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Bach e Prince: vite parallele

 

Il libro inizia con un’avvertenza che mette in guardia il lettore dai dualismi, dalle consorterie, dalle fazioni, ossia da quel sistema di contrapposizioni attraverso cui spesso il mercato alimenta se stesso. Il cuore di un dualismo è l’opposizione: l’uno dev’essere il contrario dell’altro, meglio ancora se l’uno è una reazione all’altro. La semiologia ha mutuato dal latino il termine versus (abbreviato in vs) per indicare i due principi di un’opposizione.

 

Se questo libro rispondesse a tali logiche si intitolerebbe Bach vs Prince, e il sottotitolo sarebbe Vite contro. Ma il libro di Carlo Boccadoro – musicologo, compositore e direttore d’orchestra – pubblicato da Einaudi Stile Libero nella collana di saggistica battezzata, appunto, VS, risponde invece a un’altra logica, e il suo titolo è Bach e Prince, Vite parallele, laddove la congiunzione “e” e l’aggettivo “parallele” ne tracciano subito il senso incipiente.

D’altra parte come fare, anche volendo, a mettere contro due vite così distanti, per geografia, tempo, e contesto, come quelle di Johann Sebastian Bach e di Prince Rogers Nelson, più noto semplicemente come Prince? Sarebbe un’impresa difficile. Non che rintracciare invece dei parallelismi sia più semplice. Ma è proprio qui che sta la bellezza di questo libro.

 

 

Tra le frasi apocrife attribuite a Bach ce n’è una che dice: “Suonare uno strumento musicale è molto facile: basta mettere il dito giusto sul tasto giusto al momento giusto”. A leggere questa frase non si farebbe il minimo sforzo ad attribuirla all’altro protagonista del libro, a Prince, la cui sbalorditiva capacità naturale di polistrumentista può essere riassunta solo nell’equazione del dito, del tasto e del momento.

Del resto essere poli-qualcosa è stata da sempre la cifra di Prince; non solo cantautore, compositore, produttore discografico, ma anche attore, e perfino regista e sceneggiatore, una personalità talmente sfaccettata da non avere eguali nel mondo dello spettacolo. Ma la molteplicità del talento è anche la gabbia che ne ha imprigionato il processo creativo, la smania di controllo, l’incapacità di servirsi degli altri confidando solo su se stesso. Prince, soprattutto al principio della carriera, componeva i brani, li arrangiava, produceva i dischi, sua era la voce e l’esecuzione delle varie parti musicali, faceva tutto da solo perché la sua sorveglianza non poteva circoscriversi a una singola fase, ma doveva per forza espandersi in una regia unica.

 

Anche la musica di Bach ha origine da un talento poliedrico: suonava il violino, la viola, l’organo, il clavicordo e il clavicembalo, da giovane pare che avesse anche una bellissima voce che tuttavia si guastò col passare degli anni. Scrive Boccadoro: “Era in grado di comporre istantaneamente un numero sbalorditivo di variazioni su qualsiasi tema musicale gli venisse proposto […] i resoconti di tutti i contemporanei di Bach pongono la sua bravura in questa disciplina a livelli inarrivabili rispetto a qualsiasi altro musicista vivente”.

Per entrambi si deve parlare di genio. Ma non nel senso che attribuiamo oggi a questa parola, bensì nell’accezione rinascimentale: genio è chi e dotato di “multiforme ingegno”. L’ossessione da cui entrambi erano affetti consisteva in un sogno, una visione così grande da essere di fatto irrealizzabile. Ma è proprio una simile impossibilità la leva che ha mosso le energie dell’uno e dell’altro lungo l’arco delle rispettive carriere.

I punti di contatto sono molti, e non solo a livello germinale, ma anche negli esiti più maturi, e perfino nelle rispettive fasi del tramonto. Carlo Boccadoro ricostruisce minuziosamente i parallelismi fra i due artisti.

 

 

Tanto Bach quanto Prince erano capaci di creare immense architetture musicali facendole sviluppare da elementi minimi (“partire dall’infinitamente piccolo per giungere all’infinitamente grande”).

Entrambi puntavano a un modello di musica fuori dagli schemi. 

La loro spinta propulsiva si realizzava non tanto nel creare nuovi corsi, ma nel mescolare e riunire le tendenze più disparate imprimendo svolte repentine nella storia musicale.

Sia l’uno che l’altro hanno attraversato epoche in cui qualcosa si stava chiudendo definitivamente (il periodo barocco nel caso di Bach, la black music in quello di Prince) contribuendo non poco a traghettare interi mondi verso nuove forme di espressione.

Ci hanno lasciato un patrimonio di un’ampiezza tale da rendere pressoché impossibile una catalogazione esaustiva, impedendoci di conseguenza di comprenderne la totalità dell’opera, la quale rimane ai nostri occhi come un’immensa nebulosa dai contorni sfuggenti.

Entrambi, infine, sono stati accomunati da destini personali pieni di traversie (per Bach la morte improvvisa della madre dei suoi primi sette figli, per Prince il divorzio dalla moglie e la perdita del figlioletto di pochi giorni a causa di una rara malattia genetica) e di malanni fisici (la cecità per Bach, i tremendi dolori articolari per Prince).

 

Il risultato che raggiunge Bach e Prince, Vite parallele, così, è quello di far dialogare due monumenti della storia della musica, sovrapponendo quadri e panorami apparentemente lontanissimi, senza preconcetti, sottolineando anzi il senso di profonda umanità che traspare dall’ascolto delle loro opere, e la vertigine assoluta dei differenti linguaggi musicali, capaci tuttavia di parlare a chiunque secondo il medesimo codice universale. 

“Mi piace credere”, scrive Boccadoro, “che se questi due grandi artisti avessero avuto la possibilità di incontrarsi si sarebbero stretti la mano”.

 

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