Il tuo due per mille a doppiozero

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Marco Bechis e Héctor Abad Faciolince / La solitudine dei sovversivi

Lunedì 24 agosto 1987, alle sei e mezza di mattina, chiamano il dottor Héctor Abad Gómez da un’emittente radiofonica per riferirgli che il suo nome è comparso in una lista di persone minacciate di morte, apparsa a Medellín. Il comunicato reca il seguente messaggio: “Héctor Abad Gómez: presidente del Comitato per i Diritti Umani di Antioquia. Medico ausiliare dei guerriglieri. Falso democratico, pericoloso per le simpatie popolari verso le elezioni dei sindaci di Medellín. Idiota utile al Pcc-Up”. Il medico, che aveva dedicato la propria vita alla difesa dell’uguaglianza sociale, ai diritti, all’istruzione e alla salute degli esclusi, chiede chi sono gli altri minacciati e dopo aver letto l’elenco dichiara di sentirsi onorato di far parte di persone così importanti e utili alla causa del paese. “Era, dunque, preparato a morire, ma questo non significa che lo volesse,” racconta suo figlio, lo scrittore Héctor Abad Faciolince, vent’anni dopo, in un libro dal titolo L’oblio che saremo (Einaudi, 2009), che Javier Cercas non esita a definire “tremendo e necessario” (da questo singolare libro, l’anno scorso, il regista spagnolo David Trueba ha tratto il film omonimo, El olvido que...

La legge del porno

Come mai Beppe Grillo ha realizzato un video con il quale intendeva scagionare dalle accuse di violenza sessuale suo figlio e invece probabilmente ha inguaiato ancora di più quest’ultimo? Non sappiamo come questa vicenda finirà sul piano giudiziario, ma è interessante chiedersi come mai un comunicatore dalla lunga esperienza come lui è incappato in questo errore. Le ragioni possono essere diverse, ma una è meritevole di riflessione: Grillo probabilmente si è fatto influenzare da quello che pensano i giovani e ha scambiato le idee di questi per qualcosa che viene condiviso dall’intera società. Perciò ha fatto suoi i pensieri dei giovani, ritenendo che giocassero a favore di suo figlio. Nella società invece continua a essere predominante una legge morale che è differente, ma che è quella che trova una traduzione nella legge giudiziaria.  I giovani di oggi ritengono che sia normale adottare quella che possiamo chiamare “la legge del porno”. La possiamo chiamare così perché è frutto di quella massiccia diffusione di contenuti pornografici che è avvenuta negli ultimi anni grazie al sempre maggiore utilizzo del Web ed è stata analizzata da Marco Menicocci in Pornografia di massa (...

A 40 anni dalla morte / Bob Marley, una canzone è un segno

Quando fu coniata l’espressione world music, Bob Marley era morto da più di un lustro. Era il 1987, e un gruppo di discografici inglesi, preoccupati di come promuovere il crescente numero di dischi di musica africana e genericamente altra che s’andava accumulando sugli scaffali dei negozi, s’inventò l’etichetta musica dal (o del) mondo. Non era rock, non era classica, non era jazz, non era folk, e i negozianti che nel frattempo avevano già adibito un angolo di negozio all’esposizione di una collana reggae – forse discosta, ma coloratissima – pensarono che la musica genericamente altra dal rock e dal pop di stampo anglosassone la si potesse assegnare a una voce tanto vaga quanto suscettibile di rappresentare il resto del mondo.    L’anno prima, nel 1986, Paul Simon aveva pubblicato il disco Graceland, altra fondamentale tappa di avvicinamento della musica di consumo alle musiche genericamente altre. L’ex Genesis Peter Gabriel, da par suo, in collaborazione con il festival World of Music, Arts and Dance (WOMAD) nel 1989 avrebbe fondato la casa discografica Real World, con l’intento di promuovere artisti provenienti dai quattro angoli del globo. La prima edizione del WOMAD...

