Il tuo due per mille a doppiozero

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Psicoanalisi

(366 risultati)

Una scrittrice palestinese / Adania Shibli, una storia di violenza dissepolta

Che cos’è un “dettaglio minore”? In psicoanalisi è ciò che può schiudere l’universo dell’inconscio individuale, la feritoia da cui entra la lama di luce, il punto d’accesso al non dicibile.   In storia, come affermava la narratrice e storica algerina Assia Djebar, è proprio il dettaglio minore a rivelare, riportandolo alla coscienza, l’ineffabile, il rimosso, ciò che è stato sepolto per sempre. Djebar parlava del lutto delle donne algerine, murate nel sudario del silenzio e di un’amnesia imposta e autoimposta. Per loro il dettaglio minore poteva essere un cucchiaino di latta ritrovato nella cenere di un bivacco del maquis. Quel cucchiaino, veicolo materiale di una memoria affettiva soffocata e tuttavia non spenta, poteva fare da esca al ricordo, all’espressione del lutto, al pianto, al dolore che, verbalizzato, libera e restituisce il respiro.   Nella critica d’arte il dettaglio minore, il nonnulla che sfugge all’osservazione perché apparentemente insignificante, è quello che permette di distinguere il falso dall’originale, la copia dal quadro autentico. L’evidenza, in altre parole, tradisce la verità, distrae, distoglie, semplifica invitando lo sguardo a posarsi qui e...

Un libro di Vittorio Lingiardi / Io Narciso

Se, come sostenne Jung, nessuno resta fuori dall’Ombra del suo tempo, allora siamo tutti in qualche modo narcisisti. Per questo è interessante “esplorare la zona di confine tra un carattere con tratti narcisistici, più o meno marcati, e una patologia narcisistica” vera e propria, come si propone di fare Vittorio Lingiardi nel suo Arcipelago N. variazioni sul narcisismo, da poco uscito per Einaudi (pp. 124, euro 12). Un compito tutt’altro che semplice se si tiene conto che – come spiega lo psicoanalista Sidney F. Pulver, opportunamente citato dall’autore – “ci sono almeno due punti su cui tutti concordano: uno è che il concetto di narcisismo è uno dei più importanti contributi della psicoanalisi, l’altro è che è uno dei più confusi” (p.33). Si tratta in effetti di una categoria non solo clinica ma, dal fortunatissimo La cultura del narcisismo di Cristopher Lasch in poi (Bompiani, 1979), anche sociologica, più elastica e discussa del nostro tempo: una specie di diagnosi passepartout – pari solo a quella altrettanto duttile e adattabile di borderline – che non a caso alcuni psicoterapeuti hanno proposto, senza successo, di rimuovere dall’elenco delle patologie psicologiche (p. 43)...

Una conversazione con Gustavo Pietropolli Charmet / Come stanno gli adolescenti?

Incontro Gustavo Pietropolli Charmet rigorosamente a distanza, come in dad, dietro a uno schermo. Non ha bisogno di grandi presentazioni: è noto il suo lavoro con gli adolescenti e i suoi libri credo siano lettura cui non possa sottrarsi chiunque lavori – insegnante, formatore, psicologo, educatore – con i ragazzi. Ho letto il suo Il motore del mondo, uscito ad agosto e già recensito su queste pagine, ma la ragione per cui gli domando un appuntamento è che, come ho raccontato, sono in un vuoto di senso che rende difficile il mio tempo in classe e mi fa pensare urgente la necessità di interrogare la scuola, quanto accaduto, dove siamo e cosa questo tempo ci ha mostrato in modo più evidente di prima.    AS: Professore, come stanno gli adolescenti? Come è stato questo tempo di restrizioni, di frequenza con i coetanei ridottissima, a stretto contatto con la famiglia: cosa ha determinato? GPC: Come stanno? La pandemia ha fatto due vittime: gli anziani li ha fatti fuori, e gli adolescenti li ha malmenati. Non lei direttamente, ovviamente, perché gli adolescenti non hanno nemmeno visto la morte e la malattia atroce; in primo piano hanno visto le misure preventive, le...

