Camilla Cederna. Curiosa come sempre

“Curiosa come sempre”: così Camilla Cederna si descrive a pagina otto in Pinelli. Una finestra sulla strage (Il Saggiatore, 2009), il libro sul ferroviere anarchico morto dopo essere stato fermato come sospettato per la strage di Piazza Fontana. La notte in cui Pinelli precipitò da una finestra della questura di Milano, dopo un fermo di quarantott’ore, Cederna ricevette una telefonata da Corrado Stajano e Giampaolo Pansa. Era passata la mezzanotte e lei non riusciva a dormire, scrive nelle prime pagine del libro, perché aveva assistito ai funerali delle vittime della Banca dell’Agricoltura e ne attraversava ancora l’angoscia: “entrata nelle ossa” insieme alla scighera. In poco tempo raggiunse Via Preneste 2, casa Pinelli, “con quel senso di vergogna che prende un giornalista quando entra nella casa del dolore, a tendere il collo sopra il taccuino, a far domande alle volte anche crudeli a chi piange.” Sapeva che era una notte importante, scrive, e per questo si sforzava “di guardare tutto”. 


In Camilla, la Cederna e le altre (Bompiani, 365 pp., Amletica Leggera) Irene Soave ricostruisce proprio questo sguardo raccogliendo circa centocinquanta articoli scritti da Cederna per diverse testate – da "L’Ambrosiano" a "L’Espresso", passando per "L’Europeo"tra il 1939 e il 1991.  Sono pezzi spesso brevi, altre volte più lunghi, in cui Cederna riversa il suo modo di vedere il mondo, e si sforza di “trattare con serietà le cose frivole e con leggerezza le cose gravi”. Quello della frivolezza è un tarlo che la ossessiona dai tempi della tesi di laurea, Anatemi contro il lusso femminile dalla filosofia popolare greca ai padri della chiesa, discussa nel 1934 alla Statale di Milano.

Per tutta la vita Cederna ha provato a raccontare quello che la circondava, dividendosi fra articoli di costume e inchieste giornalistiche che hanno fatto la storia – quasi mai allontanandosi da Milano. Milano che ride e si diverte, / Milano che quando piange, piange davvero /Milano che fatica: la città che ha amato (e che l’ha amata) risuona nei suoi scritti. In Il mondo di Ersilia, 1991, ricostruisce le storie “della Milano di un tempo” raccontatele dalla mamma, Ersilia Gabba, fra le prime laureate in Italia (Camilla visse con lei fino alla sua morte, nel 1972). Nel 1963 scrive dell’ora giusta di un cocktail giusto, “molto affollato e misto, che per di più si svolge in un luogo ristretto, e non ci manca nessuno degli ingredienti necessari perché riesca bene: belle donne, diplomazia e riposo, qualche corona chiusa, adulterio riconosciuto e arrivismo intellettuale, sport il meno possibile, nubilato aggressivo e scapolame di grido, couture con annesse pubbliche relazioni, la solita classe dirigente un po’ esausta, alta banca, caccia a cavallo, turpiloquio aristocratico, editoria progressista, carrierismo a oltranza, qualche avanzo dell’ex entourage di corte”. 

 

La vita da inviata la stancava e in redazione non andava mai, il rumore e il caos la infastidivano: faceva smartworking ante-litteram a casa, in via del Gesù e in via Brera. 

“Tu sì che ti sei scelta un mestiere divertente!”, le dicevano. “Oltre a queste esclamazioni, da dodici anni me ne sento rivolgere altre, che contengono un diverso grado d’ammirazione, ed eccone una: ‘Beati voi giornalisti, vi mettete alla macchina, e giù di balle!’” –  leggiamo in Le pareti nere della contessa di Belminy, scritto nel 1958, uno pezzo intessuto di riflessioni ‘al futuro anteriore’ sul mestiere e sul rapporto tra autori e lettori che non ci stupirebbe trovare nei giornali di domani, in edicola:  “Va detto subito che il giornalista è forse la persona che nella sua vita incontra il maggior numero di seccatori, che sui giornalisti tutti trovano sempre qualcosa da ridire, che, come si è visto, il mestiere di scrivere sui giornali espone più di ogni altro alle critiche.” Nello stesso pezzo si indica la parola “giornalaia” come sinonimo di cattiva giornalista: sono tutte considerazioni che interrogano un tema attuale che riguarda la credibilità e la stima che nutriamo nei confronti di chi si occupa di giornali. 

 

Cederna ha attraversato un’epoca e uno spazio – Milano vicina all’Europa – negli anni del dopoguerra e nei caldi ’60-’70 – e se ne è lasciata attraversare. Interprete della rivoluzione del femminile in un’epoca in cui nelle redazioni non c’erano nemmeno le toilettes per signore, entrò spesso in polemica con le altre voci del giornalismo di allora. Sono le altre nascoste nel titolo – la Aspesi, la Fallaci (e le donne che scelsero di raccontare sulla carta stampata). Aspesi si è spesso definita “allieva” di Cederna: “Sono state Camilla e Lietta [Tornabuoni] a insegnarmi una coscienza civile”. La stessa ha raccontato di aver incontrato Oriana Fallaci a Sanremo di ritorno da Saigon: la giornalista toscana, figlia di partigiani, la spiazzò con una scenata, chiedendole dove fosse, in Vietnam, “il fiume tale”. Aspesi non seppe rispondere, e lei: ‘Ecco chi mandano a fare queste cose importanti!’ L’idea che Fallaci aveva della professione giornalistica traccia un confine significativo rispetto alla ‘poetica’ di Cederna. Le due, infatti, si detestavano sinceramente: non una sterile antipatia personale ma un diverso modo “di interpretare la vita e il mestiere”.

