di una sovraesposizione mediatica. In un tale contesto è estremamente difficile pensare a una mostra che abbia anche solo l’ambizione di dire cose nuove, se non originali. Nonostante queste premesse, bisogna prendere atto del buon lavoro svolto dalla curatrice e dai suoi collaboratori, con un allestimento che rende ben leggibili le opere esposte, arricchite da precisi riferimenti storici.    Osservare le sue fotografie, e soprattutto quelle scattate intorno al 1929, l’apice della sua breve carriera di fotografa, fa sorgere molti interrogativi...

Niente di antico sotto il sole / Luigi Ghirri, né genius loci né postmoderno

Luigi Ghirri è in automobile in compagnia di un amico appena ritornato dall’Africa. Arrivati all’altezza di Luzzara, mentre il loro sguardo scorre sulla pianura, dove i colori della terra e degli alberi tendono a confondersi con quelli del cielo dell’autunno avanzato, Ghirri dice ad alta voce: “Però non mi dispiacerebbe abitare in questi luoghi”. L’amico gli risponde che invece a lui quei luoghi impauriscono più dell’Africa. Ghirri non replica e pensa stupito a questa reazione di timore e panico verso la distesa pianeggiante: i campi arati sono più inospitali dei deserti africani e i pioppeti più infidi e misteriosi della giungla? Sorride tra sé e sé alla reazione dell’amico, e pensa: forse l’imprevisto si è trasferito in queste strade di campagna? Alla fine, guardando con più attenzione all’intorno, si convince che l’Avventura abita veramente la carreggiata e il ciglio della strada, e che sono proprio questi i luoghi deputati per ogni sorta di avventura e sorpresa.      Questo breve episodio apre un testo di Luigi Ghirri intitolato Un cancello sul fiume pubblicato nel 1987 e raccolto nel volume Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste (Quodlibet, pp.347...

Al MAST la prima antologica / Richard Mosse: immagini scomode

“Ma Marlowe non era il tipico marinaio (se non per la tendenza a raccontare storie); per lui il significato di un episodio non andava cercato all’interno del guscio come un gheriglio, ma all’esterno, avvolgendo il racconto che lo generava come un bagliore genera intorno a sé una zona di penombra, allo stesso modo in cui l’illuminazione spettrale del chiaro di luna rende a volte visibili gli aloni nebulosi.” Joseph Conrad, Cuore di tenebra   Artista irlandese con una formazione in Letteratura inglese e Studi culturali, oltre che in Belle Arti, Richard Mosse si situa in una zona di confine tra fotografia documentaria e arte contemporanea, in un luogo dove questi due ambiti si incontrano e si scontrano, dando vita a nuovi immaginari. Displaced, prima mostra antologica del fotografo, presentata dalla Fondazione Mast e curata da Urs Stahel, propone un percorso cronologico che parte dai lavori realizzati nei primi anni 2000 fino ad arrivare a quelli più recenti, tra cui la serie Tristes Tropiques realizzata nel 2020 nell’Amazzonia brasiliana. Attraverso 77 fotografie di grande formato, due suggestive videoinstallazioni e altre due significative opere video, la mostra traccia l’...

Fotocopie / John Berger: nomi, cose, città, animali, sguardi

Nomi   Fotocopie. È questo il nome dato alla raccolta di racconti/immagini di John Berger ripubblicato da il Saggiatore (la prima edizione italiana era stata curata da Bollati Boringhieri nel 2004 mentre quella originale risale al 1996) nella traduzione di Maria Nadotti. Nome enigmatico e misterioso che ricorre, rincorre e attraversa i ventinove racconti/frammento che compongono il testo. Fotocopie che sono oggetti, immagini, sguardi, ricordi di persone, animali o cose. Oggetti-feticcio portatili che fanno circolare e transitare idee, pensieri, grafie mettendo in connessione volti, istanti, luoghi e saperi (nel racconto-intervista a Henri Cartier-Bresson, alla domanda su cosa sia il “sentire l’attimo decisivo”, il fotografo risponde «impugnando una fotocopia» dove aveva trascritto a mano una citazione di Einstein: «Ho una tale sensazione di solidarietà con tutto ciò che è vivo, che non mi sembra importante sapere dove l’individuo cominci o finisca…»). Fotocopie che sono tracce, segni indicali prodotti dal contatto diretto con il referente, con le cose, con gli animali, con i luoghi, con il mondo. La loro genesi è tattile, quasi aptica, immediata, irriflessiva («Irriflessiva?...

