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Fotografia

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Paolo Gioli, in memoria

Troppo poco, troppo tardi. Questo è un vero rimpianto come ne ho pochi. Avrei voluto frequentarlo di più, mi piaceva stare con lui, ma era davvero troppo fuori mano. Sull’argine dell’Adige, in provincia di Rovigo. Diceva scherzando che la strada che portava a casa sua era cosparsa di scheletri di critici che si erano persi. Invece era così ospitale, con la gentilissima sua moglie. Si stava nel suo studio a parlare, aveva sempre tante cose da dire, le pareti piene di immagini, sue e di riferimenti, la sua “macchina” da una parte, quella con il foro stenopeico, poi tanti materiali sulle mensole e i tavolini.     La faccia spiritata, i capelli in perpetuo disordine, ad alcuni incuteva timore, faceva il burbero ma era capace di una dolcezza che solo i poeti sanno manifestare. Era instancabile nel raccontare. Inscenava timidezze e rifiuti agli inviti a parlare in pubblico, poi era uno spettacolo, nel senso teatrale del termine. A Reggio Emilia, per “Fotografia Europea”, fu magnifico, tutti erano a bocca aperta, catturati dal suo gioco che lasciava increduli: sta dicendo sul serio o inventa? Espose dei corpi verde fosforescente e parlò del carattere fosforescente della...

Chiara Samugheo: eros e magia

Carla Cerati, Lisetta Carmi, Letizia Battaglia, Gabriella Mercadini, Inge Morath, Marilyn Silverstone, Ruth Orkin, Ida Wyman: questa lista di nomi, che potrebbe facilmente essere allungata, è fatta di donne fotoreporter nate a cavallo degli anni Venti e Trenta e che hanno operato nel secondo dopoguerra. Non sono riconducibili ad un’idea collettiva e neanche ad un qualche movimento culturale, sono donne che, in piena autonomia e singolarmente, sono riuscite, tutte insieme e ciascuna con la propria voce, a documentare il passaggio che ben si può definire epocale dalla società della produzione a quella del consumo. Questa generazione di fotografe, già matura negli anni della contestazione e della consapevolezza femminista, si è arresa solo davanti alla inesorabile legge del tempo. Due anni or sono ci ha lasciati Grace Robertson, a giugno dello scorso anno Giulia Niccolai, circa un mese fa Sabine Weiss e pochi giorni or sono Chiara Samugheo. Nomi di professioniste che non solo hanno firmato servizi per le testate più importanti della loro generazione, ma che spesso hanno preceduto analoghe esperienze dei loro colleghi maschi.    Giulia Niccolai, ad esempio, nel 1954 si reca...

Una mostra a Riccione / Elliott Erwitt. L’attimo giusto e il momento speciale

Elliott Erwitt (Parigi, 1928) predilige le immagini che hanno un finale aperto, quelle che lasciano spazio all’interpretazione di chi le guarda, e anche le fotografie ironiche o drammatiche, che colgono la più sottile linea del non detto, dentro la cifra esistenziale dell’essere umano. A questa tipologia appartiene Pennsylvania, Pittsburgh (1950), dove un bambino afroamericano si punta una pistola alla tempia destra mentre ride platealmente guardando verso l’obiettivo. Il bimbo compie un gesto drammatico mentre si mette in posa e in relazione con chi gli sta puntando addosso la macchina fotografica. Ride forte e cerca di stemperare quel gesto con una ironia che però non tranquillizza fino in fondo il fruitore dell’immagine. In Bratsk, Siberia (1967), un invitato seduto accanto agli sposi ha lo sguardo maligno e la mano destra sul mento. Forse custodisce uno scomodo segreto, e ride tra sé. La sposa sembra preoccupata. Gli volge un'occhiata intensa. Il marito pare accorgersi e rivolge anch’esso il suo sguardo verso l’altro uomo. In questa scena prende forma un’ambiguità di fondo. Richiama certi soggetti fiamminghi o olandesi della seconda metà del Cinquecento e del Seicento, di tono...

