Tempo penultimo

Sedici anni fa ho pubblicato un piccolo libretto intitolato Crolli presso l’editore Einaudi. Riguardava la lettura di quanto era accaduto nell’arte e nella letteratura tra il 1989 e il 2001, anno dell’attacco alla Twin Towers di New York. Buona parte di quel testo è stato poi incluso in un volume più ampio, L’età dell’estremismo, pubblicato da Guanda nel 2014, che conteneva una riflessione ulteriore su quanto era accaduto dopo il crollo delle Torri; ricercava le cause degli eventi accaduti allora nel periodo anteriore agli anni Ottanta sempre ponendo attenzione alla letteratura, all’arte e alla filosofia. Poi è venuto un piccolo libro intitolato Chi sono i terroristi suicidi? (2017), che analizzava le vicende del terrorismo islamico, una raccolta di brevi interventi apparsi sulle pagine di “doppiozero”. Tre anni dopo esplodeva la pandemia in Cina che si comunicava rapidamente al Vecchio Continente, agli USA e ai Paesi di tutto il mondo, nessuno escluso. In questo anno, il 2021, che ha già compiuto il suo giro di boa intorno alla propria metà e s’avvia a terminare lasciando dietro di sé una scia inquietante di problemi irrisolti, arriva la notizia della ripresa di Kabul da parte dei Talebani dopo il ritiro degli eserciti occidentali, che sostenevano la fragile democrazia afghana.

 

La crisi dell’Occidente, la vittoria dell’Islam estremista, la fuga dall’Afghanistan degli eserciti della coalizione, si va a sommare alle paure e alle angosce create dal Covid. Siamo entrati nei tempi ultimi? Siamo in presenza di una costante e strisciante Apocalisse del vecchio mondo? Il disordine è grande sotto il cielo e l’Europa si prepara ad affrontare una serie di problemi che sembrano a prima vista irrisolvibili: populismi, crisi della democrazia rappresentativa, enorme debito degli stati imposto dalla pandemia, eccetera. Per questo ho pensato di ripubblicare uno dei capitoli finali di Crolli, dove è evidenziato il concetto di “apocatastasi”, ovvero quella dei tempi penultimi. Un piccolo contributo per capire il senso della crisi in cui vi troviamo immersi vent’anni dopo quell’11 settembre.   

 

Una torre spirale, alta 600 metri, luminosissima, che protende il suo aculeo verso il cielo, e uno spazio della memoria che scende verso il basso, questo è il progetto di Libeskind per Ground Zero. L’architetto ha disegnato un vialetto pedonale sopraelevato dalla forma curvilinea, uno spazio per camminare intorno al luogo del ricordo: sul fondo il letto di roccia sul quale si appoggiavano le torri gemelle è pensato come uno spazio spirituale e insieme come una struttura ingegneristica per tenere a bada il fiume Hudson. Lì, dopo lo sgombero delle macerie, resiste la grande muraglia mutilata, muro del pianto, architettura e forma naturale, basamento architettonico e roccia viva. Sotto corrono i treni PATH che, come ha scritto Libeskind nella sua relazione progettuale, collegano il passato col futuro. Il museo delle Torri è situato all’epicentro del sito ed è l’ingresso principale a Ground Zero; sotto ancora, c’è il piede simbolico dell’intera costruzione, il suo sacrario. Per commemorare le 3.000 vite perdute, l’architetto ha creato due spazi pubblici: il Parco degli Eroi e il Cuneo di Luce. Ancora la luce per disegnare la speranza: “L’11 settembre di ogni anno, tra le 8,46 del mattino e le 10.28, quando crollò la seconda torre, il sole splenderà senza ombra in un perpetuo tributo all’altruismo e al coraggio”. L’apocalisse non indica solo il tempo della fine, c’è anche un altro tempo, un tempo successivo o, se vogliamo, un tempo penultimo.

   

La parola “apocalisse” è oggi abusata. Dopo la caduta delle Torri molti hanno parlato di apocalisse nel senso di “fine del mondo”, o almeno di un mondo, quello dominato dalla superpotenza americana, l’unica rimasta dopo il crollo del Muro di Berlino. Il significato etimologico della parola è “rivelazione”. In origine l’apocalittica era infatti un genere letterario diffuso nel giudaismo due secoli prima della nascita di Cristo, ma ancora presente nei testi cristiani per almeno altri due o tre secoli dopo l’espansione della nuova religione nel bacino del Mediterraneo. Nei testi dell’Antico Testamento, in particolare in alcuni libri apocrifi, si parla della rivelazione di cose ultime, di premonizioni sul futuro, come nell’Apocalisse di San Giovanni. Nelle sue sette lettere alle chiese cristiane dell’Asia l’Apostolo ammonisce e consola i fedeli circa la situazione difficile dei tempi presenti, ma anche descrive la visione del giudizio finale e annuncia una nuova creazione. Si tratta di un libro ricco di simboli che ha influenzato la letteratura successiva. La fine è presentata come una catastrofe cosmica.