Artpod / Atelier dell’Errore | Trofallassi

«La gomma da cancellare è bandita». Questo è il semplicissimo precetto cui si devono attenere i giovanissimi artisti dell’Atelier dell’errore. Grazie ad esso si ribadisce un antico modo di intendere l’arte: essa deve essere “imitazione” della natura. Se ci si asterrà dal cancellare, ad essere replicata fedelmente non sarà però la natura del “naturalismo”. Non sarà la natura-Forma, la natura-Idea, la natura-paterna (come insegna Platone, l’Idea, la Forma a dispetto della grammatica, appartengono all’ordine simbolico del Padre). Non sarà la natura espressione rassicurante di una razionalità superiore. Gli artisti dell’Atelier portano in scena un’altra natura. La loro natura è la natura naturans,  è la natura generante, quella che ha nel cambiamento, nella eterogeneità, nella disseminazione e nella proliferazione incontrollata, nella mancanza di scopi e di umane ragioni, e, infine, nella “mostruosità” il suo essere proprio. È la natura-evento, la natura madre-matrice di mostri, la natura virale.   L’opera che qui si commenta ne è testimonianza. Azzardiamone un’ekphrasis: sulla scena, faticosamente contenuta nel limite istituzionale della cornice, c’è il procedere di...

Uno sguardo psicoanalitico / Lessico da pandemia

La lingua registra ogni cambiamento sociale. Nel corso di eventi di portata storica come esplorazioni, scoperte scientifiche, crisi, guerre, epidemie, quando nella collettività circolano forti emozioni e nuove idee, si verifica il massimo di innovazioni linguistiche. Si importano vocaboli da altre lingue, si introducono neologismi, termini specialistici entrano nell’uso comune, vengono evocate metafore belliche e bibliche. Durante questo anno caratterizzato dalla pandemia sono avvenuti tutti questi mutamenti, descritti e analizzati da linguisti, sociologi, psicologi.    In questo ambito è nata l’espressione “…ai tempi del coronavirus” (o del Covid-19, o della pandemia, termini che qui vengono considerati equivalenti e non saranno più nominati). Tale locuzione, in combinazione con soggetti diversi, è entrata in uso per ridefinire ogni specie di attività, individuali e collettive, declinate nelle inedite forme consentite nel periodo della pandemia: “il trekking ai tempi del coronavirus” (giri di corsa intorno all’isolato), “l’amicizia ai tempi del coronavirus” (comunicazioni online e invio di foto e video in chat), “l’aperitivo ai tempi ecc.” (brindisi virtuali tra amici...

Diario di un'insegnante / Scuola. Che pesci pigliare?

Oggi in classe erano presenti solo in cinque. Cinque non è il settantacinque percento di venticinque. Non ce la facciamo più, dice Sara, sono tutte verifiche. "Non si sta a casa" l’ho già detto troppe volte; che "non è la via" lo abbiamo ribadito; ci abbiamo anche pensato insieme, riflettuto insieme.  Ha senso che io lo ripeta? Ha senso che dica che è sbagliato, che è importante avere fiducia nella parola e nel confronto con gli insegnanti? Loro lo sanno già che è sbagliato, ma.  Siamo pieni anche noi adulti di cose che sappiamo, ma.     E poi Giulia sta male. La mamma e il papà vedono Giulia stare male e sanno che Giulia dovrebbe andare a scuola: saltare è la mossa meno opportuna, in un anno così in bilico, con matematica e latino sotto. Ma Giulia sta male in un modo che la mamma e il papà di Giulia, arrivati a questo punto, cosa possono fare? Possono davvero ignorare quella disperazione? Però, mamma e papà di Giulia, non è insultare gli insegnanti che farà stare meglio vostra figlia; non è pensare che la colpa sia tutta loro, la soluzione; non è non vedere che quella disperazione non è a misura dell’ostacolo - e dunque c’è dell’altro che avrebbe dovuto esser...