Abitare / Il bricoleur ecologico e il prossimo mondo

Ora che la sostenibilità è diventata argomento comune di conversazione e tutti non possono fare a meno di avere opinioni a riguardo, sta prendendo forma una figura che potremmo definire il bricoleur ecologico. Come il bricoleur lavora con quello che ha a disposizione al momento, così il bricoleur ecologico lavora con un’idea di ecologia ricavata da quello che ha a disposizione oggi, quindi ciò che trova online, su riviste o trasmissioni televisive e, nel caso di ecobricoleur più evoluti, su qualche libro di ultima generazione, poi mette insieme ciò che ha trovato e, convinto di aver penetrato l’argomento, elargisce le sue opinioni come verbo inoppugnabile, come sinceramente crede che siano.     Il problema è che ciò che oggi va sotto il nome di ecologia e sostenibilità è un territorio totalmente devastato dall’arrivo del sistema industriale che, come uno tsunami, ha distrutto e annientato ogni cosa che non fosse funzionale alla propria logica economica. Di quello che era il panorama della cultura ecologica, da vent’anni a questa parte non rimangono che macerie rimesse a nuovo e ristrutturate con parole scintillanti che formano due grandi agglomerati: la città dell’...

Vita e pandemia / Il tempo della cura

Mi è già capitato di scriverlo su La Repubblica: questo è il tempo della cura ma non tanto nel senso clinico del termine – bisognerebbe anzi soffermarsi un po’ sui rischi di un’eccessiva medicalizzazione della vita – ma nella sua accezione esistenziale, che è del resto consustanziale alla vita umana. L’immancabile riferimento filosofico per questo distinguo è Martin Heidegger che in Essere e tempo differenzia la cura in senso medico (Kur) da quella in senso esistenziale (Sorge) resa bene anche dalla distinzione inglese tra i verbi to cure, curare, e to care, prendersi cura, interessarsi, partecipare emotivamente alle sorti di qualcuno.      Mentre in questi mesi di malattia pandemica la cura medica, seppure tra mille difficoltà, disfunzioni e falle di sistema, ha tutto sommato funzionato bene – soprattutto grazie alla straordinaria dedizione del personale sanitario – la capacità politica di prendersi cura della qualità della vita si è invece rivelata gravemente lacunosa. È sicuramente difficile fare bene e non scontentare nessuno di fronte a una pandemia di simili proporzioni, ma non si può restare indifferenti di fronte ai dati preoccupanti del disagio psico-...

Restare o andarsene / Marco Balzano, Quando tornerò

Non esiste, ovviamente, alcuna automatica proporzione tra il rilievo sociale dei temi di cui un romanzo parla e il suo valore letterario. D’altro canto, non c’è dubbio che una delle funzioni della letteratura consista nel mettere davanti agli occhi del lettore aspetti del presente che fino a quel punto gli erano sfuggiti, o ai quali non s’era curato di prestare attenzione. Non perché siano nascosti: al contrario, perché sono troppo palesi. Ma per coglierli occorre sostare un attimo, porvi mente: considerarli. La nazionalità più rappresentata fra gli immigrati in Italia è la Romania, con oltre un milione di presenze (circa un quinto del totale). Poco meno del 60% sono donne; di queste, moltissime sono dedite ad assistere gli anziani. Fin qui, cose risapute – numeri, forse, a parte. Ma che ne è delle famiglie delle centinaia di migliaia di badanti romene? Ricevono un aiuto economico prezioso, in qualche caso provvidenziale, certo. E poi?   Gli effetti dell’emigrazione sul tessuto sociale dei paesi di partenza è oggetto di pagine memorabili nel più famoso libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli. Lì si parla di contadini lucani che andavano in America, e spesso finivano...

