Joyce Carol Oates: visioni

“Gli Stati Uniti sono fondati sull’amnesia, sulla rimozione. La coscienza non riesce a stare al passo con le azioni.”

Ogni volta che torna a soffiare, che capiti d’estate o d’inverno, il vento che spinge e dice: «Si badi, il romanzo è morto.» non dobbiamo innervosirci (o crogiolarci qualora fossimo d’accordo), non dobbiamo affrettarci nel rispondere ma fare qualcosa di molto più rilassante e di semplice. Se dovessimo apprendere la nefasta notizia mentre ci troviamo fuori casa, non dovremmo fare altro che rientrare in tutta fretta tra le mura amiche. Se il necrologio dovesse raggiungerci mentre siamo seduti sulla nostra poltrona preferita, tutto diventerà più semplice. In entrambi i casi occorrerà avvicinarsi alla libreria di casa ed estrarre uno tra i romanzi più recenti di Joyce Carol Oates, aprire un capitolo a caso, leggere un paio di pagine e, confortati, riprendere a respirare e a ignorare il venticello, come se nulla fosse, perché in fondo nulla è. Il romanzo, di tanto in tanto, si rinnova, cambia pelle, si divide in molteplici forme, prende più indirizzi e si manifesta sotto definizioni quali: fiction, non-fiction, memoir e così via.

 

Tutte nominazioni che non avrebbero alcun senso se qualcuno non mettesse, per ragioni editoriali, in seconda di copertina l’annuncio che spiega l’origine della storia. Il romanzo muta ma non ci pensa nemmeno a morire, nel caso di Oates (ma potremmo dire Don DeLillo o Cormack McCarthy) varia nell’approccio della scrittrice americana alle tematiche, nella sua capacità di anticipare i tempi (peculiarità ancora più spiccata in DeLillo), nel modo unico e sempre efficace di partire da un elemento piccolo, come un nucleo familiare, ed espanderlo, affondando con piglio critico e lucido dentro ciò che cambia nella società americana. Oates ha il dono della previsione, anticipa quello che accadrà, che potrebbe accadere, ma soprattutto è un’attentissima osservatrice del presente, vede negli angoli più bui, scorge il nocciolo delle questioni laddove altri sorvolano, chiudono gli occhi, vagheggiano. Nel raccontare quello che non va nella società è spietata, ma non è cinica, non lo è mai. Il suo modo di mostrare compassione sta nello scrivere al meglio delle sue possibilità, e il livello di scrittura di Oates è avvicinabile da pochissimi. La sua scrittura è tradizionale ma appare sempre nuova, rinnovata. Oates sa variare costantemente il punto di vista, il taglio dei personaggi, alternare la prima e la terza persona all’interno di un capitolo, di un paragrafo. Joyce Carol Oates è il romanzo, è una delle narratrici più solide che io abbia mai letto e, francamente, non delude mai.

 

Qualcuno o loro erano come un cielo che minacciava tempesta. Un cielo con quelle nuvole basse, grosse e a forma di dirigibile, che si diceva fossero ordigni di 

sorveglianza; livide e iridescenti per l’inquinamento, si spostavano in maniera imprevedibile, ma erano una presenza costante.”

Avevamo lasciato Oates pochi mesi fa con Ho fatto la spia un libro intenso che molto aveva a che fare con il profondo razzismo di cui è ancora preda la società statunitense, e che riguardava poi il perdono, i rapporti familiari, i sensi di colpa, la violenza, davvero uno splendido romanzo. La ritroviamo agli inizi di questo 2021 con due pubblicazioni, una nuova prova narrativa Pericoli di un viaggio nel tempo (La nave di Teseo, traduzione di Alberto Pezzotta) e una raccolta di saggi sulla letteratura Nuovo cielo, nuova terra (Il saggiatore, traduzione di Viola Di Grado). Due campi da gioco diversi, ma con Oates siamo abituati alle varianti tematiche e strutturali. Ciò che non varia mai, né cede di un millimetro è la qualità sempre alta della sua scrittura.

 

Ho scelto di leggere i due libri in parallelo proprio per vedere cosa sarebbe accaduto passando da cinque capitoli del romanzo a un saggio su Samuel Beckett, fare una pausa, ritornare al romanzo, fare una pausa, bere un caffè, e leggersi le riflessioni su Sylvia Plath. Sono accadute due cose, la prima riguarda la sfera sentimentale e perciò la meraviglia. La seconda è propriamente tecnica. Saltando da un libro all’altro si sente la differenza ma non si avverte la fatica, non è necessario mutare il grado di concentrazione, né viene mai meno il piacere puro della lettura. Perché capita così? Perché Oates scrive benissimo, come detto, è lucida, profonda, colta ma anche semplice, non impiega inutili giri di frasi per inquadrare un personaggio, così come non indugia nell’esaminare verso dopo verso una poesia di Lawrence.

