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Dialoghi, monologhi, urla in classe / Va in scena il prof.

Il fatal error per un prof è entrare in classe stanco, fiacco, mogio: i giovani vampiri che lo attendono hanno sensori sottilissimi che avvertono che la preda in quell’ora sarai tu, urlante o meno; del resto, loro sono 25 e tu sei solo. Non sono poi così convinto che ai vecchi tempi le classi fossero così miti per default. C’erano le punizioni corporali, il sarcasmo umiliante dei docenti («No dark sarcasm in the classroom!» cantavano i Pink Floyd in Another brick in the wall, 1979), ma se esiste un ribelle è perché esiste un’autorità; e le sfide all’autorità e i ribelli sempre esisteranno. Il prof, spiegano Mario Maviglia e Laura Bertocchi nel loro L’insegnante e la sua maschera. Teatralità e comunicazione nell’insegnamento (Milano, Mondadori Università), dovrebbe rendersi conto che quando entra in classe entra in scena.     C’è un pubblico sufficiente per definirlo una platea, per cui deve interpretare un copione; il copione, se non è più l’insegnamento con lezione frontale, il versar sapienza in teste vuote, resta il suo armamentario, la sua preparazione, quello che sa e come sa trasformarlo in apprendimento. Non sarà sempre un combattimento, o una seduzione, ma se...

Diario 10 / Un dormiveglia con Hegel

Lunedì 4   Abele era pastore di greggi, come tutti sanno, invece Caino coltivava la terra. Abele la vittima e Caino il carnefice. Ma oggi mi è scappato detto che in fondo, considerando com’è nata la sua disgrazia, Caino suscita una certa simpatia a differenza di Abele, perché l’idea di fare un’offerta al Signore era venuta proprio a lui, a Caino, forse mentre zappava. E cosa offre al Signore? I prodotti del suolo, dice la Bibbia.  Non è precisata la specie vegetale ma si può pensare all’insalata, alla lattuga, ad esempio, oppure al radicchio, dipende dalla stagione, ammesso che a quei tempi fosse già in atto la rivoluzione terrestre. Ma se il periodo dell’anno è incerto, la Bibbia precisa che il primo a voler onorare il Signore è stato Caino che ha offerto in dono i prodotti del suolo, quindi in lui c’era dell’affetto filiale, un dettaglio tutt’altro che irrilevante, anche se di solito è passato sotto silenzio.   E se poi le cose si sono messe male è stato perché lì attorno c’era anche suo fratello, che vedendo cosa faceva il primogenito ha pensato di fare la stessa cosa. Questo bisognerebbe considerarlo: uno ha avuto l’idea, l’altro ha agito per imitazione. So bene...

Diario 9 / Il filosofo idraulico

Lunedì 28   Ieri l’altro due studentesse di quarta mi hanno inviato una foto in cui tengono in mano una copia dell’Armata Brancaleone, il film di Monicelli con Vittorio Gassman. Un capolavoro, ho risposto subito, che ho visto e rivisto non so quante volte. Da imparare a memoria, ho aggiunto.  E a proposito di memoria, oggi a scuola, mentre scendevamo le scale, un mio collega d’italiano ha detto che quando era al CAR, il Centro Addestramento Reclute dove si svolgeva il primo mese del servizio militare, aveva deciso d’imparare a memoria l’Inferno di Dante. E arrivato al reparto di destinazione ha mantenuto il suo proposito, un canto dopo l’altro, di settimana in settimana, tanto che a un mese dal congedo poteva recitare tutti gli endecasillabi dell’Inferno.  E i gradi? Non ti hanno fatto generale? Generale ha detto di no, ma in compenso questo mio collega aveva trasformato la naia in un purgatorio, perfino in un paradiso perché dopo che si era sparsa la voce c’era sempre qualche ufficiale che pretendeva una dimostrazione. Allora lui tirava fuori la Divina Commedia, l’allungava in modo che potessero controllare, e iniziava da un punto qualsiasi. Come premio chiedeva...

