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Le Radici di Josef Koudelka

Viaggiare è mettersi sulla via, la via verso un luogo o la via verso un tempo, l’ispirazione può venire tanto dallo spazio quanto dalla memoria. Ogni luogo di questo mondo conserva tracce del passato, in quelle tracce si può immaginare un uomo, una civiltà, o perfino un Dio. Per farlo occorrono due cose eminentemente umane: lo sguardo e la ragione. Ciò che non vede lo sguardo lo intuisce la ragione, e ciò che intuisce la ragione si trasforma in sguardo.

Le fotografie di Josef Koudelka – in mostra fino al 16 maggio al museo dell’Ara Pacis a Roma – sono tutto questo. La raccolta è il resoconto di un duplice viaggio, nello spazio e nella memoria del Mediterraneo greco e romano. Radici – questo il titolo – è il risultato di numerose spedizioni condotte dal fotografo ceco tra Italia, Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro e Cipro del Nord, Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania e Croazia, nel tentativo di svelare l’enigma che si cela all’incrocio fra i concetti di origine e di bellezza.

 

 

Un viaggio in cui non si incontra mai l’uomo, ma solo la sua ombra remota, e in cui il protagonista assoluto della scena è il silenzio.

Koudelka, venuto alla ribalta del mondo della fotografia per aver raccontato gli eventi della Primavera di Praga, intesse in filigrana un discorso politico. Le rovine del resto sono segni, ferite, sono ciò che rimane di qualcosa dopo la sua distruzione. A partecipare al disfacimento degli antichi manufatti non è solo l’opera corrosiva del tempo, ma anche la volontà e l’azione della storia. Una rovina è l’esito del passaggio di eserciti brutali, di furiosi tiranni, di spoliazioni, di violenze perpetrate in nome dell’affermazione della peggiore malattia di cui soffra l’uomo: il potere. Una rovina quindi è sempre effigie di dolore.

 

 

Il santuario di Apollo Hylates a Cipro, per esempio, inquadrato dall’obiettivo di Koudelka, non è più un santuario, ma è ciò che rimane di un antico luogo sacro: due colonne, un pezzo del fregio, l’angolo acuto del timpano, una porzione del lato sinistro. Una volta processato dallo sguardo dell’artista, diventa la croce del tempo su cui si immola ogni civiltà, un emblema che si erge nella vegetazione, stagliandosi sul cielo rarefatto dello sfondo. Come riassume Pascal: “Il silenzio è la più grande persecuzione”. Ciò che resta del tempio è una croce intorno alla quale non si scorge presenza umana, un silenzio – appunto – che è ricezione delle cose in forma di preghiera.

 

Scrive Héloïse Conésa in uno dei saggi in apertura del catalogo della mostra (edito da Contrasto, con le traduzioni di Francesca Bononi): “In un’epoca in cui l’umanità è in preda a una perenne amnesia, le rovine fotografate da Koudelka generano memoria riproducendo il caos della storia. […] La storia non viene mostrata come un processo, nella sua dinamica, ma in un immobilismo simile a quello che paralizza il volto del defunto”. In questa paralisi spariscono anche i colori, affinché chi guarda affondi in un bianco e nero ostinato e rivelatore, una scala di grigi che vira sempre verso tonalità opache, limitando i contrasti e gli estremi di luce e buio, sorvegliando il chiaroscuro. In questo modo, nello scatto che raffigura il dettaglio della cavea e dell’arena del Colosseo, ci viene restituito un gioco di rilievi in cui il travertino non è più al servizio dell’architettura, ma diventa un mosaico che illude l’occhio e la mano.

 

 

Ci sono due polarità che vengono a contatto in questi lavori, da un lato l’arte antica sepolta nel passato remoto, dall’altro l’arte del fotografo nel tempo presente. L’arte antica è spoglia per sua natura, comunica all’uomo contemporaneo attraverso un linguaggio muto. L’arte fotografica lo traduce nel linguaggio comprensibile agli esseri umani di questo tempo, fondando un’opera che si impianta su quella antica, travalicandola e consegnandola a una nuova regione mentale.

Secondo Aristotele il tempo è un modo per misurare il movimento delle cose. Perciò se non c’è nulla che si muove non c’è il tempo. Il fotografo, abolendo il movimento e la presenza umana, abolisce il tempo e la sua illusione. Il tempo del resto (o la sua illusione) non prevede la presenza umana: senza l’uomo non esiste il tempo. A ben vedere l’uomo è incline a credere che senza l’uomo non esista neppure la realtà, ma questa è una presunzione di specie. Koudelka invece ci ricorda che la realtà esiste eccome (nonostante l’uomo), e che noi viviamo non tanto nella realtà, quanto nella sua rappresentazione.

 

Perciò il suo lavoro fotografico non ricade solo nel campo artistico, ma anche, e soprattutto, in quello più vasto della filosofia.

Radici quindi è il resoconto della condizione umana nel suo essere senza tempo. La magnificenza di un’antica rovina è sempre la testimonianza di una tensione tra miseria e grandezza: la miseria delle vite degli uomini, e la grandezza delle loro aspirazioni, della volontà di affermare una traccia, di bloccare tempeste di gloria in un istante. In queste foto Koudelka è l’ultimo uomo sulla Terra che consegna al tempo sterminato dell’universo la traccia feroce del silenzio dove ogni cosa è passata. E noi spettatori siamo gli occhi alla fine di uno sconfinato viaggio, le creature senzienti di un’altra era.

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