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Friedrich Nietzsche

(76 risultati)

Diario 10 / Un dormiveglia con Hegel

Lunedì 4   Abele era pastore di greggi, come tutti sanno, invece Caino coltivava la terra. Abele la vittima e Caino il carnefice. Ma oggi mi è scappato detto che in fondo, considerando com’è nata la sua disgrazia, Caino suscita una certa simpatia a differenza di Abele, perché l’idea di fare un’offerta al Signore era venuta proprio a lui, a Caino, forse mentre zappava. E cosa offre al Signore? I prodotti del suolo, dice la Bibbia.  Non è precisata la specie vegetale ma si può pensare all’insalata, alla lattuga, ad esempio, oppure al radicchio, dipende dalla stagione, ammesso che a quei tempi fosse già in atto la rivoluzione terrestre. Ma se il periodo dell’anno è incerto, la Bibbia precisa che il primo a voler onorare il Signore è stato Caino che ha offerto in dono i prodotti del suolo, quindi in lui c’era dell’affetto filiale, un dettaglio tutt’altro che irrilevante, anche se di solito è passato sotto silenzio.   E se poi le cose si sono messe male è stato perché lì attorno c’era anche suo fratello, che vedendo cosa faceva il primogenito ha pensato di fare la stessa cosa. Questo bisognerebbe considerarlo: uno ha avuto l’idea, l’altro ha agito per imitazione. So bene...

Paese che vai / Caratteri nazionali?

L’ora a cui mangiamo definisce la nostra appartenenza nazionale, perché, ci spiega ora Alessandro Barbero, gli italiani pranzano tra l’una e le due, i francesi all’una circa, gl’inglesi intorno a mezzogiorno e gli spagnoli oltre le due: paese che vai, usanza che trovi. Per gl’italiani il pranzo potrà anche essere una seconda colazione, per i francesi invece sarà spostato verso l’ora di cena (dîner), per gl’inglesi se sono workaholic si trattera di un brunch (breakfast+lunch) e se sono cafoni di una vera e propria cena (dinner): non è solo questione nazionale, allora, ma anche sociale, perché se l’ora del pranzo definisce l’appartenenza in termini di provenienza, il vocabolario con cui lo si designa è indice di una distinzione di classe. Glottolalico più che mai, Barbero si diverte e fa divertire, con quel pregio che gli è proprio che è la capacità di arricchire il banale di citazioni colte e riflessioni sofistiche, ma anche di rendere accessibile l’elitario grazie al contatto con curiosità popolari ed esperienze di vita. Campione del mid-cult, ma al tempo stesso coltissimo esponente dell’élite, Barbero ci chiede a che ora mangiamo e se per questo ci sentiamo italiani oppure no....

Paolucci, Storia stupefacente della filosofia / Voci nella testa: chissà, se sono le mie

«Una droga è quella sostanza che, quando iniettata in un topo, produce un articolo scientifico», scriveva sir William Osler, patologo, bibliofilo, storico, scrittore canadese e gran burlone, che firmava i suoi aforismi con il nome di penna Egerton Yorrick Davis. Assioma che, se applicato al libro di Alessandro Paolucci, Storia stupefacente della filosofia (il Saggiatore, 2022), porta alla conclusione che se una droga – che sia il Ciceone, o il Papaver somniferum – viene iniettata nel corpo di un filosofo, vuoi Platone, Friedrich Nietzsche o chi ti pare, produca un’opera filosofica. Certo non funziona esattamente così, nonostante bisogna ammettere che anche insospettabili uomini di cultura come Walter Benjamin, Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, nomi che aleggiano nel libro di Paolucci, abbiano fatto, nel tempo, uso di sostanze più o meno stupefacenti. Ma questo “doping letterario” – o “illuminazione profana”, come la chiama Benjamin – li squalifica in quanto filosofi, poeti, scrittori, critici, narratori, come avrebbe fatto se fossero stati atleti olimpionici?   Se volessimo abbozzare un elenco di intellettuali e artisti che hanno avuto esperienze allucinogene varie – a...

