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Carlo Ginzburg

(35 risultati)

Ogni storiografia è autobiografia / Carlo Ginzburg. La lettera uccide

La lettera uccide, scrive Paolo di Tarso. La lettera uccide chi la ignora, replica Carlo Ginzburg.  In estrema e brutale sintesi, questo pare essere il senso dell'ultimo libro di Carlo Ginzburg, appena uscito per Adelphi, La lettera uccide. Si tratta di un libro densissimo, coltissimo e appassionante. Tredici capitoli, di cui due inediti, che, nella vasta produzione di questo storico, richiamano, per impostazione e struttura, titoli come Occhiacci di legno o, anche, Il filo e le tracce. Gli argomenti affrontati apparentemente sono eterogenei, da sant'Agostino a Garcilaso de la Vega, da Giovanni Gentile a Montaigne, passando per Machiavelli, Michelangelo, padre Matteo Ricci ed Ernesto De Martino nonché parecchi altri. Riassumere il testo pare quindi a tutta prima assai difficile. Ma, al di là della congerie (in senso nobilmente retorico) di nomi e dati, vi sono alcuni pochi elementi ricorrenti, alcune costanti che, ci permettiamo di dire, sfiorano quasi l'ossessione. Sicché il riassunto del libro pare invece poi abbastanza fattibile. Tentiamolo.   Si tratta di esperimenti mentali, o esercizi, come li chiama a più riprese l'autore, e tutti sottintendono, o “implicano”,...

Immortalità / Mathias Enard e la confraternita dei becchini

Roland Barthes, semplificando, separava il piacere del testo dal godimento di un testo. Il piacere, nella sua ambiguità, rimanda a una pratica confortevole della lettura, che appaga, soddisfa, dà euforia. Secondo Barthes il godimento porta a uno stato di perdita che fa vacillare i presupposti culturali, psicologici e storici fino a far perdere al lettore la consapevolezza del suo io. Il libro di Mathias Enard, Il banchetto annuale della confraternita dei becchini (E/O, 2021, traduzione di Yasmina Melaouah), così profondamente intriso di cultura francese, rinvia a quel saggio illuminante che invitava a riflettere sul fatto che, in un libro "riuscito", è l'avidità di conoscenza che spinge il lettore ad accelerare il percorso di lettura, per giungere allo svelamento della storia, sorvolando sui dettagli, saltando le descrizioni, nel godimento vorace di appropriarsi eroticamente della vicenda narrata, in una sorta di perversa dimenticanza di sé.    Molte pagine del Banchetto domandano lentezza: quella necessaria ad apprezzare il giro perfetto della frase, la metafora azzeccata, il sapore della lingua restituito attraverso la descrizione della squisitezza dei cibi e dei vini...

Un’intervista cinese / Carlo Ginzburg: scrivere di storia significa "Tartufi per tutti”

Microstoria   Lei ha scritto di essersi imbattuto nei documenti poi utilizzati nel libro Il formaggio e i vermi mentre stava lavorando a I benandanti, e di non aver pensato a quei documenti per alcuni anni prima di cominciare a scrivere il libro. Perché si è interessato alle vicende di un personaggio minore come quello?   All’inizio della ricerca che poi confluì nel libro I benandanti trovai un documento scritto da un inquisitore al principio del ‘700: un elenco “dei primi mille processi celebrati dall’Inquisizione in Friuli”, una regione situata al confine nord-orientale dell’Italia. Ogni processo menzionato nell’elenco era accompagnato da un riassunto di poche righe. Cominciai a ispezionare l’elenco, che comprendeva processi contro eretici, streghe e così via, cercando benandanti (i protagonisti di quello che sarebbe diventato il mio libro) – e tutt’a un tratto m’imbattei nel riassunto di due processi contro un contadino [si chiamava Domenico Scandella] che sosteneva che il mondo era nato dalla materia putrefatta. In altre parole, mi trovai di fronte a un riassunto di poche righe, non alla documentazione che analizzai successivamente: un particolare minimo, che però...