Unità operativa Cotugno di Napoli / Appunti da un reparto Covid

La pandemia legata al covid-19 ha posto innumerevoli, complesse e gravi sfide al sistema sanitario italiano e ha richiesto massicce modifiche che hanno coinvolto tutti i livelli dell’assistenza sanitaria. In tale situazione di grave criticità, è stata fortemente evidenziata la necessità della presa in carico anche degli aspetti psicologici, emotivi e relazionali sia dei pazienti sia degli operatori sanitari. Per la prima volta nel nostro paese è stata riconosciuta, anche da ampi settori dell’opinione pubblica, l’importanza della salute psicologica come parte essenziale della qualità di vita, in qualsiasi età e in tutte le fasi del ciclo esistenziale. Sta finalmente emergendo la necessità dell’unitarietà dei percorsi di cura, che non devono essere più centrati esclusivamente sulla malattia, ma sulla persona, con i suoi bisogni soggettivi, il suo vissuto emotivo, le sue relazioni.  Il mio vertice osservativo è particolare, in quanto responsabile dell’Unità Operativa di Psicologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera che include il Cotugno di Napoli (uno dei 3 ospedali infettivologici in Italia, insieme al Sacco di Milano e allo Spallanzani a Roma), divenuto Covid Center, con circa...

Vita e pandemia / Il tempo della cura

Mi è già capitato di scriverlo su La Repubblica: questo è il tempo della cura ma non tanto nel senso clinico del termine – bisognerebbe anzi soffermarsi un po’ sui rischi di un’eccessiva medicalizzazione della vita – ma nella sua accezione esistenziale, che è del resto consustanziale alla vita umana. L’immancabile riferimento filosofico per questo distinguo è Martin Heidegger che in Essere e tempo differenzia la cura in senso medico (Kur) da quella in senso esistenziale (Sorge) resa bene anche dalla distinzione inglese tra i verbi to cure, curare, e to care, prendersi cura, interessarsi, partecipare emotivamente alle sorti di qualcuno.      Mentre in questi mesi di malattia pandemica la cura medica, seppure tra mille difficoltà, disfunzioni e falle di sistema, ha tutto sommato funzionato bene – soprattutto grazie alla straordinaria dedizione del personale sanitario – la capacità politica di prendersi cura della qualità della vita si è invece rivelata gravemente lacunosa. È sicuramente difficile fare bene e non scontentare nessuno di fronte a una pandemia di simili proporzioni, ma non si può restare indifferenti di fronte ai dati preoccupanti del disagio psico-...

10 marzo 1950 - 9 aprile 2021 / Elena Pulcini, cura e giustizia

“La pandemia ci ha fermati, un fermarsi che può dimostrarsi produttivo e fecondo. La pandemia è un effetto della crisi ecologica, ci invoca in questo agire dissennato e predatorio, in questa hỳbris onnipotente, e ci riconsegna alla necessità del limite”. A fine gennaio, in uno degli incontri che radio tre ha dedicato al tema della cura, Elena Pulcini intrecciava parole sorelle e concetti fratelli per descrivere l’esperienza globale di vulnerabilità e offuscamento, per sottolineare, ancora una volta, la sua idea di cura come disposizione affettiva e pratica, capacità quotidiana dell’impegno.  Una tematica che, insieme a quelle delle passioni e del dono, ha nutrito un percorso intellettuale di grande rilievo, anche sulla scena internazionale, condiviso nello scambio con allievi e colleghi, punteggiato da testi seguiti da un ampio pubblico di lettori, mosso da un’idea di spiritualità legata a una visione della comunità e a un sentimento religioso vicino in modo non formale all’insegnamento cristiano. Nella prospettiva di un mondo nuovo che azzarda l’utopico dove pratiche collettive e solidali non si danno senza un’esposizione personale.    Il nove di aprile il Covid si...