“Non volevo morire lì. Così lontana da chiunque mi amasse o mi conoscesse. O si sentisse responsabile di me.”

 

In uno dei saggi raccolti in Nuovo cielo nuova terra Oates analizza The Dollarmaker di Harriet Arnow. Il libro uscì, per la prima volta, nel 1954 e non è mai stato pubblicato in Italia. Oates ne descrive la trama in questa maniera: “[…] racconta la storia di una famiglia del Kentucky dislocata durante gli anni finali della Seconda guerra mondiale. La famiglia Nevels arriva a Detroit perché il padre possa contribuire alla «sforzo bellico» lavorando in una fabbrica. La guerra è sempre una realtà, benché a distanza: è reale per le donne del Kentucky che attendono ansiosamente la posta, temendo l’arrivo di un telegramma, è reale per i lavoratori di Detroit che temono la sua fine. Ma la «guerra» in sé finisce per astrarsi dall’esperienza comune man mano che i Nevels si abituano a Detroit e alla sua cultura di macchine, con la radio che è l’unico strumento con cui le notizie vengono sempre ascoltate, e anche lo strumento primario di intrattenimento. In sottofondo c’è una vita di dettagli ricreativi sradicati, tutte le cose sono interdipendenti, legate insieme magicamente nel complesso nodo economico di una moderna società industriale”. Il livello di scrittura di Oates si nota già dal modo lineare, chiaro e attento con cui descrive la trama. Il passaggio in cui evidenzia come la guerra sia sempre una realtà, benché a distanza, è esemplare.

 

Con una semplice frase pone l’accento sulla complessità, sulla rilevanza e sulle conseguenze di un conflitto, ovunque si svolga. Arnow, che in Italia è pressoché sconosciuta, è molto apprezzata da Oates, per il modo in cui osserva la realtà e per come racconta la storia di una famiglia nella sua evoluzione durante un periodo storico così controverso. In questo saggio critico, più avanti, Oates dà una strabiliante definizione di The Dollarmaker e del romanzo in generale, e ammettendo ciò che le piace di Arnow, confessa ciò che fa, che intende fare, che farà con i propri romanzi, leggiamo: “È un’opera deprimente, come gran parte delle opere straordinarie. Il suo potere risiede nella sua insistenza sull’aridità della vita, persino una vita vissuta in intimità con altri esseri umani uniti da legami di vero amore e sofferenza. La tragedia non mi sembra catartica, intensifica bensì il nostro senso del mistero e della santità delle difficoltà umane.

 

 

La bellezza di The Dollmaker è la sua assoluta devozione a una visione della vita come tragedia ciclica – come lotta costante”. I grandi romanzi sono deprimenti? In un certo senso sì perché ci costringono a guardare bene e a riflettere, a ripensare a noi stessi, un po’ come i grandi romanzi russi a volte sono noiosi, ma si tratta di una noia necessaria alla quale non sapremmo rinunciare. Bene: che il grande romanzo ci deprima aprendoci la via della comprensione. I romanzi di Oates  agiscono su noi lettori esattamente come il libro di Arnow ha agito su di lei. La devozione alla tragedia ciclica della vita è tipica della narrativa di Oates, la capacità di dipanarla in mille maniere diverse è la base del suo talento straordinario.

 

La realtà, dunque. Per la maggior parte delle scrittrici e degli scrittori di cui si è occupata Oates ha adoperato la realtà come unità di misura, per valutarne il diverso approccio. Ad esempio, leggiamo che in Woolf e in James “l’immaginazione di stampo realista si ritira”, addirittura troviamo un’affermazione di Foster, secondo la quale, per Henry James, gran parte della vita umana deve sparire prima di poterci fornire un romanzo. Più avanti, nello scritto su Lawrence leggiamo: “È affascinato dalla natura mutevole della realtà”. È perfetta e quasi dolce quando riporta Plath tra le cose reali e terrene: “[…] il culto di Plath insiste a definirla una santa martire, ma ovviamente lei è qualcosa di meno drammatico, e di più prezioso”. Che meraviglia. Potremmo andare avanti a lungo, ma avviciniamoci a Pericoli di un viaggio del tempo, torniamo alla narrativa.

 

“Una parte così consistente della mia vita è volata via al di là del linguaggio, come una nuvola sospinta dal vento, tanto lontana da essere quasi invisibile, che ho perso la fiducia nella mia capacità di capire molte cose, e tanto più di spiegarle.”