Diario 2 / Il lamento sulla scuola come genere letterario

Lunedì 7   Opprimente, demoralizzante, soffocante…, al limite del sopportabile…, ostacoli interiori insormontabili…, la scuola non ti aspetta, non ti capisce…, d’altronde anche noi non ci capiamo, non capiamo più noi stessi…, la scuola è formata da ragazzi stanchi e malati…, non si accorge di chi vaga nei corridoi con lo sguardo spento, trascinandosi su gambe esili, che hanno lo spessore di una lattina di Coca Cola…  Frasi che potrebbero venire da un libro di Thomas Bernhard. C’è un’aria di famiglia, basta leggere Un bambino: “entrando a scuola tremavo, uscendo da scuola piangevo. Andavo a scuola come si va al patibolo”.  Invece sono frasi di alcuni studenti ai quali ho chiesto un commento a una fotografia scattata durante una manifestazione della settimana scorsa. Compariva su uno striscione con uno slogan impietoso: la vostra scuola ci fa schifo.    Volevo un commento, anonimo naturalmente. Perché “vostra”? E fa proprio così “schifo”? Ho lasciato dieci minuti, e sono bastati perché riversassero il loro disgusto in forma di parola. Vostra perché la nostra opinione è irrilevante…, vostra perché manca la collaborazione…, lo studente non può sentirsi libero...

Un libro di Santiago Zabala / Essere dispersi

«Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva». Forse sono i due versi di Friedrich Hölderlin più citati ed equivocati di sempre. Provengono da Patmos, un inno che l’amico nobile Federico V gli commissiona per celebrare l’isola greca dove l’evangelista Giovanni ha avuto le rivelazioni che lo condurranno a scrivere l’Apocalisse: è pane perfetto per i denti di Hölderlin, che porta a termine la lirica nel 1803. Come capita in altri casi virtuosi, il poemetto è così intenso e fitto di significati che ciascuno ci legge ciò che vuole. In un certo senso, a prenderlo e tirarlo per uno dei suoi fili, il libro di Santiago Zabala – Essere dispersi (Bollati Boringhieri, 2021) – si presenta come una spiegazione contemporanea e definitiva della citazione, che in effetti compare proprio a un passo dalla fine (pagina centocinquanta).    La domanda che Zabala spalanca in testa al saggio è chiara, avvincente, e sembra c’entrare poco con Hölderlin: come mai viviamo in un mondo senza emergenze? O meglio: come mai viviamo in un mondo dove alcune emergenze fondamentali non rappresentano più il cuore del discorso politico? Dall’11 settembre 2001 fino al termine del mandato di Donald...

Artpod / Claudio Parmiggiani “Caspar David Friedrich” 1989

L’opera di Parmiggiani ci permette di distinguere due forme del sentimento religioso. La prima forma definisce il sentimento religioso come una fuga dal mondo, aspirazione a un mondo al di là del mondo, a un mondo trascendente il mondo, più vero del mondo in cui noi viviamo, a un “mondo dietro al mondo”, come direbbe Nietzsche. Esiste, cioè, una forma del sentimento religioso che ha come suo presupposto la miseria di questo mondo, la povertà di mondo di questo mondo e che manifesterebbe l’aspirazione a un mondo non corrotto dal tempo, eterno, beato, a un mondo, paradossalmente, libero dal mondo; un mondo che non conosce più la morte, il tempo, la vita, il divenire; un mondo, dunque, al di là di questo mondo. In questo senso la prima forma del sentimento religioso concepisce la spiritualità come un rifugio trascendente rispetto all’atrocità dell’immanenza del mondo. Da questa prima forma del sentimento religioso deriva un certo modo di intendere la spiritualità nell’arte. Si pensi, per esempio alla stagione storica dell’astrattismo come viene codificata teoricamente in Lo spirituale nell’arte di Kandinsky: l’opera d’arte si realizza come emancipazione dalle strettoie della materia...