150° anniversario della nascita / Novità di Proust. Una Recherche senza madeleine

A volte mi chiedo: ma gli studiosi di Proust, nella loro caccia agli inediti, sono incredibilmente favoriti dalla Fortuna, oppure sono guidati da una sovrumana, rabdomantica abilità che li orienta verso giacimenti sconosciuti di lettere, agende, abbozzi, quaderni, taccuini, racconti cestinati e manoscritti d’ogni sorta? Probabilmente c’è del vero in entrambe le ipotesi. Ma la Fortuna un po’ c’entra, o comunque il Caso, quel Caso che nella Ricerca è tra i protagonisti; quello che fa inzuppare a Marcel la madeleine nella tazza di tè e mette così in moto tutta l’immensa macchina narrativa del romanzo. Vediamo qualche esempio, tra i più recenti, di questi doni inattesi della Fortuna. Il 6 aprile del 2005 muore il principe Ranieri III di Monaco, il fascinoso e sorridente vedovo di Grace Kelly. Che cosa c’è nella cartellina custodita gelosamente nel suo comodino? Qualche cimelio hitchcockiano? Le più belle foto di scena di Delitto perfetto? Macché: quattro lettere e un telegramma di Marcel Proust, risalenti all’estate del 1920. Non indirizzate al principe, naturalmente, che allora non era ancora nato, ma a suo padre, il conte Pierre de Polignac (1895-1964), divenuto proprio nel 1920...

Una nuova rivista / Evento, trauma, storia

Una storia che voglia andare nel profondo della comprensione psichica degli avvenimenti forse non può accontentarsi di concentrare la propria attenzione soltanto su ciò che è fattualmente successo, ma deve anche cercare in ciò che è stato desiderato, voluto, benché non sia accaduto nel tempo deputato. Ciò non per fare l’inutile avvocatura dei sé e dei ma, bensì per comprendere come, a volte, proprio ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato, può emergere successivamente dal suo spazio negativo e contribuire a produrre, après coup, fatti storici positivi di grande portata. Molti sarebbero gli esempi in tal senso. Ne farò alcuni. Si pensi alla “pugnalata alle spalle” con cui il nazionalismo tedesco, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, preparò la strada a quella che avrebbe dovuto essere la rivincita della seconda. Si pensi anche a un paese vincitore del primo conflitto mondiale, quale fu l’Italia, e alla “vittoria mutilata” che forte influenza ebbe nel nutrire e incanalare il risentimento sociale del belpaese, derivato dalla delusione seguita alle aspettative dall’esito vittorioso. L’enfasi propagandistica arrivò perfino a istituzionalizzare la figura del mutilato...

Futuro dell'Italia / Provincia o periferia?

Sono stati i francesi a inventare il termine provincial che nel Seicento indicava “persona con una mentalità arretrata”. Per quanto gli studiosi di etimologia non sappiano dire da dove derivi la parola, il suo significato indicava la sfera di competenza di un magistrato, poi un territorio conquistato dai legionari romani e amministrato da un magistrato di quella città. L’Italia è il paese provinciale per eccellenza, composto di realtà territoriali molteplici che si affiancano le une alle altre. La sua stessa forma geografica è molto varia rispetto alle altre nazioni europee: lunghezza della penisola, perimetro delle coste, presenza di due catene montuose l’una longitudinale all’altra, valichi, passi e valli. Il fatto di essere stati il centro di un Impero che ha fatto della viabilità uno degli strumenti principali di dominio, fa sì che la fitta rete delle strade romane abbia incentivato qui da noi lo sviluppo di numerosi centri urbani. Se si vuole capire qualcosa della realtà italiana, bisogna risalire molto indietro nel tempo, fino alle guerre greco-gotiche. Tutto questo perché il policentrismo è stata e resta una realtà importante nel nostro paese.   In un saggio pubblicato...

