Il tuo due per mille a doppiozero

La voce dei numeri e il silenzio degli uomini

La pandemia del 2020 ha avuto una conseguenza positiva: ha provocato una sorta di risveglio civile e individuale durante il quale problemi di natura etico-morale-politica, che si credevano ormai prerogativa della ricerca accademica, sono tornati protagonisti della discussione pubblica e privata. Giornalisti, scrittori, filosofi, scienziati e frequentatori di social e agorà virtuali hanno scoperto che è inevitabile dibattere sul senso della vita e sui valori in base ai quali si prendono le decisioni sia a livello personale che collettivo. Le grandi domande esistenziali: che cosa ha valore? Qual è lo scopo della politica? Chi decide e perché? Sono nuovamente attuali e non hanno più una risposta obbligata.

Queste domande sono diventate urgenti perché, in conseguenza della pandemia, la società si è trovata a dover scegliere tra valori incommensurabili: salute o libertà, sicurezza o socialità, uguaglianza o economia. E queste alternative sono scelte esistenziali che non possono essere ridotte a calcoli amministrativi. Prima della pandemia, una costellazione di valori condivisi, storicamente assestata e implicitamente accettata dalla comunità dei cittadini, ha consentito di evitare questi dilemmi spinosi per molti anni. Le grandi battaglie su divorzio, aborto, omosessualità erano state combattute e il loro esito più o meno accettato da tutti. La cosa pubblica era diventata, sostanzialmente, un fatto amministrativo e alla politica si chiedeva di fornire amministratori capaci.

 

In un contesto di relativa tranquillità i cittadini erano caduti in una specie di torpore etico-morale in cui un generico buonismo (chi non vuole essere buono?) consentiva a tutti, senza far nulla, di sentirsi dalla parte migliore della comunità. Il virus, si è visto, ha cambiato tutto questo, ponendo molte persone di fronte a aut aut difficili cui non erano più abituate. Molti si sono resi conto che la vita è scelta e che la scelta non è abbracciare una opzione privilegiata. Questa scomodità etico-epistemica ha costretto molti al confronto di idee come non si vedeva da tempo. 

In particolare, l’occhio del ciclone della discussione è stato quello del rapporto tra esperti e cittadini nell’essere protagonisti delle decisioni chiave durante la pandemia: il cittadino è libero di prendere delle decisioni in un momento di emergenza (il famoso stato di eccezione di Agamben) o deve essere messo sotto tutela dal potere politico a sua volta “guidato” dal sapere incarnato dalla comunità scientifica? A questa domanda si è risposto prima con la paura, accettando di fatto una subordinazione dei cittadini al potere politico a sua volta sottomesso al parere di comitati scientifici che, di fatto, lo deresponsabilizzavano. 

 

Un esempio, molto semplice, sarà utile a comprendere la differenza tra valori e sapere scientifico. Il tema è decidere quando sacrificare un valore (per esempio, la libertà di movimento) per difendere un altro valore (la salute). Quando sacrificare il primo con un lockdown indiscriminato per salvare il secondo? In quest’anno passato, troppo spesso la discussione è stata presentata in termini assoluti come se, di fronte alla difesa della vita, non ci fossero margini per decidere. E invece, proprio in questi casi, c’è sempre una decisione libera, implicita o esplicita. Per rendersene conto, consideriamo tre casi ipotetici. Nel primo caso il virus ha un indice di mortalità pari a x. Se x fosse pari al 30%, come nella peste nera del Boccaccio, quasi nessuno vorrebbe rischiare. Nel secondo caso, la mortalità è pari a 0,00001%, come nel caso di alcuni virus minori normalmente endemici. Stavolta nessuno pensa di chiudere le persone in casa. Infine, nel terzo caso, quello reale, l’indice di mortalità x è compreso tra questi due estremi. Per quale percentuale di mortalità scatta la decisione di sacrificare altri valori (movimento, libertà, economia)? Non c’è una soglia implicita nei numeri. Ci possono essere soglie che scattano automaticamente una volta decise, ma le soglie sono il frutto di una decisione: i numeri non parlano da soli.

