La vita adulta

Se si osserva l’intera opera di Andrea Inglese, perciò la ricca scrittura poetica, la più recente focalizzazione narrativa e, infine, l’acuta attività saggistica, ci si accorge che si è sempre occupato di precarietà, di una tensione (e una deriva) che s’aggrappa e scivola sul confine del nostro tempo. Da una parte le relazioni sentimentali, la crisi dei trentenni, poi quarantenni, poi cinquantenni, e quindi la confusione, i viaggi, i trasferimenti, le città che bruciano di caldo e asfalto e ci consumano, ci confondono, ci perdono; dall’altra gli andirivieni, la ricerca di un lavoro, il mondo culturale che non accoglie mai per davvero, la voglia e la difficoltà di scegliere, il senso di perdita, i timori, la sperimentazione linguistica, la ricerca di un posto nel mondo e la fuga da quello stesso posto, il disegno di una nuova sintassi dentro la quale fare rivoluzioni e proteggersi, e poi il non accontentarsi della prima risposta, del ragionamento a portata di mano, della metrica, conoscerla e poi superarla, più avanti ritrovarla, mischiarla a ciò che si è letto, a chi si è amato, a quello che si è mangiato, guardare il tempo a venire da un tetto di Parigi, da una piccola finestra di Milano, cercare la chiave di svolta, il futuro, fumando una sigaretta su un divano, il giorno dopo scendendo in piazza, confrontandosi, quasi sempre – ovunque – scrivendo. Siamo precari, è questo, lo siamo da sempre e lo saremo per sempre, capitani coraggiosi a penna sguainata, piccole esistenze sottopagate, sottostimate, destinati all’appiglio, alla corda cui tenersi, al compagno di cordata che ci guarda più smarrito di noi. C’è da aver paura, c’è da essere fantasiosi, c’è da mantenersi vivi, c’è da non perdersi niente, c’è da rimanere vigili, c’è da non accontentarsi, c’è da scegliere e qualche volta fare finta d’aver scelto.

 

«C’era un grande oltre, un magnifico dopo, che li attendeva quando trentenni giungevano stravolti alle sei di mattina»

Questo tempo fragile, queste anime precarie, Inglese le ha raccontate ragionando sempre insieme al linguaggio, giostrandosi dal campo semantico più tradizionale a quello dell’esperimento, ammesso che la tradizione e l’esperimento si ritengano lontani (L’esperimento non ci lascia mai, ha scritto Dickinson). Nel caso di Inglese sembra che abbiano sovente camminato l’una accanto all’altro, spingendosi, stringendosi, sfottendosi, mandandosi a quel paese, inventando e reinventando uno schema letterario flessibile, come quelle case che si vedono tra Formia e Gaeta costruite in modo da sembrare elastiche, protese sul vuoto, attaccate al terreno scosceso, così che la statica si adatti alla montagna, al pendio e le resista.

 

Così Andrea Inglese, scrivendo sempre cose molto belle, ha capito abbastanza presto che per osservare i nostri giorni, e provare a raccontare quello che non potrà più essere molto più di quello che c’è, bisognava muoversi come fanno i grandi architetti (prima ancora dei filosofi), adeguare cioè la forma scritta alla flessibilità del tempo. Se i giorni sono mutevoli anche la parola scritta deve sapersi allungare, farsi da verso a prosa breve, a prosa più lunga, a racconto fantastico, a romanzo, e deve essere disposta a tornare indietro a rifarsi sonetto, distico, sospiro solo, verso unico. Mai sono mancati il tremito, lo stupore, la curiosità, il panico, la ricerca e la fuga. Scrivere è un desiderio (giocando con il titolo del precedente romanzo di Inglese: Parigi è un desiderio, Ponte alle grazie 2016), scrivere è una rinuncia, scrivere è provare a fare ordine generando un nuovo (più sopportabile) disordine, scrivere è un tentativo, è una domanda formulata in maniera diversa, è sottrazione, è mimica, è assalto frontale, è silenzio. Così ha fatto Inglese, dai testi poetici di Inventari (Zona 2001) al meraviglioso La Distrazione (Sossella 2008), a Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato (Pequod, 2013), passando per i testi in prosa, tra i quali ne segnalo qui solo due che ritengo centrali: Quando Kubrick invento la fantascienza (Camera verde 2011) e l’incantevole Commiato da Andromeda (Valigie rosse 2011), leggendo questi ultimi due libri si comprende come Inglese avrebbe scritto da lì a poco un romanzo, per allargare il campo da gioco, per mettere più opportunità al servizio dello sguardo. Di passaggio in passaggio, arriviamo al testo di quest’anno, La vita adulta (Ponte alle grazie), un libro interessante e bello, un libro che sta nei nostri giorni, senza paura di osservarli di schiena mentre stanno già svanendo e noi con loro.

 

«Lei non vuole fare, comunque, lavoro di ricucitura, anche puramente simbolico, affabulatorio, per mettere assieme i suoi dei pezzi e farli collimare, per imprimere alla serie dei ricordi, degli eventi probabilmente accaduti, una logica, un’ombra di significato, una direzione precisa».