Contro il logorio della vita da covid / Osare il possibile

Nel libro di Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, si racconta una storia bellissima di scuola inclusiva in uno dei quartieri sottoproletari più difficili di Napoli. Un paragrafo spicca silenzioso e umile verso la fine del libro: si intitola Camminare, parlare. Vi si racconta di come, in quel contesto, camminare potesse essere sia programma sia indice di successo educativo, un modo per superare la paura di un ambiente ostile, addomesticandolo. Vi si parla di “didattica itinerante progressiva, fuori rione, fuori quartiere, fuori città, fuori regione, fuori nazione al termine dei quali i ragazzi hanno constatato di aver imparato a camminare”. Propongo a chi legge di tenere questa storia vera tra le mani, come metafora utile per il prosieguo della lettura. Il lavoro (per chi ce l’ha) contribuisce a costruire positivamente le nostre identità personali grazie a un ruolo che ci rende riconoscibili. Non mette completamente al riparo da ostracismi e violenze improvvise, ma aiuta. Lo raccontano quei “piccoli” imprenditori che si tolgono la vita quando sono in gravi difficoltà, non solo per cause economiche, ma anche per la vergogna e la delusione che minano la propria...

Di che poliziesco si tratta? / Juan Benet, L'aria di un crimine

Un’alta densità letteraria, una latente oscurità, uno stile cristallino, queste sono alcune caratteristiche riconosciute ad esempio da Javier Marias, a Juan Benet, nato il 1927 e morto 1993. Nella sostanza uno scrittore di minoranza con un suo pubblico affezionato e seguaci diffusi. Dopo aver prodotto svariate opere apprezzate ma non di ampia diffusione, nel 1980 Benet si dedica a L’aria di un crimine, scritto come racconta lui stesso per rispondere alla sfida di cimentarsi in un genere popolare e più accessibile. Così partecipa al premio Planeta e giunge finalista e nasce un romanzo per lui atipico, per i lettori più coerente con la tradizione. L’avvio dello scritto ha le stigmate del poliziesco in quanto compare nelle prime righe il cadavere di un uomo con un foro di proiettile sotto il mento nella piazza centrale di una cittadina. Questo indicatore generico solleva l’immediato e tradizionale interrogativo sull’autore del crimine e sulla necessità di un’indagine. Di questa indagine in realtà poco o nulla si parla e si parlerà, ogni capitolo tratta un argomento diverso, si succedono eventi anche traumatici, non correlati tra loro: l’apparizione del cadavere di cui si è detto...

Un libro di Adriano Prosperi / Memoria senza storia

Per rappresentarsi sempre al presente, la modernità deve costantemente dimenticarsi di se stessa. Soprattutto deve dimenticare di essere frutto di una gigantesca mole di lavoro e di conflitto a scapito di chi la modernità non l’ha raggiunta. Almeno dalla caduta del muro di Berlino, nell’occidente allargato alle altre parti del mondo, che stanno addirittura meglio interpretando il suo modo dominante di operare economico e politico, l’oblio del lavoro e della lotta al resto del pianeta è stato riempito sempre più dal revival delle identità, delle radici, del sangue e del suolo. In altre parole, l’oblio delle dimensioni estese che ci legano agli altri e ad altri territori, classi sociali, culture e religioni, è stato rimpiazzato da dimensioni più facilmente delimitabili e, per questo, apparentemente più rassicuranti. Si è generata quasi una concorrenza a rincorrere le proprie presunte appartenenze, con tutto quello che ciò comporta in quei soggetti che, non riuscendo a collocarsi in modo vincente nel grande supermercato delle identità redivive, finiscono per rappresentarsi esclusivamente come vittime, pur di avere un identificante eclatante. Identitarismo e vittimismo sono fenomeni...

