Una volta c’era il pudore

Una volta c’era il pudore. Una volta i sentimenti scorrevano sotterranei, trattenuti da alti argini, talvolta soffocati nel silenzio. E questo, forse, li rendeva più acuti, più sofferti. Forse.

Poi, gli argini del pudore si sono rotti, i sentimenti sono tracimati, trascinando nella loro corrente una lunga scia di parole. Così l’indiscrezione ha sostituito il pudore; al silenzio ha fatto seguito la verbosità.

Quando è accaduto? Probabilmente quando il sentimento della sopravvivenza, che aveva fagocitato gli anni della guerra e, subito dopo, la dura ricostruzione, ha attenuato la sua morsa alleggerendo il cuore. Allora si cominciano a sentire altre voci. I sentimenti prendono la parola. E si fa spazio quello che qualche anno più tardi verrà chiamato il privato.

 

Ma c’è un primo passo da fare: perforare la pietra dura di un silenzio spesso, stratificato, cominciando ad ascoltare le parole delle donne, che, più di altri, quel silenzio hanno subito.

Anna Garofalo, giornalista d’ispirazione liberale, compie questo primo passo: “Siamo alle prese, scrive, con la necessità di dare un assetto meno provvisorio, meno scucito, alle nostre vite, bisogna mettere insieme i brandelli, inserirli nella nuova strada che per noi si è aperta”.

È il 1944. A giugno Roma viene liberata dagli alleati, ma l’Italia è ancora divisa. A settembre viene organizzata un’emittente radio (P.W.B.), che possa sostituire l’Eiar, “sede dell’obbedienza e del conformismo”. Ad Anna Garofalo viene chiesto di parlare di “tutto quello che vuole”, in assoluta libertà. Tre volte alla settimana, per otto anni, terrà una rubrica tutta al femminile: “Parole di una donna”. Questa è la “nuova strada” da percorrere, una ricognizione problematica dei temi che più impegnano la vita delle donne, dall’aborto al divorzio.

 

Nel 1956, a esperienza ormai conclusa, Anna Garofalo riverserà i materiali delle 1500 trasmissioni in un libro (L’italiana in Italia), pubblicato nei “Libri del tempo” dell’editore Laterza, che, nel suo insieme, restituisce i sommovimenti della società italiana. Usciranno in questa collana il libro di Maria Giacobbe sulla sua esperienza di maestra in una scuola sarda, quello di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola sui minatori maremmani, quello di Elio Vallini sugli operai del Nord. Tutti fra il ’56 e il ’57, in quel passaggio d’epoca in cui l’Italia va scoprendo l’Italia.

 

“Per rimanere il più possibile ancorata ai fatti – scrive Anna Garofalo nelle prime pagine del suo libro –, senza ipotesi e giudizi avventati, ho pensato di servirmi, come filo conduttore, di otto anni e più di esperienza radiofonica, iniziata nel settembre ’44, quando le donne italiane facevano ancora la fila alle fontane, tagliavano i bollini delle tessere e cucinavano con il carbone. Debbo a questa esperienza aver potuto conoscere e valutare lo stato d’animo e la sorte di donne di ogni età, cultura e ambiente”. 

Tre anni dopo, nel 1959, Gabriella Parca si mette su quella stessa strada. Con toni diversi. Ma, come Anna Garofalo, vuole fare breccia nel muro del silenzio. 

 

 

Le italiane si confessano è il titolo del suo libro, che esce con qualche scalpore e un notevole successo (sette edizioni fino al 1962; nel ’61 un film, “Le italiane e l’amore”). “L’Osservatore romano” manifesterà la sua indignazione. Ma non sarà il solo organo di stampa. Sono in molti a difendere le ragioni del silenzio: le donne non devono parlare, non è questo il loro compito. 

Il libro di Gabriella Parca esce, lo si è detto, all’epilogo del decennio. È un tempo di grandi mutamenti, che la rigidità della cultura patriarcale sembra ignorare. Interdetti e tabù resistono all’assalto della modernizzazione. 

 

Sono le donne a raccontarlo, con parole spesso sofferte, nelle 300 lettere selezionate da Gabriella Parca nel suo libro, sulle 8000 prese in considerazione. Lettere inviate alle diverse rubriche di “Posta del cuore”, presenti nella stampa periodica. Per lo più scritte a mano, solo raramente battute a macchina, e spesso in una lingua incerta e claudicante. A scrivere sono appunto le donne italiane, operaie, contadine, casalinghe, studentesse. Di tutte le età. Uno specchio del paese, in cui Gabriella Parca prova a guardare. Specchio opaco, torbido. Nella prefazione all’edizione del 1964, pubblicata nell’Universale Feltrinelli, Pierpaolo Pasolini scrive: “L’Italia è ancora un grande harem, la nostra è ancora una società fatta di quello che si tace e non di quello che si dice. Ma la lotta contro tutto ciò è cominciata e un libro come questo ne è senza dubbio un coraggioso segno”.

 

Nel 1964, con Comizi d’amore, Pasolini torna a muoversi su quel terreno. Comizi d’amore rappresenta un’anomalia nella produzione di Pierpaolo Pasolini: poco o nulla ha a che fare con i grandi film degli anni sessanta, Mamma Roma o Accattone, e neppure con quello che seguirà. È curioso pensare che Comizi d’amore sia stato realizzato mentre Pasolini preparava il Vangelo secondo Matteo.

Comizi d’amore, è un film-documentario, un’inchiesta con un’appendice riflessiva scandita dagli interventi di Alberto Moravia, Cesare Musatti, e altri. A loro Pasolini chiede di mettere ordine nel materiale grezzo delle interviste realizzate, individuare un filo in quella matassa ingarbugliata. Se c’è un filo.

 

È un’Italia spavalda, sicura delle proprie opinioni, o così si mostra, quella che Pasolini incontra nel suo viaggio da Nord a Sud, nelle città e nei paesi, davanti alle fabbriche e sulle spiagge. Che cosa cerca? Capire che cosa sta cambiando nelle viscere della società italiana. Ed è poi la stessa domanda che Pasolini si porrà negli anni ’70, con un’enfasi ben più drammatica, a partire dalle Lettere Luterane

In Comizi d’amore Pasolini rincorre l’Italia e l’onda mobile del suo sentire. Quello che raccoglie fa rabbrividire. “La donna deve stare al suo posto… Deve fare la madre di famiglia”, le dice una signora di mezza età di un paese meridionale; “meglio il delitto che il disonore”, afferma quasi divertito un giovane calabrese; e al ragazzo toscano cui Pasolini chiede se è meglio parlare esplicitamente della sessualità, oppure tacere: “Meglio tacere”, risponde il giovane senza alcuna perplessità. 

In Comizi d’amore Pasolini ha un atteggiamento quasi divertito, mentre attorno a lui proliferano pregiudizi e luoghi comuni. Come se la sua leggera ironia avesse il potere di sciogliere o far rimbalzare le parole macigno di cui si trova ad essere testimone.

 

Fonti:

 

Anna Garofalo, L’italiana in Italia, Laterza, 1956

Gabriella Parca, Le italiane si confessano, Parenti, 1959

Pierpaolo Pasolini, Comizi d’amore, 1964

Mirko Grasso, Scoprire l’Italia, Kurumuny, 2007

 

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