Francesco Anselmi, dispacci dai margini

2 Aprile 2025

Il muro di confine tra Stati Uniti e Messico è una realtà storica da quando Bush padre ne volle iniziare la costruzione, nel 1990. Sulla terra di confine, quando marcata da un’altezza e dal divieto di attraversarla, l’umanità vive secondo altre regole, tutte sue: l’uomo che vedo di fronte a me, o in lontananza, non solo sarà uno sconosciuto, ma un possibile appartenente alla fazione opposta alla mia, e dunque un nemico. Qualcuno a cui indicare la direzione opposta, intimargli di tornare indietro, fargli capire che questo non è il suo posto, che questa terra non lo vuole. È quasi un paio di secoli che la fotografia ci insegna a partire dalle cose semplici, evidenti, per capire cosa ci sta di fronte. Francesco Anselmi (1984) è un fotoreporter che dal 2017 a più riprese si è recato dalla frontiera americana del muro divisorio per capire la realtà umana che popola il margine, la separazione. Restando, per sua stessa ammissione, lontano quanto più possibile dagli schemi della narrazione giornalistica e mediatica di questo argomento, la popolazione che ci viene mostrata vive distante dal clima di violenza con cui spesso si pennella l’atmosfera di questi luoghi; uomini, donne, bambini festeggiano, vanno al fiume, al rodeo. Il gioco ottico in cui siamo trasportati da Anselmi ci porta a vedere da vicino il dettaglio quotidiano e quasi a dimenticare, anche solo per un momento, il contesto più grande in cui queste semplici azioni si compiono.

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Nel libro Borderlands, pubblicato dall’editore tedesco Kehrer Verlag, lavoro plurale compiuto da Anselmi, dalla editor Renata Ferri e dal graphic designer Emiliano Biondelli, il discorso riesce a contrarsi e dilatarsi facendoci al contempo perdere e ritrovare sempre; nel momento in cui vediamo Charlie giocare con la propria tarantola, Jesus parlare teneramente a Maria, subito veniamo trasportati in quelle vedute aeree che ci ricordano dove siamo davvero: chiusi in un recinto, dietro un muro, in una parte di terra in cui il verbo raggiungere contiene il concetto di salvezza, di fuga, di rischio anche mortale.

Assaggiamo il sole del deserto nelle esposizioni generosamente luminose delle immagini di Anselmi: il sole che si spande sulla lontananza in cui sono immersi il caseggiato della frontiera e i suoi abitanti, gli elicotteri di ricognizione, i droni fatti volare per intercettare la presenza di migranti, i turisti e i fuggitivi. Il sole colpisce anche Marilena e Gabriel, abbandonati dal coyote (così si indica la guida che porta clandestinamente i migranti da una parte all’altra della frontiera) perché rimasti troppo indietro. L’abbigliamento mimetico della donna, sdraiata sulle ginocchia del nipote per rimettersi in forze, sembra confondersi non tanto con la vegetazione, quanto coi giochi d’ombra che le fronde degli alberi creano al suolo. Tutto risponde quasi più al sole che alla terra, nella realtà del margine.

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Fotografia di © Francesco Anselmi.

La presenza chilometrica del muro, che taglia da parte a parte la terra, è una realtà di fatto che cambia la semantica del luogo, un centro magnetico verso cui tutto tende e che regola la vita attorno. “C’è come un’ombra sulla vita quotidiana in questa zona rappresentata dalla polizia di confine.” Sentiamo dire dal vivo da Francisco Cantù, autore della postfazione al volume di Anselmi e del romanzo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, 2019) in cui narra la propria esperienza da agente di polizia di frontiera. Un’ombra non fisica, che non ci viene mostrata mai esplicitamente nelle visioni di Anselmi: il deserto e il suo sole non la permettono. L’ombra che pervade questa parte di mondo è invisibile, sempre più percepibile man mano che si prende confidenza con la vita del confine.

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Fotografia di © Francesco Anselmi.

Questo è il luogo dove trova pieno diritto l’esplicito rifiuto dell’altro, del proprio vicino. Confinante, qui, indica una prossimità fisica che molti vorrebbero abolire, rinnegare del tutto: una distanza impossibile sul piano geografico viene raggiunta con le armi, con la politica, col disprezzo. Di tutto questo siamo tenuti in larga parte inconsapevoli nel discorso di Francesco Anselmi, “il libro scandisce una sincera normalità di contraddizioni”, come ricorda Renata Ferri in un suo articolo dedicato a Borderlands uscito su IoDonna.

