Zero e le serie teen

Gli ultimi dati per contare quanti giovani di seconda generazione vivono oggi in Italia, sentendosi italiani e non sempre ottenendo cittadinanza italiana, sono quelli dello studio Istat "Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia", del 2020: sono un milione e trecentosedicimila (1.316.000), un numero davvero rilevante, pari al 13% dei minorenni che hanno da 0 a 17 anni! Il 37,8%, di loro – come ha riportato un post su Instagram del team social del “Sole24Ore” AlleyOop –, si sente a tutti gli effetti italiano, mentre i restanti si sentono ancora “stranieri” oppure hanno identità incerta. Il 49,5% ricorda episodi di discriminazione soft o decisamente di bullismo vero e proprio, e, se devo dire la mia impressione, basandomi su una mia raccolta di interviste a diversi esponenti di questo mondo di quasi italiani, la stragrande maggioranza di loro, più al liceo che nella primaria o nella media, ha patito disagi dovuti soprattutto al colore scuro della loro pelle, e ai capelli crespi; tutti i musulmani, in particolare le ragazze che scelgono di indossare l’hijab alla raggiunta maturità sessuale, sono esposti a svariate forme di intimidazione, o curiosità morbosa, o sarcasmo di coetanei, e di adulti.

 

Una costellazione di profili sui social media da qualche anno sta dando a questa comunità un dialogo interno, e una visibilità pubblica, ma il Parlamento italiano non ha ancora approvato una avanzata legge di cittadinanza ius soli, e nemmeno una legislazione più soft, un compromesso legato a un ciclo di scolarizzazione della scuola pubblica italiana, ha portato a uno ius culturae. Tanto che il leader coraggioso dei lavoratori agrari del Sud, Aboubakar Soumahoro, ha recentemente annunciato che dai partiti italiani non ci si può più attender nulla, e che è sua intenzione alle prossime consultazioni elettorali presentare una lista per tutti i “nuovi italiani”, che probabilmente chiamerà “Gli Invisibili”.

Esatto: invisibili. Vederli li vediamo, e non solo; chi insegna nel ciclo dell’obbligo, in particolare nei quartieri socio-economicamente più difficili, ha ormai mezza classe composta da questi ragazzi, che spesso scoprono con stupore e amarezza che non hanno cittadinanza italiana, loro che dai sei anni età, se non prima, hanno fatto, vissuto le stesse cose che vivono e fanno i loro coetanei di origini venete, piemontesi, campane o siciliane.

 

 

Cosa rende visibile oggi un minorenne? I social network, ovviamente, e finalmente le serie tv. Il primo ghiaccio rotto, onore al merito, è stata la quarta stagione di Skam, il teens format ideato in Norvegia nel 2015 da Julie Andem e poi replicato in vari Paesi europei con sceneggiatori, produttori, registi, attori locali. Ludovico Bessegato, show runner di Skam 4, si è avvalso con grande disponibilità di una super consulenza, quella di Sumaya Abdel Qader, consigliere comunale nella Milano del centrosinistra guidata dal sindaco Beppe Sala. Sumaya veste l’hijab, e da molti anni è impegnata sia nella comunità degli afrodiscendenti, sia nello specifico mondo di fede musulmana, nel quale il diritto ad essere sia donna musulmana sia donna italiana, con pari opportunità, sta facendo passi avanti. 

foto skam 4

 

L’attrice protagonista della serie è Beatrice Bruschi, che è molto brava nell’incarnare, con il suo ovale mediterraneo, la vita scissa di una liceale romana letteralmente spaccata in due tra le preghiere quotidiane, il velo, le relazioni complicate con le altre ragazze della moschea, e i suoi compagni e compagne del liceo “Kennedy”; Sana è un tipino puntuto, tenace, e tenta per tutta la stagione di non abbandonare i suoi due mondi, trovando infine il primo amore con Malik, un amico del fratello che non sta praticando in moschea ma che comunque è gradito ai suoi genitori. Tutte le giovani universitarie con cui ho avuto modo di conversare lavorando al mio progetto hanno trovato perfettamente attendibile la storia di Sana, tutte in qualche modo hanno vissuto la loro doppia natura di adolescenti italiane e di sincere musulmane, felici di poter finalmente vedere rappresentata in un linguaggio visibile la loro invisibilità.