Sul metodo / Ginzburg e Prosperi: la pazienza del ricercatore

A pensarci, specie per chi incolpevolmente appartenga alla cosiddetta net generation, fa quasi un certo effetto, ma fino a non molti anni fa il mestiere della ricerca erudita si svolgeva ancora e interamente per vie “analogiche”: lontano era lo sfruttamento intensivo di quello sterminato, fluttuante archivio digitale che sarebbe diventato il motore di ricerca Google (compresa, evidentemente, la biblioteca in continua espansione di Google Books), e la minima curiosità, il minimo spunto d’indagine implicavano la consultazione “in presenza” di volumi, cataloghi, schedari ecc. Da quell’età (proiettata in un passato quasi remoto dalle attuali circostanze pandemiche) giunge il provocante esperimento di Giochi di pazienza (Einaudi 1975), resoconto di un seminario condotto dagli storici Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi presso l’Università di Bologna nell’anno accademico 1971-1972, e che l’editore Quodlibet ha recentemente accolto nel piano di riedizione di una parte dell’opera del primo.   Il seminario di Ginzburg e Prosperi, avviato nel solco delle ricerche del maestro Delio Cantimori sugli Eretici italiani del Cinquecento (e intimamente suggestionato da una massima di Carlo...

Ristampa / Gli sciamani di Carlo Ginzburg

Si può rileggere, o leggere, I benandanti seguendo tracce diverse e con diversi atteggiamenti, ma in nessun caso si riuscirà a restare indifferenti. Le vicende raccontate in questo libro risalgono a circa cinquecento anni fa, e sono la ricostruzione di veri processi dell’Inquisizione sulla base dei loro stessi verbali. La novità di questo libro sta nell’essere stato davvero una novità: la prima edizione (Einaudi) risale al 1966. Il formaggio e i vermi, forse il frutto più noto di questo lungo e ostinato lavoro certosino, verrà circa dieci anni dopo. La geografia di queste vicende è sempre la stessa, e certo non a caso: il bellissimo paesaggio friulano. Come il mugnaio Domenico Scandella detto Menocchio, mandato a morte dall’Inquisizione alla fine del ‘500, anche le strane figure dei benandanti entrano a pieno titolo nella Storia. Certo, li vediamo filtrati dalla verbalizzazione dell’accusatore, ma leggendo si avverte il suono della verità, o quel che crediamo sia verità.   È un po’ quel che succede nelle traduzioni da lingue lontane: a volte ottime a volte pessime, lasciano filtrare comunque (anche miracolosamente) lo spirito dell’opera originale. Ginzburg accenna,...

Danilo Montaldi / La letteratura della ligèra

Con il termine gergale leggera (dall’etimo controverso; anche ligèra, lingèra ecc.) si intendeva, fino a circa mezzo secolo fa, il circuito della vecchia malavita padana animato da pescatori di frodo, ricettatori, ex galeotti, macrò, contrabbandieri, ladri di polli, ambulanti e altri pittoreschi dropout attivi soprattutto tra Milano e il contado cremonese. Questo umile microcosmo canagliesco avrebbe trovato il proprio etnografo d’eccezione nel giovane Danilo Montaldi, «geniale figura di sociologo antiaccademico e va-nu-pieds, comunista eretico e attivista instancabile, irriducibile», che dalla metà degli anni ’50 avrebbe raccolto “sul campo”, dalla penna dei diretti interessati, le storie di vita di alcuni di questi antieroi della marginalità, poi introdotte e annotate nelle indimenticabili Autobiografie della leggera pubblicate una prima volta da Einaudi nel 1961. Nel suo recente libretto, Narratori della leggera. Danilo Montaldi e la letteratura dei marginali (Carocci), da cui proviene la didascalia di poco sopra, Fabrizio Bondi ha inteso tracciare una vera e propria «biografia» del capolavoro del sociologo cremonese: dai motivi ispiratori del progetto (il rapporto tra...

