Gianni Biondillo: l’arte di raccontare la città

La scrittura di e per l’architettura ha subito in questo ultimo decennio un lento tramonto. Non mancano le cronache mondane sui pochi architetti noti (quelli che i giornalisti si ostinano a chiamare ancora star architects), qualche intervista di rito in occasione di eventi eccezionali o della Biennale di turno, pezzi che si concentrano su situazioni curiose o inattese (il grattacielo più alto, verde, sottile; le classiche riserve indiane di genere o età anagrafica; le architetture più cool da visitare durante le vacanze; i progetti per i bambini, gli animali, le piante; le raccolte di ristoranti, librerie, negozi, appartamenti da non perdere...) ma, in fondo, convivo con la sensazione che alla maggior parte della gente non interessi l’architettura o, semplicemente, non la veda come un argomento su cui concentrare la propria attenzione.

Sono scomparse da tempo le pagine sui grandi quotidiani dedicate ad approfondimenti o a particolari questioni legate a questo mondo come invece capita ancora d’incontrare sul Pais, il New York Times o il Financial Times Weekend come se l’architettura non fosse quella cosa che condiziona la nostra vita dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza.

 

La mia non è una lamentela di parte ma una considerazione che parte dall’osservazione di una condizione che ormai si è stabilizzata e su cui è necessario interrogarsi. 

Una delle motivazioni è sicuramente in un atteggiamento snobistico e distaccato di una parte importante delle élite accademiche e della cultura architettonica nazionale che si sono spesso nascoste dietro un linguaggio esclusivo ed eccessivamente specialistico incapace di considerare la comunicazione di una disciplina così importante per la nostra vita sociale come di arte su cui lavorare. La separazione tra accademia e vita reale ha portato molti danni al nostro Paese e al suo paesaggio, fisico e culturale. Ma, insieme, la figura del critico di architettura ha avuto poche possibilità di affermarsi sulle testate nazionali con continuità tranne poche eccezioni come con Pippo Ciorra su Il Manifesto, Fulvio Irace nell’inserto domenicale del Sole XXIV ore o alle bustine di architettura dell’Espresso.

Ma anche in questi nobili casi la scrittura era tutta interna, ombelicale e colta, segnata dal limite di dialogare a bassa intensità con la realtà che circondava queste opere o i suoi autori, come se fosse un tema complementare di cui accennare rapidamente.

 

Una figura che, invece, ha costruito un percorso autonomo e coerente in maniera completamente diversa è Gianni Biondillo, architetto di formazione e mestiere, ormai noto giallista e scrittore italiano, base orgogliosamente milanese, gran camminatore dei territori metropolitani contemporanei. In questi ultimi vent’anni Biondillo ha prodotto libri e una lunga serie di articoli, saggi e interviste che dimostrano come si possa scrivere in maniera differente di architettura, considerandola una forma di narrazione più densa, sporca di realtà ed emozioni, curiosa e figlia di necessari innamoramenti, trasversale e incapace di fissare una scala di riferimento monotonale. 

Io inciampo spesso negli scritti di Gianni che vengono rilanciati nei necessari social e che cerco in originale perché sono certo che posso trovare una chiave di lettura originale sul tema affrontato e, soprattutto, un approccio indipendente e non viziato da interessi di parte sul fenomeno che l’autore sta affrontando.

 

 

Lo sguardo di Biondillo sull’arte e la tecnica che gli ha rapito il cuore in gioventù è ancora libero da strategie di parte, figlio di quell’idea di critica militante che ha imparato da Bruno Zevi nei tempi dell’università e che non ha mai abbandonato consentendo alla sua scrittura di andare al centro delle situazioni, di affrontarle con competenza e freschezza di linguaggio, offrendoci un punto di vista su cui valga la pena di riflettere. 

A conferma di quello che ho appena scritto consiglio a tutti di leggersi Lessico Metropolitano, ultimo lavoro appena pubblicato da Guanda, che raccoglie alcuni dei lavori migliori scritti dall’autore milanese in questi ultimi due decenni e completamente dedicati alla sua relazione con il mondo dell’architettura. Credo sia limitante parlare di una collezione di scritti perché sono certo che Gianni sia tornato a lavorare sui testi originari, oltre al fatto che il libro è impreziosito da alcuni pezzi originali e da una bibliografia preziosa di compendio, ma il risultato finale è un piacevolissimo viaggio nell’architettura contemporanea e l’esempio su come si possa parlare di questo mondo in maniera differente.