Wall Street e Silicon Valley / Noi credevamo. I due capitalismi

Nello Barile  in un recente intervento su Doppiozero mette a confronto i due capitalismi, quello della speculazione finanziaria di Wall Street e quello della controcultura digitale californiana, mostrando bene il dilemma della fase attuale.  Questo nostro tempo rende estremi i fenomeni che hanno accompagnato nell’ultimo secolo (1921-2021) il capitalismo e le sue interpretazioni. Nel 1921, in un famoso enigmatico frammento, Walter Benjamin sostenne che il capitalismo è una nuova religione, i cui sacerdoti sono Nietzsche e Freud: la nuova religione dell’individuo, cui siamo indotti a credere attraverso il debito-colpa, il meccanismo indebitante illimitato e senza remissione che ci accompagna fino allo stato di disperazione del mondo. In ideale risposta, scriveva John M. Keynes nel 1925: “noi credevamo che il capitalismo moderno fosse capace non solo di mantenere i livelli di vita attuali, ma di portarci là dove saremmo stati liberi da preoccupazioni economiche. Oggi noi dubitiamo che l’imprenditore ci porti in una terra migliore di quella in cui siamo”. Quattro anni dopo esplodeva la grande crisi del 1929. Poi la ricetta keynesiana dello Stato interventista ha salvato il...

Francesco Bellusci, Mauro Ceruti / La semplicità è complessa

“Questo desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È un'ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non scambiata per la realtà; la maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi” [Primo Levi]   Quando nella vita di ogni giorno o in un esperimento, il volto intenzionalmente immobile della madre viola le regole dell’intersoggettività e della reciprocità che la bambina o il bambino hanno imparato a conoscere e che utilizzano per regolare gli scambi affettivi, quella sospensione causa disagi e risposte in termini di diminuzione dei comportamenti sociali. Una modulazione intenzionale minima e tutto sommato apparentemente semplice, alterata dal cosiddetto paradigma del volto immobile (still-face paradigm), può essere un buon esempio di come semplicità e complessità indichino di fatto le stesse dinamiche e gli stessi fenomeni. In fondo, un gesto semplice, quello di sospendere le espressioni simulando un volto immobile, contiene tutta l’elevata complessità dell’intersoggettività, della relazionalità, del riconoscimento e dell’empatia.   È una...

1944 - 2020 / Mario Galzigna: spirito libero

È scomparso, il 26 ottobre scorso, in mattinata, Mario Galzigna: traduttore e curatore d’opera, fu anche filosofo, scienziato sociale, epistemologo clinico, storico della psichiatria. È a lui che dobbiamo la traduzione integrale della Storia della follia di Michel Foucault, di cui fu grande studioso collaborando anche con Feltrinelli nella cura e traduzione di numerose lezioni postume al Collège de France. Lui, il mio amico Mario, ha tradotto quel monumentale saggio, il più importante del Novecento. Un’opera culturale di enorme rilievo: fece, di quel testo, un palinsesto, introdusse ogni ripensamento, ogni annotazione, ogni variazione che Foucault aveva apportato. E, proprio come Foucault, fu instancabile traduttore, soprattutto dei testi di coloro che considerava i propri maestri: Binswanger, Nietzsche, e altri autori contemporanei.   Nel caso di Galzigna però essere traduttori significa molto: rendere la melodia di un testo in un altro testo di lingua diversa, lavorare nell’ombra. Tradurre gli dava la sensazione di comprendere l’autore dal di dentro, di immedesimarsi con il soggetto enunciante. Traduzione e studio procedevano intrecciati, tradurre consentiva a Mario...

Virus / Seconda ondata: l’angoscia

La seconda ondata è quella dell’angoscia. Lo è proprio perché non ci coglie impreparati. Era, infatti, attesa. Per essa ci si era attrezzati, come i francesi avevano fatto dopo la prima guerra mondiale, erigendo ai loro confini una sofisticata linea difensiva (la cosiddetta linea Maginot). Quella linea, come è noto, fu poi aggirata con irrisoria facilità dall’esercito tedesco all’inizio del secondo conflitto. Il suo crollo è diventato paradigmatico, assumendo un senso supplementare, un senso, direi, “metafisico”, che è quello che più concerne la situazione emotiva che stiamo vivendo. Il fallimento della ciclopica impresa difensiva è divenuto segno della discrasia che sempre sussiste tra l’attesa angosciata di un evento e il suo insorgere reale. Per quanto metodica, sofisticata e lungimirante possa essere l’attesa, tra di essa e l’evento pare esservi la stessa incommensurabilità che sussiste tra la diagonale e il lato del quadrato. Nessun numero intero o frazione di numero intero è in grado di portare quel rapporto ad espressione. L’angoscia è allora la Stimmung, la “tonalità affettiva”, generata dalla scoperta che c’è qualcosa di massimamente reale che però eccede l’ambito del...