Diario 8 / Variazioni sul figliol prodigo

Lunedì 21   Non saranno tutti d’accordo, ma mio zio Marcello era convinto che il male s’annida nella pretesa di convertire gli altri, una pretesa che gli suscitava antipatia, e c’era anche un’altra cosa che gli dava fastidio, cioè la cortesia borghese, diceva mio zio Marcello Ecco, Dario Camozzi, oltre a essere simpatico, è anche ruvido di natura e quando oggi l’ho intravisto mentre guardava la casa coi nani da giardino mi sono fermato volentieri a parlare con lui, perché sarà pur vero che la vita degli altri è interessante, ma la sua lo è ancora di più. Aveva il cane al guinzaglio, la barba bianca e un berretto di lana calato fino agli occhi. Sembrava uno squilibrato.  Dunque mi avvicino e gli chiedo come sta. Male, dice lui, m’ha steso il Covid. Si tira dietro l’asma da gennaio, gli fischia un orecchio e i muscoli sembrano fatti di pasta frolla. Poi molla il cane che si mette a correre da tutte le parti e un momento dopo si sente il verso stridulo di un fagiano in volo.  Sul lavoro continuo come al solito, dice. Si occupa di minorenni, soprattutto orfani, uno più disgraziato dell’altro. Quanto alla sbandata di due anni prima, ormai è acqua passata. Allude a una...

Diario 7 / La vita da elettrone del professore

Lunedì 14   Certe scuole tengono desti gli spiriti animali, è risaputo, istituti dove il professore è sempre in tensione, dove tutto è difficile. La popolazione studentesca ostile. La segreteria inospitale. Gli addetti alla custodia dei locali, un tempo chiamati bidelli, poco o niente collaborativi, o disposti alla delazione. Un insieme di fattori che tuttavia preservano dall’invecchiamento precoce. In fondo le asperità sono sempre vitali, dice Bruce Chatwin.  Ben diverso il caso in cui il professore non deve mai lottare per sopravvivere. Trova parcheggio nel cortile della scuola. In segreteria sono accoglienti. Non deve battersi per le fotocopie e al suo ingresso nell’aula gli alunni sono silenziosi e scattano in piedi, docili nell’affrontare il dialogo educativo.  Un contesto ideale, ma che presenta delle controindicazioni. Il professore rischia di impigrire e scivolare un giorno dopo l’altro verso la stanchezza esistenziale, che può evolvere in spossatezza. E la sonnolenza colpisce anche a metà mattina, durante una verifica.    Gli alunni sono chini sui banchi, ognuno intento alla propria versione. Nessuno fiata. Si avverte solo lo stormire del...

Diario 6 / Sgomento del professore di lungo corso

Lunedì 7   Il professore di lungo corso, anche il più solido, il più corazzato, può essere preso da sgomento. Ancora qui? si chiede dopo decenni di servizio prestato dietro la cattedra. Ma davvero sto salendo di nuovo queste scale? È uno stato d’animo che sopraggiunge improvviso, e nel varcare la soglia dell’aula il professore sente un peso schiacciante sulle spalle. Per un momento indugia. Entro o non entro?  Ma poi si fa coraggio, lotta con questi pensieri ed entra in classe mascherando lo scoramento. Però, proprio sul punto d’iniziare l’appello, come ogni mattina, lo assale un ricordo fulminante. Ma là in fondo, a sinistra, là dove adesso c’è Bertolini, là c’ero io! Lo sapeva anche prima che in quella stessa aula aveva passato i suoi anni di studente, ma adesso è un sapere immediato, un’intuizione, e nelle orecchie sente riecheggiare una frase pronunciata dopo l’esame di maturità: mai più qui dentro!  Invece, lì dentro, ci è poi tornato e ci ha passato una vita intera, come una scheggia ferrosa attratta da un invincibile magnete. Ecco perché ci vuole dell’umorismo, per non buttarsi giù dalla finestra, che sarebbe anche di cattivo gusto di fronte agli alunni....