Parte il Giro / I novant'anni in maglia rosa

Il rosa è il colore del Giro d’Italia. Ma non da sempre. Passarono ventidue anni e diciannove edizioni prima che un fiocco, per l’appunto, rosa tenesse a battesimo la maglia rosa.  È il 10 maggio 1931 quando al termine della prima tappa, la Milano-Mantova, il primo a tagliare il traguardo indossava sul palco la maglia rosa, che da quel giorno avrebbe contraddistinto il primo in classifica generale. A vestire quell’inedito simbolo del primato fu guarda caso un campione mantovano, un campione emergente sulla scena ciclistica nazionale e, di lì a poco, anche internazionale: Learco Guerra.   Erano gli anni in cui il ciclismo italiano aveva un solo dominatore, anzi, una specie di tiranno. Da cinque anni vinceva sempre, o quasi sempre, Alfredo Binda, un ex stuccatore varesino che aveva trovato la strada del successo dopo essere emigrato in Francia e aver esordito, per passatempo, nelle corse per dilettanti in Costa Azzurra. Ci volle poco per capire che il Binda la sua fortuna l’avrebbe fatta stringendo un manubrio e spingendo sui pedali e non con pennelli e trabattelli a pitturare i soffitti di qualche villa di Antibes o Nizza. Tornato a correre in Italia, rapidamente...

Madri e figlie / Parole cucite, parole scucite

Era magica la Parigi innevata del suo mondo bambino di ieri, è incantata la Parigi di oggi, impacchettata dalla neve che “come un cellophane delle creazioni di Christo” invita a scoprire che cosa c’è sotto.  “Bagliori tra le ciglia. Guizzi di sole dorati, fronde d’alberi tintinnanti, nuvole impigliate fra i rami, particelle di polvere sfavillanti nell’aria. Erano queste le immagini che ad Alina sfilavano nella mente quando cercava di mettere a fuoco i primi ricordi della sua infanzia. Arabeschi”. E che le tornano in mente adesso, accorsa qui da un’altra dimensione, quella di New York, dove scorre la sua vita adulta. Il ricovero della madre, in catalessi in un letto d’ospedale, stravolge il tempo e lo spazio, rimescola i vissuti, la costringe a interrogarsi sulle sue origini. La figlia non aveva mai chiesto, la madre sorvolava. La voce di Ajla è la storia di un processo di riconoscimento che procede in parallelo.   La condizione della madre mette in moto la ricerca di Alina, un graduale svelamento di luoghi e persone che arriva al lettore attraverso il suo discorso interiore, un incessante rimuginare e almanaccare che riesce a comunicare, anche attraverso il sogno,...

Fernanda Alfieri, un esorcismo a Roma / Veronica e il diavolo

Fernanda Alfieri, storica della sessualità, nel corso di una delle sue ricerche nell’Archivio della Compagnia del Gesù, si imbatte, per errore, in un faldone di documenti non cercati e fa uno strano incontro: «È da questo limbo degli incollocabili che la storia di Veronica è arrivata qui, capitando fra le mie mani mentre cercavo altro, avvolta in una coperta di carta dai margini sbriciolati e con sopra un nome che non era il suo: Esorcisazione di Maria Antonina Hamerani, ritenuta ossessa (1834-35). Chi le ha dato un titolo aveva forse letto una piccola parte del plico contenuto nella cartella, o comunque l’aveva ritenuta, quella piccola parte, più rilevante del resto. Che fosse per trascuratezza, che fosse per distrazione, o per una volontà precisa perduta nel tempo che ci separa, il custode della memoria, intanto, mi ha consegnato la storia di Veronica come la storia di un’altra. Qualcun altro, più tardi, ha cancellato Maria Antonina, scrivendoci sopra Veronica».    Inizia così la storia di Veronica e il diavolo (Einaudi, 2021): un “errore” documentale genera, nella storica, il desiderio di “errare” nella vita sommersa di una posseduta diciannovenne, Veronica Hamerani,...