3 / La tenacia del parassita

Uno degli aspetti più rilevanti della rivoluzione pasteuriana, spiega Bruno Latour in I microbi, è l’immediata connessione fra il momento della ricerca e quello delle applicazioni, senza le abituali mediazioni imposte da industriali o militari. Sulla Revue scientifique, nata negli anni Sessanta dell’Ottocento, si comincia a invocare la necessità di sfuggire alla degenerescenza (il termine francese ha il pregio di evidenziare il differenziale del mutamento). Bisogna affidarsi alla medicina, soprattutto a quella preventiva, per garantire il progresso nell’ordine e attenuare il conflitto fra salute e ricchezza (health e wealth): la seconda è minacciata dalla prima, le malattie rallentano la produzione, frenano il commercio. Le periferie sono pericolosi serbatoi microbici, da cui il morbo può dilagare anche nei palazzi delle classi agiate e del potere economico-politico. Dopo la disfatta di Sedan del 1870 si fanno pressanti le invocazioni per la resurrezione della nazione francese: alla medicina si chiede salute e salvezza, luoghi di lavoro sanificati, soldati robusti per la revanche. Non a caso nel ciclo dei Rougon-Macquart, composti a partire dagli anni Settanta e ambientati al...

Ricordi di un grande collezionista / Morandi. Vasi greci e capponi

Scavalcare il soggetto   La pittura di Giorgio Morandi? Inattuale, decisamente inattuale, quindi contemporanea. Chi è veramente contemporaneo aderisce al proprio tempo attraverso una sfasatura, sostiene Giorgio Agamben rielaborando il concetto di “unzeitgemäß” utilizzato da Friedrich Nietzsche nella sua critica allo storicismo (Sull'utilità e il danno della storia per la nostra vita, 1874).   Giorgio Morandi e Luigi Magnani nella casa-studio dell’artista a Bologna, 1964. Fotografia di Ugo Mulas. Dell’inattualità nietzschiana di Morandi scrive il suo amico musicologo, compositore, scrittore e collezionista Luigi Magnani a pagina 35 del libro Il mio Morandi, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1982. Il volume è stato ristampato nel mese di marzo da Johan & Levi, in concomitanza con la mostra dedicata a Magnani, L’ultimo romantico, allestita presso la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, Parma. Le visite alla mostra sono state interrotte a causa dell’emergenza sanitaria, ma la Fondazione, che riaprirà al pubblico dal 12 settembre al 13 dicembre 2020, ospita una collezione permanente con opere di Dürer, Tiziano, Rubens, Goya, Monet, Renoir,...

Il progresso come immaginario / Fragile

Gli ultimi anni hanno reso evidente il declino di uno dei grandi miti della modernità, quello del progresso. Parliamo apertamente di “mito” per fuggire un facile malinteso; ovvero poiché tale crisi non ha investito la nozione tout-court di “progresso”, bensì una sua specifica accezione otto-novecentesca. Quella di una Zivilization universale, finalisticamente determinata, sorretta dalla fiducia in una crescita illimitata, nell’allargamento indeterminato dei mercati, nell’estensione sconfinata della città, nella sovrapproduzione alimentare, nella liberazione dal lavoro manuale e dal mantra dell’innovazione per l’innovazione.  Questa costellazione di idee è rapidamente precipitata in una realtà storica opposta. Un mondo caoticamente globalizzato, sovrastato dal sovraccarico informativo, economicamente instabile, ecologicamente insostenibile e cinicamente disilluso sul piano dei rapporti di lavoro e della ridistribuzione delle risorse. Questo ci pon — con eclatante offesa per una concezione lineare della storia — di fronte a un secondo e più tecnologico Ottocento, nel quale, epidemie a parte, assistiamo a nuove lotte tra imperi e nazioni, movimentazioni di massa, rivoluzioni...