Diario 5 / Quando leggo Tolstoj mi sento voluto bene

Lunedì 28   Una vita per leggere, ci vorrebbe. Invece ce n’è a stento una per vivere, ma quando si leggono certi autori come Tolstoj, si ha la sensazione di essere voluti bene. Me lo ritrovo scritto nel messaggio di un amico di Bologna, anche lui professore. Ogni tanto manda delle poesie, anche delle foto. Una volta mi ha spedito la fotografia della lavagna che aveva alle spalle della cattedra. C’era questa scritta: sigillate i vostri orifizi in generale e chiudete il becco in particolare.  Rude, politicamente scorretto e molto amato dagli studenti. Quel giorno facevano un baccano indiavolato. Trenta maschi grandi e grossi. Lui si è alzato, ha scritto in silenzio alla lavagna ed è rimasto in piedi lì di fianco senza dire una parola. Si sono calmati quasi subito, come vitelli. Potenza della parola fulminante che si fa eco di un grande sentire, e che rompe le regole.   È un uomo ispirato dal pensiero laterale, questo mio amico di Bologna. Qualcosa che ispira anche una mia collega di latino, ma in modo diverso. Lei parla solo a bassa voce, bassissima, al limite dell’udibile. E lascia spalancata la porta dell’aula. Quando passo dal corridoio non si sente volare una...

Diario 4 / L’inquietudine mi insegue come un cane rabbioso

Lunedì 21   Entro in cucina mentre per radio sta iniziando la rassegna della stampa estera condotta da Dario Fabbri. Naturalmente la crisi ucraina continua a tenere banco. Ieri, ennesima fase negoziale. Macron fa sapere di aver avuto una telefonata con Putin, il quale avrebbe accettato un bilaterale con Biden, che a sua volta sarebbe disposto a dialogare a patto che non scatti nessuna violazione dell’integrità territoriale ucraina.  Intanto preparo il caffè e metto a scaldare il latte. Nell’attesa vado a sedermi sul divano continuando ad ascoltare Dario Fabbri e non m’accorgo del latte che comincia a bollire. Me ne rendo conto solo quando la Moca smette di gorgogliare ma ormai il latte ha allagato metà del piano cottura.  Non mi va di avviare la giornata sotto il segno della rampogna, quindi mi sbrigo a pulire prima che arrivi mia moglie. Ripasso la spugna sull’acciaio, la strizzo nel lavello, ripeto l’operazione, tiro con uno Scottex per non lasciare aloni, quindi mi preparo la tazza del caffelatte.   Dario Fabbri continua a parlare dei preparativi militari su larga scala. Cita Le Monde, dove sono riportate le posizioni del Cremlino, che insiste perché siano...

Diario 3 / Andiamo a sballarci di Maalox!

Lunedì 14   A monito dei giovani sposi, che a volte affrontano impreparati le turbolenze del matrimonio, Carlo Collodi ha scritto che spesso la curiosità è causa di pericolosi malanni. Lo si può leggere nella breve postilla a Barbablù, la fiaba di Perrault tradotta proprio dall’autore di Pinocchio, uno dei capolavori della letteratura ottocentesca, ho detto in classe alla prima ora, mentre ancora sbadigliavano. Quindi ho riassunto la fiaba, che fornisce un buon esempio di quanto sostiene Kierkegaard riguardo alla figura di Adamo, cioè che il senso della libertà è risvegliato proprio dal divieto, il celebre divieto di attingere dall’albero della conoscenza. È il divieto, la legge, a scatenare il desiderio, come riconosce San Paolo: non avrei conosciuto la concupiscenza se la legge non avesse detto “non concupire”. E Barbablù cosa fa? Allunga alla moglie la chiave della stanza dove ci sono i cadaveri delle mogli precedenti e dice: ecco, tieni…, è la chiave di quella stanzetta sempre chiusa…, ti do anche questa, ma non usarla mai, altrimenti… Poi parte sapendo bene che la moglie farà proprio quello che lui le ha appena detto di non fare.   Il desiderio del proibito è...

Diario 2 / Il lamento sulla scuola come genere letterario

Lunedì 7   Opprimente, demoralizzante, soffocante…, al limite del sopportabile…, ostacoli interiori insormontabili…, la scuola non ti aspetta, non ti capisce…, d’altronde anche noi non ci capiamo, non capiamo più noi stessi…, la scuola è formata da ragazzi stanchi e malati…, non si accorge di chi vaga nei corridoi con lo sguardo spento, trascinandosi su gambe esili, che hanno lo spessore di una lattina di Coca Cola…  Frasi che potrebbero venire da un libro di Thomas Bernhard. C’è un’aria di famiglia, basta leggere Un bambino: “entrando a scuola tremavo, uscendo da scuola piangevo. Andavo a scuola come si va al patibolo”.  Invece sono frasi di alcuni studenti ai quali ho chiesto un commento a una fotografia scattata durante una manifestazione della settimana scorsa. Compariva su uno striscione con uno slogan impietoso: la vostra scuola ci fa schifo.    Volevo un commento, anonimo naturalmente. Perché “vostra”? E fa proprio così “schifo”? Ho lasciato dieci minuti, e sono bastati perché riversassero il loro disgusto in forma di parola. Vostra perché la nostra opinione è irrilevante…, vostra perché manca la collaborazione…, lo studente non può sentirsi libero...