Un’intervista / John Hilliard: fotografia aniconica

Che cosa può cogliere – e cosa fa – la fotografia? Se potessimo guardare un’immagine oltre il campo visivo riportato in una fotografia cambierebbe la nostra idea di ciò che è rappresentato? Come sono costruite le immagini fotografiche? Sono queste alcune delle domande cruciali che si è posto l’artista John Hilliard (1945, Lancaster) agli albori della sua carriera. Lo status e l’affidabilità delle fotografie come rappresentazione sono il focus progettuale dell’autore o ci si può spingere oltre? Le componenti essenziali della fotografia – il tempo, la luce e il movimento – nelle sue opere sono presentati attraverso un’indagine tanto analitica quanto iconica che porta gli oggetti d’analisi a essere i soggetti stessi della fotografia. Negli anni '70, ha prodotto pezzi modulari che usavano la velocità dell'otturatore e la dimensione del diaframma e nel 1975-1976 ha lavorato con la messa a fuoco differenziale. Poi si è interessato alla differenza di densità nella pellicola in bianco e nero. L’uso della fotografia allo scopo di costruire un qualche tipo di somiglianza è qui fortemente messo in crisi. Piuttosto il lavoro metodico di Hilliard è un elogio delle qualità specifiche del mezzo...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (10) / La felicità è una piccola cosa

Estate del ’58. Luglio, forse agosto. Il giovane fotografo Carlo Bavagnoli lascia la redazione di “Epoca”, il settimanale per cui lavora. A passo veloce s’incammina in direzione di Trastevere, la Roma che più ama.  L’aria è densa nell’intrico di vicoli dietro Piazza Trilussa verso l’ampio slargo di Santa Maria, dove il quartiere, uscendo dalle sue strettoie, sembra prendere un po' di respiro. Hanno nomi stravaganti quei vicoli, una toponomastica che non porta il peso della memoria storica, e non ha intenti celebrativi. Una toponomastica dell’ordinario, senza pretese, piccole mitologie nate sulla strada: vicolo de’ Cinque, vicolo del Piede, vicolo del Cipresso, vicolo della Pelliccia.  Bavagnoli fiuta gli umori di quel mondo. Ci si immerge; li assapora. Aspetta che la vita gli si riveli. Quello che vede attraversando l’intreccio dei vicoli, è una realtà esuberante, mobile, in fermento. Non riesce a fissarla in un’immagine. Non riesce a prenderla. Ma non smette di guardare. Continua a inseguirne i minuti movimenti.   All’improvviso dal fondo del vicolo del Cipresso sbuca un ragazzo, dieci, dodici anni. Gli si fa incontro. Ben saldo sulle gambe, spavaldamente...

Una radiografia permanente / L'Immagine fantasma di Hervé Guibert

Da dove viene il bagliore che regna in L'immagine fantasma, libro di Hervé Guibert pubblicato per la prima volta da Les Editions de Minuit nel 1981?  Una luce improvvisa e diffusa, di una trasparenza sorprendente che colma tutti gli angoli, un riflesso in grado di impregnare lo spazio della narrazione dandoci l'estro di poterlo percorrere attraverso sensi nuovi. Ma cos'è l'Immagine fantasma? Un diario? Un reportage? Una raccolta di testi teorici sulla fotografia? Quello che ci viene raccontato è l'intimità più profonda e la ricerca, la messa a fuoco di quell'intimità, la rotta per attingere a un'esperienza interiore attraverso la scrittura, i suoi misteri e i suoi riti con i quali Guibert si mette continuamente alla prova. Come si sa, la sua opera sfugge a ogni facile classificazione di genere: diari di viaggi e pellegrinaggi, testi teatrali, recensioni di film o fotografie, autobiografie, dialoghi ossessivi, raccolte e inventari di memorie e un unico film, La Pudeur ou l'Impudeur, realizzato tra il 1990 e il 1991. Si ha spesso l'impressione che Guibert non abbia voluto scrivere romanzi, racconti o poesie, lettere d'amore. Certo, perché lui voleva scrivere storie nella...