Intanto, la vita adulta è qualcosa che non avviene, non è più tempo di diventare adulti, non si può, si resta in un limbo in cui la maturità non accade. Gli scenari sono cambiati, invecchiamo senza crescere, forse perché siamo stati troppo adolescenti, oppure perché non lo siamo stati. Abbiamo bivaccato nei licei e nelle aule universitarie, qualcuno fino ai dottorati, ci siamo nutriti di speranze ereditate, abbiamo aspirato al lavoro culturale, lavoro che quasi mai esiste, perché non è pagato, malpagato, esiste il precariato culturale, pianeta che Tommaso, uno dei due protagonisti del romanzo di Inglese, calpesta ogni giorno.

 

 

Ha quasi cinquant’anni, è sposato e ha una figlia, sta a Milano, sarebbe un critico d’arte, sta su una soglia. Progetta da tempo, forse da sempre, il suo saggio importante, decisivo, intanto fa qualche supplenza, svolge malinconici lavori da redazione culturale. La vita procede, c’è una stabilità, un nucleo familiare solido, una casa nuova da compare a Sesto San Giovanni. Perciò appena fuori da Viale Monza, ma il centro è a due passi. La scelta di Sesto è interessante da parte di Inglese, lo sappiamo, la città a Nord di Piazzale Loreto è stata un simbolo di lavoro, di lotta, un piccolo regno del PCI, tutte cose che non è più, che non sono più. Comprare la casa, per Tommaso, è anche il segno che alcune cose sono terminate, passate, ciò che è stato ha uno strano sapore di muffa, la vita nuova lo attende, seppur precaria, seppur sospesa.

«Tommaso fa parte di quelli che preparano la strada e, anche se lui vi rimane dentro, alle trappole, alle costrizioni, alle enormi fatiche per adattarsi a tutto, il suo lavoro servirà ad altri, sarà strumento per chi avrà più forza e determinazione. È importante che ci siano anche i Tommasi, ed è ingiusto togliere loro tutte le illusioni».

 

Nina, più giovane di Tommaso, è una perfomer, è stata molto vicina al successo, quello che nel mondo dell’arte significa certe frequentazioni e molto denaro, il salto non è avvenuto, non è riuscito del tutto. Nina sta in un limbo diverso da quello di Tommaso, ma vive anche lei in un’insofferenza di fondo, là dove stanno le cose non accadute, dove ci si riconosce solo se gli altri ci dicono chi siamo, ci raccontano, ci ammirano. Nina però è comunque uno spirito più libero rispetto a Tommaso, ha un’inquietudine diversa, più orientata a un divenire, appare meno stanca. Nel romanzo si incontrano. Nina ha questo bagaglio, sta nello sguardo degli altri, perciò è osservata secondo i criteri altrui, così non sa davvero chi sia e come appare. Tommaso ha pensato che il tempo fosse sempre a disposizione, che attendesse ogni procrastinazione, ogni consegna rimandata. Il tempo non è dalla parte di Tommaso, non lo è mai stato, presto non lo sarà più dalla parte di Nina, così fa il tempo, se ne va. Tommaso inseguendo un nuovo progetto incrocia Nina e la coinvolge in una prospettiva lavorativa che potrebbe cambiare i loro destini nel mondo dell’arte e, di conseguenza, nel proprio privato. I due si scuotono ma mai fino in fondo, per Nina, gli sforzi intellettuali di Tommaso per tentare di capire sul serio le cose, non portano da nessuna parte, oppure quando ci arrivano quella parte non esiste più. Tommaso, invece, osserva in Nina lo spirito libero e al contempo l’inesorabile futura sconfitta di chi non fa altro da scappare da tutto e perciò da sé, dalle proprie paure e fantasmi.

 

La vita adulta è un romanzo ricco, con molti personaggi, dal ritmo serrato, è acuto e curato, ed è anche divertente. Non può mancare l’ironia per scrutare e raccontare questo reame di cose che sfuggono di mano, che cadono da tutte le parti. Il precario del mondo lavorativo è anche sentimentale, personale, è molto intimo, è quello che siamo. L’idea di Inglese di rappresentare queste generazioni di passaggio, inconcludenti (a volte), che hanno scelto senza mai davvero scegliere, si scioglie bene sul palcoscenico dell’arte contemporanea (dove la maggior parte dei lavoratori fa anche altro per poter campare sul serio, ed è sfruttata). Tommaso e Nina sono più precari degli altri, perché stanno in quel mondo ma non lo decodificano a fondo, non sanno interagire con gli altri, con quelli che contano, ma non solo con loro. Sono inadeguati, e ognuno capisce i limiti dell’altro, ma mica può fare più di tanto. La precarietà si realizza non risolvendosi mi. Si perpetua. Andrea Inglese in una poesia, una volta ha scritto: «È di questa esistenza che ti potrei parlare, / della sua vaghezza […]», ed eccoci, in questa vaghezza stanno Nina e Tommaso, e stiamo noi, la vita adulta non c’è, non si può diventare adulti come si faceva un tempo, ma non siamo più ragazzi, non maturiamo, non ci risolviamo, cosa siamo?

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