Modi del sentire / Che ne sarà della solitudine?

E ora che ne sarà della solitudine? Dopo più di un anno di distanziamenti sociali e clausure, oltre centomila morti (ad oggi quasi tre milioni nel mondo), e tanta angoscia perché non è ancora finita, che ne sarà del sentimento costitutivo della solitudine? Vorremo continuare a scegliere di stare da soli, accetteremo ancora una società che ci spinge a vivere tra gli altri ma non con gli altri? L’individualismo, figlio malato della solitudine, sarà di nuovo una categoria fondante dei nostri comportamenti? Nell’epoca in cui stiamo vivendo la solitudine è un problema sociale prioritario. In certi Paesi si è ormai da tempo pensato di istituzionalizzarlo facendone il contenuto esclusivo dell’impegno di Ministeri dedicati. La soglia d’allarme è evidentemente stata superata nel momento in cui si è affermata una sorta di “solitudine a una dimensione”, tutta euforica. Costruendo una “comunità” fatta di individui “profilati” per un’esistenza di prestazioni-che-producono-guadagno-che-porta-felicità (vedi qui gli articoli Il sale della solitudine e Happycracy. Socrate contento o maiale soddisfatto), abbiamo trasformato i nostri Sé in qualcosa da poter persino mettere in vendita, sotto forma di...

Riflessioni di un formatore / Tempo presente: dormirci su

Qualche anno fa Maria Cristina Koch, psicoterapeuta, epistemologa, adorabile maestra, nel suo saggio Dentro una locanda. La terapia come sosta, parlava della psicoterapia, appunto, in questi termini. Oggi, in piena emergenza, ben al di là della contingenza virale, come approccio positivo a prescindere, ma spesso disatteso, dovremmo poter immaginare una sosta alla locanda come parte integrante del nostro tempo operativo. Per ricaricarsi, riposare, dare tempo al nostro cervello di ossigenarsi, elaborare, produrre adeguatamente. Oggi le locande sono chiuse, aperte solo per asporto, ma potremmo portare altrove il loro spirito, perché sosta non significa stare fermi; semmai significa non percorrere sempre gli stessi sentieri, provare a infilarsi in qualche stradello laterale dove trovare diversità e conseguente stupore.    Il periodo che stiamo attraversando in realtà ci attraversa.  Come il virus, ci contagiano e ci attraversano la paura, la solitudine, l’incertezza, la preoccupazione, la fatica che si autoalimenta perché difficilmente possiamo dichiararla a cuor leggero, se non tra persone amiche, sommessamente. Un po’ forse perché “il nostro piangere fa male al re”; e...

Il ripensamento del soggetto / Sartre secondo Recalcati

Nel 2000 Slavoj Žižek pubblica una delle sue opere più rilevanti dal punto di vista teoretico: The Ticklish Subject, tradotta in italiano con il titolo Il soggetto scabroso. L’intento del libro è quello di riportare il soggetto al centro di una scena filosofica e culturale che su tutti i fronti, dal poststrutturalismo al postmarxismo, dai sostenitori heideggeriani del pensiero dell’Essere alle femministe, ha lavorato per esorcizzarlo. La posta in gioco di questa operazione è chiara: non si tratta di tornare semplicemente al soggetto cartesiano come soggetto pensante trasparente a se stesso, ma di metterne in evidenza il nucleo eccessivo disconosciuto: “Ovviamente non si intende ritornare al cogito nella forma in cui questo concetto ha dominato il pensiero moderno (il soggetto pensante trasparente a se stesso), bensì mettere in luce il suo opposto dimenticato, il nucleo eccessivo, disconosciuto del cogito, che è ben lontano dall’immagine conciliatoria dell’Io trasparente”.    Il ritorno al soggetto di Žižek è un ritorno a ciò che nella costituzione della soggettività la eccede e le resiste, ciò di cui il soggetto non si può mai riappropriare definitivamente in un...