Qui vediamo come la respingenza e la tensione tra due popoli riesca comunque a dare sfogo a una forma di normalità, anche di banalità quotidiana, nei ritrovi familiari e nelle feste, nella vita degli animali e delle chiese.

L’architettura religiosa spicca in un biancore squadrato e alienato in questi luoghi di deserto, dove esistono cacciatori d’ossa e cavalieri sul mare. La scritta “PRAY…”, sulla quale anche Anselmi parlando ritorna, appare come un invito stanco e inascoltato, chiarissimo in tutta la propria inutilità in luoghi dominati dall’azione e dal sospetto reciproco.

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Fotografia di © Francesco Anselmi.

Il muro esiste anche di notte, che scende illuminando gli occhi agli animali e gli interni dei camper. Nella sua realtà costante, la barriera che divide i due Stati è ben visibile dall’alto, serpeggiante e immobile. Il punto preciso dello squarcio della terra.

“È un libro pieno di occhi” dichiara Renata Ferri: binocoli, droni, persone, sono tutti strumenti tesi all’osservazione e al monitoraggio della terra, dei movimenti che le scorrono sopra, della loro interpretazione. Infatti quasi nessuno ci guarda, sfogliando le immagini; ogni abitante del margine ha altro a cui fare attenzione, che può essere la propria attività da svolgere o aguzzare la vista oltre la propria finestra. Nessuno ci guarda: c’è altro da fare, cose più importanti a cui dare attenzione. Per questo realizziamo di trovarci a un grado di estraneità prossimo all’inesistenza; su questa terra di confine l’estraneo ha una provenienza specifica, è chi sta dall’altra parte. Tutti gli altri, e dunque anche noi, sono esclusi dal gioco a due squadre che si sta compiendo; non esistiamo.

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Fotografia di © Francesco Anselmi.

Così la partecipazione cui da sempre la fotografia vuole tendere, questo essere nel tempo e nello spazio dove non si è mai giunti grazie a qualcun altro che ha visto per noi, d’un tratto nel lavoro di Francesco Anselmi comincia a barcollare. Siamo in uno spazio e in un tempo, sì, ma invisibili: nessuno si accorge della nostra presenza. Potremmo essere noi i fantasmi oppure loro, di certo c’è che i nostri mondi non sembrano toccarsi.

Anche la prima e l’ultima immagine di Borderlands ci comunicano un messaggio chiaro. L’apertura è dedicata alla roccia e all’orizzonte assolato, alla vastità di un luogo indominabile; la chiusura è invece un omaggio all’acqua del Rio Grande. La natura del margine è divisa e contiene l’ennesima contraddizione facendo convivere la roccia e l’arsura con l’acqua del fiume; la sete con ciò che la toglie. Il fiume, poi, è popolato da tre minutissime figure, che richiamano l’altra solitaria nel deserto, che apprendiamo dalla didascalia essere un turista. Che proporzione ha l’uomo in questa terra? Dall’incontro ravvicinato, Anselmi si allontana, scorge soltanto alcuni abitanti senza fermarli, senza capirne il volto. L’uomo diventa non più misura delle cose, ma colui che dovrà subirne la grandezza, confondersi in essa, e lasciarsi trasportare.

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Fotografia di © Francesco Anselmi.

Capiamo che l’uomo è un paesaggio, e non soltanto parte di esso. La simbologia tatuata sul corpo di Santos, un membro della gang MS-13, forma i solchi uguali del terreno arido fotografato da Anselmi, le tracce lasciate dai veicoli nelle immagini dei contropiatti del libro. Allo stesso tempo, congelati così, tutti appaiono come protuberanze della terra, come alberi immobili delle colonie desertiche della frontiera. C’è una continuità fisica che rende l’uomo un mondo autonomo, a sé stante, col quale l’ambiente si confronta, dialoga, creando una nuova unità. Tutto sembra giacere nella placida tranquillità di un luogo che trema ogni giorno, che interrompe i sogni di chi lo abita e che culla al contempo il ritmo quotidiano della sua vita. 
Qui, l’uomo si confonde col margine, con la separazione; è parte di essa, e in essa identifica larga parte della propria persona, del proprio ruolo sociale, della propria lettura del mondo. Se l’uomo è un albero, ed è quel palo, un’altalena, il deserto, allora l’uomo è il limite, il confine. L’uomo è quel muro: per questo motivo, preso dal suo compito, non ci guarderà mai negli occhi, non potrà mai farlo. È la natura umana del muro a rendere un’impresa per sempre ardua attraversarlo; a fare della sua materia qualcosa di forse indistruttibile.

In copertina, fotografia di © Francesco Anselmi.

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