Due libri / Tano D’Amico: compagna fotografia

Nelle pagine iniziali del suo libro Fotografia e destino (Mimesis, 2020), Tano D’Amico pone la domanda: “mentre viene fatta, l’immagine può fondersi con la realtà e cambiarne il percorso? Anche per poco, intendo, anche solo negli attimi in cui l’immagine trova la sua forma, negli attimi in cui occhio e obiettivo sono puntati sulla realtà. Può l’immagine mischiarsi con la vita? (…) L’immagine può amare così tanto la vita da cambiarne il destino?”. È molto difficile rispondere. Si può dire che il momento in cui si decide di scattare una foto, a un determinato soggetto e in un determinato modo, si è già deciso da che parte stare. E su questo, né Tano D’Amico, né le sue immagini scendono a compromessi, è fotografia di parte, è partigiana. Chi la osserva comprende che il fotografo è dentro l’istante, legato al destino di coloro che stanno per entrare nell’immagine. In questo modo la foto si anima e ci anima, perché l’immagine, per Tano D’Amico, vuol dire relazione.  Si capisce che nei cortei il fotografo è davanti agli striscioni, faccia a faccia con i manifestanti, che non esprimono generiche opinioni, ma sono i suoi compagni, quelli che stanno dalla sua parte, e si capisce che...

Le fotografie di un maestro del colore / Josef Albers, le linee del santuario

È vero, come dicono molti critici, che quando si pensa a Josef Albers, tendiamo ad associarlo al quadrato o, meglio, alla serie dell’Omaggio al quadrato con i diversi accostamenti di colore. Eppure la stessa ripetizione quasi ossessiva di una forma, la variazione delle proporzioni di quei quadrati che ci appaiono sovrapposti, la scelta delle diverse sfumature, la vicinanza di varie tinte, la presenza di abbozzi accanto a studiatissime realizzazioni, ci sembra contenere un enigma. C’è però un’opera dell’artista, questa volta in bianco e nero, che riesce ancor più enigmatica: si tratta di una litografia del 1942 dal titolo Sanctuary, della serie Grafic Tectonic, costituita da una serie di linee rette che si espandono attorno ad alcuni rettangoli neri, catturando il nostro sguardo in un continuo slittamento di prospettive, in una visione immaginata dall’alto di un monumento precolombiano. Per cercare di comprendere che cosa Albers vedesse nelle piramidi zapoteche, azteche e maya e che cosa cercasse in queste antichissime costruzioni, dobbiamo però fare un passo indietro e ricostruire i fili che tengono insieme la sua ricerca.   Josef Albers, Sanctuary, 1942, litografia, The...

Scarabocchi / Marciapiedi e scarabocchi

In una bella fotografia scattata al Bornaccino nel 1952, Federico Patellani ritraeva due scolari di Federico Moroni intenti al disegno sul pavimento della scuoletta di campagna teatro della fantasiosa didattica del maestro di Santarcangelo.      La fotografia fa parte della serie “Italia magica”, un reportage che il grande fotografo di origini monzesi aveva proposto al settimanale “Tempo” e di cui aveva parlato con gli entusiasti Cesare Zavattini e Leonardo Sinisgalli. Nello scatto, una lama di luce taglia in due l’immagine, i bambini sono chini sui fogli, disegnano con accanimento, ignorano il fotografo e l’occhio dell’obiettivo che guarda in basso. I bambini amano disegnare per terra, anche se ci sono banchi e tavoli a disposizione. Preferiscono, sembra, l’anomalia del pavimento, un posto irregolare dove la mano può esercitare con tutta libertà. Ce lo racconta un secolo prima dello scatto di Patellani anche Gustave Courbet in La Bottega del pittore, allegoria reale che determina una fase di sette anni nella mia vita artistica e morale (1854-1855), oggi al Musée d'Orsay di Parigi.      A destra, seminascosto davanti al tavolo su cui siede Charles...

