La fine dell'impero cognitivo

Qualunque cosa scriviamo, giacché la scriviamo, è già colonialismo, contiene già un tasso di pena, presentifica la fine, i fondali del Mediterraneo, le città sepolte, le lingue morte, le fosse comuni, i campi di sterminio; ma anche le camere di alabastro, le cappelle di famiglia degli ufficiali che hanno costretto la “marmaglia” a morire di fronte al nemico, delle grandi famiglie che hanno deciso le guerre. 

 

In una interessante conversazione tenutasi il 16 ottobre 2013 a La Paz, in Bolivia, tra Bonaventura de Sousa Santos, l’autore di La fine dell’impero cognitivo – in uscita per l’editore Castelvecchi – e l’antropologa boliviana Rivera Cusicanqui, la studiosa boliviana sostiene che, nelle epistemologie andine, il presente e il passato sono in costante conflitto, il passato rimane presente e le due parti – passato e presente – creano la complessità delle letterature e delle epistemologie del Sud. 

 

 

Rivera Cusicanqui coglie la questione dell’inconscio, in polemica con posizioni economiciste che hanno sempre e solo affrontato il colonialismo in termini di sfruttamento e di sottomissione economico/lavorativa. Non è solo una questione politica, sostiene la studiosa boliviana: ci sono depositi psichici, affezioni psico-sociali. Cuiscanqui usa il termine “colonialismo” come un termine attivo, che si incrosta nella soggettività, si trova dentro ognuno di noi, colonizzatori e colonizzati, vincitori e vinti, sta alle nostre spalle, come un desiderio mortifero. 

 

Bonaventura de Sousa Santos – professore di scienze sociali a Coimbra, Portogallo – nelle sue innumerevoli opere segue gli intrecci di storie precolombiane, africane, indigene, coloniali. Insegue le lingue depositate, come in un magazzino. Quello stesso magazzino che descrive Freud quando parla dell’atemporalità del sistema inconscio. Una serie di depositi carsici, composti di lingue antiche, che non muoiono: Nahuatl, Guaranì, Yoruba, Spagnolo, Portoghese, Porteño, ecc.. Alcune sono lingue native, orali; permangono l’una accanto all’altra, si mescolano con le lingue coloniali, producono altre lingue, veicolari, dialettali, in continua trasformazione. 

Ognuna di queste lingue è deposito orale dei nativi sopravvissuti ai genocidi, degli schiavi deportati, degli immigrati europei disperati. 

Vi è poi la lingua scritta, quella che si parla negli uffici, nelle gite turistiche, nel marketing: la lingua dei dominatori. 

 

Le lingue orali si tramandano attraverso filiazioni, affiliazioni e alleanze tra gruppi etnici diversi, restano nel sangue, nell’espressione del volto, nel corpo. Sono lingue madri, segnano la differenza tra lingua madre e lingua matrigna, segnano la storia delle oppressioni e dei rinascimenti.

 

Di fronte a questa complessità, le epistemologie cognitiviste del Nord semplificano le cose: il bilinguismo può essere additivo o sottrattivo. Il bilinguismo sottrattivo prevede che i genitori parlino al bambino solo attraverso la propria lingua madre, senza mai utilizzare quella dell’altro. Questa raccomandazione è esempio di stupidità cognitivista. 

 

 


Due sono gli assi: un asse paradigmatico (le epistemologie del Nord); un asse sintagmatico (le epistemologie del Sud).

Il cognitivismo astratto, il paradigma dell’epistemologia del Nord, cancella ogni aspetto legato alla socialità, alla condizione di povertà, al colonialismo linguistico. Davanti all’obiezione che il figlio non vuole ascoltare la lingua dei suoi genitori, e pretende di parlare solo la lingua del paese dove sta vivendo, il cognitivista non pensa che, dietro al rifiuto di parlare una lingua, che è la sua, possa esserci una discriminazione: il sentore che quella lingua, qui non è gradita, non è compresa e, a volte, non è neppure considerata una lingua. Accade oggi, al cognitivista, ciò che accadde cinque secoli fa, all’epoca della conquista ispano-portoghese: costoro non parlano, fanno versi, come gli animali. In questo caso, il cognitivista pensa che il bambino sia “svogliato”, che probabilmente soffre di disturbi dell’apprendimento, non pensa che sta discriminando un mondo che non comprende. 

 

Gli assi sintagmatici complessi delle epistemologie del Sud valorizzano invece lo studio e le pratiche delle differenze culturali: la samba, il blues, il tango, il chorinho. L’eterogeneità nomadica che ne consegue fluisce dentro questi sintagmi, si ritrova come memoria nascosta, manipolata, capovolta. 

 

Nelle epistemologie del Nord si obietta: che c’entrano queste reazioni etniche locali con il colonialismo? Si tratta di folklore turistico. Il colonialismo non esiste più! Oggi siamo tutti uguali: consumatori davanti al mercato. Si tratta di capovolgimenti cognitivisti delle sofferenze, che trasformano le memorie indigene e oppresse in “folclore turistico”. Le memorie riemergono poi nella letteratura dei grandi scrittori africani, latino-americani: Chinua Achebe, Oswald De Andrade, Clarice Lispector, Garcia Marquez, Manuel Scorza, Darcy Ribeiro, fino a Dawi Kopenawa. 