L'ultimo numero della rivista / Aut aut: specismo e pandemia

Da quando “Riflessioni sulla pandemia”, il numero di “aut aut” curato da Alessandro Dal Lago e Massimo Filippi, è stato completato (novembre 2020) alla sua recente pubblicazione (marzo 2021), la pandemia da Sars-CoV-2 ha registrato un’ulteriore impennata di contagi e circa 500.000 vittime in più, per un totale di 2 milioni e 800mila morti nel mondo.  Mentre ci si affanna sul modo di uscirne, gli autori di questo corposo volume si interrogano sui perché ci siamo finiti dentro e su alcuni meccanismi e pratiche sociali e politiche non prive di conseguenze, che la pandemia ha evidenziato. E non solo per esercizio critico radicale, che pure non sarebbe da poco, ma perché “in una popolazione in rapida crescita, con molti individui che vivono addensati e sono esposti a nuovi patogeni, l’arrivo di una nuova pandemia è solo questione di tempo (D. Quammen, Spillover, pp. 299-300)”. Abbiamo imparato che quella da Sars-CoV-2 è una zoonosi, ossia una malattia in grado di effettuare il famoso salto di specie dal vivente animale a quello umano.   Quello in corso è solo l’ultimo di una serie di incidenti dovuti all’appropriazione, da parte degli umani, dei corpi di animali, sia “...

Due biografie / Strehler e Ronconi, la lanterna di Diogene della regia

Quanti modi ci sono per fissare la memoria di quella cosa labile, effimera, che è il teatro? Tanti, specie oggi, con i mezzi di riproduzione e moltiplicazione digitale. In questi mesi di pandemia ne siamo stati sommersi, spesso con l’effetto di creare nostalgia per quella cosa semplice, arcaica ma contemporanea (contemporanea proprio perché arcaica) che è lo spettacolo dal vivo. Il libro però rimane uno strumento insostituibile per un pensiero retrospettivo che induce il ripensamento e la progettazione; anche se quando si parla di libro le opzioni sono molte.  In questi stessi giorni due volumi tornano a smuovere le figure dei due principali registi italiani degli anni scorsi, Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Non potrebbero essere più diversi (i libri, come i due artisti). Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste (La nave di Teseo, pp. 440, euro 20) è un’accurata, appassionata biografia divisa in sette parti, scandite ognuna in cinque atti come una commedia classica, con un Sipario finale: l’ha scritta Cristina Battocletti, giornalista per la “Domenica” del “Sole 24 ore” e critica cinematografica. Regìa Parola Utopia. Il teatro infinito di Luca Ronconi (Quodlibet, pp. 376,...

Artpod / Senza titolo | Jannis Kounellis

Cantare la pittura   Di questo dipinto a olio di Jannis Kounellis ci manca il titolo, come accade per la maggior parte delle sue opere: Senza titolo, distinte solo dall’anno di realizzazione. Ma se non possiamo nominarlo, possiamo sempre leggere le lettere e i numeri che sono riportati sulla sua superficie: Z, 3, 3, S nella banda superiore, e E, S, S, 3 nella banda inferiore. Alcune lettere e alcuni numeri sono rovesciati, rendendo così difficile dire se quella che somiglia a una S sia veramente una lettera e non il numero 2. L’ambiguità non è sciolta. Non si tratta insomma di un esercizio di calligrafia, su questo Kounellis è chiaro, ma di una scrittura, di un esperimento verbo-visivo, del tentativo di scrivere su una tela in verticale e non sulla pagina di un taccuino.   Tuttavia, che si tratti di una S o di un 2, che tentiamo di leggere numeri e lettere in ordine inverso o, ancora – come una scrittura dell’Estremo oriente – dall’alto verso il basso, la sequenza alfanumerica non genera alcuna parola e il suo senso resta segreto – oggi diremmo criptato. Un segreto però che, anziché nascondersi, anziché sottrarsi, è esposto in bella mostra su una superficie lunga oltre...