L'immagine del mondo che cambia / World Press Photo: questioni di sguardi

La Fondazione Sozzani ospita la prima tappa italiana della mostra del World Press Photo, così come accade ogni anno dal 1994 grazie all’impegno di Grazia Neri, fondatrice dell’omonima agenzia fotografica, e di Elena Ceratti che per anni è stata il suo braccio destro. È considerato uno tra i premi più prestigiosi del fotogiornalismo mondiale. E l’edizione attuale 2021 è ovviamente dedicata al 2020. Per questa sua 64esima edizione sono state esaminate ben 74.470 fotografie, scattate da 4315 fotografi provenienti da 130 paesi, e premiate le opere di 45 autori. Uno dei pregi di questo premio è infatti quello di proporre sguardi e riflessioni sulla realtà attraverso gli obiettivi di fotografi provenienti da culture e Paesi estremamente diversi, superando quindi quella visione prevalentemente dominata per anni da fotografi occidentali. Visione che ha visto «la fotografia (…) usata come uno strumento per la promozione della monocultura e la supremazia delle razza bianca», scrive nel catalogo (edito da Skira) Azu Nwagbogu, direttore dell’African Artist’s Foundation.   Affermazione per certi versi condivisibile e per altri molto meno, tenuto conto, tanto per dirne una, che quasi un 40...

La mostra al Museo Civico, Bassano del Grappa / Ruth Orkin. La ruota dell’occhio

Nel 1939 Ruth Orkin ha 17 anni e desidera vedere l'Esposizione Universale di New York City. Decide di andarci in bicicletta. Riesce a convincere i genitori a lasciarla viaggiare da sola; talvolta fa l'autostop e poi pedala per oltre 2000 miglia. Lungo il tragitto da Los Angeles a New York tiene un registro delle tappe di questo viaggio, inserendo per ogni foglio diverse immagini che testimoniano il suo passaggio. Stranamente lo sfondo è nero e le didascalie, redatte con una calligrafia minuta, sono visibili grazie a un inchiostro bianco, proprio come faceva sua madre Mary Ruby, attrice di film muti, quando documentava le riprese dei suoi film.    Per la giovane viaggiatrice è molto importante testimoniare il proprio passaggio, serve a dimostrare, innanzitutto a sé stessa, che quello che ha visto è realmente accaduto, che è proprio lei la protagonista di un lungo viaggio: Washington, Chicago, New York. Attraversare l’America significava lasciarsi dietro il proprio mondo e, di pari passo, segnare ogni giorno un piccolo avanzamento nella propria emancipazione: 17 anni, un paese sconfinato, una fotocamera e una bicicletta. La macchina fotografica l’aveva ricevuta in...

In mostra alla Villa Malpensata di Lugano / Hans Georg Berger, La disciplina dei sensi

Nello «Spazio Mostre» di Villa Malpensata di Lugano è allestita la mostra «La disciplina dei sensi. Hans Georg Berger. Una retrospettiva». Si tratta della prima grande esposizione dedicata a Berger, di cui il progetto luganese ripercorre l’intera carriera, divisa in sezioni, dai primi anni Settanta a oggi. Tra le opere esposte una colpisce particolarmente: mi riferisco a L’orto dei semplici. Perché è stata scattata? Questo posto che significato aveva per Berger? Guardando la fotografia con più attenzione, si notano erbe officinali, cespugli e rose cresciute su un terreno inospitale, sassoso e asciutto. Un piccolo miracolo. Un giardino segreto.    Dalla metà degli anni Settanta in poi il fotografo instaura un rapporto particolare con l’Italia: dopo un primo periodo trascorso in Sicilia si trasferisce sull’Isola d’Elba, precisamente all’Eremo di Santa Caterina. Definirlo un posto inospitale è riduttivo: alcune case in rovina senza energia elettrica né acqua corrente; tuttavia, anche un luogo meraviglioso arroccato sui monti, che Paul Klee aveva contribuito a raccontare con i suoi disegni in Storia di un viaggio all’Elba. Grazie a una somma ricevuta dalla nonna materna,...