Le cose che non si vedono / Il virus invisibile

La sua forma è seducente: un piccolo pianeta grigio su cui crescono alberelli dalla chioma rossa. Così l’hanno fotografato con un microscopio elettronico al Center for Disease Control and Prevention. In altre immagini invece, pubblicate da poco su Nature Medicine, appare come una sfera violacea coperta da piccole forme verdi dalle teste tondeggianti simili a piccoli chiodi. Da queste protuberanze deriva il nome, Coronavirus, poiché sembrano una corona attorno al virione. Questa è la forma che ha scatenato la pandemia. I virus hanno tutti delle forme affascinanti, spesso sono esagoni, perché questo è il modo migliore per impacchettare unità identiche minimizzando al contempo l’energia. Il tipico rivestimento esterno di un virus è costituito di molte coppie della stessa unità proteica assemblate come i vertici di un poliedro, spiega Ian Steward, matematico e studioso delle forme. Steward cita l’architetto Buckminster Fuller, inventore e futurologo, che, ispirato dalle forme matematiche degli oggetti naturali, ha costruito le sue celebri cupole geodetiche, così come due scienziati, un chimico americano e uno spettroscopista inglese, che lavorano sulle forme dell’icosaedro e nel 1985...

Matto e mostro / Lo strano Federico Tavan

Federico Tavan nasce “strano” perché, quando è ancora in pancia, riceve la maledizione della strega del paese. Così la pensano ad Andreis, un borgo incantato, in cui vivono meno di 250 anime in Val Cellina, nel Friuli più segreto, al confine con l’“Italia”. L’Italia, a iniziare dal Veneto, è un posto dove non si parla la marilenghe, la lingua madre, il friulano. Mentre ad Andreis l’italiano è cosa che si usa solo sui banchi di scuola. Andreis è fatto di case in pietra con i ballatoi in legno, dove si può lasciare il fieno ad asciugare. C’è il torrente Alba che a volte è azzurro e altre verde fosforescente: lo guardi e sai che esistono le fate. Poi alzi la testa, vedi le montagne vicine, e sai, che se il tempo si fa grigio, di un grigio-dolore, esistono anche le streghe. Come quando il mondo si è capovolto lì vicino, a Erto e Casso, dove un pezzo del monte Toc ha fatto strabordare la diga del Vajont.   Anche lì, colpa delle streghe come Giacomina, la vecchia laida, corrosa dalla solitudine e dalla disperazione, che vede Cosette Tavan, la futura madre di Federico, entrare in chiesa con il grembo leggermente dilatato, la camminata consapevole di chi porta un carico prezioso....

Libri e cinefilia / Viaggi attraverso il grande schermo

In Sherlock Jr. (in italiano La palla n.13), diretto da Buster Keaton nel 1924, il proiezionista di un piccolo cinema di periferia, interpretato dallo stesso Keaton, cade addormentato durante un film e sogna di “entrare” letteralmente nel grande schermo. È la prima immagine che mi è venuta in mente sfogliando due libri pubblicati di recente: Una visita al Bates Motel di Guido Vitiello (Adelphi 2019, pp. 251, 38 euro) e il Dizionario del cinema immaginario compilato da Alberto Anile (Lindau 2019, pp. 328, 24 euro). Più che due libri “di cinema” si tratta di libri “cinefili”: due «capriole della visione», per dirla con Anile, due tuffi «negli abissi dello schermo». Entrambi nascono, mi sembra, dal desiderio di penetrare quasi fisicamente nel film, di abitarlo, di esplorarlo scena per scena, metro per metro.    Buster Keaton, “Sherlock Jr.”, 1924. Detto questo, i due lavori sono profondamente diversi. Rispetto al volume Lindau, più modesto nella grafica e contenuto nelle dimensioni, quello targato Adelphi, sontuosamente illustrato a colori, è una festa per gli occhi: non solo un libro, ma anche un oggetto di pregio, come vuole la tradizione della casa (e in modo...

