Il pane di Edith Bruck

L’ultimo libro di Edith Bruck, Il Pane perduto, apre e chiude sulla stessa immagine luminosa. Lei bambina, i capelli biondi stretti in due treccine, che a piedi nudi corre felice nelle vie di Tiszakarád, il villaggio in Ungheria dov’è cresciuta e dove a 13 anni la sua vita si è spezzata. Da quel giorno la sua memoria si lacera fra il prima e il dopo. Prima di Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen – quando il futuro è una promessa. Dopo la morte della madre, del padre e tanti altri. Dopo il ritorno a un mondo che non la vuole. Dopo. Quando con fatica un’altra vita sboccia e nel modo più inaspettato prende forma. 

 

Il Pane perduto (La Nave di Teseo, 128 pp.), candidato allo Strega dal giornalista ed ex parlamentare Furio Colombo, che l’ha definito “un bel libro su una storia atroce: una contraddizione impossibile che lo fa ancora più grande” – ricuce questo squarcio con il pudore e la poesia che da sessant’anni Edith Bruck riversa nel suo dire e testimoniare l’indicibile. È un esercizio vibrante di memoria, ostinato e a tratti testardo, che non arretra neanche davanti alla realtà più cruda ma la restituisce senza morbosità, voyeurismi, pugni allo stomaco – quello che in inglese si chiama trauma porn. 

Si esce scossi da questo racconto ma non ci sono lacrime facili. Resta invece dentro un dolore profondo – sordo, rabbioso – perché Il Pane perduto non è solo la vicenda di una ragazzina inghiottita dalla Shoah ma chiama in causa l’essenza stessa di una comune umanità. Fra storia e ricordi, in queste pagine si compone quell’arco universale che dall’alba della vita scorre al tramonto, fino alla premonizione della fine nell’offuscarsi degli occhi e della memoria. 

 

“Al primo segnale di un’improvvisa amnesia, che per chiunque sarebbe stata normale, anche per l’età, io restai senza fiato”, scrive Bruck. “Mi mancava l’ossigeno, come se stessi perdendo la vita stessa. ‘Tu come scrivi? Come scrivi?’ chiedevo allarmata a Olga, la donna ucraina che dopo la fine del mio amato marito è rimasta con me, incapace di vivere sola, e mi è una buona sorella”. 

Non ricordare è una condanna atroce per chi come lei ha scelto di farsi memoria. Tanto più che quest’elegante signora di 88 anni è così lucida da cogliere le sue esitazioni, i passi falsi, i momenti di buio. E sa, perché l’ha vissuto sulla sua pelle, quant’è friabile la nostra capacità di essere nel mondo. 

Per undici anni come narrato nel bellissimo Una rondine sul termosifone (2017) si è presa cura dell’amatissimo marito, il poeta e regista Nelo Risi, consumato dall’Alzheimer al punto da non riconoscere più la sua sposa. L’ha guardato smarrirsi in un mondo di ombre e da allora è diventata testimone degli anziani, delle loro fragilità, dei loro bisogni tanto spesso inascoltati fino a essere chiamata a fare parte della commissione per la riforma del sistema di assistenza agli anziani del ministero della Salute.

 

“Ti prego, per la prima volta ti chiedo qualcosa: la memoria, che è il mio pane quotidiano, per me infedele fedele, non lasciarmi nel buio, ho ancora da illuminare qualche coscienza giovane nelle scuole e nelle aule universitarie dove in veste di testimone racconto la mia esperienza di una vita”, implora nell’accorata Lettera a Dio che conclude Il Pane perduto e ha fatto da preludio alla visita privata di papa Bergoglio a fine febbraio. 

E in una corsa contro il tempo, prima che i ricordi di una vita affondino nel silenzio li consegna alla scrittura. Quando infine Olga (“il mio angelo custode”), alla domanda “come scrivi?” evoca la parola dimenticata, computer, “all’istante, spaventata, ho deciso di sorvolare a ritroso sulla mia esistenza, in tempo, essendo sulla soglia della fine dietro la porta, con la vista di lince aggredita dalla maculopatia”. 

Nasce così Il Pane perduto che i toni sospesi di una favola subito trasporta il lettore nel villaggio dell’infanzia di Edith Bruck, oggi poco più di duemila anime al confine fra l’Ungheria e la Slovacchia. “Tanto tempo fa c’era una bambina che, al sole della primavera, con le sue treccine bionde sballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida. Nella viuzza del villaggio dove abitava, che si chiamava Sei Case, c’era chi la salutava e chi no”. 

 

Come nelle storie dei fratelli Grimm, la fiaba presto si ribalta nel suo contrario. Nel villaggio i venti dell’antisemitismo soffiano di buona lena. “Gli ebrei andavano alla sinagoga a testa china, lungo i muri come fossero ladri o clandestini. A volte i giovani gli tiravano la barba o lo facevano finire nei fossati”. La bambina Edith, ultima di sei figli, sa già di essere “soltanto un’ebrea” così come sa di essere povera. Eppure nel ricordo è felice. Ama i suoi. Parla con la bambola, pensa, chiede. Scrive. 

Succede subito dopo la Pasqua ebraica, quando in ricordo dell’uscita degli ebrei dall’Egitto per sette giorni si mangiano azzime. A sera la madre ha impastato la farina donatale da una vicina per il pane alla fine della festa. Quando all’alba sta per infornare, i gendarmi bussano alla porta. Nel caos che segue non smette di parlare di quelle pagnotte – il pane perduto che dà il titolo al libro. Prima di lasciare l’Egitto gli ebrei mangiano azzime perché non c’è stato il tempo di far lievitare la pasta, ma questo è un altro genere di Esodo. 