 

Alcuni anni fa Biondillo aveva pubblicato Metropoli per principianti e, insieme a Michele Monina, Tangenziali dove, in entrambi i casi, l’autore ha fatto lo sforzo di farci comprendere l’urgenza di leggere e imparare dall’ambiente che ci circonda per cogliere la ricchezza, le storture e la complessità di un mestiere che influenza radicalmente e in maniera capillare la nostra vita.

Gianni da lungo tempo pratica l’arte della camminata urbana, ovvero si arma di una mappa e attraversa lunghe porzioni dei nostri territori raccogliendo immagini, impressioni e osservazioni che si traducono in mappe e narrazioni che traducono il mondo che abitiamo quotidianamente e che raramente vediamo. Si tratta di una disciplina che ormai ha letteratura e corsi universitari (uno di questi tenuto per qualche anno da Biondillo all’Accademia di Mendrisio e mai, inspiegabilmente, atterrato nel nobile Politecnico di Milano), ma soprattutto è un tentativo di mettere insieme architettura, geografia, economia, società e territorio in una lettura unica, imperfetta, circolare che ci consenta d’imparare a guardare il mondo e, quindi, a modificarlo in maniera più consapevole.

 

Ecco, una delle ragioni per cui Biondillo ci parla di architettura, oltre che emergere da un amore impazzito e giustificato per quel mondo, è perché è necessario fornire strumenti critici al pubblico generico per leggere il mondo in cui vive, capirne le ragioni, le ricchezze e gli errori, arrivando al punto di acquisire strumenti critici individuali e collettivi per chiedere soluzioni differenti per il mondo che verrà. La scrittura di architettura è necessariamente politica perché legge il mondo reale che abitiamo. Non basta essere cool e chic discettando della soluzione più alla moda, perché l’architettura non è solamente un abito che portiamo ma è, soprattutto, un ambiente che abitiamo in ogni momento della nostra vita.

Lessico Metropolitano è organizzato per sezioni che variano di scala: si parte vicino, piedi e cuore nell’esperienza della pandemia con uno sguardo dolente sul nostro Paese e sui tanti guasti territoriali che ha prodotto nel secolo passato, la sezione “Carotaggi” è cruda e pasoliniana come necessario che sia. Poi “Urbes” ci accompagna tra Milano, Roma e Napoli, segue l’amore di Biondillo per i grandi comaschi del futurismo e razionalismo italiano, quasi una parentesi dopo tanta attualità. “Industriarsi e disegnare” è uno sguardo incuriosito sul mondo del design, della produzione tra artigianato e industria con gli occhi di un semi-specialista, un altro intermezzo parla di restauro, vecchio amore di Biondillo, memoria della sua tesi di laurea con Dezzi Bardeschi a chiudere con l’ultima, corposa sezione d’incontri eccellenti e dialoghi d’eccezione con alcuni maestri e maestre dell’architettura italiana recente.

 

Ad aprire e chiudere due testi importanti, quelli in cui la scrittura di Biondillo che è una pasta ben lavorata tra precisione della materia e degli spazi, scrittura asciutta ma non esente da forti emozioni una inarrestabile vena di auto-ironia con cui l’autore di difende, emerge con maggiore chiarezza.

In fondo al libro il suo “Tirocinio urbano” è un racconto innamorato dalla prima, importante esperienza da architetto e, insieme, un bel racconto di un frammento di Milano e milanesità architettonica.

Mentre “Dar via il cool” è un sottile richiamo alla realtà e alla verità delle cose, oltre che dei problemi che dobbiamo affrontare senza perdere leggerezza e diritto alla visionarietà spiazzante per tornare a dare senso a uno dei mestieri più belli e difficili del mondo: l’architetto. Con la speranza, come dice Biondillo, di non morire necessariamente “eleganti” e “cool” ma di ritrovare quella vena, nella scrittura e nel disegno, che ci riconnetta al mondo e alla sue naturali inquietudini.

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