Le nostre solitudini

Potrebbe anche darsi il caso che l’originalità di un’opera letteraria sia una questione da capire non solo nella sua ontogenesi, ma anche nella filogenesi da cui fiorisce. Enti di ragione, di Marta Cai (SuiGeneris, 2019) colpisce il lettore con una vividezza non facile da definirsi: certo, la sua densità e la sua compattezza sono potenti, la “voce” dell’autrice è tanto singolare da lasciare interdetti, cioè è radicalmente femminile, ma contemporaneamente assai distaccata e lontanissima da coloriture di genere. Si tratta sì di un libro di racconti (otto), connessi tra di loro in maniera tale da costruire per altra via un vero e proprio “universo romanzesco”. Ma i tavoli su cui si giocano queste connessioni sono molti, sono diversi, asincroni, strani e affascinanti. Dove un’autrice come Elizabeth Strout costruisce il suo mondo con la maestria di chi sa come convocare attorno a un carattere forte (Olive Kitteridge, intendo dire, Fazi, 2009) una varietà di racconti-satellite, Marta Cai edifica la solidità e l’unità della sua creatura letteraria in virtù di un’architettonica che, anziché basarsi sulla forza gravitazionale di un personaggio, compone uno sgranato campionario umano disponendone i rappresentanti in una rete di relazioni reciproche interessantissime.

 

Così facendo pone con grande estro una questione teorica – anzi la ripropone con le qualità per nulla ancillari della narrativa rispetto alla riflessione filosofica – che è determinante anche in termini esistenziali, vale a dire la riflessione sulla condizione di solitudine di noi individui e sulle nostre reciproche relazioni che ci attraversano e che in maniera complessa e infine misteriosa ci determinano (ma non del tutto). Queste relazioni a loro volta sono da noi incessantemente inventate nel pensiero, nel desiderio, sono da noi esistenzialmente rincorse, cercate, ma spesso poi ci ripiombano addosso e dobbiamo allora eluderle, in un movimento fondante e contemporaneamente ermeneutico senza sosta. Si tratta della condizione umana che l’autrice disegna senza nulla togliere alla sua disperata tonalità (al costitutivo fitto intrico posto tra noi e le vie d’uscita), ma che colora tuttavia con un profondo umorismo, con un calorosissimo aderire alle nostre debolezze insanabili, con un’empatia intelligente, festosa, mai sprezzante e però altrettanto mai indulgente. È un libro che ti inchioda. È un libro di una spietatezza, una durezza e una fermezza assolute. Eppure è così dolce, così attaccato alla vita, così simpatico e divertito. Non si può non ricorrere a ossimori per raggiungere una descrizione di quest’opera che almeno l’approssimi.

 

Disegno di Marta Cai

 

A partire dal titolo. Siamo noi quegli enti? Siamo prodotti dalla ragione? O sono piuttosto i personaggi della finzione letteraria e le relazioni che nella finzione vengono statuite? O meglio ancora, non saranno le nostre interrelazioni vere e proprie a essere enti di ragione? L’espressione, filosoficamente pregna, deriva da Leibniz ed è narrativamente giocata in modo dialettico, brillante e ironico. In prima approssimazione sì, siamo proprio noi e le relazioni tra noi a essere enti di ragione, nel senso che ciascuno di noi è visto come individuo irriducibile, ma angosciato da tale irriducibilità, cioè dalla solitudine, cui peraltro si oppone la nostra altrettanto fondante impossibilità di esistere da soli: ed ecco lo scaturire delle nostre reciproche relazioni. In ogni caso la più immediata accezione di “ente di ragione” è quella di un ente non reale, che abita in un regno diverso dalla realtà. Ma ecco che in esergo l’autrice pone una citazione di Leibniz che colloca fin da subito tutte le nostre pedine in una situazione instabile: “La relazione può essere detta un ente di ragione, sebbene sia simultaneamente reale”. Ora, qui il gioco fra immaginazione e realtà si pone alla base stessa del raccontare e lo fa portando su questo terreno alcune novità davvero interessanti.

 

Per cominciare è possibile individuare all’opera in questo testo un’idea filosoficamente complessa e molto sofisticata del rapporto fra ragione (immaginazione? finzione?) e realtà. Innanzitutto viene da chiedersi perché enti come quelli matematici siano normalmente considerati enti di ragione e, per esempio, i personaggi letterari no, o almeno non allo stesso modo. Mi segnala l’amico filosofo Alberto Voltolini (di lui si vedano How Ficta Follow Fiction. A Syncretistic Account of Fictional Entities, Springer Netherlands, 2006 e Finzioni. Il far finta e i suoi oggetti, Laterza, 2010) un passo di Wittgenstein dove si incrocia questo tema: il filosofo austriaco esamina la domanda se si arriverà, nello sviluppo infinito di π, a una certa sequenza, per esempio “770”, e ipotizza che qualcuno risponda a questa domanda dicendo “Finora per questa domanda non esistono risposte”. E aggiunge questa considerazione, rilevante nel contesto che stiamo discutendo: “Ad esempio potrebbe rispondere così il poeta a cui si chiedesse se l’eroe del suo racconto ha o non ha una sorella. – Cioè, potrebbe rispondere così se non avesse ancora deciso nulla in proposito” (Osservazioni sopra i Fondamenti della Matematica, IV, #9). Un argomento interessante di studio potrebbe in effetti essere quello che cerca nello sviluppo del pensiero filosofico le mutue relazioni fra “opere dell’immaginazione”, in particolar modo letterarie, e “enti di ragione” (si veda, di Guido Giglioni, giusto per fare un esempio riguardo a Tommaso Campanella: The Metaphysical Implications of Campanella’s Notion of Fiction, in Bruniana & Campanelliana vol.18, no. 1, 31–41, 2012).

