Bollas: Forze del destino

Devo ammetterlo: quando leggo Cristopher Bollas oscillo tra l’impressione di confrontarmi con idee geniali e quella, ben meno esaltante, di avere a che fare con qualcuno che non si accorge di aver scoperto l’acqua calda alla quale ha solo cambiato nome, seppure in maniera particolarmente raffinata e seducente. Ad ogni modo ne apprezzo l’idea di espandere gli orizzonti della psicoanalisi, frantumare i confini entro la quale dovrebbe rigorosamente muoversi (ma c’è davvero qualcuno che lo sostiene ancora?), per aprirla alla vita in generale, affrontando alcuni temi trascurati ma centrali per ciascuno di noi. È il caso del suo ultimo libro intitolato Forze del destino (Raffaello Cortina, 2021, pp. 209), che ruota ancora attorno all’idea della coltivazione dell’idioma personale di ciascun individuo, che le epigrafi di apertura permettono di comprendere non solo come ciò che è proprio di ciascuno ma più esattamente come la capacità dell’individuo di appropriarsi di questa sua peculiarità più propria mediante la scelta e l’uso di un oggetto psichico (p. XI). Bollas definisce “pulsione di destino” il percorso che spinge ciascuno di noi a muoversi nella direzione che possa instradarlo verso la possibilità di diventare ciò che è.

 

Lasciamo pure da parte la celebre massima di Pindaro ripresa da Nietzsche e l’altrettanto noto concetto junghiano di individuazione (completamente ignorati dal nostro) ma quest’ultima definizione dell’idioma personale, quantomeno nella sua prima parte, ricalca perfettamente, sono certo del tutto inconsapevolmente, la definizione che Heidegger in Essere e tempo dà dell’autenticità (Eigentlichkeit) come capacità di appropriarsi della possibilità d’essere che più ci è propria (eigen), (eigen), e persino in psicoanalisi trova un precedente particolarmente vicino anche lessicalmente in Ernst Bernhard che, essendo junghiano, gli è sconosciuto:  «la peculiarità reca in sé l’avvenire, il senso, ed è depositaria dell’entelechia vivente.

 

Al principio della vita noi dobbiamo apprendere da ciò che abbiamo ereditato, per possederlo. (…) Nella misura in cui l’uomo segue la propria peculiarità vi è riuscita (…) altrimenti essa diviene infelice, assurda, piena di catastrofi. Nel primo caso il destino trae l’uomo felicemente con sé, nell’altro è “cattivo”». (E. Bernhard, Mitobiografia, Adelphi, Milano, 1962).

La seconda parte della definizione, che riguarda la possibilità di un oggetto di evocare risposte rivelative ed espressive del nostro vero sé, è invece fortemente ispirata, per sua stessa ammissione, dai lavori di Winnicott e in particolare dal suo concetto di madre come “oggetto trasformativo” del bambino.

 

 

Su questo potere degli oggetti Bion ha già scritto pagine suggestive e interessanti che ho già avuto modo di commentare per doppio zero, ma in questo caso l’oggetto in oggetto è costituito dall’analista che l’analizzante può usare per “liberare il suo vero Sé e costruire scenari futuri fino a quel momento non conosciuti e non sperimentati” (p. XVI), appunto nella direzione dell’emersione e dell’espressione del proprio vero Sé. Una simile impresa richiede che l’analista rinunci al mito della propria neutralità e si disponga a lavorare quanto più possibile apertamente sui fenomeni del transfert e del controtransfert anche con modalità esplicative al limite dell’analisi didattica. L’idea di fondo è che questa possibilità possa realizzarsi quanto più l’analista riesca a fornire un ambiente non solo facilitante ma disponibile all’uso che ne farà l’analizzante: “noi analisti siamo oggi più consapevoli non solo di come veniamo usati come oggetti, ma di come possiamo capire e facilitare questo uso” a favore dello sviluppo e dell’espressione del loro idioma personale (p. 92). 