Se a Joyce Carol Oates sta a cuore la visione del reale che hanno alcuni tra i maggiori autori di tutti i tempi, è perché è interessata a maneggiare la sua visione, e a come questa possa venire bilanciata all’interno di una storia inventata. Sappiamo che un fatto vero trasportato in un libro, di per sé, non è interessante. È importante che in un romanzo anche l’avvenimento più assurdo, distante da noi o dal nostro tempo, sia raccontato in maniera verosimile. Ecco quel che fa Oates: usa il suo punto di vista sulla realtà per raccontare delle storie, anche distanti da noi ma che ci aprano gli occhi sul mondo, sui nostri giorni, su quelli a venire.

 

Pericoli di un viaggio nel tempo è uscito negli Usa nel 2018 (da allora Oates ha pubblicato altri tre romanzi e due raccolte di racconti, continua ad avere un ritmo di scrittura impressionante), e si tratta di un romanzo distopico (anche se visti i tempi che corriamo dire distopia non significa più dire quasi nulla). In un futuro non troppo distante dal nostro, in una sorta di dittatura ossessiva, portata avanti con tecnologie avanzatissime, in un luogo che sono i vecchi Stati Uniti d’America, trasformati dopo il terrore dell’undici settembre. Tutte le libertà sono represse, ogni discorso, ogni azione, ogni pensiero è controllato. Chi disobbedisce o si sottrae alle regole rischia di essere cancellato letteralmente o esiliato, non solo in un posto ma anche in un’epoca lontana, ed è quello che accade alla giovane protagonista. Leggiamo sigle e acronimi per Sicurezza Interna, EI, Zona limitata, Ufficio disciplinare per gli esiliati, e così via.

 

Il motivo per cui la protagonista viene condannata a quattro anni d’esilio lo troviamo nel discorso che ha scritto per la cerimonia dei diplomi, a diciassette anni. Il suo sarebbe stato un discorso normalissimo e brillante in un tempo normale; nel suo invece è considerato pericoloso, lei viene portata via, interrogata, torturata e poi esiliata. Si risveglia negli anni Cinquanta del Novecento, in Wainscontia, o Zona 9, in un piccolo college. Sa che deve rigare dritto, che è controllata anche così indietro nel tempo, le è stato creato un passato di genitori morti da raccontare, nessuna religione, nessun amico. Testa bassa e studiare, testa bassa e silenzio. Sa che ci sono altri esiliati come lei, sa che non devono parlarsi. La speranza è che dopo i quattro anni d’esilio possa ritornare nel suo (seppur orribile futuro) per rivedere i suoi genitori e le sue amiche. Il suo nome è Adriane, in esilio dovrà cambiare anche il nome, naturalmente. Adriane è brava nello studio, si ambienta per quanto può, non si accontenta della banalità dei test di verifica, è una che fa domande. Non dovrebbe farsi notare, ma non può farne a meno. La noteranno, la apprezzeranno, qualcuno la capirà. Troverà chi è esiliato come lei, sarà il suo conforto. Poi si innamorerà ed è lì che le cose veramente cambiano, alla sua forza caratteriale naturale se ne aggiunge un’altra, turbolenta e indomita. Mi fermo qui con la trama, come notiamo non c’è nulla di particolarmente innovativo, se non fosse che a scriverla è stata Joyce Carol Oates.

 

L’autrice americana va nel futuro per mostrarci quello che potrebbe accadere, l’effetto delle nostre paure recondite che alimenta il potere, da qui il controllo, da qui la perdita di ogni libertà. Inventa Adriane un personaggio molto riuscito, la racconta alternando la prima e la terza persona (in questo è maestra). Ci mostra la crudeltà dei governanti e il dolore della solitudine. Riserva tutta la sua empatia alla ragazza ed è invece cattiva e beffarda con i dominatori, ne mostra la pochezza, qualche volta anche con ironia. Tutto quel che accade è ridicolo se non fosse al contempo terribile. L’idealismo prima è una condanna ma poi è l’ancora, è la salvezza, è il motivo di sopravvivenza. In bilico tra la finta serenità del vecchio Wincosin e l’incubo di non conoscere il futuro, Adriane vivrà un’esperienza devastante e liberatoria. Oates e la realtà, stavolta espansa all’estremo, fin dove non possiamo ancora vederla; Oates che mette le carte in tavola e che ti dice da subito da che parte starà, che c’è qualcuno da salvare. Ti dice anche che Adriane è ciascuno di noi, te lo dice per circa 400 pagine che si leggono con vero piacere, come si fa con i romanzi riusciti. Tornando a lei, e alle sue convinzioni, abbiamo trovato il suo romanzo deprimente? Sì, quanto basta, e lo abbiamo trovato bello, anche stavolta.

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