Sullo stato presente delle cose / Scuola: dalla DAD alle occupazioni

Nel corso della fase più acuta dell'emergenza pandemica l'impegnativa gestione della quotidianità e il confronto con le difficoltà di tutti e tutte – amministratori, docenti, studenti, famiglie – hanno reso arduo scrivere di scuola per poter dire qualcosa che non fosse sgomento e fatica. Si trattava di provare a costruire una quotidianità il più possibile rassicurante e garantire formazione e socialità, nonostante Didattica a distanza (poi Didattica digitale integrata) oppure con turni per le classi/studenti, spazi, servizi e opportunità ridotti. Anche quando la scuola ha ripreso a funzionare in presenza la normalità non c'è stata, per le tante ragioni di sicurezza che ben conosciamo. Si è poi entrati in una condizione indefinita di passaggio – quando finisce una pandemia? – caratterizzata da quello che l'emergenza ha lasciato da tanti punti di vista: nelle classi si sentono gli effetti postumi del lungo isolamento e il “ritorno alla normalità” si sta mostrando molto più complicato del previsto. La situazione è migliorata dall'inizio dell'anno scolastico 2021/22 e si è poi complicata per via della fase invernale e della gestione intricata delle quarantene: l'amministrazione...

Diario scolastico 1 / Lunedì sarai a scuola?

Domenica 30   Nei rituali scolastici l’assegnazione del voto ha un’origine molto antica e riveste ancora oggi grande importanza. È praticata ricorrendo al sistema numerico, anche se i numeri negativi sono caduti ormai in disuso e risultano più che altro una sopravvivenza di tipo folcloristico.  Il professore, mosso dalla netta predilezione per idee chiare e distinte, si affida al metodo sommativo basato su verifiche e interrogazioni. Sarebbe possibile anche una valutazione formativa, ma non sempre è ritenuta affidabile, e in attesa che i pedagogisti ministeriali facciano piena luce sulla nebulosa dell’apprendimento per competenze, risulta scarsamente applicata. A conferma del rituale, recentemente è stata introdotta una valutazione per il periodo di scuola-lavoro, ribattezzato dal ministero PCTO, acronimo che indica il Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, altro agglomerato di concetti tutt’altro che trasparenti, forse riconducibile alle migliori intenzioni ministeriali, che però, come noto, sono soggette all’eterogenesi dei fini e perlopiù servono a lastricare le vie dell’inferno.   L’attribuzione dei voti rimane comunque una funzione portante...

Materia per materia / Insegnare letteratura italiana

Da molti anni ormai nel mondo della scuola si parla di competenze, per lo meno a partire dal 2006, quando per la prima volta il Parlamento e il Consiglio europeo hanno emanato raccomandazioni, poi recepite dai vari organismi che hanno il compito di organizzare i sistemi scolastici dei paesi membri, in cui vengono delineate le otto competenze chiave che tutti i cittadini dell’UE devono possedere per realizzare il proprio sviluppo personale, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione. In particolare, quelle che dovrebbero coinvolgere direttamente gli insegnanti di italiano, modificate nel 2018 dal Consiglio europeo, sono: competenza alfabetica funzionale; competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare; competenza in materia di cittadinanza; competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.   Nel nostro sistema scolastico questi suggerimenti già da anni sono stati tradotti nelle Indicazioni nazionali per i licei e nelle Linee guida per gli istituiti tecnici e professionali e più recentemente nelle Linee guida per la certificazione delle competenze nel primo ciclo del 2017, ma non sono sicura che siano stati ancora interiorizzati...