Ristampato un classico / Strand e Zavattini: c’era una volta Un paese

Che strana sensazione aprire Un paese riedito da Einaudi e sfogliare le sue pagine, guardare le fotografie di Paul Strand e leggere le parole di Cesare Zavattini. Strano, perché le poche immagini del fiume Po che ci sono, salvo qualche dettaglio, come il ponte di barche a Viadana, potrebbero essere state scattate nei mesi scorsi, mentre il paese, Luzzara, non c’è più, o meglio ora è un altro paese. Pubblicato sessantasei anni fa, nell’aprile del 1955 questo libro ci mostra un mondo scomparso, quello appena uscito dalla Seconda guerra mondiale e da una guerra civile che da quelle parti era stata particolarmente dura e crudele, per entrare di lì a poco nella immancabile modernità italiana. Si può dire che Un paese segni la fine del neorealismo passando dal campo del cinema a quello della fotografia, dopo essere transitato attraverso la letteratura, e al tempo stesso questo libro inaugura un capitolo della sociologia visiva del nostro Paese, dell’Italia, nuovo e originale.    La storia del libro ha tre protagonisti: Paul Strand e Cesare Zavattini, attori principali, e il team della casa editrice Einaudi composto da Giulio Einaudi, Giulio Bollati, Italo Calvino e Oreste...

Museo del Novecento, Milano / Anna Valeria Borsari: da qualche punto incerto

Con la mostra di Anna Valeria Borsari (fino al 13 febbraio 2021) il Museo del Novecento di Milano apre un nuovo capitolo del racconto e studio dedicato agli artisti italiani più significativi e pioneristici che hanno iniziato il loro percorso a partire dalla seconda metà del secolo scorso e che hanno spesso stimolato, con il loro esempio, autori più giovani. Curata da Giorgio Zanchetti e Iolanda Ratti con Giulia Kimberly Colombo, questa mostra, dal significativo titolo Da qualche punto incerto, più che una vera e propria antologica, è una sorta di sintesi ragionata capace di offrire un preciso spaccato del percorso artistico (iniziato a partire dalla fine degli anni Sessanta) di un’artista “anomala”, capace di declinare le sue molteplici riflessioni attraverso linguaggi a loro volta molteplici: dalla scultura alla fotografia, dalla pittura all’installazione, e pure attraverso facebook (ricordo il suo recente lavoro e libro: Anna Valeria Borsari, Anna Battistini è su Facebook, Postmedia, Milano, 2019).    “Anomala” anche perché ogni lavoro di questa autrice, sempre guidata da un bisogno di introspezione e fuga dalle regole, sfugge a ogni classificazione precisa: alcune...

Biografie epistolari / Kurt Vonnegut. Lettere da un bislacco autore di fantascienza

«Questo libro è stato scritto nelle lunghe ore che ho passato aspettando che mia moglie si vestisse per uscire. Se non si fosse vestita affatto, questo libro non sarebbe mai stato scritto». L’epigrafe che Groucho Marx mette in testa alle sue Memorie di un irresistibile libertino (Rizzoli, 1975) avrebbe potuto benissimo essere sottoscritta, adattata alla bisogna, da quel “bislacco autore di fantascienza” di Kurt Vonnegut, come avvertenza alla raccolta di lettere (1945-2007), selezionate dal curatore Dan Wakefield tra più di un migliaio, dal titolo Tieniti stretto il cappello. Potremmo arrivare molto lontano (traduzione di Andrea Asioli, Bompiani 2021).    Lettere, queste, scritte nelle lunghe ore passate aspettando, inutilmente, che qualche editore dalla visione lungimirante si decidesse a pubblicare «un barbaro, che scriveva senza avere alle spalle uno studio sistematico della grande letteratura, che non era un gentiluomo, che come un pennivendolo qualsiasi si era allegramente piegato a scrivere per delle riviste dozzinali – insomma che non aveva fatto la gavetta accademica»; lettere buttate giù in attesa che il dipartimento di antropologia dell’Università di Chicago...