 

Ph Francesco Berardini.


E di invisibilità vuol parlare Antonio Dikele Distefano nella serie Netflix Zero. Nato a Busto Arsizio nel 1992, autore di cinque romanzi per Mondadori, italianissimo con origini famigliari angolane, Dikele Distefano ha messo sul tavolo di una writer room il suo ultimo libro, Non ho mai avuto la mia età, e ha lavorato su una serie tv con Menotti (comics writer), Stefano Voltaggio, Massimo Vavassori, Carolina Cavalli, Lisandro Monaco; insieme hanno confezionato la prima serie tv “afroitaliana” di concezione spettacolare; una storia ambientata in un quartiere immaginario della periferia milanese (Il Barrio), in cui un ragazzo con genitori senegalesi di giorno sbarca il lunario come rider e nel tempo libero crea una serie di manga dedicata all’eroe dalla pelle nera Zero; gira per la città, entra ed esce di casa, non ha amici, scambia parole soltanto con la sorella, il padre è un duro, la madre non c’è più, pare segregata per una malattia mentale, ex giocatrice di basket; Zero indossa sempre la sua maglia di gioco.

 

Il Barrio è sotto attacco: una vorace immobiliare sta degradando in modalità brutali e poco legali il quartiere, alzando gli affitti per scacciare i poveri. Una crew di ragazzi svegli, tutti afrodescents, si oppone, tra il disprezzo della polizia e le intimidazioni di una malavita coordinata all’operazione immobiliare, si direbbe. Il resto non dico: se non che Zero casualmente trova portando una pizza a domicilio un gruppo di milanesine da bere, tra cui una promettente architetta… sarà il loro amorino a salvare il Barrio, e la parabola dei Romeo e Giulietta millennials scrive il filo politico della serie tv: la milanesina bianca rompe disgustata con i soldi sporchi del lusso borghese che ignara si godeva; Zero grazie ai suoi super poteri (veramente può rendersi invisibile come un super eroe Marvel) trova veri amici e vera fratellanza nella crew del Barrio. Come Skam 4, anche Zero si è avvalso di una consulente eccellente, Angelica Pesarini, che insegna Social and Cultural Analysis alla New York University di Firenze.

 

 

Il casting di Zero ha portato davanti alle cineprese ragazzi all’esordio cinematografico: Giuseppe Dave Seke, Haroun Fall, Virginia Diop, Madior Fall, Daniela Scattolin, Dylan Magon sono disinvolti per essere esordienti; accanto a loro Beatrice Grannò, la Giulietta dei Navigli, ancora acerba come gli altri ma promettente. La colonna sonora è brillante e mette in primo piano il rap italiano di Marrakash e Mahmood. Il montaggio è accettabile, gli episodi brevi; la storia si può bere in due o tre ore; il finale della prima serie, che non vi spoilero, apre a una ipotesi di seconda serie con un improvviso viraggio sull’occulto, che fa tremare i polsi per il sequel.

Zero, quindi, rende visibili nei 190 Paesi in cui Netflix giganteggia i nostri ragazzi italianissimi di cuore e di pensieri, invisibili a chi chiude gli occhi perché non vuole vederli; visto che nessuna sinistra politica sinora ha dato loro in Italia la legge di cittadinanza e le opportunità che meritano, secondo Costituzione e secondo universali diritti, saliranno loro dal basso, con le serie tv, con le lauree, con intelligenza; come dice una ragazza del cast: «Non vedevo l'ora che uscisse una cosa così in Italia perché io ho sempre dovuto cercare i miei idoli all'estero. Doveva succedere qualcosa del genere perché nel cinema italiano non sono mai state rappresentate le persone come noi. Perciò, fantastico, le persone di periferia, i ragazzi di seconda generazione, ora possono rispecchiarsi nei nostri personaggi! C'è una cosa nuova».

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