Intervista con Agnès Geoffray / Da un'immagine all'altra

Agnès Geoffray (1973) è un’artista francese che lavora principalmente con la fotografia. La sua ricerca è in equilibrio tra realtà e finzione, e spesso origina da notizie angoscianti poco conosciute o trascurate. Le immagini di Geoffray spesso lasciano emergere un ‘doppio’ visivo, in cui il perturbante si insinua tra forze distruttive addomesticate e quasi addormentate sulla scena. In un certo senso sono le associazioni visive innumerevoli in chi guarda a completare questi lavori, presentendo una intensità drammatica nel materiale, modellato in scena come pedine. Questa intensità è una corrente caotica che attraversa il confine sottile tra immaginazione e finzione; genera una variabile sinistra che, inafferrabile, produce un coinvolgente impatto visivo.   Agnès Geoffray, Night III, 2005 photograph, 22x30 cm © Agnès Geoffray. Sara Benaglia e Mauro Zanchi: La serie fotografica Night (2007) è formata da immagini molto intense e ambigue, che suggeriscono associazioni oscure e orrorifiche. Fuori fuoco, immagini di occhi aperti nella notte, bambini soli e un’ambientazione gotica sono gli elementi attraverso cui hai costruito una tensione narrativa. Com’è nata questa serie? Quali...

Un'intervista / Marina Ballo Charmet: l’immagine latente

Le fotografie di Marina Ballo Charmet registrano il vedere qualcosa per la prima volta. Danno spazio alla possibilità dello sguardo piuttosto che all’oggettivazione dello stesso. Sono pensiero laterale. Nelle immagini c’è il rifiuto di una visione definitiva. Lo sguardo è piuttosto partecipe della visione stessa e rende imprevisto il “sempre visto”, lasciando emergere “il rumore di fondo della nostra mente”. Le fotografie sono seducenti ma senza effetti. Quasi corporali più che neutrali. Si presentano così come è lo sguardo che le ha determinate: sperimentale e periferico. Mentre l’artista attraversa spazi quotidiani, accompagnata dalla sua macchina fotografica, registra esperienze incerte, lasciando fuori la retorica a cui ci hanno abituati i resoconti di percorsi che raramente sono stati derive.   Rumore di fondo, #24, 1999. Le presentazioni visive, muovendosi al confine tra sensazione e immaginazione, sono antieroiche se confrontate con la fotografia di informazione e quella di rappresentazione. Esse rendono superflua la didascalia e il commento all’immagine. Leggiamo il metodo sperimentale di Marina Ballo Charmet sulla scia della sperimentazione fotografica italiana...

Fotografie della Sardegna / Lettera a Lisetta Carmi

Cara Lisetta, ci siamo conosciuti nel 1964, quando sono venuto a Genova insieme a Luigi Nono e Marino Zuccheri per registrare dentro l’Italsider i suoni e le voci del cammino dell’acciaio dall’altoforno al tondino, voci, suoni e rumori che poi sarebbero entrati ne La fabbrica illuminata. Quell’anno, in un campo sulla riva del Tevere dove Quartucci aveva il suo anfiteatro di legno e tu documentavi Aspettando Godot mi hai fatto una foto i cui si vede un masso che mi sta cascando in capo. Il filo di ferro che lo regge a un pagliaio non si vede. Come Eschilo, – ho detto – che un’aquila gli ha mollato un pietrone vedendo luccicare al sole la sua zucca pelata, e l’ha fatto secco.      Non mi avevi parlato delle foto in Sardegna, dalla famiglia Piras, là a Orgosolo. Orgosolo che ci era diventato mitico non solo per i sequestri, ma perché era un luogo di lotte e fatica, e c’era il murale di Gramsci, e c’era stato quel film potente di Vittorio de Seta, Banditi a Orgosolo, nel 1961. Lo sai che de Seta pian piano è diventato cieco – e si era ritirato nel paese di sua madre, Sellia Marina, in Calabria, ogni due o tre mesi lo chiamavo e lui era un po’ scoraggiato – ma sempre con...