Normalità / Negare il diritto allo studio

Spesso mi trovo a rispondere a domande che mi sorprendono. “Come stanno andando le cose all’università? I corsi sono ancora in DAD?” Mi rendo conto che questi dubbi sono legittimi per chi non ha l’istituzione accademica al centro della propria vita e non la vive giorno dopo giorno. È persino superfluo dire che si parla poco del tema. La scuola è al centro dei nostri pensieri in questi giorni, ma non possiamo dire lo stesso per l’università. Facciamo persino fatica a ricordare il nome della ministra che si dedica alla gestione degli atenei (Maria Cristina Messa) e siamo costretti a rintracciarla su Google: non troviamo sue interviste sui giornali e meno che mai ci capita di vederla nei dibattiti televisivi.   È quindi il caso di ricordarlo: nel primo semestre dell’anno accademico 2021-2022 le lezioni universitarie sono tornate a svolgersi in presenza, anche se le piattaforme digitali continuano a ospitare la modalità mista e a consentire la partecipazione da remoto. In effetti gli studenti che restano a casa sono tanti. È difficile offrire delle statistiche precise, ma ho provato a fare delle indagini, per forza di cose rapsodiche e quindi solo in parte attendibili. Parecchi...

Materia per materia / Insegnare filosofia

Una disciplina antinichilista   La scuola come ogni istituzione politica e sociale non è ubicata in cielo, tra le nuvole di Aristofane e le stelle di Talete o nell’iperuranio di Platone; essa è sempre immersa, testa, mani e piedi, nella realtà che è, nel presente che è dato. Nel nostro caso la scuola si trova in un qui e ora estremamente complesso, in un nuovo mondo digitale, interconnesso, veloce e liquido, in cui Dio è morto e sepolto, i padri-padroni sono finalmente evaporati, mentre nuovi idoli della tecnica e del consumo stanno rapidamente sorgendo. Il post-Novecento delle tante post-ideologie ha lasciato un grande vuoto che è stato rapidamente occupato da un nichilismo inquietante e feroce che tutto divora, compresa la scuola, la quale rischia sempre più di trasformarsi in uno dei tanti non luoghi anonimi dei nostri tempi, a metà strada tra un’azienda e un parcheggio, tra un centro commerciale e un talent show. E l’era del covid ha ancor di più acuito questo senso di vuoto, di solitudine e di smarrimento che da tempo serpeggia nel mondo scolastico.   Da questa nuda e disincantata fotografia è necessario partire se si vuole innovare la scuola e costruire un percorso...

Un libro discutibile / Mastrocola e Ricolfi: quale è il vero danno scolastico?

Nella relazione sulla Scuola normale maschile di Bari redatto nel 1885 da Antonio Labriola, ispettore del Regno d’Italia, possiamo leggere quanto segue: «Tutti gli scolari, e specie i convittori, mi fecero una sgradevole impressione. Pare che abbiano scritto su la fronte la pigrizia e la negghienza. Portamento fiacco e svogliato, nessuna emulazione. Subirono la ispezione senza parteciparvi con lo spirito, mentre in alcune altre scuole, e specie nella femminile di Bari, anche negli alunni e nelle alunne di poca cultura trovai cortesia e volontà di far buona figura. Il direttore non dissentì da me in questo giudizio. Quali le cause di questa decadenza della scuola? La facilità, dicono, delle ammissioni, perché di anno in anno il numero degli alunni va diminuendo».   Quasi un secolo dopo, nel 1976, la rivista specialistica Tuttoscuola, nata un anno prima, promuove un dibattito sulla necessità, avvertita come improrogabile, di ricomporre la distanza tra istruzione formale erogata e saperi realmente posseduti dagli studenti. Tra i partecipanti alla discussione figurano Giovanni Gozzer, democristiano, collaboratore del ministro Gonnella per la riforma della scuola media del 1962 ma...