La fioritura del perverso / In The Mood for Love, vent’anni dopo

– Le donne fanno caso a certe cose. – Soprattutto quando sono vicine di casa.    Hanno fatto o non hanno fatto l’amore? “Per dirla in termini lacaniani – spiega Žižek a proposito di Casablanca – durante i famigerati tre secondi e mezzo, Ilsa e Rick non lo hanno fatto per il grande Altro, l’ordine dell’apparenza pubblica, ma lo hanno fatto per la nostra immaginazione fantasmatica oscena”. Possiamo dire lo stesso di Chow e Su, gli (non?) amanti protagonisti di In the Mood for Love. Nella scena incriminata di Casablanca vediamo prima Ilse e Rick (Humphrey Bogart e Ingrid Bergman) nella stanza di Rick, litigano per la lettera di transito, lei lo minaccia con una pistola, poi si dichiarano (nuovamente) innamorati (e clandestini), si abbracciano. Dissolvenza. Inquadratura di tre secondi della torre di controllo dell’aeroporto. Dissolvenza. Primo piano di Rick che fuma ripreso dall’esterno, affacciato alla finestra della stanza. Ilse è seduta sul divano, e riprendono il discorso. In maniera analoga, nel film di Wong Kar-wai, si svolge la sequenza della stanza 2046. Prima la signora Chan sale e scende le scale dell’hotel in un frenetico montaggio di tacchi, moquette e carte da...

Cani, topi e scarafaggi / L’animale nazista

La distruzione del popolo ebraico è il punto d’arrivo. Ma la weltanschauung che lo ha consentito si è formata nel tempo, ha ricevuto impulso dal darwinismo e si è pienamente configurata quando, con il nazismo, la presenza ebraica ha definitivamente assunto la fisionomia di una minaccia biologica, contro cui era indispensabile intervenire con misure estreme. Ma un aspetto è fondamentale. Nel momento in cui la violenza nazista si è manifestata, la sua logica era costruita attorno a un processo di animalizzazione della società. Uomini e animali non sono mai stati così vicini come nei dodici anni del nazismo trionfante. Il razzismo nazista si è costruito dentro un percorso fortemente interspecifico: agli eletti, uomini e animali superiori, si oppongono i reietti, i sottouomini e gli animali spregevoli. Tre libri ci aiutano a ricostruire questo scenario. Due di recente pubblicazione: Cani, topi e scarafaggi di Luca De Angelis (Marietti 1820) e Bestiario nazista di Jan Mohnhaupt (Bollati Boringhieri). Uno edito nel 2019: Gli animali e il nazismo di Boria Sax (Le Monnier).     Come l’annientamento del popolo ebraico sia avvenuto a partire dal processo di animalizzazione è...

Fedeli a se stessi / Pauline Klein, La figurante

Robert Walser non cercava né la fama né la gloria. No, lui voleva essere dimenticato. Tanto da confessare al fedele amico Carl Seelig, che non smise di andarlo a trovare nei manicomi di Waldau e Herisau fino alla morte nel 1956: “Sono una nullità”. Del resto, molti anni prima, lo scrittore svizzero di Biel aveva affidato lo stesso concetto alla voce del suo Jacob von Gunten. Il protagonista del romanzo omonimo pubblicato nel 1909: “Una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla”.       Tutti e due, Walser e il suo alter ego Von Gunten, erano prigionieri di quello che lo scrittore catalano Enrique Vila Matas ha chiamato “il complesso di Bartleby”. Una sorta di estetica dell’ostinato rifiuto delle occasioni che la vita propone. Il medesimo lasciarsi dominare dalla volontà di farsi da parte che ha reso paradigmatico il personaggio raccontato da Herman Melville in “Bartleby the scrivener: a story of Wall Street”, pubblicato in due puntate e in forma anonima nel 1853 dalla rivista “Putnam’s Magazine”. Quel cocciuto scrivano che insisterà a respingere ogni nuova richiesta del titolare dello studio legale dove lavora con il...