 

Ma si diceva della filogenesi del libro di Marta Cai, che ha a che fare con queste connessioni con Leibniz. Nella grande, benvenuta, biodiversità dei testi prodotti oggi dalla nostra letteratura (che vive, a dispetto di stanchi pregiudizi, un momento di bella fioritura), il libro di Marta Cai è diverso in un modo un po’ diverso. È come se al mercato, dal fruttivendolo che espone mirabolanti varietà di frutti a km 0, tutti diversi fra loro, spuntasse un certo mattino un frutto esotico. Anche lui diverso dagli altri, ma anche diverso dalla diversità di tutti gli altri, perché arriva da un altro luogo e, arrivando da altrove, fa vedere che oltre alla differenza reciproca degli altri frutti c’è anche una loro somiglianza, che senza il frutto esotico non avremmo notato. L’altro luogo, qui, è proprio la diramazione leibniziana da cui filogeneticamente deriva questo testo: un bivio imboccato leggermente prima, che fa apparire tutte le (o molte delle) varie differenze fra gli altri testi comunque apparentate in un’appartenenza globalmente volterriana, ad esempio, o newtoniana, più verosimilmente.

 

Marta Cai

 

Qui si è deviato prima e ora si arriva sul banco del fruttivendolo, insieme e senza attrito con gli altri prodotti, con un frutto che proviene da uno snodo filogeneticamente anteriore. In questa ramificazione pregressa trova spazio una connotazione di “ragione” decisamente non illuministica, poiché con Leibniz possiamo dire che la ragione è un labirinto, non un rischiaramento dalla tenebra. Sono piccoli smottamenti di senso molto interessanti.

Nella visione suggerita dall’autrice stessa (si veda questa intervista qui) ognuno degli otto racconti allestisce un punto di vista da cui guardare a gruppi di altri racconti, in un rimando giocoso e complesso: il tale personaggio dal suo punto di vista vede altri personaggi i quali, nei racconti in cui compaiono, hanno punti di vista a loro volta personali, che coinvolgeranno anche il personaggio tale. E noi nella lettura torneremo sul personaggio tale vedendolo modificato dai punti di vista degli altri su di lui. Ma ecco il gioco: a questo livello il punto di vista del tale personaggio non è più quello che ci è apparso alla prima lettura, perché lui stesso è stato modificato dal punto di vista degli altri. È immediato vedere qui all’opera un divertito, ma serio, gioco di rimandi all’infinito (prendete Teresa De Santis e seguitela e seguite coloro che lei incontra e coloro che costoro incontrano…). E in effetti questo è il nocciolo della lettura del libro, come ho tentato di dire in Voci di cavalle pazze in tempo pandemico (ora in Il primo amore, 26 agosto 2021, pubblicato da Tiziano Scarpa): una infinita produzione di senso di rilettura in rilettura. Forse alla lettura numero n il senso si stabilizzerà, tuttavia non si può predeterminare il valore di n.

 

Tutto ciò detto finora pertiene a un nucleo profondo del testo, del quale però vanno assolutamente dichiarati anche i meriti molto grandi che ha in superficie. È scorrevole, mette in scena personaggi comuni (non dipende mai dalla loro qualificazione sociale il motore del racconto, badanti, ingegneri, studenti, studenti anni dopo, va tutto bene in questa vitalità narrativa), è carico di arguzia, di vis comica. Ma è anche singolare nelle sue procedure, perché le frasi – sempre impeccabilmente scolpite e dal senso nitidissimo – generano frasi successive secondo mosse imprevedibili, sghembe, salti di cavallo, gemmazioni da un aggettivo, ripartenze anziché proseguimenti, e così via, con un raffinatissimo gusto sonoro per le dissonanze e per i ritmi irregolari. È una scrittura danzante, ma più alla Muhammad Alì che alla Nijinsky: sa colpire forte.

 

Il grande piacere del testo che ne deriva è anche tale perché si subodora presto che l’impianto sottostante è robustissimo e che persino nelle più azzardate deviazioni non si perde mai la rotta. Ma questo è proprio il punto, perché il rimando infinito dentro il testo non è una deriva verso un fuori. Anzi, come la realtà è continua e solo un ente di ragione come il calcolo del suo frazionamento infinito ci aiuta a coglierla, così questo libro è pieno come un uovo e altrettanto contenuto da un guscio. Solo al suo interno noi percorriamo strade diverse ogni volta che lo leggiamo, solo scendendo ogni volta in un senso più profondo della frase, della parola, della situazione, del personaggio, approssimiamo questo tutto già dato completo, che è inattingibile da un unico pensiero.

Se poi si vuole giudicare per moda e non per media questo volume, se cioè si vogliono trovare i valori più frequenti in tutto il libro, composti tutti insieme, si vada a rimanere il più possibile in ascolto e in rispettosa contemplazione del racconto intitolato L’attentato: sta a Enti di ragione come I morti sta a Gente di Dublino (ad es. Garzanti, 2008).

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