Il segreto del trip

1 Settembre 2023

La produzione letteraria lisergica fiorisce. Come una pianta officinale, la letteratura sugli acidi si propaga per ogni dove. Si ricordano le esperienze di Kingsley Hall a Londra, dove Ronald Laing somministrava dosi di LSD a sé e ai suoi pazienti. Si scrive intorno all’assunzione di acidi nelle Americhe da parte di Michel Foucault, Antonin Artaud, Gregory Bateson, Oliver Sacks. 

Bisogna ammettere che – nei pochi anni di esistenza come comunità psichiatrica – da Kingsley Hall passarono un centinaio di matti che produssero forme d’arte ragguardevoli, durante o dopo il trattamento, come per esempio Mary Barnes o Axel Jensen. Nessuno ci rivelerà, Evidence Based, se ci sia una correlazione statistica tra l’organizzazione di Laing, il trattamento psichedelico, ma anche psicoterapeutico – perché Ronald Laing era uno psicoterapeuta – e la produzione artistica dei pazienti di Kingsley Hall. 

La comunità venne chiusa a causa del potere della Massa che non sopportava di vedere matti che entravano e uscivano liberamente – molti senza rientrare – dal “manicomio”. Non sopportava le condotte bizzarre ed eccentriche degli schizofrenici, degli psichiatri, degli infermieri, degli artisti che là vivevano una vita comunitaria. Il comunismo a Londra? Pura follia, appunto.

Il problema di Kingsley Hall, come il problema degli acidi, è il trip. Che cos’è il trip? Antonello Sciacchitano – nel suo lavoro di ritraduzione dell’opera di Sigmund Freud, ha recentemente suggerito di rimettere in questione la traduzione italiana del termine tedesco “Trieb”. Piuttosto che “pulsione”, Sciacchitano nota che “Trieb” somiglia a “trip” e che il trip è un viaggio che si può fare anche senza muoversi: quando si prende un acido.

Sul piano clinico stiamo parlando della dissociazione e dei suoi potenziali effetti illuminanti, ma non turberò il lettore intorno a questi argomenti clinici, se non per mostrarli sul piano letterario, che ci lascia maggiori margini di libertà.

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Opera di Alexis Toumazis.

Uno dei massimi sostenitori dell’efficacia della psichedelia – cioè degli effetti degli allucinogeni sulla psiche – è oggi in Italia Piero Cipriano, che sta scrivendo numerosi testi sull’argomento come per esempio Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia, uscito per l’editore Luca Sossella. Con un altrettanto lungo sottotitolo: “Storia di internamenti e antipsichiatria, pillole tristi e piante magiche”.

Il testo è un insieme di parti saggistiche con inserti narrativi, che mi paiono le più interessanti. Per esempio da pagina 61 in poi, Cipriano racconta dell’influenza di William James su Timothy Leary. James, il fondatore delle scienze psicologiche negli Stati Uniti aveva studiato gli stati di estasi religiosa e gli stati di alterazione e allucinazione, le esperienze mentali fuori dall’ordinario – a che altro serve la psicologia? Ma questo, studenti di psicologia, non ditelo in Università, sennò vi espellono! – influenzando enormemente Timothy Lear, che ad Harvard organizzò un progetto di ricerca-intervento clinico chiamato Psilocybin

Somiglia a un intervento sciamanico e, come nello sciamanesimo, non è pura somministrazione di una medicina a un paziente. Anche lo sciamano – in questo caso lo scienziato/sciamano – assume la sostanza affinché questo trip avvenga insieme al soggetto sperimentale, anche se la assume in misura minore. Il trip – il viaggio – va condotto insieme. Ed ecco il racconto, che ci appare come una risonanza psichedelica; durante il trip, i due si parlano: 

“– Come va John? 
– E tu dottore, come ti butta?
[...] 
– John ho paura di te
[…] 
– È divertente dottore perché anch’io ho paura di te”.

Assistiamo a un vero e proprio transfert psichedelico. Dunque il segreto del trip, paradossalmente, è lo stesso della relazione terapeutica: il terapeuta, psichedelico o non-psichedelico, viaggia sempre insieme all’altro. Paziente, cliente, analizzante o, come preferisce Fachinelli, soggetto che frequenta le sedute.

Quanto queste esperienze siano state terapeutiche, forse un po’ come nel caso Kingsley Hall, è impossibile definirlo, anche perché “stare bene” non è la stessa cosa per un impiegato delle poste e per un musicista come Mick Jagger o David Crosby, che, avendo certamente assunto decine di tipi di droghe e acidi, sono il secondo morto a 82 anni e il primo ancora vivo, e ruspantissimo, a 80. 

Insieme al libro di Cipriano esce un altro libro sugli acidi: Foucault in California di Simeon Wade, in traduzione per Blackie Edizioni. Si tratta della biografia del filosofo e psicologo Michel Foucault e della prima volta che assunse un acido nella Dead Valley, durante un suo soggiorno come professore visitante a Berkeley. Un giovane alchimista, Simeon Wade, invita Foucault in una piccola sede universitaria presso la California e gli somministra un elisir. Foucault entra nel trip, o nella trance, e quando si riprende dalle allucinazioni, dichiara piangente di avere veduto la Verità. 

La verità è visione, non è enunciato. Questa mi pare la questione che pone Cipriano nel suo testo. Leary contestava la psicoterapia perché là domina la parola, bisognava impostare un sistema di cura che si basava sulla visione, ritornare a Nietzsche, Foucault, Bateson e Artaud, a tutti coloro che avevano preso le allucinazioni per via endogena – come Nietzsche – o esogena, come gli altri tre. La dissociazione è terapeutica, sembra funzionare come la vaccinazione, ma non crea anticorpi che combattono il delirio, al contrario, lo intensifica, lo fa vibrare, come nella rivelazione di Macbeth:

La vita non è che un’ombra deambulante
Un misero attore che si affligge e pavoneggia la sua ora sulla scena
Poi dimenticato. È una storia detta da un idiota pieno di rumore e di furia
che significa niente.

Questa è una visione, una follia, perché accada bisogna togliersi il velo di Maya, perdere il Principium Individuationis per un momento, accedere al livello dell’estasi.

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