Premio Lerici Pea / Mario Cresci: una fotografia antropologica

È quanto mai meritato questo premio a Mario Cresci. Io penso che sia un riconoscimento all’idea che sia possibile vivere e lavorare all’insegna dell’apertura mentale. È un merito a chi ha saputo cogliere la sfida dell’ibridazione per poi trasformarla in una vera propria necessità espressiva, disponibile a tutti... Una volta tanto, termini fin troppo abusati come interdisciplinarità e condivisione trovano una declinazione concreta e razionale nelle opere che Cresci ha realizzato nell’arco di una vista intensa. Quello di Cresci è un pensare artistico che ha rivoluzionato le relazioni tra grafica e fotografia, ma ha anche ridefinito il significato di progettualità. Ogni suo progetto è spesso accompagnato da disegni e testi per arrivare alla messa in pagina, in piena autonomia, di mostre e libri.   In questo breve testo mi limiterò ad analizzare quelle che reputo essere due pietre miliari di una carriera straordinaria, la prima è raccolta nel volume L’archivio della memoria (1967-1980), la seconda è Viaggio in Italia (1984), perché ritengo che all’interno di queste due produzioni si possa ritrovare il centro vibrante della poetica di Mario Cresci. A partire dagli anni sessanta...

Infanzia e fotografia / Tana Hoban: nel silenzio dei libri, lo sguardo dei bambini

Devo ammettere che fino a poco tempo fa il nome di Tana Hoban non mi diceva nulla, eppure sfogliando i suoi libri per la prima volta ho provato una netta sensazione di déjà vu, quasi fossi incappato in una serie di figure riemerse intatte dai miei primissimi anni di vita. Possibile che le avessi già incontrate, finendo per scordarle? La scarsa considerazione di cui ha goduto finora la sua opera in Italia mi induce a dubitarne. Tana Hoban (1917-2006) è stata un’artista e fotografa statunitense, nota soprattutto nel suo Paese natale e in Francia (dove si trasferì nel 1983) per la sua produzione di volumi per bambini di età prescolare, che dagli anni ’70 hanno fatto la storia del genere. Fino a pochi mesi fa tutti i suoi libri risultavano inediti in Italia, ma nonostante ciò, trattandosi di opere seminali, la loro influenza estetica si può indovinare in una grande varietà di titoli, dalle prime letture per neonati agli abbecedari illustrati, ed è in particolare evidente nel campo degli albi fotografici senza parole, ascrivibili alla più ampia famiglia dei “libri muti”, più comunemente detti silent books.   «Il discorso sulle parentele profonde tra le forme, o sulla paziente...

Conversazione con Jason Isolini / Fare arte con Google maps

Jason Isolini sperimenta le attuali possibilità di intendere il significato di certe immagini che provengono da strumenti tecnologici e interagiscono mutando attraverso le trame di internet. Entra nel paesaggio di Google Maps e innesca collisioni di immagini in un software di stitching panoramico per vedere cosa succede.  Sperimenta il senso del rapporto tra fotografia e immagine all’interno del programma Street View Trusted Photographer, che permette agli utenti di contribuire attraverso le loro immagini alla piattaforma, in modo che ognuno possa esplorare virtualmente il mondo reale. Siccome le onnipresenti vedute stradali di Google Map hanno fatto crollare la distinzione tra spazio privato e pubblico, l’artista newyorkese “interviene” attraverso performance e azioni, in cui il tratto distintivo è coinvolgere l'esperienza delle persone in uno spazio pubblico.   Indaga il sottile e perverso meccanismo che induce molti individui ad accettare che imprenditori e colossi del consumismo entrino negli spazi privati e li rendano completamente visibili online, in un modo che non sia più inviolato tutto ciò che appartiene all’intimità e a ciò che riguarda la vita tra le mura...