Disagiotopia / Il disagio dei giovani nell’età del nichilismo

I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che caratterizzano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.  Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso. Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome dare a quel...

14 giugno 1920 - 14 giugno 2020 / Max Weber: la porta girevole della ragione occidentale

“Il tempo si arresta. Verso sera, l’ultimo respiro. I tratti del viso assumono un’espressione di dolcezza e di sublime rinuncia. Ormai è via, rapito in paesi lontani e irraggiungibili. La terra non è più la stessa”. Con queste parole commosse, nella biografia che gli dedicherà sei anno dopo, Marianne Weber, studiosa di scienze sociali, attivista politica, femminista, descrive gli ultimi istanti di vita del marito, Max Weber, colpito da una polmonite che lo stroncherà a soli 56 anni, il 14 giugno 1920. La morte improvvisa lo coglie nel mezzo del fervore e del ritrovato entusiasmo per nuovi progetti di ricerca, dopo che si è appena insediato all’Università di Monaco, e mentre ha avviato il suo tormentato cammino la Repubblica di Weimar, al cui parto Weber ha contribuito con convinta adesione, ma anche con un presentimento tragico sullo svolgersi della lotta politica tedesca, ancora troppo accesa e scossa da estremismi violenti.   Proprio nella turbolenta Monaco dei primi mesi del 1919, e a pochi giorni di distanza dal drammatico epilogo dell’insurrezione della Lega di Spartaco, consumatosi nelle vie di Berlino, Weber si trova di fronte alla platea di studenti attratti da nuovi...

Dominare o essere dominati / Politiche della spiritualità

Lo sforzo di autocontenimento che ha tenuto a casa milioni di persone a causa della pandemia ha, a monte, una ragione etica che è difficile sottovalutare: si fa di tutto per evitare la diffusione dei contagi al fine di impedire che venga messa a repentaglio la vita della parte più anziana e vulnerabile della popolazione. Tuttavia, tale contenimento della libertà di movimento è stato imposto in alcuni paesi – l’Italia in primo luogo – con misure altamente lesive della libertà. È evidente, per restare al caso italiano, che si è data la precedenza all’Art. 16 della Costituzione, che sancisce la possibilità di restringere la libertà di movimento dei cittadini per motivi di sicurezza e di salute, rispetto all’Art. 13, che sancisce invece il carattere inviolabile della libertà personale. Particolarmente odiosi sono risultati poi i numerosi casi di abusi perpetrati da singoli rappresentanti delle forze dell’ordine nei confronti di chi violava la quarantena. Molti – me compreso – hanno fatto fatica a capire cosa ci potesse essere di male se si va a fare una corsa da soli nei boschi, la quale avrebbe reso più sopportabile – e più salutare – il confinamento a casa. Come pure son parse...

Su Sigmund Freud / Ama il prossimo tuo

“Amaci, delinquente!”          (Voi)                                                                                                                        Nel quinto paragrafo del saggio intitolato Il disagio della civiltà (Das Unbehagen in der Kultur, 1929), Sigmund Freud prende in esame una di quelle che chiama “pretensioni ideali della società incivilita”, il precetto “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e propone di adottare verso di esso “un atteggiamento ingenuo, come se ne sentissimo parlare per la prima volta”. L’analisi critica che ne discende ha provocato in me, fin dalla prima lettura, un’alternanza di inquietudine, entusiasmo, riso, spavento. Con quel passo, e con le mie reazioni, ho cercato nel corso degli anni di fare i conti. Vorrei provare, qui, a ripercorrere le mie riflessioni. Non avendo io alcuna competenza in materia di psicanalisi, esse...