Questi e altri casi hanno messo molte persone a faccia a faccia con l’irriducibile fondo esistenziale della politica e delle regole accettate dalla collettività. Tre libri in particolare hanno intercettato questa richiesta di senso. 

 

 

Il primo è Epidemie e controllo sociale, di Andrea Miconi, un breve pamphlet scritto appassionatamente dopo la prima ondata nel quale si analizza la torsione etico-morale delle strategia con cui si è affrontata la pandemia, mostrando come si è passati in poche settimane a un clima di propaganda etica (Miconi, 2020). Il testo è una collezione degli orrori mediatici nei quali spicca l’episodio in cui una giornalista televisiva si rammarica che le persone rispettino le regole per non poter fare la quotidiana paternale contro la mancanza di responsabilità dei cittadini. Miconi sottolinea come «una emergenza tragica non giustifichi la privazione dei diritti e renda non meno ma più necessario riflettere sul futuro della società». Usando la strategia della colpevolizzazione dei cittadini si è giustificata l’applicazione di normative punitive e si è incoraggiata la diffusione di atteggiamenti superstiziosi nonché di tendenze delatorie. I valori liberali che erano dati per scontati, ma forse poco interiorizzati, hanno rapidamente lasciato il posto a un desiderio di appartenenza alla comunità dei giusti definita dalla conformità con un pensiero unico, più che da ragionamenti razionali fondati empiricamente. Un nuovo perbenismo si è diffuso nel paese. Come nota Miconi, «la reclusione domiciliare è stata codificata come obbligo morale, come prova di dedizione civile, come discrimine – letteralmente – tra i sani e i patogeni, tra chi rispetta la comunità e chi non sa tenere a freno gli eccessi individualistici». Il virus è stato affrontato con toni moralistici invece che con argomenti scientifici.

 

Il punto nodale, molto ben colto da Miconi, è che è mancato «uno Stato capace di trattare i cittadini da adulti». In altri termini, non c’è stata una discussione sui valori e sul senso delle scelte che si richiedevano di fronte a una minaccia inaspettata. La società, abituata a essere amministrata, non ha saputo condursi e ha cercato una mano forte che la guidasse innescando quello che, in base alla teoria dei media, si definisce “spirale del silenzio” e che «porta alla messa al bando delle opinioni percepite come minoritario e il conseguente isolamento di chi le sostiene».

È molto significativo che Miconi colga come fattore chiave la riduzione dell’azione umana alla sfera economica, ovvero l’appiattimento della dimensione polivaloriale dell’esistenza personale alla mono-dimensionalità della quantificazione economica e, aggiungo io, scientifico-sanitaria.

 

Di questa mancanza di valori parla diffusamente il secondo testo, Virus e Leviatano, di Aldo Maria Valli, un agile saggio che descrive i mesi della pandemia dal punto di vista della progressiva erosione dei meccanismi democratici e della perdita di autonomia da parte dei cittadini (Valli, 2020). Secondo l’autore, di fronte alla minaccia del virus, i meccanismi della politica sono stati messi in discussione e sono stati, di fatto, scavalcati in nome dell’emergenza. Quello che è più grave, secondo Valli, è che i cittadini non hanno protestato e, anzi, hanno accettato il principio secondo cui l’esercizio dei diritti fondamentali della persona sarebbe una concessione per tempi felici. Si tratta di una conclusione preoccupante per due motivi. Il primo (su cui torno) è che la democrazia dovrebbe essere un fine a se stesso e non soltanto un sistema di governo strumentale al benessere. Dovrebbe essere, cioè, un valore civile e non un mezzo. Il secondo è che la bontà di un sistema di governo si dovrebbe vedere anche nei tempi di crisi. Se passa l’idea secondo cui altre forme di governo più centralizzate in cui quote di responsabilità sono sottratte ai cittadini, allora non si vede perché non preferirle anche in momenti storici più tranquilli. 