Un libro fotografico di Matt Black / American Geography: povertà e bellezza

Qual è il limite estremo della povertà? E quello del male? E quello dell’orrore? Non è nell’azione che conduce a uno status ma oltre, quando appunto la soglia del limite è superata da tempo. L’orrore inizia quando non c’è più niente da fare, quando è troppo tardi. Nessuno ne saprà niente perché non c’è nessuno che guardi, in quell’incrocio disperato di strade deserte, dove anche le insegne cadono a pezzi, dove non c’è nessuno e niente da condividere. Il freddo, scelto da Matt Black come stagione di fondo, è anch’esso un limite. Devi stare più che puoi accanto a una fonte di calore. Una vecchia stufa, che appare sopraffatta dal freddo, soltanto una scintilla nel gelo. Il materasso gelato sotto la neve, abbandonato sul marciapiede, sembra un giaciglio per fantasmi, per gente già morta da tempo. Sfogliando queste magnifiche fotografie mi sono tornate in mente certe notti nordiche, quando uscivo per lavoro e il termometro diceva meno 36. Il freddo non lo puoi dimenticare. Per chi vive all’aperto è come una malattia: se si diffonde dentro di te sei spacciato. Perché il freddo ti prende e poi non ti lascia neppure se lo bruci. È il freddo stesso che brucia.    El Paso, Texas...

Un'installazione alla Triennale / Marina Ballo Charmet: Tatay, ninna nanna

Mentre scendo le scale della Triennale di Milano, sfoglio il programma della stagione teatrale del museo e mi colpisce una frase che racconta come l’unica esperienza che accomuna tutti gli esseri umani sia quella di essere figli. È una constatazione che nella sua semplicità, per un attimo, mi illumina, uno di quei pensieri che, nella loro evidenza, rivelano qualcosa che ovvio non è. Raggiungo una piccola sala buia e assisto a un’unica inquadratura fissa, in un bianco e nero molto scuro, dove le figure sono appena percettibili, un uomo che culla tra le proprie braccia un neonato o neonata. Tatay, appunto, che in lingua filippina significa papà. Dagli otto altoparlanti, dodici voci maschili intonano ninnenanne in tante lingue differenti, intrecciandosi in modo da formare un unico, dolcissimo canto senza tempo. La sonorizzazione, realizzata con l’aiuto di Ludovico Einaudi, armonizza voci di padri che cantano nelle proprie lingue d’origine, che spaziano dal russo al giapponese al senegalese, nella quale l’immagine in loop si fonde con il suono, restituendo allo spettatore l’immersione in una dimensione prelinguistica dove immagine, parola e tatto sono tutt’uno.   Tatay germina...

In mostra alla Triennale di Milano / Raymond Depardon, La solitudine felice del viaggiatore

C’è una fotografia francese tutta da scoprire in Italia, almeno dal grande pubblico, una fotografia che non è quella dell’istante decisivo di Cartier-Bresson né quella più didascalicamente umanista, come è stata chiamata, e sentimentale dei Doisneau, Izis, Boubat, una fotografia casomai, se mi si permette la battuta, umana piuttosto che umanistica, che è venuta dopo quelle due, per l’appunto sulla loro critica. Raymond Depardon ne è uno dei rappresentanti eccellenti. Ora è un dato acquisito, tanto che Depardon è reporter della gloriosa e potente agenzia Magnum, ma mantiene anche al suo interno una posizione anomala, singolare. Non è reporter del tipo cacciatore di notizie e di immagini che le documentino, è soprattutto un viaggiatore, ma, di nuovo, non quello avventuroso o quello spettacolare, bensì quello della “solitudine felice”, come titola un suo libro (La solitude heureuse du voyageur, Points, 2006).     L’ha sintetizzato egli stesso nell’introduzione al suo libro Voyages (Hazan, 1998): “Di fatto, sono partito per fotografare combattenti, terremoti o principesse, e ho fotografato contadini. Poi il viaggio mi ha permesso di scoprire la mia vita, di scoprire l’amore...