La Biblioteca di Atlantide / Jurij Tynjanov, un formalista con il senso della parodia

Ci sono momenti storici in cui la parodia è necessaria – dal punto di visto teorico, non solo pragmatico. Se la parodia è quella funzione in atto, per cui gli idoli vengono rovesciati, se non ora quando è il momento di essere fanciulli, giocare, e candidamente osservare i vestiti nuovi dell'imperatore?   Per parodia non intendo lo sberleffo, l'imitazione, il camuffamento, il burlesco, il travestitismo. Per queste funzioni si può parlare generalmente di pastiche ironico. Per parodia intendo l'eccesso della funzione trasformativa, la quale, nei fatti artistici più potenti, raggiunge quel grado di assurdità che disvela ogni convenzionalità dell'agire umano e ogni tentativo conservativo di assecondarla. Per parodia intendo una trasformazione categorica, per cui l'opera-occasione, l'opera parodiata, infine scompare, tanto da far rimanere come un fatto solo quella parodiante, purché generi, appunto, una nuova categoria, un nuovo genere.   Questi pensieri sembrano figli della cultura occidentale strutturalista e post-strutturalista, per cui, per un certo verso, essi sono contemporaneamente affini e lontani, ma in ogni caso comprensibili.   Eppure c'è chi, attorno a questi...

aut aut / Sade o Masoch? La perversione e l’etica

Che cosa c’entra la perversione con la pratica e l’esercizio della filosofia? Questo volume monografico di aut aut, curato da Federico Leoni con il titolo “Sade e Masoch. Due etiche dell’immanenza”, si pone la domanda e ci offre una possibile risposta. In effetti, soprattutto in Francia a partire dalla seconda metà del Novecento, la filosofia non ha smesso di interrogare, leggere, setacciare i testi e le esperienze di questi due singolari pensatori. Che cosa andavano ricercando Deleuze, Foucault, Lacan, ma anche Barthes, Klossowski, Derrida, Bataille, in quelle che la psicoanalisi ha definito come le due principali figure della perversione: il sadismo e il masochismo? Il volume indaga la questione con un taglio etico, chiedendosi, almeno così Leoni propone agli altri autori invitati a corrispondere a questa provocazione, se e in che termini sia possibile ricavare un’etica dell’immanenza da Sade e Masoch.   Perché in fondo, al di là di quello che le perversioni rappresentano per la clinica analitica e non soltanto, si tratta di figure che il soggetto può assumere nell’incontro con l’altro, con il proprio godimento, con la propria vita e così via. Sicché la domanda può...

Per questo c'è chi la odia / La scorta a Liliana Segre

La decisione assunta dalle autorità preposte, ovvero del Comitato provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico di Milano, di garantire alla senatrice a vita Liliana Segre una scorta permanente, secondo i parametri previsti in casi di minaccia o rischio per la persona, non può di certo sorprendere. Giunge infatti dopo un'escalation di vituperi, di insulti, invettive che, peraltro, per chi conosce bene la senatrice, sa che non datano da oggi. L'assedio del vilipendio, dell'offesa ma anche delle concrete intimidazioni, quelle che potrebbero – prima o poi – tradursi in reali aggressioni, se non peggio, arriva essenzialmente da due fronti: quello del web, dove il crescendo di ostilità sta generando una sorta di fronte dell'avversione nei confronti della sua persona fisica; quello della destra radicale, che da tempo tambureggia contro la figura della testimone, ossia ben prima che essa fosse nominata senatrice a vita. I due orizzonti di fatto si saldano nel momento in cui concorrono a delegittimare sia la persona che il suo operato in quanto tali. Una delegittimazione totale, esistenziale, che esprime non solo avversione conclamata per le idee e l'azione pubblica di Liliana Segre ma...

A cinquant’anni da una conferenza / Michel Foucault: “Cosa importa chi parla?”

Dopo un periodo di distaccamento all’Università di Tunisi durato due anni, dal 1° ottobre 1966 alla fine di settembre 1968, Michel Foucault rientra a Parigi, con l’incarico di insediare il dipartimento di filosofia al Centro universitario sperimentale di Vincennes. Agli inizi dell’anno successivo, si ripropone di fronte al parterre intellettuale francese, presso la Société française di philosophie, con una breve e singolare conferenza, intitolata: “Che cos’è un autore?” (oggi in: M. Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli 2004, pp. 1-21). Sulle prime, l’esposizione di Foucault appare una professione di ortodossia strutturalista che intona il mantra dell’irrilevanza dell’autore, già inaugurato dalla “nouvelle critique” di Roland Barthes, che prescindeva dalle referenze biografiche e psicologiche dell’autore a favore dell’analisi delle strutture interne del testo e del gioco della loro articolazione interna, e su cui confessa di avere ancora meno remore di quante ne mostrasse in Le parole e le cose di due anni prima, dove l’archeologo del sapere s’immergeva nello scavo del sottosuolo epistemico per rintracciare le “regole” di formazione di concetti e teorie, dentro grandi unità...