 



Camilla e Oriana sono state entrambe acute interpreti dei fatti del secolo scorso, ragazze, ma avevano posture e punti di vista differenti. Come Cosimo Piovasco di Rondò in Il barone rampante, Cederna sale sugli alberi per “trovare bei posti dove fermarsi a guardare il mondo laggiù, a fare scherzi e voci a chi passava sotto”. Sceglie un punto luminoso in cui stare e da lì scruta il presente, inforca le sue lenti sincere e prova a sbrogliare la matassa, a decifrare gli eventi.
È proprio quella postura, quel modo di vedere le cose, l’attenzione al ‘frivolo’ (e dunque la scelta di dedicarsi al giornalismo di costume) la chiave che le permette di aprire le porte a una riflessione sul femminile e sullo spazio del femminile nel mondo che cambia, e di portarla al grande pubblico. Nel 1967 scrive Le pervestite a partire da “dieci giorni di sfilate parigine”, e individua un nucleo importante impigliato fra la stoffa degli abiti in mostra: un vestito, nel ’67, non è più solo un vestito, ma altro. “Ecco dunque per quel che riguarda le donne, la loro più grande emancipazione attualmente in corso: l’insolente indipendenza da quanto desiderano gli uomini.” Piacere non è più la parola d’ordine: l’attenzione si sposta sul desiderio di ciascuna di piacersi. “Non c’è niente da fare, gli uomini son fatti diversi dalle donne”, scrive nel 1957 in un pezzo dal titolo Discorsi in U. Cederna sceglie di abitare questa complessa differenza, questo solco. In un mondo mediatico profondamente dominato da una narrazione del maschile – e maschilista – Cederna prova a costruire una narrazione del femminile, dando voce a personalità e modi di sentire, rispettando la distanza fra l’essere uomo e l’essere donna.

 

In Camilla, la Cederna e le altre, Irene Soave raccoglie circa venticinque ritratti di donne senza nome, in cui “la buona società milanese riconosceva le più note tra le sue signore”. Nell’anonimità del volto dipinto, un timido squarcio di luce in realtà sembra evidenziare i tratti distintivi di più di un soggetto. La ex bella, La dannunziana, La solissima, La cacciatrice d’uomini, L’eroina, La lettrice di giornali, La seccatrice, La dura d’orecchio, L’ansiosa e L’innovatrice abitano tutte ancora il nostro immaginario comune, coi loro vizi e i loro frivolezze, le debolezze, i capricci.
L’intercalare dell’ansiosa è "un seguito di constatazioni gioiosamente negative. Uno parte? 'Benissimo, staremo a vedere se arriva.'" La misteriosa è quella che spesso, "a metà d’un silenzio", scandisce bene "'So-no-stan-ca', e basta". Infarcisce i suoi discorsi di espressioni come "'chi vivrà vedrà, se son rose, e poi chissà, quien sabe, honny soit, vanitas vanitatum, eh la vita, non si può mai dire, non si può mai sapere, cosa vuoi mai, forse che sì forse che no, lo sa il cielo'". La maligna è l’amica che odiamo, “'Io son fatta male, lo so. Ma il mio difetto è la sincerità: se ho da dire qualcosa, lo dico in faccia'”. In questa galleria di immagini deliziosamente colorate (ma non per questo impietose) spiccano volti notissimi del panorama culturale e politico italiano ed internazionale.  C’è Silvana Mangano, distrutta per un amore non corrisposto, che ricorre ai mirabolanti rimedi di un imprevedibile psicologo francese (con risultati esilaranti). E poi ancora Marilyn Monroe, svelata nei suoi lati più intimamente inediti, la principessa Margaret e suo marito, la regina Elisabetta – figure femminili restituite nel rispetto delle loro personalità intricate, con sguardo “da entomologa”. 

 

Se da un lato questa precisa scelta di campo le permise di farsi perspicace interprete dei cambiamenti del mondo, dall’altro le costò cara nel momento in cui iniziò a seguire il processo del 12 dicembre per "L’Espresso": l’autrice della rubrica Il lato debole non fu ritenuta all’altezza del compito. Così Indro Montanelli le contestava l’improvvisa competenza in materia di bombe: “ero convinto che questi grossolani e rumorosi aggeggi fossero del tutto incompatibili coi tuoi delicati gusti di preziosa merlettaia del costume”. La risposta di Cederna è strepitosa: "Lei scrive molto ma legge poco", scrive in Perché mi occupo di tritolo. E poi ancora dichiarazioni d’amore per il mestiere che ha scelto, e la curiosità, sempre primo motore di tutto, "Me ne sono occupata perché ritengo giusto occuparsi delle cose gravi che succedono nella società in cui viviamo: io sto a Milano, ed è a Milano che sono scoppiate le bombe". Il gesto di dedizione, l’idea di prendersi cura del mondo riversata nel testo e fatta parola. In fondo è questo il senso del fare giornalismo. Provare a dire il mondo, a sviscerarlo nei suoi aspetti infiniti, scrivere la verità, anche se "a volte si corre il pericolo di condanne". D’altronde, l’importante è "combattere una battaglia giusta".

 

Nella prefazione alla penultima edizione di Pinelli, Enrico Deaglio descrive Cederna come “ottimista: per i diritti post mortem di Giuseppe Pinelli, per l’affermazione della Milano migliore. Forse era troppo ottimista”. Sta tutta qui, Camilla Cederna, nel suo sguardo vigile e attento sul presente, proteso a immaginare il futuro, con una buona dose di fiducia. “Ci sono persone che stanno tutte sul bordo dei loro occhi”, ha scritto Daniele Del Giudice in I Racconti – Camilla Cederna era decisamente una di queste. 

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