Materia per materia / Insegnare le scienze umane

Una storia edificante   Durante un consiglio di classe il professor Adalberto Somma che insegna matematica in un liceo delle scienze umane fa notare che l’allieva Piera Pieri è molto brillante nella sua materia e si chiede come mai non abbia frequentato il liceo scientifico. La conclusione che possiamo trarre da questa affermazione è che se l’allieva fosse stata molto brava in letteratura italiana e in latino avrebbe dovuto iscriversi al liceo classico e se fosse stata fortissima in lingua straniera forse avrebbe potuto iscriversi al liceo linguistico. Ma la domanda che sorge dopo questo racconto è: chi dovrebbe iscriversi al liceo delle scienze umane e che capacità, passioni e interessi deve avere? Quello in cui insegno è un liceo considerato “debole” per il riverbero della cultura idealistica di stampo crociano e gentiliano che ha sempre visto negativamente le scienze sociali. Le critiche di Croce e Gentile alla sociologia, alla pedagogia (si pensi alla battaglia persa da Maria Montessori in Italia) e alla psicologia pronunciate a convegni e vergate inizialmente sulle pagine di “La Critica” hanno lasciato un segno deciso che è presente negli angoli più impensabili della...

Materia per materia / Insegnare latino e italiano

Accelerare e chiarire sono, secondo me, i due verbi più adatti a descrivere l’effetto della pandemia sulla scuola (taccio di quelli più dolorosi). In un organismo complesso, stress prolungati e violenti accelerano il collasso delle parti deboli o invecchiate e chiariscono i processi e tessuti su cui è necessario intervenire. E Telmo Pievani ci ha dimostrato come l’evoluzione dei viventi lavori in modo imperfetto, riadattando il vecchio a usi imprevisti e rappezzando in modo creativo qua e là. Così fa anche la scuola, che è certamente viva e complessa. Scendiamo allora in un suo grumo di cellule: un liceo scientifico e linguistico lombardo, lontano dalle città; millecento studenti e una buona reputazione nel territorio. Aumentiamo l’ingrandimento fino a osservare l’esperienza di un insegnante di italiano e latino durante la pandemia e poco prima.   A scuola ci sono corpi   La prima cosa che la pandemia mi ha chiarito è che si insegna e si impara soprattutto con il corpo: quello dell’insegnante e quelli degli allievi, insieme nella stessa aula. Isaac Asimov lo aveva raccontato nel 1951 in The Fun They Had. Purtroppo, e forse inevitabilmente, anche dopo la pandemia nelle...

Materia per materia / Insegnare la storia

Già prima dell'emergenza Covid, e dei problemi emersi nei quasi due anni di Didattica a distanza, il modo in cui è insegnata la storia nella scuola italiana, segnata dallo stigma di materia  noiosa e nozionistica, era oggetto di grandi riflessioni a causa di una crisi in corso, che investe metodo didattico e canone dei contenuti: a maggior ragione, insegnare e imparare storia acquista ulteriore valore in un momento come questo, se – come io credo – dalle competenze storiche dipendono molte capacità di comprendere la realtà sociale. Non soltanto in nome dell'historia magistra e delle retoriche del “mai più” – a rischio di diventare trite, abusate, moralistiche –, ma perché nel decifrare e comprendere il passato si formano gli strumenti, la grammatica, la sintassi, il vocabolario per l'interpretazione del presente e la progettazione del futuro: gran parte della complessità della realtà si deve alla sua trasformazione nel tempo.   Ora, in una società schiacciata tra presentismo ingombrante e comparatismo selvaggio, tra anacronismi patenti e riferimenti identitari, le competenze storico-storiografiche e il metodo storico-critico sono risorse fondamentali e indispensabili....

Un sistema scolastico per il XXI secolo / Una scuola di prima classe

Il rapporto scritto da Jacques Delors (1996) e Education at glance dell’OCSE (2002) costituiscono due tappe significative dell’interesse maturato da una corposa letteratura economica nei confronti dei sistemi educativi. All’istruzione è attribuita, infatti, una lunga serie di benefici sociali ed economici sulla base di numerose ricerche che hanno documentato come un buon livello di alfabetizzazione rafforzi la coesione sociale e la partecipazione democratica (vedi qui) nonché l’assimilazione delle tecnologie, l’adattamento ai processi produttivi e lo sviluppo delle abilità tecniche che contribuiscono alla crescita dell’economia. Non sorprende – osserva Federica Cornali – che le raccomandazioni per il miglioramento dei sistemi d’istruzione, il rafforzamento dell’inclusione scolastica e l’ampliamento dell’offerta formativa siano diventati il Leitmotiv preferito dalle istituzioni politiche e dalle organizzazioni con finalità di promozione sociale ed economica (UE e OCSE).   La pubblicazione di Una scuola di prima classe, scritto da Andreas Schleicher, direttore del progetto PISA, s’inserisce in questa stagione culturale. Scritto nel 2018, tradotto in italiano nel 2020 e...