Un progetto editoriale di Sarah Moon / Donne fotografe: pioniere, rivoluzionarie visionarie

Sono tre volumetti e più di 180 donne a comporre un excursus della fotografia al femminile da metà Ottocento fino ai giorni nostri. Volendo partire dalle fondamenta, si scopre che il progetto editoriale di Donne Fotografe è stato curato e diretto da Sarah Moon, pilastro della fotografia di moda e vedova di Robert Delpire, ideatore della collana di divulgazione fotografica Photo Poche – arrivata in Italia col nome di Foto Note ed edita da Contrasto, di cui questi tre libri fanno parte. Con Donne Fotografe ci si trova di fronte come a una piccola enciclopedia tascabile, agile e accessibile, che non ha bisogno di troppe spiegazioni: si vuol tirare fuori dal dimenticatoio o semplicemente ricordare l’esistenza di tutte le donne fotografe da quando la fotografia è nata, probabilmente sfruttando un periodo fertile e particolarmente attento al tema del femminile.  Per farlo, la struttura utilizzata è molto semplice: si associa a ogni fotografa una nota biografica e una sola immagine della sua produzione.    La curatrice dell’apparato critico, Clara Bouveresse, così annuncia nella premessa del primo libro: “Questi piccoli volumi non hanno l’intento di ‘riparare’ o ‘rendere...

Food e Fotografia al Mast / A Bologna il cibo dà da pensare

A Bologna, la V Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro è dedicata quest’anno al cibo o, per essere più precisi, all’industria e alla cultura alimentare. Anziché mostrarci piatti fotogenici che sollecitano illusoriamente il palato e lustrano gli occhi, ha scelto infatti di concentrarsi su come il nutrimento di più di 7 miliardi di persone che vivono sulla terra sia divenuto un problema e una sfida scientifico-tecnologica che tocca questioni complesse, ma anche imprescindibili aspetti culturali e politici. «Il cibo è un fondamentale indicatore per analizzare e comprendere intere civiltà. Le modalità attraverso cui gli alimenti vengono prodotti, distribuiti (venduti e acquistati) e consumati, ovvero i meccanismi alle spalle di questi tre passaggi cruciali, sono in costante cambiamento e racchiudono pertanto alcuni caratteri distintivi di un’epoca, un periodo storico o un ambito culturale e sociale» – sottolinea il curatore Francesco Zanot nel catalogo, arricchito con tanto di ricette in stile futurista (a cura dello chef e scrittore Tommaso Melilli), che accompagna le ben undici grandi mostre promosse e organizzate dalla Fondazione Mast, importante centro di ricerca e...

Intervista con il grande fotografo inglese / Martin Parr: "La vita quotidiana è sempre divertente"

Domani 28 ottobre apre presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia la mostra Martin Parr. We ❤Sports a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Monica Poggi,che resterà aperta fino al 21 febbraio 2022.    Nel 1986, Martin Parr espone The Last Resort alla Serpentine Gallery e pubblica un libro che ritrae la classe operaia mentre gioca nella degradata città balneare di New Brighton, nel Merseyside. È una mostra che colpisce e lascia il segno. C’è un elemento di controversia nelle sue foto, che resterà nel tempo anche nei lavori successivi. Successivamente rivolge la sua macchina fotografica anche verso la classe media (The Cost of Living, 1989) e più recentemente all'establishment (Oxbridge, scuole pubbliche, Old Bailey ecc.). Agli esordi della sua ricerca lavora in bianco e nero, ma a metà degli anni Ottanta, appena prima di The Last Resort, passa al colore, con traduzioni formali e declinazioni molto vibranti, dopo aver visto le mostre americane di Stephen Shore e William Eggleston due fotografi presi tanto sul serio da essere invitati in quegli anni a esporre in musei pubblici e del fotografo britannico Peter Mitchell. Parr esplora l'...