 

Insomma, Valli mostra come il rischio pandemico abbia con facilità indebolito il tessuto democratico del nostro paese (e, aggiungo io, di altre nazioni europee) perché, anche prima della pandemia i valori civili avevano cessato di essere al centro della vita politica e personale delle persone. Parafrasando il filosofo Günther Anders, ci siamo venduti come servi in cambio di protezione perché, in fondo, eravamo già auto-asserviti. Era un prezzo piccolo o nullo da pagare. Secondo l’autore, la «democrazia rischia di finire in democratura» determinando una serie di fenomeni sociali pericolosi come la condivisione del dispotismo, l’intolleranza verso le opinioni individuali, l’uso dei media come propaganda, la deresponsabilizzazione della politica, la sottomissione ai comitati scientifici, l’imposizione di regole superstiziose, nuove forme di moralismo. Tutto questo è avvenuto anche perché i bacini tradizionali di valori etico-morali – la politica, le religioni, gli intellettuali – hanno in gran parte taciuto di fronte allo stato di eccezione realizzando previsioni da tempo avanzate da autori come Agamben, Benasayag, Eco, Chomsky, Levi-Strauss, Anders, Schmitt, Marcuse, Canetti e persino Hobbes. Conclude Valli,  «abbiamo ceduto la democrazia e la libertà in cambio di un simulacro di sicurezza […] La scienza (in questa sua versione ridotta e distorta, molto simile alla superstizione) diviene così il grimaldello che fa saltare le garanzie costituzionali […] Scienza, Salute e Sicurezza diventano le tre persone che formano una trinità incontestabile». 

 

 

Uno dei cardini di questo processo, sarebbe il rapporto tra competenza e libero arbitrio e quindi tra scienza e politica. Ed è qui che il terzo libro è fondamentale, L’ingranaggio del potere, di Lorenzo Castellani, che si interroga sui meccanismi del potere (Castellani, 2020). Il saggio di Castellani, scorrevole ma completo, dimostra come la democrazia oggi sia debole di fronte alla promessa di un governo tecnocratico dove l’arbitrio delle scelte individuali è sostituito con la presunta competenza di comunità di tecnici. 

La decisione individuale (la scelta libera delle persone) non è più vista né come un valore in sé né come l’esercizio di un diritto inalienabile. La scelta personale è solo strumentale al raggiungimento di parametri quantificabili in modo oggettivo attraverso processi decisionali che solo gli esperti possono valutare e formulare. In un mondo sempre più complesso, l’illusione Sette-Ottocentesca della libera determinazione delle persone viene vista come un mito pericoloso, tollerabile quando tutto va bene e completamente irrealistico nei casi di emergenza, come appunto la pandemia. 

 

Secondo Castellani, «la riduzione a un unico parametro apre la strada alla dimensione post ideologica della politica» e, quindi, «se la politica si riduce a competenze tecniche che rincorrono l’unico fine dell’efficienza a che cosa servono spazi e istituzioni di confronto tra opinioni e valori differenti?» L’eliminazione del valore politico dell’opinione personale, non valutata in quanto conforme alle deliberazioni degli esperti, porta all’impoverimento del tessuto sociale su cui è fondata la democrazia e all’eliminazione della cornice valoriale che è necessaria all’esperienza di senso e significato. Già Weber, aveva sottolineato che l’uomo di scienza è incapace di trovare, nel suo operare, i fini che muovono l’essere umano e le idee di libertà, salvezza, felicità «restano estranee alla scienza come professione». 

La tecnocrazia non è un’opzione auspicabile, non perché non sia efficiente, ma perché non esprime quell’agire del politico che «tocca sempre il fondo non razionalizzabile della vita umana». In proposito Castellani nota che «la tecnocrazia vede la politica come un problema e non come una soluzione» e questo non è bene, perché la politica è l’espressione del valore irriducibile della persona.