Diario clinico 8 / Il senso di una fine

Mi hanno regalato un alveare, ho l’attestato di adozione, le api sono irraggiungibili, come ora un po’ tutto, ma posso sentire il loro ronzio a distanza, e potrò gustare il miele etico che mi arriverà in un vasetto. Un sapore dall’“effetto madeleine”. Forse è proprio questo che desiderava Beatrice, con il suo dono ha voluto simboleggiare la fine del percorso, un lunghissimo zigzagare tra le performance della ribalta, dove “le luci sono sempre accese”, e lo stress logorante, da ape operaia, dell’avanzare degli anni.    Uscire con una cassetta degli attrezzi: per sostenere la fatica di essere se stessi, tutti i giorni. Questo è l’augurio di fine analisi. Che non esista una guarigione una volta per tutte, l’anziano Freud ne era già convinto. Vent’anni dopo il duemila la malattia è l’universale senso di disagio e di inadeguatezza, la talking cure è sempre più un lusso di tempo e di denaro, un esercizio autobiografico, pratica esperienziale.    “Come finisce un’analisi? Non è un happy end con ballo di Majorettes che tra l’altro, quando si esibiscono, hanno la pelle d’oca, perché sa, quando le Majorettes avanzano, fa sempre freddo. La prima immagine che mi viene è...

Immagini simboliche / La metafora viva dell’alchimia

Ernst Cassirer lo aveva colto perfettamente: l’essere umano non è un animale razionale ma un animale simbolico; per noi, cioè, non è in alcun modo possibile accedere al reale senza l’intermediazione del simbolico che ne organizza l’esperienza. Ma che succede se proprio la più peculiare delle nostre caratteristiche si atrofizza, sino a farci temere di vivere in un mondo caratterizzato da un analfabetismo simbolico figlio di una sempre più diffusa e pericolosa tendenza alla letteralizzazione? Si tratta di una condizione più volte denunciata da James Hillman che invocava come antidoto il recupero della visione alchemica, nella quale Jung riconosceva una protopsicologia del profondo.      Ecco perché il libro Jung e la metafora viva dell’alchima, curato da Simona Massa Ope, Arrigo Rossi e Marta Tibaldi, e con contributi anche di Stefano Carta, Clementina Pavoni e Nicole Janigro, uscito di recente per Moretti & Vitali (pp. 265, euro 20) appare quanto mai utile e attuale. Questa antica pratica, trasversale a tutte le culture, invita infatti l’essere umano a confrontarsi simbolicamente con ogni realtà, allo scopo di “trasformare il metallo vile della propria...

storia del dolore / Byung-Chul-Han. La società senza dolore

“Il filosofo tedesco più letto nel mondo” (El Pais), “La punta di diamante di una nuova, accessibile filosofia tedesca” (The Guardian), “Uno dei più importanti filosofi contemporanei” (Avvenire). Byung-Chul Han è, senza dubbio, uno dei pensatori attualmente più apprezzati a livello internazionale. I suoi libri sono letti e studiati non solo dagli addetti ai lavori nel campo della filosofia, ma in ogni settore disciplinare intento a decifrare con lucidità le caratteristiche del presente. Addirittura, Der Spiegel usa il termine “gratitudine” per l’audacia con cui il filosofo sudcoreano cerca di interpretare quella complessità del reale che, quotidianamente, rischia di sopraffarci e di soffocarci.   Il segreto dell’universale entusiasmo nei confronti di Han è riconducibile, soprattutto, alla sua capacità di vestire plausibilmente i panni di un Günther Anders del XXI secolo, quindi di un critico radicale, pessimista e apocalittico delle principali tendenze politiche, sociali, culturali e tecnologiche odierne, adottando però uno stile di scrittura tanto cristallino quanto fascinoso e attraente. Le proposizioni perlopiù stringate, che connotano la forma dei suoi brevi pamphlet...

