No Time To Die: 007 muore due volte

Il fascino di Bond sta tutto nel suo mojo, parola intraducibile che, nella esilarante parodia di Austin Powers di qualche anno fa, era reso con il gioco di parole: “mai più moscio”; traduzione non lontana dall’essenza di Bond che è il distillato del maschile, non completamente civilizzato, non politicamente corretto, per niente addomesticato. Bond è l’Ercolino sempre in piedi; non ha superpoteri, ma ha il suo “tocco speciale”, il suo “mojo”, che è l’essenza non diluita del maschile.

Tra pallottole, Martini e Aston Martin, Bond riproduce il mito di Achille. È pura maschera, un’armatura fatta di hybris senza essere umano al suo interno. Come il cavaliere invisibile di Italo Calvino, Bond è una macchina votata all’esecuzione perfetta completamente definita dal suo obiettivo.

Bond è reattività pura, azione senza giustificazione. È questa natura che gli permette di uscire da una tuta da sub con uno smoking perfettamente stirato, che gli consente di saltare con la moto alla cieca sopra ponti, grattacieli e persino cortei funebri siciliani trovando sempre il fazzoletto di terreno su cui rialzarsi. 

Bond è il gatto di strada, che con le sue nove vite cade sempre in piedi; non è una persona, ma l’incarnazione di un ideale. Bond è immagine pura. In senso metafisico, incarna la potenza che non ha vergogna di realizzare qualunque possibile. Poter potere senza dovere mai essere qualcosa è la sua forza, ma anche il suo limite: il Bond classico non può deporre la sua armatura, abbandonare la sua pistola e rinunciare al suo Scotch, se lo facesse, non sarebbe più lui. In Bond, potenza, essenza ed esistenza sono tutt’uno.

 

O, almeno, così era prima dell’ultimo film, No Time To Die, diretto da Cary Joji Fukunaga e da ottobre nelle sale dopo una lunga attesa dovuta al Covid. Nell’ultima fatica di Daniel Craig qualcosa di profondo è cambiato. La nuova pellicola tocca il cuore stesso della saga: un passaggio forse senza ritorno. Bond può sopravvivere alle pallottole, ma non alla perdita del suo mojo, che è l’immagine pura che lo muove e gli dà vita. Se si toglie l’armatura, sotto non troviamo James. Bond non è fatto di carne e sangue, Bond è fatto di pura hybris. Lui è la sua armatura. 

Come attore, Daniel Craig è bravissimo. Il film è ben fatto e non delude anche grazie ad attori carismatici (Christoph Waltz, Rami Malek, Ralph Fiennes, Léa Seydoux). Purtroppo la trama è visibilmente l’esito di diversi ripensamenti riconoscibili in personaggi e trame secondarie sostanzialmente accessorie. È il caso della, comunque scintillante, Ana de Armas nel ruolo di Paloma. Assai meno felice il contributo di Lashana Lynch, nel ruolo dell’agente segreto che, secondo il pensiero politicamente corretto in voga oggi, avrebbe dovuto sostituire il maschio bianco in virtù del suo genere e del suo colore: un personaggio da dimenticare.

 

Il film commette un peccato mortale: Bond muore e muore due volte. Muore alla fine del film, colpito da una pioggia di missili, ma, nella sua essenza, muore prima quando depone la propria armatura per assumere il ruolo di padre. Nel momento in cui Bond diventa un uomo di famiglia, Bond non è più Bond. Nel finale di No Time To Die, Bond non è ucciso dall’arcicattivo di turno, ma dalla (sua!) famiglia. Non potendo esistere senza essere se stesso, non ha via di uscita. L’unico di modo di vivere come Bond è morire da Bond. In No Time To Die, Bond muore due volte.

Bond non è ucciso da una pallottola o dal piano diabolico di un genio del male. Bond è ucciso dalla sua famiglia, dal fatto di accettare la propria umanità: l’incarnazione porta con sé l’inevitabilità della croce. Simbolicamente, Bond depone il proprio elmo e, per il fatto di farlo, da Achille si trasforma in Ettore. Il film ripropone in chiave di action movie il famoso gesto dell’eroe troiano: come si legge nell’Iliade, di fronte al figlio, “dalla fronte/l'intenerito eroe tosto si tolse/l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.” (traduzione di Vincenzo Monti, Omero, l'Iliade, Sansoni, Firenze, 1985). Bond si trasforma così da Achille a Ettore, e in questa trasformazione perde il proprio Mojo e muore simbolicamente una prima volta rendendo poi necessaria la morte fisica.

 

Da Omero a Jack London. Nella scena finale, un funerale consumato dentro un bicchiere di Scotch, si legge una frase che è la parte finale di un brano più lungo: “Vorrei piuttosto essere cenere che polvere! Vorrei che la mia scintilla bruciasse tutta e subito in una fiamma brillante piuttosto che si consumi sino allo stoppino. Vorrei piuttosto essere una superba meteora, ogni atomo di me consumato in uno splendore magnifico, che un pianeta sonnacchioso e permanente.

 

 

La funzione propria dell’uomo è vivere, non esistere. Io non sprecherò i miei giorni cercando di prolungarli. Io userò il mio tempo.”