Storia del mondo in nove scritture misteriose / Recensione (con divagazioni) a Silvia Ferrara. La grande invenzione

Philip Roth in Operazione Shylock racconta così il modo in cui a scuola ha scoperto l'alfabeto: «le ventisei coppie asimmetriche suggerivano a un intelligente bambino di cinque anni ogni dualità e corrispondenza che una piccola mente potesse concepire»; «la processione che marciava immobilmente verso la porta dell'aula scolastica costituì una pesca miracolosa associativa di inesauribili proporzioni». Nella forma espositiva didattica e disciplinata che le coppie di lettere assumono sulla lavagna (Aa Bb Cc …) «il fregio dell'alfabeto» appare simile a «figure di profilo, nel modo in cui gli scultori di bassorilievi di Ninive rappresentarono nel 1000 a.C. la caccia reale al leone». Non è l'unico passo dell'opera di Roth che associa le proprietà pittoriche e la magia ricombinatoria della scrittura alla gioia pura; la forza che deriva dal padroneggiamento del linguaggio è un «piacere corroborante», tale da «espandere così dinamicamente i limiti della coscienza». Non posso omettere come nel passo citato del romanzo compaia una sola, successiva, scoperta capace di competere in forza con la scrittura: il sesso, che per Roth coincide con la fine dell'infanzia.   Ho associato...

Piero della Francesca / Alla ricerca di Piero. La casa di Sansepolcro

All’ombra dei personaggi famosi prospera un sottobosco di figure minori, le cui azioni risultano indissolubilmente intrecciate con il nome di qualcuno incomparabilmente più celebre di loro. Viaggiare per visitare le case di donne e uomini illustri significa alla lunga scontrarsi con questa evidenza, per cui ciò che chiamiamo storia è l’annodarsi di vicende vicine e lontane, minori e maggiori, luminose e in ombra. Capita così a noi, addentrandoci in quell’angolo tra l’Umbria e le Marche, tra Città di Castello e Pieve Santo Stefano, alla volta della casa natale di Piero della Francesca a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. Nelle stanze semivuote, arredate oggi con alcune piccole mostre (pittura, oreficeria), incontriamo presto un nome che entra a pieno titolo a far parte della storia della casa e della memoria postuma dell’artista: Giovanni Battista Collacchioni, detto Titta.    Nella seconda metà dell’Ottocento il Collacchioni, cavaliere e senatore del Regno, divenne proprietario del grande edificio, che la famiglia di Piero, ricchissimi conciatori, aveva abitato e ampliato (probabilmente su progetto di Piero stesso) esattamente quattro secoli prima, nella seconda metà...

Adelphi ristampa il libro più noto di Carlo Ginzburg / Il formaggio e i vermi

“In passato si potevano accusare gli storici di voler conoscere soltanto ‘le gesta dei Re’. Oggi, certo, non è più così. Sempre più essi si volgono verso ciò che i loro predecessori avevano taciuto, scartato o semplicemente ignorato. ‘Chi costruì Tebe dalle sette porte?’ chiedeva già il ‘lettore operaio’ di Brecht. Le fonti non ci dicono niente di quegli anonimi muratori: ma la domanda conserva tutto il suo peso.” Il formaggio e i vermi, oggi riproposto in una nuova edizione da Adelphi, uscì nel 1976, e nel primo paragrafo della prefazione, che ho copiato interamente, Carlo Ginzburg sintetizza l’essenza del libro. Che raccoglie gli umori di un clima culturale e politico, quello degli anni ’70, di cui forse si conserva memoria parziale se non macchiettistica. Ne parla anche Ginzburg nella nuova postfazione. Superati quasi completamente gli schemi ideologici attivi fino a pochi anni prima, messi a nudo come quelli degli avversari, questi movimenti poliformi entravano in contatto con studiosi (allora chiamati ancora intellettuali) non più e non solo attraverso appelli e firme, ma attraverso le loro opere, facendo propria anche una particolare filosofia della storia. Che a sua volta...