5 maggio 1821 - 5 maggio 2021 / Napoleone: da scrittore a imperatore

“La vita è un sogno breve che si sfarina”. Resta impigliato nei foglietti volanti finiti nei cassetti delle prove non riuscite, questo pensiero degno di Shakespeare o di un poeta novecentesco. Ne è autore un giovane artigliere corso che era stato spedito in continente a studiare in un severo collegio militare, e fiutava il vento, cercava la strada, il varco in cui infilarsi. Acceso repubblicano, seguace di Robespierre, redige dei pamphlets politici in cui spiega con logica stringente a quattro commercianti perché i tentativi di chi ha preso le armi contro la Repubblica non avranno fortuna. Poi tenta un racconto che nella sua ingenuità ha il pregio di prefigurare almeno in parte il destino che attende l’autore.  Pochi foglietti anche quelli, dal titolo Clisson et Eugènie. Clisson è un giovane ufficiale che si ritiene “nato per la guerra”, e si è formato leggendo le vite dei grandi condottieri. Ottiene vittorie che gli vengono avvelenate dall’invidia e dalla calunnia. Disgustato, si ritira in campagna, dove incontra la timida e modesta Eugénie, sorriso incantatore e mani bellissime. Nasce un’unione ardente, perfetta, allietata dalla nascita di tre bambini. In una delle missioni...

Un’intervista / John Hilliard: fotografia aniconica

Che cosa può cogliere – e cosa fa – la fotografia? Se potessimo guardare un’immagine oltre il campo visivo riportato in una fotografia cambierebbe la nostra idea di ciò che è rappresentato? Come sono costruite le immagini fotografiche? Sono queste alcune delle domande cruciali che si è posto l’artista John Hilliard (1945, Lancaster) agli albori della sua carriera. Lo status e l’affidabilità delle fotografie come rappresentazione sono il focus progettuale dell’autore o ci si può spingere oltre? Le componenti essenziali della fotografia – il tempo, la luce e il movimento – nelle sue opere sono presentati attraverso un’indagine tanto analitica quanto iconica che porta gli oggetti d’analisi a essere i soggetti stessi della fotografia. Negli anni '70, ha prodotto pezzi modulari che usavano la velocità dell'otturatore e la dimensione del diaframma e nel 1975-1976 ha lavorato con la messa a fuoco differenziale. Poi si è interessato alla differenza di densità nella pellicola in bianco e nero. L’uso della fotografia allo scopo di costruire un qualche tipo di somiglianza è qui fortemente messo in crisi. Piuttosto il lavoro metodico di Hilliard è un elogio delle qualità specifiche del mezzo...

La macchina del gene / Venki Ramakrishnan, peripezie di un premio Nobel

“Capii allora che non dovevo vergognarmi di ciò che non sapevo perché nessuna domanda è troppo stupida se ti interessa la risposta”.  Detto da un premio Nobel, vale la pena rifletterci. E anche considerando – come annota Venki Ramakrishnan nell’epilogo” del suo La macchina del gene, di recente tradotto e pubblicato da Adelphi – che ai premi Nobel capita sovente di essere invitati in radio o alla televisione dove possono pontificare su qualsiasi cosa, perfino sul futuro del mondo: e quando si diventa famosi all’improvviso, la tentazione può essere grande. Vale la pena rifletterci, invece, perché Venkatraman Ramakrishnan ricorda di averlo pensato a Cambridge, tra il 1991 e il 1992, ai seminari del Laboratory of Molecular Biology, ascoltando le domande di Max Perutz, uno scienziato che premio Nobel lo era già dal 1962 e fondatore dell’LMB in quello stesso anno insieme a Francis Crick e James Watson, gli scopritori del DNA, e a John Kendrew.   Di Crick e Kendrew Perutz era stato supervisore del dottorato, di James Watson advisor post doc: in quel medesimo 1962 che li laureò Nobel tutti e quattro – Perutz e Kendrew per la Chimica, Crick e Watson (insieme a Maurice Wilkins)...