Lo scrittore americano ci ricorda la tensione mai risolta tra l’uomo civile, addomesticato dalla società, e l’uomo selvaggio, non feroce, ma ferino. Il gatto di strada contrapposto al gatto castrato di appartamento. Il Bond delle origini aveva in sé questa natura antica. Non è un caso che abbia una licenza di uccidere. Bond è ufficialmente fuori dalle regole della civiltà. È il (cane) lupo che difende le pecore dagli altri lupi, ma sempre lupo rimane.

 

Per questo motivo il rapporto tra Bond e i suoi arcinemici è sempre intimo. Anche loro, come lui, sono animali che non hanno ancora subito il rapporto di addomesticamento che è la condizione per poter vivere dentro il recinto della società. Per difendere il recinto, la società ha bisogno di altri lupi. Bond incarna questa figura ibrida – tra cane e lupo, ma mai pecora – capace di avvertire una affinità profonda con i suoi nemici e, proprio per questo, in grado di anticiparli e sconfiggerli.

Ogni cattivo ha il suo momento di intimità insieme con Bond, indimenticabile Javier Bardem come Raoul Silva in Skyfall, ma anche sono perfetti anche Christoph Waltz come Blofeld e, nel finale, Rami Malek come Lyutsifer Safin (nomen omen?). Nel classico dialogo con Bond, Safin è esplicito: lui e Bond sono simili, quasi gemelli. Entrambi sono consapevoli che l’uomo medio non vuole vera autonomia, vuole solo essere protetto e, in cambio della sicurezza e di una vita confortevole, ha rinunciato alla sua libertà e al peso morale dell’esistenza. Safin e Bond invece non sono addomesticati.

 

La differenza tra i due è una linea sottile, in fondo anche Bond è un killer e non ha mai esitato a uccidere. La differenza è che Malek vuole realizzare una utopia in modo sistematico, vuole giocare a essere un dio (non misericordioso) e purificare il mondo dai cattivi. E quindi, come tutte le utopie imposte, si trasformerà in una spaventosa distopia. Bond invece non mette in atto la sua visione del mondo. Si limita, in ogni momento, a essere pura potenza, a combattere sapendo che il mondo non cambierà. La lotta tra bene e male non terminerà perché Bond vince; in fondo senza questa guerra lui non esisterebbe. La sua ragion d’essere è il combattimento contro il male, non la sua eradicazione. Come un predatore, Bond non mira al genocidio dei suoi avversari; non vuole eliminare il male, ma combatterlo: senza lupi, non ci sarebbero neppure cani pastore. 

 

Bond, come nel King Kong del 1933, non è ucciso dalle armi dei suoi nemici, ma dall’amore. E come Kong è il residuo di un passato lontano; qualcosa che spesso sottolinea con citazione vintage come la sua amata Aston Martin. Bond potrebbe evitare i missili lanciati verso di lui, ma non lo fa: è ucciso dalla responsabilità verso la famiglia; una parola che lui non ha il coraggio di pronunciare mentre, mettendo al sicuro Madeleine e Mathilde, si separa da loro per zoppicare verso il proprio destino. Per Bond, la famiglia non può diventare realtà in atto, può essere solo un orizzonte lontano che definisce una direzione, ma mai un luogo. Se mai un giorno raggiungesse quella condizione si renderebbe inutile quel puro movimento che gli dà vita. Bond è come uno squalo, se si ferma muore (© Woody Allen); è la macchina del moto perpetuo. Non si può arrestare. Chi si ferma è perduto.

Nel mondo di Bond, il maschile è un ideale, il femminile è una condizione. Il maschile non esiste se non come immagine di se stesso; è potenza, promessa, sfida, strada, scommessa, azione. Il femminile invece genera; è atto, cura, compimento, realizzazione, casa, prole, felicità. Il maschile non può sopravvivere alla perdita dell’immagine di se stesso, perché è quella immagine. 

 

Deporre l’elmo per abbracciare la famiglia è la fine dell’immagine di Bond (e quindi la sua morte). Ci ricordiamo del momento di Skyfall quando Bond distrugge con la dinamite la casa di famiglia? Il nido di amore dei suoi genitori viene ridotto senza esitazione a una massa di rovine per poter combattere contro i suoi nemici e, ancora una volta, far esistere il mito di Bond (“Ho sempre odiato questo posto” e BUM! Il passato è lasciato per sempre alle spalle). Essere senza passato e senza futuro è la condizione del suo agire. Vivere è lasciare un’eredità, ma Bond non ci lascia una casa piena di ricordi, ma un modo di essere: il suo retaggio non è fatto di cure, affetto, esistenza amorevole; l’eredità di Bond è l’immagine di se stessa. Per non tradire se stesso, non può che morire.

Il mito di Bond è essere un uomo senza passato e senza futuro, pura potenza, hybris in movimento. Bond è perfettamente realizzato nell’azione che si esprime nel momento presente. Senza famiglia, Bond non sarà felice, ma è Bond. Con la famiglia, Bond non è più Bond. Bond diventa Ettore, non è più Achille. Se depone l’elmo, muore due volte.

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