 

In altri termini: l’impero cognitivo produce assi paradigmatici, verticali, specialistici, dove ogni “operatore” è un piccolo elemento di un ingranaggio che nessun “operatore” conosce interamente. Chi dunque conosce questi paradigmi? I narcotrafficanti, le multinazionali, enti al di sopra degli stati sovrani, che rendono gli stati sovrani assoggettati.

 

Le epistemologie del Sud creano concatenazioni sintagmatiche, orizzontali, che connettono parti di un sistema complesso in maniera singolare. Mostrano le connessioni sintagmatiche che uniscono eventi lontani nel tempo e nello spazio, occultati dalle epistemologie paradigmatiche del Nord.

Come nel Seicento, anche ora, navi cariche di africani, passando per Lampedusa, poi per Gibilterra, solcano l’oceano, vivi o morti. Gli yoruba, gli stessi che ora stanno sepolti sotto il mediterraneo, giungendo, in parte morti o stremati, nei secoli dello schiavismo moderno, venivano seppelliti nelle fosse comuni ritrovate durante i recenti scavi per le olimpiadi a Rio de Janeiro.  

Queste memorie che riemergono dal sottosuolo costringono a cambiare la storia umana; Nelle epistemologie del Nord, gli europei prima e in nord-americani dopo, hanno portato la cultura e il benessere: si tratta di epistemologie divisive, rispondono alla proletarizzazione della conoscenza. Che significa proletarizzare le conoscenza? Le epistemologie del Nord frammentano eventi connessi tra loro, dispongono questi frammenti riconnettendoli tra loro in maniera diversa. I frammenti così  segmentati, nelle mani di tecnici esperti di quel settore specifico, del tutto ignari di queste connessioni occultate, si compongono attraverso le tecniche di mercato. Nell’inconscio delle epistemologie del Nord l’essere umano viene spogliato dalle sue caratteristiche nomadiche e trasformato in “essere consumatore”. 

 

 

Se l’inconscio è un enorme magazzino senza inventario, le epistemologie occidentali raccolgono ciò che viene utile al discorso del capitalista, al soddisfacimento dei bisogni immediati. Questo è l’impero cognitivo. Con il termine “cognitivo”, o “cognitivista”, si intende isolare una piccola parte della coscienza, a sua volta abitata dall’inconscio, per semplificare le cose ad uso e consumo dell’impero cognitivo. 

 

Sousa Santos parla, nel suo libro, della fine dell’impero cognitivo: a che cosa si riferisce quando usa il termine “cognitivo”? Tra i fondatori del cognitivismo, Jean Piaget – biologo, psicologo e matematico – aveva contribuito alla formazione di un campo del sapere interdisciplinare, capace di connettere saperi diversi – la teoria dell’evoluzione post-darwiniana, le teorie matematiche costruttiviste, le ricerche sulla genesi delle conoscenze infantili – per un’impresa scientifica straordinaria. Oggi il termine ha tutt’altro sapore. L’impero cognitivo è uno strumento del sapere/potere che studia, usando le discipline e le tecniche, come soddisfare i bisogni del consumatore. Siamo di fronte a un conflitto etico. Da un lato chi pensa alla scienza come a un controllo dispiegato, un insieme di tecniche – economiche, psicologiche, ingegneristiche, informatiche, ecc. – per soddisfare bisogni illimitati, anche attraverso l’imbroglio. Dall’altro lato chi pensa ai saperi come creatori di ambiti del riconoscimento reciproco, dove la memoria non è solo un insieme di tecniche da suddividere per distinguere le memorie semantiche dalle memorie episodiche, le memorie visive da quelle procedurali, ecc. indipendentemente dalle storie di vita, dalle condizioni concrete della singolarità. 

 

Le epistemologie del Nord dividono, corrodono gli incontri, conducono alla guerra, sono guidate da tanti dottor Stranamore. Le epistemologie del Sud uniscono, fanno emergere quelle memorie implicite che rivelano i disastri prodotti dall’urgenza di separare per consumare

 

Il rischio è che, in un tale scontro, anche le epistemologie del Sud si trasformino in epistemologie del Nord. Non basta più cacciare i coloni per riavere la libertà. Una compagnia teatrale composta da attori africani e afro-britannici della Royal Shakespeare Company, tempo fa, mise in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. La cosa sorprendente, di questo lavoro, riguarda il tema del vuoto di potere. Il Giulio Cesare è l’opera di Shakespeare più seguita in Africa. Le guerre di liberazione nazionale hanno lasciato un vuoto, chi ha sostituito i “governi fantoccio” coloniali ha trasformato una dittatura feroce con un’altra dittatura feroce. 

È necessario riflettere: la rivolta contro le epistemologie del Nord, anziché produrre epistemologie del Sud, spesso riproduce epistemologie che somigliano a quelle del Nord.

Forse è questa la sfida: sostituire gli assi paradigmatici – verticalità, temporali –, con assi sintagmatici – orizzontalità spaziali. Derrida sosteneva di tornare alle pratiche etiche dei conventi medievali: sostituire la verità assoluta con l’ospitalità assoluta.

 

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