La lotta mortale tra scienza e politica è ben lontana da quel matrimonio felice che viene suggerito dai media. Come nota ancora Castellani «sul piano politico, emergono profonde differenze tra l’antica rappresentanza e quella tecnocratica. La prima trovava il suo centro nel rapporto tra uomo e società, cioè in un rapporto tra uomini con altri uomini; la seconda lo trova in un rapporto tra uomo e conoscenza tecnico-scientifica, che si risolve infine in un rapporto tra competenze tecniche svincolate dell’uomo». 

Castellani coglie molto bene il rapporto tra valori e conoscenza, i primi liberi e la seconda invece assoluta. Se il giudizio tecnico sostituisce il giudizio politico, si è compiuto un errore di categorie e «ogni decisione potrà essere soltanto vera o falsa […] il tecnico che pensa di conoscere a fondo un certo argomento mal tollera che le sue tesi incontrino opposizioni e resistenze ed è inevitabilmente tentato di attribuirle all’ignoranza o alla malafede». Credo sia impossibile non riconoscere in queste parole molti degli esperti che hanno riempito i canali televisivi negli ultimi mesi.

 

In breve, tutti e tre i saggi affrontano il tema del rapporto tra scienza e politica, tra sicurezza e libertà, mostrando i meccanismi che, in questa fase delicata, portano a dare diversa importanza a diversi valori. La pandemia è la declinazione corrente di questa eterna contrapposizione tra valori e acquista un significato diverso se vista in questa prospettiva.

 In una società libertaria è importante che l’emergenza non sia una scusa per dimenticare che la democrazia è un fine e non uno strumento. La scelta libera è un diritto e uno spazio irriducibile, non una concessione né un mezzo. 

La tecnocrazia è una deriva perché crea un clima culturale in può esservi esistere solo un mono-pensiero, che corrisponde alla conoscenza scientifica, ma che non può esprimere il giudizio di valore, irriducibilmente personale, delle persone. La scienza produce conoscenza, non giudizi. Confondere il piano dei giudizi di valore con quello del sapere è pericoloso perché il primo è esistenziale e irriducibile, mentre il secondo è empiricamente determinato e concettualmente falsificabile. 

Durante il 2020, molti cittadini e intellettuali, impauriti dal virus, hanno rinunciato ai loro diritti, sospeso l’esercizio della scelta di opinione, accettato che la politica (che dovrebbe essere l’espressione della loro scelta libera) fosse sottomessa a un potere più grande rappresentato dalla presunta capacità salvifica della scienza. La scienza e la tecnologia, da consiglieri e servi dell’uomo, sono diventate sue padrone. In questo modo si erodono gli spazi della politica in nome di una presunta verità unica, ma, come ha scritto Castellani, «dietro ogni tentativo di annullare la politica come processo di discussione si nasconde un pericolo dispotico». 

 

Insomma, di fronte alla paura per la vita, bisogna evitare di rinunciare ai propri diritti esistenziali e civili. L’antidoto c’è: una politica forte, espressione di una coscienza civile e personale altrettanto forte. Purtroppo per noi, Miconi, Valli e Castellani ci hanno mostrato come la debolezza del tessuto valoriale della società possa, in un caso di emergenza, indebolirsi e lasciare che presunti salvatori si manifestino promettendo di risolvere i problemi che una politica debole non è in grado di affrontare. È un’illusione che andrebbe combattuta, non solo a livello istituzionale e governativo, ma anche personale e individuale. 

Come ho scritto sopra, gli esperti non possono sostituire i cittadini. La conoscenza non è mai un giudizio di valore; supporta ma non sostituisce la scelta personale che è un fatto di esistenza e non di calcolo. In ogni decisione si nasconde sempre una scelta: i numeri parlano da soli, ma solo quando gli uomini hanno perso la loro voce.

 

Riferimenti

Castellani, L. (2020). L'ingranaggio del potere. Macerata: LiberiLibri.

Miconi, A. (2020). Epidemie e controllo sociale. Bologna: ManifestoLibri.

Valli, A. M. (2020). Virus e Leviatano. Macerata: LiberiLibri.

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