Diario clinico 7 / Il senso di abbandono

“Che dire, non sono concentrata, continuo a pensare all’andamento del virus, sono stufa di parlarne e di sentirne parlare, ma è la prima volta che sento di appartenere a una collettività. Ho paura di vaccinarmi, lo faccio per senso del dovere nei confronti degli altri”. Si parla del più e del meno, chissà se si potrà andare in vacanza, chissà se con il nuovo governo cambierà qualcosa. Sono conversazioni non analitiche, così le chiama Ogden, che partono da un film, uno spettacolo, un libro, la politica. Ricordo a Luisa un suo sogno recente: litigava con il padre che assumeva una posizione negazionista, una posizione che hanno anche diverse sue amiche. La tonalità cambia, la voce si abbassa, le associazioni aprono a un’altra dimensione, diventa un parlare come sognare.   Nell’ora d’analisi non si sa mai quale sarà l’argomento, nell’imprevedibilità sta la vitalità. Quel non sapere, non poter predire: quell’effetto sorpresa nel quale credono Bion e Fachinelli. Come negli adattamenti del setting imposti, quest’anno, da quanto sta avvenendo nel mondo esterno. I ruoli si sono spesso rovesciati. Il terapeuta si fa trovare puntuale davanti allo schermo, non è detto che il compagno d’...

Soggettivazione interminabile / Recalcati, conversione all'infanzia

Conosciamo tutti il ritornello. La nostra è una società di eterni adolescenti, addirittura di eterni bambini. L’età adulta resta confinata all’orizzonte, inafferrabile e ormai indesiderabile. Peter Pan è il santo patrono di nuove generazioni di sdraiati.    Naturalmente chi parla degli sdraiati immagina di starsene in piedi, ben dritto, in mezzo a un paesaggio molle, nebbioso, orizzontale. Dimostra una certa fierezza per questa sua stazione eretta. Eppure non è anche questo sogno di essere grandi e di grandezza, un sogno da bambini o forse il sogno da bambini per eccellenza?   Massimo Recalcati ha pubblicato due libri, recentemente, contemporaneamente. Sono due libri molto diversi ma molto solidali. Si saldano intorno al tema dell’infanzia, appunto. Consentono di leggerlo in tutt’altro modo. Disegnano una specie di filosofia dell’infanzia perenne, di psicoanalisi dell’infanzia perenne. E poi si saldano intorno al tema della conversione, intorno alla parola conversione.    Ora, si sa che l’infanzia è materia da psicoanalisti, si sa che Freud ne fa l’età decisiva di quello che sarà una vita. Certi primi incontri lasciano il segno, il fantasma di un soggetto...

Diario clinico 6 / “Come faccio a essere felice?”

La signora Adele arriva con i jeans e una camicetta a fiori, ha una sua eleganza naturale, una spallina che scende, un lembo di pelle sono un’evocazione del tempo passato, della possibilità dell’amore. Sì, perché cinque anni fa ha avuto un’operazione importante, le hanno tolto tutto, il più del tutto. Ci conosciamo da qualche anno, lei ha appena compiuto i settanta. Ma non è la malattia, il suo cancro, il centro delle sue ansie attuali, nemmeno la figlia che qualche preoccupazione in passato l’ha data. Nemmeno il futuro al quale si prepara immaginando come le persone care, le persone amate, hanno affrontato la morte. A partire da un genitore perso quando era ragazzina. A dodici anni ad assisterlo in ospedale andava lei, ma al funerale non l’avevano portata.    Intorno c’era la Milano “che dispare”, quella di Gadda, della raccolta punti, delle case di ringhiera, quando le ragazze sognavano un futuro da stenodattilografa. La signora Adele mi fa venire in mente La ragazza Carla, la protagonista diciassettenne del racconto in versi di Elio Pagliarani. La protagonista vive in una modesta casa della periferia di Milano, con la sorella e la madre vedova che fa la pantofolaia....