Nobel 2019 / Lo sguardo di Olga Tokarczuk

Con il Premio Nobel per la letteratura, assegnato contemporaneamente alla polacca Olga Tokarczuk e all’austriaco Peter Handke, si potrebbe affermare che ha vinto l’Europa Centrale, con tutte le sue contraddizioni (basti pensare alle polemiche per l’appoggio dato dallo scrittore austriaco al nazionalismo serbo). Piccole nazioni che, assieme alle altre, dal Baltico al mar Nero, sono non soltanto un luogo dell’anima e della cultura fondamentale per il nostro sbrindellato continente, ma anche l’espressione di un modo di intendere la letteratura un po’ diverso da quello che va per la maggiore da noi. I loro libri sono assai particolari e, seppur ben scritti, privilegiano lo sguardo filosofico: spesso sono una sorta di patchwork di saggio e finzione. I loro romanzi, ad esempio, non sono caratterizzati da una trama narrativa chiara e definita: sono piuttosto delle occasioni di racconti e memorie apparentemente confuse e, persino, pretestuose, al servizio di una profonda riflessione sulla vita, l’anima e la storia.     Pur essendo nata parecchi anni dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, Olga Tokarczuk (1962) è ben consapevole del peso della Storia per la Polonia e di...

Le immagini secondo James Elkins / Il cosmo legnoso

Pittura su legno Lavorando sull’immaginario alchemico, lo storico dell’arte americano James Elkins si reca un giorno alla biblioteca dell’università di Glasgow, ricco di manoscritti e incunaboli sull’alchimia e la chimica, le scienze occulte e la stregoneria, la Kabbala, i Rosacroce e la massoneria. Compulsando il fondo della John Ferguson Collection, il suo sguardo cade sulla scheda di un documento di cui è ignoto l’autore, la data, la provenienza, la storia e, come si renderà presto conto, anche il senso.  È così, per pura serendipity, che s’imbatte in un manoscritto misterioso, il cui unico indizio viene dal frontespizio, ammesso che sia della stessa mano delle illustrazioni, cosa di cui dubita. Qui si accenna alla magia naturale, alla natura pneumo-cosmica, all’autore come scimmia della natura, a disegni dipinti e incisi e modellati in rilievo.   Le immagini sono tutte prese da "What Heaven Looks Like".   Il libro si compone di 52 acquerelli rotondi di una dimensione variabile tra 11 e 13 cm (poco più grandi di come li vediamo ora sullo schermo dei nostri computer), realizzati su carta olandese e databili all’incirca a metà Ottocento. Ci troviamo senza dubbio...

Immaginazione e negazione generativa / Perché il popolo sposta il vaso?

  Consenso e ironia   Le implicazioni di questa fulminante vignetta di Altan sono davvero molte. Così come è forte la provocazione nei confronti della nostra indifferenza. La preoccupazione di Baruch Spinoza riguardo alla nostra disposizione a rimanere sudditi emerge in tutta la sua portata. Una domanda potrebbe essere: se anche di fronte a evidenti errori e scelte sbagliate che persino chi esercita il potere riconosce, quello stesso potere o una delle sue espressioni sente di poter contare su una disposizione incondizionata a colludere, compensare, adattarsi, confermare, comunque e nonostante, il consenso, come sarà mai possibile aprire gli occhi, dire di no, generare una discontinuità e creare un cambiamento dello stato attuale delle cose? La propensione alla conferma, si sa, prevale nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti, anche quando è evidente che mantenere la consuetudine produrrà esiti indesiderabili. Le forme di comunicazione politica che fanno un uso strumentale della paura sono sempre state una efficace via di manipolazione delle opinioni e delle scelte di chi governa. Ancor più efficace si è mostrata e si mostra l’individuazione di un nemico,...