Fotografia sociale / William T. Vollmann, I poveri

Possiedo un computer (usato), un IPad (regalato), un Kindle di seconda mano, uno smartphone, un abbonamento mensile a Sky e uno con Amazon Prime. Pago l’affitto di una stanza in una casa condivisa, ho qualche soldo sul conto in banca, vado ogni settimana in palestra e dallo psicologo. Mi considero povera. Mi sono sentita precaria tutta la vita: la mia famiglia non ha una casa di proprietà né risparmi da parte, e io stessa ho vissuto negli ultimi dieci anni di contratti a tempo determinato senza ferie né malattie. Ho tirato la cinghia durante la pandemia riducendo le spese al minimo, e innumerevoli volte mi sono trovata a fare la fila al Caf di fiducia per avere aggiornamenti sugli aiuti erogati dallo Stato. Devo pertanto dedurre che gli sporadici selfie che posto sui social possano rappresentare l’immagine della povertà?     La fotografia sociale intende dare voce e volto a vite relegate ai margini, rendendo letteralmente visibile l’invisibile. Ciò sottintende un rapporto di potere fra il fotografo e il soggetto, che esiste per il mondo solo tramite il mirino della macchina fotografica. Non sono i poveri a raccontarsi direttamente; non ne hanno il tempo né la forza,...

Venti mostre a Lodi / Fotografia Etica: una questione di fiducia

Fino al 24 ottobre Lodi ospita la dodicesima edizione del Festival della Fotografia Etica, un evento a cura del Gruppo Fotografico Progetto Immagine. La paternità del Festival è di fondamentale importanza per capire lo spirito che anima questa iniziativa: il Gruppo è infatti un punto di riferimento nel lodigiano per quanto riguarda la diffusione e la condivisione della cultura fotografica, portando avanti un’idea di fotografia come strumento di conoscenza, di comunicazione e di decodificazione della realtà.  Un approccio che si riflette anche nel Festival, che attraverso 20 mostre allestite in prestigiose sedi espositive della città e in spazi all’aperto presenta uno spaccato visivo della contemporaneità, indagata nella sua complessità e fragilità attraverso il lavoro di 80 fotografi nazionali ed internazionali. Come scrivono in apertura al catalogo Alberto Prina e Aldo Mendichi, “Il Festival da oltre dodici anni promuove nel Lodigiano la cultura della fotografia documentaristica e del fotogiornalismo.” I progetti esposti sembrano affermare un’antica fiducia, quella nella fotografia come strumento veritiero di narrazione, documentazione e rivelazione della realtà. Fiducia...

Un libro di Cristina Grazioli / Sentire e dire luce

Chiarori, abbagli e crepuscoli, lampi e rivelazioni. Il numero 9 della rivista semestrale Sciami – Sentire luce a cura di Cristina Grazioli (Sciami edizioni, Teramo-Roma, 2021) raccoglie una serie di contributi “sentiti”, prima ancora che pensati, sul ruolo svolto dalla luce nell’evento performativo e teatrale. Sentire luce attribuisce alla percezione e alla sensorialità un aspetto imprescindibile dell’evento spettacolare, che ha luogo in uno spazio performativo “sempre pervaso da sostanza luminosa”. A questo riguardo Grazioli cita Pietro Gonzaga, pittore, decoratore e scenografo, che in una lettera del 1807 descrive la luce scenica come una “massa” che invade lo spazio tra scena e sala, miscelandosi con l’aria, i vapori e gli oggetti. I composti pulviscolari e gassosi invadono anche la scena delle arti visive del Novecento, talvolta depurati dagli aspetti sensoriali. Su questa forma gassosa, che dalle Avanguardie Artistiche giunge fino a noi come una nebbia nella quale si perdono i confini tra generi, è necessaria una digressione.    Gaetano Donizetti, Maria Stuarda, regia di Andrea De Rosa, scene di Sergio Tramonti, costumi di Ursula Patzak, luci di Pasquale Mari,...