Tecnologia, saperi, comunità / Il rimedio

Quando si dice, come sosteneva con passione Luigi Pagliarani, che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, si descrive con una certa precisione quello che stiamo vivendo a diversi livelli della nostra esperienza, in questi anni. Non è che ci manchi l’odio, ma perlomeno implica una relazione di negazione dell’altro. Non è un granché, ma istituisce una relazione. Di peggio, forse, c’è quell’insieme di situazioni in cui la presenza dell’altro non fa alcuna differenza. Che ci sia o meno non è cosa che ci raggiunga o ci solleciti in qualche modo. Non c’è mediazione tra noi e l’altro e siamo ridotti alla stregua di monadi, in un’anomia sociale particolarmente diffusa. L'indifferenza può essere considerata come una sospensione eccessiva della nostra risonanza incarnata con gli altri e una neutralizzazione della nostra modulazione intenzionale. Utilizzando le categorie esplicative di particolare efficacia messe a punto da Vittorio Gallese, ci troviamo di fronte a una fenomenologia che per certi aspetti dovrebbe essere impossibile, eppure si presenta così ampiamente manifesta. Le ragioni dell’impossibilità dovrebbero risiedere nel fatto che noi siamo esseri intersoggettivi...

Rachael Cusk, il lavoro di una vita / Voci sulla maternità

Nel 1972, quando Adrienne Rich iniziò a scrivere Nato di donna, che sarebbe uscito nel ’76 (in Italia per Garzanti, tradotto da Maria Teresa Marenco), sulla maternità non era stato scritto quasi nulla; o meglio, sulla maternità dal punto di vista delle madri, e con le madri che dicono “io”, perché i libri sulle madri scritti dai figli esistevano già, così come i romanzi che in punta di piedi osavano gettare un’ombra sull’idillio materno (penso a La casa della gioia di Wharton, o a Il risveglio di Chopin). Rich sceglie di scrivere di maternità unendo la scrittura saggistica a quella autobiografica, la teoria all’esperienza: non avrei potuto fare altrimenti, dirà poi, perché il personale è politico. E soprattutto perché esiste una differenza tra il raccontare individualistico, fine a se stesso, e il raccontare per altri – altre, anzi. Per molti anni la nozione che la storia, la cultura, la società hanno cercato di instillare nelle donne è stato il senso dei propri limiti: Rich si rende conto, perciò, che la cosa più importante che una donna possa fare per un’altra donna è illuminare ed espandere la cognizione delle proprie possibilità.   La maternità, intesa sia come...

Diario clinico 5 / È più forte di me

È più forte di me: una delle espressioni che sento più spesso. So che dovrei, potrei, mi farebbe bene. Ma non ci riesco. C’è la parte con la quale andiamo in giro, ci esibiamo, la presentiamo in pubblico, con la quale ci identifichiamo. Con lei siamo egosintonici. Quella che ci danna, quella che spesso è l’unica che conta, il nostro sintomo, quella che ci ha spinto a intraprendere un percorso imprevedibile come quello analitico è l’altra, è la nostra parte numero 2. Irregolare, emotiva, inaffidabile, illogica. Un po’ ci vergogniamo, ma non l’abbandoniamo. Oggi come sempre “L’Io non è padrone a casa propria”. Affermare che il sentire è la nostra bussola, uno strumento che guida il nostro orientamento, ricordare che Jung considera il sentimento una funzione razionale, chissà se aiuta. In Ricordi, sogni, riflessioni racconta di aver convissuto per l’esistenza intera con due parti. Quando ha temuto di impazzire, ha cercato di avvicinarle, di farle dialogare per stanarle dalla loro postura conflittuale. Trovare un’armonia in questo parlamento interiore, provare a sostituire il modello della opposizione o-o con un più comprensivo e-e, può essere l’obiettivo di una vita. E, come oggi...