Le varie lingue di Le metamorfosi / Kafka. Un tram chiamato lampione

La scintilla si accende leggendo un passo all’inizio della seconda parte de La metamorfosi (1915). Da qui prende le mosse il notevole “giallo-filologico” di Adriano Sofri, Una variazione su Kafka (Sellerio). Infatti nella traduzione de La metamorfosi, fatta da Anita Rho e pubblicata con il testo a fronte (Rizzoli 2001), si trova questa frase:   “I rilessi della tranvia elettrica chiazzavano qua e là il soffitto e le parti superiori dei mobili, ma in basso, dov’era Gregorio, faceva buio”.    Ma, nel testo tedesco, al posto di tranvia elettrica (che sarebbe: “elektrischen Strassenbahn”) c’è scritto “elektrischen Strassenlampen” (lampioni elettrici della strada). E infatti, ad esempio, una delle maggiori esperte italiane di Kafka, Andreina Lavagetto, nella sua traduzione (F. Kafka, La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita, Feltrinelli 1991, p. 90), traduce così:   “La luce dei lampioni elettrici in strada si posava pallida qua e là sul soffitto…”    Ma già il titolo del racconto di Kafka è diverso dall’originale: “Die Verwandlung” significa infatti “La trasformazione”. In tedesco esiste il termine “Die Metamorphose” quindi Kafka, che...

Si può vivere senza, ma mica tanto bene / Ironia: non aderire alle convinzioni

“Non c'è da meravigliarsi se l'ironia presenta alcuni pericoli, sia per l'ironista che per le sue vittime. La manovra è arrischiata, e come ogni gioco dialettico, riesce solo di stretta misura: un millimetro in meno, - e l'ironista diventa lo zimbello degli ipocriti; un millimetro in più, - e persino lui si inganna insieme alle proprie vittime; far causa comune con i lupi è pura acrobazia e può costar caro a chi è maldestro. L'ironia, pena il naufragio, deve così bordeggiare pericolosamente tra la Cariddi del gioco e la Scilla della serietà: la prima di queste trappole è lo slittamento dell'ironico nel ludico, la seconda la ricaduta dell'allegoria in tautegoria ingenua; talvolta l'ironia cede alla vertigine dell'ambiguità, e l'andirivieni fra gramma e pneuma finisce col farla impazzire del tutto; talaltra aderisce alla lettera della grammatica rinunciando all'equivoco con una scelta univoca. D'altronde a che ci serve una simile prova di abilità? A liberarci, dicono, dalle illusioni... Ma le illusioni sono così funeste che, per distruggerle, dobbiamo arrampicarci su questo trapezio volante?”    La domanda di Vladimir Jankélévitch, dal suo libro "L'ironia", rimane tutta...

Morte di Italo

Pochi giorni dopo il funerale di Italo Calvino ho buttato giù gli appunti che seguono, soltanto per ricordarmi la situazione e i sentimenti del momento. Ero appena tornato dalla Francia, e la sera stessa la moglie di Calvino (Chichita) mi ha telefonato per dirmi che Italo stava morendo. Sono partito in macchina nella notte verso Siena assieme alla moglie di Carlo Ginzburg (Luisa), mentre Carlo stava arrivando col treno da Roma. In macchina io e Luisa siamo arrivati a Siena a mezzanotte e mezza, e proprio allora Carlo stava smontando da un taxi davanti all'ospedale. Chichita era andata a dormire all'albergo. Italo era in sala di rianimazione dove non si poteva entrare, lo tenevano ancora in vita con farmaci «a termini di legge». Abbiamo cercato in tutti gli alberghi di Siena senza trovare un posto per dormire, allora ci siamo seduti ad aspettare davanti all'ospedale. Siamo riusciti a entrare solo alle 4, quando è arrivata Chichita assieme a Giorgio Agamben, Giovanna, Aurora, François Wahl, e il fratello di Italo. Avevano già composto il corpo di Italo nella bara, ma in modo ridicolo, pare, mettendogli del pizzo intorno alla...