David Zwirner, Parigi / Thomas Ruff. Tableaux Chinois

Se la fotografia è un linguaggio, l’esercizio di Thomas Ruff è glossolalico, come quello di uno sciamano che conosce e riattiva idiomi oscuri, mettendoci in comunicazione con una realtà destinata a rimanere inapparente senza il suo intervento. Se la fotografia è un linguaggio, Ruff è però anche un grammatico metodico, che conosce e articola per noi la lingua delle immagini, per sondare l’irriducibile iato tra il mondo e le sue rappresentazioni. Allievo di Bernd e Hilla Becher all’accademia di Belle Arti di Düsseldorf (“era considerata la classe più noiosa, ricorda Ruff, perché si facevano fotografie noiose”), Ruff è anche forse il meno devoto – tra tutti quelli che diventeranno poi gli esponenti della “scuola” che da quella città prenderà il nome – agli insegnamenti e al metodo dei maestri. Il rigore e la serialità dello sguardo, caratteristiche di quell’esperienza, vengono presto piegate da Ruff all’esigenza di comprendere che cosa può, tanto tecnicamente quanto epistemologicamente, un’immagine.   Dopo aver fotografato gli Interni (1979-1983) vuoti di case e appartamenti abitati da parenti e amici, usando solo la luce naturale e senza nessun intervento sulla disposizione di...

Intervista a Marcello Maloberti / Le parole come incontro di boxe

Da qualche tempo penso alla latenza delle immagini. Subito dopo aver sostato nel senso latente di una figurazione vista direttamente con gli occhi provo anche il processo inverso, ovvero cerco di immaginare qualcosa che è detto o evocato da una parola o da una frase. Per esempio, mi sovviene il titolo di un’opera di Marcello Maloberti: “Le formiche fanno fatica sulla neve”. Cosa sta tra l’immaginare ciò che viene nominato e vedere direttamente le formiche che si muovono sulla superficie di un luogo innevato? Come indaghiamo il senso latente di un’immagine nominata, ciò che agisce accanto o dentro la correlazione tra significante e significato? Da qualche anno Maloberti scrive – a pennarello nero su fogli bianchi A4 – frasi sotto forma di slogan, frammenti impulsivi, aforismi umorali, con vari registri, visioni, parole/immagini dirette, frontali, sfacciate, intese come un sipario che si apre. Queste frasi tridimensionali scritte a voce sono “martellate”, ovvero qualcosa che ha il fine di permanere nella testa e di martellare ulteriori immagini, idee, dubbi, spostamenti. Una raccolta dei pensieri scritti come l'urgenza di un titolo è stata pubblicata in un libro...

Un meraviglioso equivoco / Fotografia visionaria

Fino al 26 marzo 2021 Palazzo Magnani di Reggio Emilia ospita la mostra “TRUE FICTIONS – Fotografia visionaria dagli anni ‘70 ad oggi”, a cura di Walter Guadagnini, temporaneamente chiusa al pubblico a causa dell’emergenza sanitaria in corso. L’occasione è imperdibile: si tratta infatti della prima retrospettiva italiana sul fenomeno della staged photography, che comprende tutte quelle esperienze che a partire dalla fine degli anni Settanta hanno inaugurato e rivelato un nuovo modo di pensare la fotografia, destinato a cambiare radicalmente l’evoluzione di questo linguaggio. Le opere dei 32 artisti presenti in mostra, seppur eterogenee, muovono da una sfida comune, forse una delle più grandi con la quale la fotografia si è confrontata nel corso della sua storia: quella all’inconfutabilità dello statuto di oggettività e veridicità che da sempre viene associato a questo tipo di immagini.    Gli autori di TRUE FICTIONS, per la prima volta nella storia, rivendicano e ostentano senza timore l’artificiosità, la finzione e la messa in scena in quanto modalità operative specifiche e possibili del medium fotografico, e non come pratiche linguistiche volte a compensare il senso di...