Il Grand Tour / Antropocene: la casa sotto il mare

La noia è un ingrediente essenziale dell’apprendimento: dentro al bordone assordante della noia emergono tanti piccoli suoni interessanti. Allo stesso modo, nella noia dei discorsi antropocenici che in Italia hanno inondato la rete e l’editoria, covano focolai di sapere che bisogna poter estrarre, anche se non è facile, perché più rapido e liberatorio, per chi legge e studia, sarebbe tacciare gli ignoranti di ignoranza, gli opportunisti di ipocrisia, i curiosi di dilettantismo, gli anodini di banalità. È un déjà vu, succede sempre con le mode passeggere, succede sempre di provare frustrazione di fronte a una macchina culturale che rischia di disinnescare, non di portare all’attenzione, qualcosa che purtroppo non è solo una moda passeggera o una macro-categoria magica. Il rischio reale, infatti, è quello di produrre fastidio, usura, atrofia e, per quanto riguarda il doomwriting, il Bel Paese è ormai pieno di scrittori cadetti che tra sbadigli e irrequietezza da buona famiglia decidono di lanciarsi nel Grand Tour dell’Antropocene. Automatismi, ripetizioni, fraintendimenti che ingarbugliano il filo, ma soprattutto lo scivolare sonnolento, da rollio di carrozza, verso uno svago...

Ricette immateriali / U pani ‘e maju

La ricetta immateriale di oggi ci porta in Calabria, un luogo ricco di storia e di tradizioni millenarie. Tra le più antiche usanze di famiglia c’è, U pani ‘e maju, nel dialetto calabrese, che letteralmente sta per pane di maggio, ovvero pane condito con fiori di sambuco. In realtà, si utilizza questa risorsa per una vastità di ricette, combinandolo con pane, pizza, marmellate. La ricetta è diffusa nel territorio e a tramandarla sono le persone più anziane del posto, le quali impartiscono le arti del mestiere per evitare che abitudini storiche vengano disperse.     Siamo davanti a una tradizione millenaria, che trova luogo nei paesini delle Serre calabresi, nel vibonese, in cui generalmente si presentano le temperature più alte. Mia madre, nata in un paesino di 1.631 abitanti, la pratica fin da bambina e racconta di come il fiore di maggio fosse coltivato nel campo accanto a casa sua, accanto ad altri alimenti di uso quotidiano. Il fiore di sambuco raggiunge la fioritura nel periodo di maggio, momento in cui inizia e finisce il periodo di raccolta e di trattazione del fiore. Difatti, le ricette che se ne ricavano sono proprie della stagione primaverile, preparate in...

Due libri sull’autore del “Ring” / Wagner, il genio che divide

Correva l’anno 1976 e si celebrava il centenario della prima esecuzione completa del Ring des Nibelungen di Richard Wagner, quando Pierre Boulez approdò a Bayreuth per un’edizione della Tetralogia destinata a fare storia. In realtà, la storia era destinato a farla soprattutto il suo compatriota Patrice Chéreau, che aveva allora solo trentun anni, e che firmò una regia dirompente, vero e proprio spartiacque fra la tradizione e l’innovazione. Impresa tanto più sintomatica e decisiva in quanto realizzata proprio nel teatro sulla collina appena fuori dalla cittadina dell’Alta Franconia dove i riti wagneriani sembravano destinati a perpetuarsi senza scossoni. Realizzato con sofisticata articolazione “modernista”, lo spettacolo appariva ispirato dalle tesi politiche contenute nel Wagneriano perfetto di G.B. Shaw (1898): gli antichi miti germanici utilizzati da Wagner come metafora dell’aspro confronto-scontro delle classi sociali dentro al sistema capitalistico tardo ottocentesco.   Al suo primo apparire, questa lettura scatenò virulente contestazioni, che però nel giro di pochi anni si trasformarono in consenso incondizionato. Nel 1980, la conclusione del ciclo di rappresentazioni...