Calvino, Levi e i buchi neri

Nell’aprile del 1975 la rivista «Le Scienze», edizione italiana di «Scientific American», pubblica la traduzione di un articolo sui buchi neri. Il titolo in originale è The Search for Black Holes e l’autore lo scienziato Kip S. Thorne. La rivista è molto seguita in quel periodo in Italia e tra i suoi lettori affezionati ci sono anche due scrittori assai noti: Italo Calvino e Primo Levi. L’autore di Le cosmicomiche ne parla nel mese di settembre sul «Corriere della Sera» nella sua rubrica «Osservatorio del signor Palomar», titolo: I buchi neri. Calvino nota che da alcune settimane tutti gli amici con cui il suo alter ego, il signor Palomar, parla, finiscono sempre per affrontare l’argomento dei buchi neri. Il pezzo è un efficace riassunto degli argomenti sviluppati da Thorne, che si alternano a riflessioni di tipo filosofico e antropologico sul posto dell’uomo nell’universo.   Il tema appassiona Calvino da decenni, almeno dagli anni Quaranta, e ha trovato spazio nella sua opera narrativa, in particolare in Le cosmicomiche. Il cambio di paradigma in corso, osserva lo...

Giuliana Minghelli, Cinema Year Zero

In un saggio famoso André Bazin scriveva che “le néorealisme est aussi une révolution de la forme vers le fond” (Bazin, Qu’est-ce que le cinéma? Une esthétique de la réalité: le néoréalisme. Vol. 4 Paris: Les Èditions du Cerf, 1962, p. 141). L’apparente semplicità dell’enunciato nasconde in realtà un velo di ambiguità: il termine fond può intendersi non solo come “contenuto”, ma anche come “sfondo”. Non è un’ambiguità da poco: sottende la possibilità di poter adottare un diverso sguardo critico rispetto all’interpretazione dominante del Neorealismo come cinema post-resistenziale attento ai contenuti sociali.     È proprio da una rinnovata attenzione al paesaggio inteso come luogo di esperimenti formali che prende le mosse Cinema Year Zero. Landscape and Memory in Post-Fascist Italian Film. Come rivela il titolo, nel cinema neorealista l’interesse per lo sfondo va di pari passo con un’operazione di scavo nella memoria, individuale e collettiva: “il cinema del...

Mircea Eliade. Uno sciamano contemporaneo

Mircea Eliade (1907-1986) è con ogni probabilità lo studioso di religioni più noto e influente del Novecento, grazie al fascino del suo pensiero e di un’indubbia capacità di scrittura. Lo studioso romeno, poi radicato negli Stati Uniti, è considerato tra i fondatori della cosiddetta “Chicago School” di storia delle religioni e ha scritto libri che sono autentici best-sellers, oltre ad avere una prolifica produzione letteraria di fiction, al punto da figurare alla fine degli anni Settanta tra i potenziali candidati al premio Nobel per letteratura.   Mircea Eliade   Anche Hollywood non è rimasta estranea all’aura sapienziale dello studioso: Francis Ford Coppola ha realizzato Un’altra giovinezza (Youth Without Youth, 2007) ispirandosi al romanzo di Eliade (1981), non privo di tratti autobiografici, intitolato Giovinezza senza giovinezza. Lo ricordo come un film a tratti imbarazzante: nella Romania degli anni trenta un professore in crisi, erudito e studioso di religioni, miti e antichità viene colpito da un fulmine e ringiovanisce; reduce da una tragica vedovanza, incontra diverse...