 

 

Quello che accade dopo, Edith Bruck l’ha raccontato in un’infinità di occasioni e ogni volta quel dolore si è rinnovato. Il treno (“nessuno poteva dire se il viaggio stesse durando molto o poco, il tempo reale, come la mia infanzia, era sparito e quello interiore ciascuno lo viveva solo secondo i propri sensi). Il ghetto. Un altro treno. Auschwitz. All’arrivo Edith è spinta a destra con la sorella Judit. La madre va a sinistra. Non la rivedranno più, come non rivedranno il padre, il fratellino Jonas e tanti altri. “Poveri nonni e zie, e zii, dove saranno finiti tutti? E le sorelle e i fratelli della mamma?”. 

 

Dalla primavera del 1944 alla liberazione, le due sorelle attraversano tutti i gironi dell’inferno concentrazionario. Dopo Auschwitz, Kaufering, Landsberg, Lande, Dachau, Christianstadt e infine Bergen Belsen. “La fame, i pidocchi, la paura di essere selezionate, le malattie e i suicidi contro il filo spinato ed elettrificato ci occupavano la mente di giorno e di notte. Giorni e notti che sembravano mesi, anni. Io non piangevo più per la mamma, dovevo pensare ai pidocchi che portavano il tifo petecchiale [...]”.

Sopravvivono, fanno ritorno e scoprono la realtà non è come l’avevano sognata nei campi. Sono costrette a fare i conti con l’indifferenza e l’ostilità che tanti altri sopravvissuti – da Primo Levi a Simone Veil – hanno raccontato. “La gente era respingente ovunque, frettolosa, impaurita, sospettosa, snervata e desiderosa di liberarsi di noi al più presto”. Nessuno, neanche i familiari, vuole  parlare del passato. “Tra noi e chi non aveva vissuto le nostre esperienze s’era aperto un abisso, [...] noi eravamo diverse, di un’altra specie”. 

 

Al villaggio trovano la loro casa devastata, i vicini astiosi e si separano. Nel settembre del 1948 Edith raggiunge Israele. Lo Stato è nato da pochi mesi e non è quella terra del latte e del miele di cui le parlava la madre. La situazione è tesa e il contrasto tra i sopravvissuti (“noi inermi, martiri dei ghetti e dei campi, affamati di amore e di pace”) e “l’ebreo nuovo”, che si fa pioniere, soldato e padrone del suo destino, è bruciante. Tornano in mente i sopravvissuti che abitano certe pagine di Amos Oz e David Grossman. Uomini e donne considerati folli, schivati e relegati ai margini.

Edith si sposa e assume il cognome Bruck che ancora oggi usa. Si separa, fa le pulizie in un ospedale, la cameriera. Per evitare il servizio militare si risposa e lascia Israele con un piccolo gruppo di ballo. Dopo la Grecia, la Turchia e la Svizzera, la tournée la conduce a Napoli. È il 1954 ed è l’inizio di un’altra storia che incanta perché coglie nel suo farsi una rinascita impossibile e al tempo stesso così naturale da sembrare inevitabile.

 

Le pagine che Edith Bruck dedica all’Italia, che diventerà il suo paese d’adozione, traboccano di sole e colori, musica e calore umano. Per la prima volta nel suo lungo peregrinare si trova bene. Si trasferisce a Roma, inizia a scrivere e sceglie di farlo in italiano. La madrelingua scende nel profondo – strazia, risuona, evoca. La lingua nuova le consente invece di costruire distanza, posare lo sguardo sull’orrore e pronunciarlo. Un altro scrittore sopravvissuto alla Shoah, Aharon Appelfeld, ha fatto la stessa scelta. Emigrato in Israele da ragazzino, ha rinunciato al tedesco, la sua madrelingua. Ha imparato con fatica l’ebraico e in quella lingua ha scritto per tutta la vita. 

 

Il primo libro di Edith Bruck esce nel 1959. È un racconto autobiografico intitolato Chi ti ama così ed è la prima tappa di una carriera scandita da altri libri, poesie, lavori per il teatro e il cinema, traduzioni, incontri nelle scuole, interviste. Il primo passo di una vita piena di amici, libri, incontri, viaggi, amore e riconoscimenti. Appiattirla nel ruolo di sopravvissuta, come a volte si fa, è riduttivo perché Edith Bruck è prima di tutto una scrittrice e alla scrittura ha affidato il filo dei suoi giorni.

 

Oggi, dice chi la conosce, attraversa un momento difficile. La pandemia l’ha costretta a un isolamento e a una solitudine che non le appartengono e fatica a riconoscersi in un mondo incattivito – dove i vecchi sono diventati un peso, l’intolleranza è la norma e i fascismi rifioriscono. Nelle ultime pagine del suo libro confessa, lei che all’odio ha sempre opposto la pietà, di aver sentito affiorare negli ultimi tempi un filo di risentimento per gli onori che le vengono tributati e per una realtà che ha cercato di sopprimerla. 

E da tempo nelle cerimonie pubbliche spesso il suo cuore torna lì dove la vita era una meravigliosa promessa. “Imbarazzata, emozionata, sdoppiata, scissa da me stessa e forse felice per ciò che stavo vivendo, mentre camminavo sul tappeto rosso, mi aveva preso una nostalgia dolorosa di me scalza, in corsa nella tiepida polvere della primavera sulla viuzza di Sei Case dove ero io, senza passato, solo futuro, una vita fa”. 

 

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