  

 

Di secolo in secolo la tentazione di descrivere questa fine prendendo spunto da ciò che accade è molto forte. Ma come ha notato più di un autore, nella nostra epoca l’apocalisse ha la caratteristica di qualcosa che non “finisce di finire”. Una fine prolungata è ancora una fine? L’apocalisse contiene anche un altro aspetto: l’attesa spasmodica della fine e insieme quella del cambiamento totale, della palingenesi. Esiste anche un’apocalisse rivoluzionaria, quella dei “fanatici dell’Apocalisse”, come li ha definiti Norman Cohn alla fine degli anni Cinquanta: giacomiti, anabattisti, taboriti, di cui i terroristi della seconda metà del XX secolo e dell’inizio del XXI sono certamente, in modo differente, gli eredi ideali. Non ho intenzione di ripercorrere qui questo filone religioso e politico. Voglio solo ricordare che accanto all’apocalittica, le cui difficoltà e aporie esegetiche non sono certo piccole, come hanno spiegato i teologi protestanti del Novecento, c’è anche un’altra figura, molto meno nota ma altrettanto importante: l’apocatastasi.

     

L’apocatastasi è letteralmente la reintegrazione, alla fine dei tempi, di ogni cosa creata. È la restituzione o il ristabilimento dell’universo. Nelle filosofie greche dell’età ellenistica, l’apocatastasi era legata all’idea di un tempo ciclico. Nel Nuovo Testamento indica invece l’idea di una nuova creazione messianica. Walter Benjamin ne parla nelle sue opere, riprendendo l’antico significato ebraico del termine, tenuto in vita dagli studiosi della mistica ebraica. Il cristianesimo ha invece condannato la dottrina dell’apocatastasi, l’ha respinta alla stregua di una dottrina ereticale. Il teologo che l’ha invece inclusa nel suo sistema filosofico è Origene, nel terzo secolo dopo Cristo. Origene, mancato padre della Chiesa, sostiene la riconciliazione dell’intera creazione con Dio, compresi Satana e la morte. Egli parla di ritorno allo stato iniziale, prima della caduta e del male. Nell’interpretazione dell’apocatastasi di Origene emerge un tema molto interessante per leggere l’epoca in cui viviamo: quella del “tempo penultimo”. Il tempo in cui ci troviamo non è infatti l’ultimo, non è il tempo della fine – della storia, dell’uomo, della civiltà –, quanto piuttosto, come è stato detto, “un tempo della fine che non finisce di finire”. Con Origene possiamo pensarlo come un “tempo penultimo”, un tempo opportuno, un tempo necessario, in cui anche l’apocalisse dell’11 settembre s’iscrive come possibilità e non solo come distruzione totale.

   

I filosofi contemporanei si sono posti da tempo il problema del perché il progresso moderno si volga in catastrofe, e si sono risposti ribadendo il duplice significato del termine “catastrofe”: da un lato esso significa “svolgere sino alla fine”, “terminare”, da cui deriva il significato di sconvolgimento, di totale disastro, comunemente attribuito alla parola. Ma c’è anche un altro significato: rivolgimento, cambiamento di direzione. Catastrofe come “svolta”, ovvero come trasformazione, metamorfosi.

 

All’inizio degli anni Ottanta René Thom e altri studiosi di scienza hanno messo in luce con la “teoria delle catastrofi” il significato di cambiamento di forma che è implicito nell’improvvisa trasformazione. La catastrofe è da loro intesa come “una transizione discontinua che si verifica quando un sistema dispone di più di uno stato stabile, o può seguire più di un cammino di trasformazione”. In questo quadro concettuale, essa si presenta come un “salto” da uno stato all’altro, da un cammino a un altro. Gli scienziati contemporanei si occupano prevalentemente di sistemi fisici e biologici, ma il problema si pone anche per sistemi diversamente complessi come le società umane. In questa prospettiva la catastrofe non ha il significato di fine, bensì di mutamento di forma, di riadattamento. La sua unica caratteristica fissa è semmai la sua irreversibilità. Nella transizione catastrofica prevale la discontinuità, scrivono Woodcock e Davis, in La teoria delle catastrofi (Garzanti), “non perché manchino stati o percorsi intermedi, ma perché nessuno di essi è stabile: il passaggio dallo stato o dal cambiamento iniziale a quello finale ha una durata molto breve rispetto al tempo necessario negli stati stabili”.

  

Il suggerimento che viene da queste teorie, che scaturiscono dallo studio della linguistica e dei sistemi informatici, è di assumere un paradigma dinamico per leggere gli avvenimenti degli ultimi decenni, per cui ogni struttura, da un grattacielo a una società finanziaria, da una neonata nazione a un antico impero, è definita da uno stato di maggiore o minore equilibrio. Là dove l’equilibrio è minore, a causa di un punto di indeterminazione, è probabile che si verifichi un improvviso cambiamento di forma. Questo evento non va inteso, suggerisce uno scienziato come Il’ja Prigogine, lo studioso della termodinamica di non equilibrio, Premio Nobel nel 1977, come un passaggio dall’ordine al disordine ma come uno stato di ordine fluttuante, o per fluttuazione, da cui emerge ciò che noi chiamiamo il “nuovo”. Là dove avviene il cambiamento di stato, o catastrofe, il sistema “sceglie” tra diverse possibilità e nessun sistema è stabile, ma soggetto a continue trasformazioni: la sua è “una storia senza fine”.

   

In uno dei suoi icastici passaggi, con la sapienza che è propria della letteratura, Milan Kundera ha scritto nell’Insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi) che prima di essere dimenticati, “verremo trasformati in kitsch. Il kitsch è la stazione tra l’essere e l’oblio”. Possiamo pensare che l’arte e la letteratura dell’ultimo decennio hanno cercato di impedire proprio questo, sfidando le leggi dell’estetica e del sentimentalismo che ci stavano trascinando inesorabilmente verso il kitsch.

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