 

Va chiarito che l’idioma personale non costituisce un dato ontologico preesistente che occorre semplicemente portare alla luce smascherando il falso sé e differenziandosi dal calco dei condizionamenti sociali, ma è piuttosto qualcosa che “trova espressione nella scelta degli oggetti disponibili nell’ambiente e nel loro uso” da parte nostra, cosicché avrà tante più possibilità di esprimersi in seduta, quante più sfaccettature mostrerà l’analista (p.4). In questa direzione la scelta di fare maggiormente mostra di sé, del modo in cui si è pervenuti a una determinata interpretazione, del processo associativo che ci ha guidato, delle rêverie che ci accompagnano in alcune fasi della seduta e di condividere i processi che ci hanno portato a correggerci e rivedere alcune nostre posizioni, serve a illuminare il processo che permette di rendere psichici quelli che Bion chiamava “fatti non digeriti”, facendo conoscere, e sperimentare, al nostro interlocutore il processo che “comporta la trasformazione dei fatti in oggetti mediati, in oggetti mentali, che a loro volta si collegano ad altri fatti mentali o diventano parte di catene significanti che si intersecano, arricchendo la simbologia del soggetto e costruendo una struttura mentale che può altresì migliorare l’elaborazione mentale dei fatti dell’esistenza” (p. 61) – rileggete la frase e ditemi se non vi voglia di usare il rasoio di Occam!

 

 

Nella proposta di Bollas tutto questo va tematizzato e volontariamente messo a conoscenza dell’analizzante, offrendolo l’analista stesso come oggetto fecondo e potenzialmente capace di attivare e rivelare alcune parti di sé significative e altrimenti nascoste dell’analizzante. Ma non in forma unidirezionale, serve anzi una “dialettica della differenza” all’interno della quale l’analizzante deve sentirsi libero di divergere dall’interpretazione dell’analista, senza vedere rubricata la sua opinione alla voce resistenza (pp. 57-60); è per questo importante che l’analista (soggetto presunto sapere) espliciti e metta in gioco il proprio non sapere e ne sottolinei la fecondità.

 

Questa esperienza, sostiene a ragione Bollas, risulterà gratificante per l’analizzante, potrebbe lavorare all’allentamento di alcune sue difese e alla maggiore espressione di alcune parti di sé che, altrimenti, avrebbe potuto restare celate all’analista e a se stesso. Ed è qui che entra il gioco il progetto ambizioso di lavorare alla costruzione del proprio destino, ossia alla possibilità di conoscere e realizzare, un po’ di più, la complessità di ciò che siamo. Potremmo dire che secondo Bollas l’analista deve svolgere una funzione d’appoggio a quella che chiama “la pulsione del destino” e che descrive come “la tendenza a elaborare il vero Sé attraverso le esperienze; rappresentare le norme precoci dell’essere e del mettersi in rapporto; articolare l’inconscio rimosso mediante le rappresentazioni simboliche” (p. 93). Quest’ultimo passaggio è cruciale perché l’idioma personale, per Bollas, è una forma di sapere “conosciuto ma non ancora pensato” dall’analizzante, ed è dunque questo il cuore dell’analisi, la sua posta in palio. 

 

L’analista deve implementare – in forme che la seconda parte del libro, caratterizzata da un uso esplicativo di frammenti di clinica analitica, contribuisce a chiarire – la capacità dell’analizzante di “proiettare il proprio idioma negli oggetti immaginari che allora diventano parziali precursori di esperienza vissute più direttamente” (p. 41) proprio come accade con il sogno che ci proietta in realtà immaginarie che in qualche modo anticipano quanto potremmo essere, rivelando parti di noi che non conoscevamo ma che siamo riusciti ad esprimere. 

 

Sviluppare questa capacità, secondo Bollas, equivale a instradarsi verso la possibilità di appropriarsi del proprio destino, anziché subire il fato, poiché modellare la propria vita psichica apre la strada alla possibilità di muoversi con maggiore autenticità e minore passività in quella reale alla quale, come insegna Lacan e come mi è capitato di ripetere più volte, possiamo comunque accedere solo grazie al simbolico.

In questo senso, allora, aveva ragione Eraclito quando diceva che il carattere – inteso come personalità e specifico modo di essere di ciascuno (ciò che Bollas chiama idioma personale) – è il destino dell’uomo (ethos anthropoi daimon).

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