Una mostra al MAXXI / Amazônia di Sebastião Salgado

“La fotografia è una faccenda di variabili: quando le domini smettono di essere variabili e diventano costanti.” Partiamo così. Salgado è stato il primo a unire l’impegno sociale alla tecnica fotografica di paesaggio e reportage, dando soprattutto a quest’ultimo un valore estetico prima d’ora non ancora concessogli e mantenendo entrambi i generi in linea coi più grandi maestri del Novecento. Quella riportata sopra è una sua frase durante la conferenza stampa del 30 settembre al MAXXI di Roma, unica tappa italiana della mostra Amazônia, che conta più di 200 immagini raccolte in 48 spedizioni eseguite in quasi dieci anni.    Anavilhanas, isole boscose del Río Negro. Stato di Amazonas, Brasile, 2009 - © Sebastião Salgado/Contrasto. Si parla di paesaggio e di uomini, e se ne parla con un chiaro e potente invito ad agire e a prendere consapevolezza del rischio che l’ecosistema più importante al mondo, il “Paradiso verde” in grado di riversare nell’oceano il 20% dell’acqua dolce di tutta la Terra, sta correndo. E lo si fa proprio nei giorni di Pre-COP26 a Milano. Il tema è chiarissimo, i pannelli esplicativi e le mappe ai lati del percorso di visita riportano spiegazioni...

Fotografie di Giuseppe Leone / Consolo, la Sicilia passeggiata

La Sicilia passeggiata (Mimesis, 2021) è il titolo di un saggio che Vincenzo Consolo dedica alla regione in cui è nato, arricchito dalle fotografie di Giuseppe Leone. Passeggiare non è sinonimo di vagare a caso, come un flâneur nelle vie di una moderna metropoli, ma significa innanzitutto tornare sui propri passi. Poiché la Sicilia passeggiata non è la stessa cosa di una passeggiata in Sicilia. I passi, non importa fino a che punto reali o immaginari, sono quelli di un viandante, che decide la direzione durante il suo cammino, un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, dove la meta coincide con il punto di partenza. Non si tratta infatti di un viaggio di scoperta, e nemmeno di esplorazione, ma è posto sotto il segno del nostos, del ritorno.   “Passeggiarla”, lasciare la propria impronta sulla sua terra è, per Consolo, un modo per misurarsi con i passi di chi lo ha preceduto, risalire idealmente a un punto originario che trascolora nel mito.  Il libro si apre con la citazione dell’Inno omerico a Demetra, Dea mater, dea della fertilità e delle messi. La versione più diffusa racconta che Demetra, disperata perché la figlia Persefone/Kore è stata rapita da Ade e...

Metafotografia. Imagomorfosi e altre ricerche

Il progetto triennale denominato “Metafotografia” è una ricognizione dentro la scena contemporanea italiana – diventata anche una pubblicazione in tre volumi, una trilogia per dare voce a una estensione corale –, che racconta come stia cambiando oggi il modo di fare e pensare le immagini, dentro e oltre i mezzi che le producono. La definizione è un punto di partenza, qualcosa che verrà modificato o sostituito nel corso degli anni a venire, dentro un processo aperto, entro una ricerca iniziata nell’ambito della fotografia italiana a cavallo tra il primo e il secondo decennio del Duemila. Gli approcci metafotografici presi in esame sono articolati e declinati attraverso legami, contingenze o allontanamenti rispetto al medium fotografico. Già vent’anni fa, Rosalind Krauss aveva preso in esame la “condizione post-mediatica” e la necessità di “reinventare la fotografia” ogni volta che si materializza la sua obsolescenza. In ogni epoca si è sempre cercato di reinventare il medium, di spostare ulteriormente nuove questioni, di dare spazio ad altre potenzialità espressive e concettuali, soprattutto dal Novecento in avanti con una velocità sempre più incalzante. In ogni momento...