Abbandoni e diseguaglianze / Un'università classista

Mi capita da tempo di imbattermi, durante le sedute di laurea, in genitori o parenti che cercano un candidato che non c'è. Tante studentesse o studenti non hanno il coraggio di rivelare alle famiglie il reale stato del loro percorso accademico, costellato di esami non superati o mai sostenuti. Imprigionati dai recinti costruiti sulle bugie, questi giovani annunciano lauree che non avranno mai luogo e nel giorno della festa preferiscono scomparire, vivendo ansie indicibili e trasmettendole anche ai loro cari. Talvolta riappaiono a distanza di settimane e decidono di ricominciare a vivere rinunciando per sempre all’università. Solo in rari casi riprendono gli studi.  Nei giorni scorsi, uno di questi studenti ha deciso di togliersi la vita lanciandosi nel vuoto a Napoli, nella sede del Dipartimento di Studi Umanistici della “Federico II”. Non lo conoscevo, forse lo avrò incontrato nei cortili o nei corridoi, avrà frequentato qualcuno dei miei corsi, ma per me era solo uno fra tanti. Alcuni di noi – amici, insegnanti – avranno cominciato a chiedersi cosa avrebbero potuto fare per lui. Forse molto, forse poco, forse niente. In realtà anche questa volta il tempo della tragedia...

Otto domande (3) / Università: contenuti e relazione

Gianfranco Marrone   La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?   Col buon senso, cosa peggio distribuita al mondo. Le piattaforme digitali hanno in un primo momento, diciamo nel 2020, scoraggiato gli incontri di tutti i tipi, dalle lezioni alle riunioni, dai seminari ai convegni. In un secondo tempo, più o meno col secondo lockdown del 2021, invece li ha fortemente incoraggiati, dato che, alla fin fine, è subentrato il fattore comodità ed economia. Faccio lezione, tengo la conferenza, partecipo alla riunione da casa, così appena finito faccio le mie cose, senza lo stress del traffico, la perdita di tempo dello spostamento e simili. Coi convegni, poi, tutto è diventato gratis: e si sono moltiplicati, con molte cose in contemporanea. Esito: seduti alla scrivania dodici ore al giorno. Prima eravamo stanchi per non potere far nulla, ora per fare troppo. In un modo come nell’altro, delirio. Basterebbe allora ricordare che gli...

Otto domande (3) / Università: diffidare delle imitazioni

Tiziano Bonini   La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?   Non ci sarà un ritorno alla “normalità”. Molte riunioni, ricevimenti, seminari, continueranno a svolgersi tramite la mediazione di piattaforme, anche finita la pandemia, e questo può rappresentare un beneficio. Il rischio più grande invece lo corre la didattica: in molte università si vuole continuare con la didattica duale, sia in presenza che a distanza, che risulta in una didattica “diminuita” invece che “aumentata”. La mancanza di cultura digitale nelle università italiane sta portando a una spaccatura, la solita, trita e ritrita, tra apocalittici e integrati. I primi vorrebbero tornare a “prima”, gli ultimi magnificano le sorti progressive delle piattaforme. Invece dovremmo valutare la possibilità di sviluppare una didattica “aumentata” da supporti digitali (spazi di discussione online con gli studenti, piattaforme per l’archiviazione e la circolazione di...

Otto domande (2) / Università: cosa significa insegnare?

Franco Nasi   La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?   È stato certo faticoso imparare in poco tempo ad usare bene le piattaforme digitali nella didattica “attiva”, cioè non solo come archivio per i materiali da dare agli studenti. Il loro utilizzo forzato ha costretto a riorganizzare abbastanza radicalmente le lezioni. Sarebbe un peccato non trarre vantaggio dalle esperienze fatte. La didattica in presenza è essenziale, ma un uso più efficiente delle piattaforme digitali porterebbe vantaggi certi alla didattica.    Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?   Un insegnante è anche un po’ un attore. Deve comunicare, coinvolgere, motivare....