Il tuo due per mille a doppiozero

Parole cucite, parole scucite

Era magica la Parigi innevata del suo mondo bambino di ieri, è incantata la Parigi di oggi, impacchettata dalla neve che “come un cellophane delle creazioni di Christo” invita a scoprire che cosa c’è sotto. 

“Bagliori tra le ciglia. Guizzi di sole dorati, fronde d’alberi tintinnanti, nuvole impigliate fra i rami, particelle di polvere sfavillanti nell’aria. Erano queste le immagini che ad Alina sfilavano nella mente quando cercava di mettere a fuoco i primi ricordi della sua infanzia. Arabeschi”. E che le tornano in mente adesso, accorsa qui da un’altra dimensione, quella di New York, dove scorre la sua vita adulta. Il ricovero della madre, in catalessi in un letto d’ospedale, stravolge il tempo e lo spazio, rimescola i vissuti, la costringe a interrogarsi sulle sue origini. La figlia non aveva mai chiesto, la madre sorvolava.

La voce di Ajla è la storia di un processo di riconoscimento che procede in parallelo.

 

La condizione della madre mette in moto la ricerca di Alina, un graduale svelamento di luoghi e persone che arriva al lettore attraverso il suo discorso interiore, un incessante rimuginare e almanaccare che riesce a comunicare, anche attraverso il sogno, con gli incubi e i ricordi terrifici della madre. “Il fatto che fosse muta l’aveva obbligata fin da piccolissima a prendersi cura di molti aspetti dell’organizzazione quotidiana, come parlare per suo conto. Bastava uno sguardo di sua madre e lei sapeva cosa dire, cosa chiedere, cosa rispondere. Erano collegate da un filo invisibile. Come fossero un’unica entità. Le persone rimanevano stupefatte dal grado di simbiosi che avevano sviluppato. Era come se i pensieri dell’una finissero nella testa dell’altra e viceversa”.

 

Alina rivede sua Madre Coraggio, le giornate passate sul marciapiede, dove ricamava e vendeva i suoi centrini, mentre lei faceva il “gioco dei passi” e il “gioco dei rumori” per indovinare le caratteristiche dei passanti. Prima di lasciare il campo delle baracche, dove tornavano ogni sera, per una casa con quattro mura, adottate da una signora francese che avrebbe dato un cognome e un’istruzione alla figlia.

Ajla è risucchiata dal passato che ha sempre voluto solo ingoiare, per la prima volta Alina vede il suo corpo nudo, le cicatrici prodotte da tagli e sigarette. Nevicava anche quando la giovane donna aveva perso in un giorno tutto quello che era stato. “Nessuno poteva prevedere che la situazione sarebbe degenerata a tal punto. Per questo la gente si è fatta ammazzare a casa propria. Prima ancora che le armi, è stata l’incredulità di fronte alla follia umana a causare così tante vittime”.

A questo punto il lettore inizia a capire. Ma, mentre Ajla e Alina stanno per uscire dalla dimensione fiabesca della loro relazione che le ha protette entrambe, l’autrice non abbandona la sua prosa poetica. La sua scrittura precisa e delicata come un ricamo le permette di condensare in una sola figura i dettagli di mille destini simili. A universalizzare il particolare.

 

 

Perché tutto questo potrebbe essere detto con altre parole. Con un linguaggio politico. La storia di Ajla evoca il copione dei massacri nei villaggi, lo stupro di massa, un “crimine premeditato” della guerra in Bosnia dove il corpo delle donne, il “nemico riproduttivo”, è diventato il campo di battaglia su cui lasciare l’impronta. Senza dimenticare quell’antropologia dell’insulto che ha accompagnato “eccessi di violenza” dove, non va dimenticato, vittima e carnefice parlano la stessa lingua. Raccolte di testimonianze in tempo quasi reale, diari, racconti, tentativi di rappresentazioni in forma di fiction – come nel toccante Grbavica. Il segreto di Esma, (Orso d’Oro al festival di Berlino 2006) di Jasmina Žbanić che riesce a mettere in scena l’ambivalenza nei confronti dei figli di guerra –, per un argomento che non si nomina a voce alta, conserva le caratteristiche di un tabù sociale e pone la vittima in bilico tra bisogno di esprimere/denunciare e desiderio di mantenere segreto/tacere.

 

Oppure si potrebbe dire con un linguaggio clinico. Ajla non emette più suoni, il suo mutismo segnala il blocco emotivo dopo il trauma, quell’evento “bianco” che lentamente deve trovare il suo colore. In ospedale, in un processo catartico, riesce a entrare in contatto con il luogo di dolore che era diventata la sua mente. Ma anche qui è la situazione relazionale a sostenere quella sofferenza che darà ad Ajla la possibilità di comporre il suo Tappeto dei ricordi. Insieme ai legami misteriosi di una genealogia al femminile che eredita l’arte della tessitura e ripara pezzi di vita con la creatività del cucire. Le donne sopravvissute a Srebrenica hanno tessuto per anni. 

 

Alina era vissuta sempre tra un “intrico di fili, punti, reticelle, spolette, cordellini, maglie, catenelle, pippiolini”, le stoffe erano la sua foresta fatata. Fiber artist a New York, “ricamatrice d’eccellenza, artista dell’uncinetto, dell’ago e del filo”, trasforma un’immagine improvvisa, apparsa mentre Ajla aveva la sensazione di essere braccata, in una scultura: “un albero fatto di spaghi, corde, fili, brandelli di tessuto, dai cui rami pendevano frutti completamente scarnificati realizzati in terracotta e, impigliati fra le radici, oggetti morti, non più mantenuti in vita dall’uso e dalla cura delle persone che li avevano posseduti”.

Maria Silvia Bazzoli può portare a compimento la sua tela dopo aver trovato la trama e le parole, perché è lei che, con Ajla e Alina, cuce e ricuce: le sue memorie dei luoghi, la sua conoscenza dell’Africa, della povertà e della realtà dello slum, l’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra in ex Jugoslavia, i primi ad arrivare, nel 1991, in Italia dopo la caduta del muro di Berlino, nella caserma Monte Pasubio nel centro di Cervignano.

Non volevo scrivere, dice l’autrice. Ma Ajla/Alina mi imponevano di scrivere, e man mano tante piccole tessere – identità, simbiosi, appartenenza, tessitura – hanno trovato una collocazione. La risonanza dei loro nomi simboleggia due parti di una stessa persona. Un legame femminile caleidoscopico dove la relazione tra genitori e figli è un atto mai scontato, un’incessante adozione reciproca. E questa, a ben guardare, è la scelta di entrambe. E il senso del romanzo.

 

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