Modi del sentire / La solitudine del tampax positivo

Qualcuno, infine, me lo aveva gentilmente spiegato. In francese “tampon” è il tampax. Per riferirsi all’analisi del Covid-19 si usa soltanto la parola “test”: se faire tester, faire le test. A quel punto ho realizzato che da mesi stavo evocando un fantastico tampone vaginale-virale, senza che nessuno avesse avuto il coraggio di farmelo notare. Un grottesco tampòn, che sdrucciolava insieme al suo accento verso qualcosa di molto intimo.  C’è una solitudine tutta femminile dei giorni in cui il tampone si occupa della fuoriuscita del nostro sangue mestruale, della quale nessuno parla. Di quella solitudine mi sono ricordata quando è arrivato anche per me il giorno del tampax positivo. “Votre test est positif (année de naissance 1970). Si c’est votre premier test positif dans les 3 mois, isolez-vous”. Nell’anno del mio primo mezzo secolo, alle soglie della sospirata menopausa in cui manderò al diavolo tutti i tampax dell’universo, il mio cellulare mi ordina in modo educato ma fermo di isolarmi. Perché positiva al coronavirus, che dopo aver corteggiato il mondo intero come la morte con la fanciulla, è entrato anche dentro di me. Mescolandosi al mio sangue.    Non gli farò...

Un libro di Sergio Benvenuto / La ballata del mangiatore di cervella

Questo libro, che per gradi si articola come una summa delle posizioni principali di Lacan, di ciò che fa la differenza nel suo pensiero psicoanalitico ma anche filosofico sulla vita e la soggettività, ha per oggetto le due analisi di un giovane, il cui problema è l'impossibilità di scrivere un qualunque testo senza considerarlo come il risultato di un plagio di idee altrui. A differenza di altri pazienti importanti della psicoanalisi, non si è mai saputo nulla sulla sua identità. Sergio Benvenuto, noto psicoanalista e saggista, che conosce in profondità sia Freud che Lacan, lo battezza "Professor Brain" in quanto è uno studioso e per via della sua predilezione per un piatto a base di cervella, che servono in certi ristorantini etnici le cui vetrine incontra sulla sua strada e guarda con piacere ogni volta che esce dalla seduta, stando alla lettura del giornale clinico di Ernst Kris, psicoanalista austriaco riparato a Londra nel 1938 e poi a New York nel 1940 per sfuggire al nazismo. Secondo la ricostruzione di Lacan, la scena delle vetrine avverrebbe a New York. Il fatto è che l'analisi con Kris, che è la seconda e si interrompe con lo scoppio della guerra nel 1939, nella...

Cannibali e anoressiche / La solitudine della madre

Vivarium è un fantathriller psicologico, una perturbante allegoria, un incubo surreale la cui visione mi è stata proposta dalla quattordicenne di casa. Si tratta del lungometraggio d’esordio del regista irlandese Lorcan Finnegan, che ne ha scritto soggetto e sceneggiatura. Presentato al Festival di Cannes del 2019, il film è ambientato in un loop di infinite villette verde pastello, sotto un cielo fittizio punteggiato da identiche nubi seriali. Una giovane coppia in cerca di casa viene condotta in questo labirinto di casette disabitate da un singolare agente immobiliare che improvvisamente sparisce. I due cercano di uscire dalla trappola ma girano in tondo, non c’è segnale di servizio telefonico e la benzina finisce. Nessuno può uscire da quel sogno fittizio, ma loro non lo sanno ancora e così si fermano a dormire nel panopticon numero 9, il villino loro assegnato, pensando sia solo per una notte. Con sorpresa, la mattina seguente, trovano del cibo davanti alla porta, in una scatola anonima, in confezioni asettiche sottovuoto che preservano da tutto, anche dal gusto. Il secondo giorno, nel pacco che si materializza non si sa come, trovano un neonato con il biglietto “Crescetelo e...