Le malghe di Martino Pedrozzi / Ricomporre pietre

«Poesia» proviene dal verbo greco poiein, fare. La poesia si fa con le parole, ma non soltanto. Nel senso indicato dall’etimologia del termine, svariati oggetti possono passare per “poetici”. Anche l’uso più specifico o nobile di «poesia» non esclude la sua applicazione a campi non immediatamente identificabili come “poetici”. Si può così parlare, per esempio, della poetica dell’architettura, anche se la maggior parte dell’architettura che ci circonda apparterrebbe di fatto piuttosto alla categoria del non-poetico. Prima ancora dell’interpretazione poetica di una realtà collegata con un oggetto architettonico (la formula, lo si vedrà, non è completamente soddisfacente), va ricordato l’interesse della poesia (in questo caso, quella letteraria) per una sfera di oggetti duri e palpabili, minerali, ruvidi, irregolari, lavorati dal tempo. Sassi, sassolini, ghiaietto, rocce, massi, concrezioni, blocchi, e così via, insomma: forme assai materiche. Vengono in mente, in modo sparpagliato, l’uso virtuoso della pietra da parte di Mandel’štam (si pensi alla strepitosa Ode d’ardesia), Deucalione e Pirra che gettano sassi dietro le proprie spalle, Goethe, in cima a una vetta, mentre medita sul...

Four Books / Wolfgang Tillmans: oltre l'underground

Dà un certo sollievo non riuscire a catalogare il lavoro di Wolfgang Tillmans. Alla prima occhiata di Wolfgang Tillmans Four Books, volume monografico edito da Taschen e dedicato ai trent’anni della sua attività artistica, ci si ritrova confusi dalla miriade di immagini di diverso tipo, dalla Street photography alle elaborazioni formali dei Paper Drops fino alle creazioni più strettamente astratte. E poi ancora: celebrità, nature morte, paesaggi, immagini astronomiche, oggetti, ritratti intimi, collages, addirittura neo immagini ibride prodotte dalla sovrapposizione di una fotografia sopra l’altra. Apparentemente manca un’univoca chiave di lettura se non il fatto in sé di essere immagine, evento inedito in un’epoca in cui la maggior parte delle fotografie in circolazione nasce già con un messaggio ben preciso. Eppure Tillmans, nato a Remscheid nella Germania dell’Ovest nel 1968, ha iniziato il suo percorso artistico inquadrandosi in un genere ben preciso, la Street Photography adattata alla cultura underground sviluppatasi in Europa negli anni Novanta, in particolar modo a Berlino e a Londra. Gay clubs, la famosa serie di ritratti dedicati agli amici Lutz e Alex pubblicata sul...

Sviste e lapsus / Walter Benjamin e l'arte dell'errore fotografico

Ancora oggi, nonostante Photoshop, è largamente diffusa la convinzione che la fotografia costituisca un documento fedele e oggettivo di certificazione dell’effettiva esistenza della realtà che riproduce, convalidato dall’assunto che l’immagine fotografica sia un calco ottico fedele della visibilità del mondo fisico. La nostra identità viene provata tutt’oggi mediante la riproduzione fotografica del nostro volto.  È, nondimeno, incontestabile il fatto che l’invenzione della macchina fotografica, oltre ad avere sollevato molte questioni di natura estetica relative all’artisticità delle fotografie, abbia fornito un notevole contributo alla conoscenza visiva di molti fenomeni naturali, rimasti fino al suo avvento invisibili all’occhio nudo. Tuttavia questi risultati non autorizzano gli eccessi di semplificazione riportati da alcuni manuali, con i quali assimilano il procedimento ottico-fisiologico innervato nell’anatomia dell’occhio umano al meccanismo ottico della macchina fotografica, in quanto inducono ad avvalorare un’insensata equivalenza tra l’immagine fotografica e l’immagine visiva. Per quanto superfluo precisiamo che sussiste un gap insormontabile tra il processo visivo...