Il pugile che si dimenticò di combattere / I soldati di Giulio Trasanna

Immaginate un pugile, che, una sera, invece di salire sul ring, se ne sta tranquillo a casa, semplicemente perché s’è scordato di combattere. E perché poi s’è scordato di combattere? Perché qualcuno gli ha messo tra le mani una copia di Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche e lui, il pugile, si è gettato così a capofitto nella lettura da dimenticare tutto il resto, combattimento compreso. Il fatto non è inventato. Il pugile ha un nome e un cognome. Si chiamava Giulio Trasanna. Nato in Svizzera (nel 1905), cresciuto a Udine, vissuto a Milano, dove conobbe fior di scrittori e intellettuali (Sereni, Treccani, Visconti, De Grada e altri) e morto all’ospedale civile di Angera, riva sinistra del Lago Maggiore, nel 1962. Salvatore Quasimodo lo ricordò in un articolo il cui titolo, assai eloquentemente, suona Un poeta morto di stenti.   Un emarginato dunque, o, quanto meno, il classico esempio di outsider, di scrittore autodidatta lontano dalle tertulie, chiamiamole pure cricche, o non abbastanza integrato in esse per poter emergere quanto meritava. Nonostante ciò riuscì ad esercitare ugualmente un suo efficace magistero su alcuni giovani dell’epoca, tra i quali spicca...

Il passato fa male? / C’è una volta

Una sera, camminando con la mia compagna per le strade di Porta ticinese a Milano, mi è capitato d’imbattermi in una battuta che capeggiava sulla lavagnetta di un’osteria: “l’unico passato che non fa male è quello di veldule”. Confesso che ho “liso” di gusto. Eppure non penso affatto che il passato faccia male, credo piuttosto che sia una grande risorsa se adeguatamente analizzata. Su cosa poggia, dunque, la convinzione che il passato faccia male? Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, la riconduce al senso d’impotenza che si prova di fronte a ciò che, essendosi compiuto, ci consegna a uno stato di rassegnata impotenza, come di fronte a quei treni di cui si dice che passino una sola volta nella vita:  «Impotente contro ciò che è già fatto, la volontà sa male assistere allo spettacolo del passato. La volontà non riesce a volere a ritroso; non poter infrangere il tempo e la voracità del tempo – questa è per la volontà la sua mestizia più solitaria. (…)  Che il tempo non possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello; “ciò che fu” – così si chiama il macigno che la volontà non può smuovere. (…) Così la volontà anziché liberare, infligge sofferenza: e oggetto della sua...

Eugene Thacker. L'orrore della filosofia, la filosofia dell’orrore / Tra le ceneri di questo pianeta

In una delle proposizioni più note del suo Tractatus Logico-Philosophicus, la 5.6, Ludwig Wittgenstein sosteneva che “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Wittgenstein, che era celebre per l’accuratezza con cui sceglieva i modi della propria espressione linguistica, non poteva aver scelto quel verbo – “significano” – a caso, e tantomeno quel “significano” può essere interpretato, semplicemente, come un sinonimo di “sono” (il verbo “essere” è quello che di solito viene maggiormente, ed erroneamente, utilizzato nel riportare la proposizione wittgensteiniana): non si tratta, infatti, qui, di posizionarsi, per il filosofo austriaco, sul campo dell’ontologia, quanto su quello della teoria del significato.    Il problema che gli sta a cuore non è, quindi, tanto quello dell’esistenza di realtà irriducibili allo spettro linguistico, quanto quello del rapporto tra linguaggio e mondo, che viene indagato a partire dalla possibilità del primo di dare significato al secondo. Il linguaggio porta ad espressione un mondo che senza di esso sarebbe comunque lì, ma che sarebbe muto, rendendolo quindi, per noi, significativo, o meglio, significante. Questa...