Slavoj Žižek: da Hegel a Elon Musk

Un nuovo libro di Slavoj Žižek è un caleidoscopio di immagini e di nomi in cui è facile perdersi, disorientati dalla sua tipica bulimia argomentativa. Ma un filo conduttore c’è e ci tocca da vicino. Il libro, appena tradotto e pubblicato in italiano con un titolo che tradisce l’originale, Hegel e il cervello postumano (Ponte alle grazie, 2021), affronta il tema della attesa singolarità tecnologica in chiave hegeliano-lacaniana. Il titolo, dicevo, è fuorviante perché non ha senso parlare di cervello postumano e infatti mai ne parla Žižek che invece affronta il tema della singolarità in chiave dialettico-psicoanalitica. Correggiamo subito il tiro. Non si parla di cervello postumano, come erroneamente promesso dal titolo, ma di “wired brain”, ovvero il cervello connesso e cioè la possibilità che un domani, nemmeno tanto lontano, i nostri cervelli, con buona pace di John Donne, non saranno più essere isole di soggettività, ma un’unica realtà iper-connessa senza soluzione di continuità.

 

Per gli amanti degli anime dirò subito che il libro di Žižek è una specie di Evangelion tradotto in parole. Non a caso nell’ultima fatica di Hideaki Anno, il deus ex machina è lo Strumentality Project, ovvero la consapevolezza che l’umanità non solo non è il compimento della storia, ma nemmeno un fine in se stesso. Anzi, la nostra specie non sarebbe altro che un gradino lungo una scala forse infinita. Ogni passo è una ulteriore singolarità, ovvero un continuo passaggio a livelli incommensurabili con i precedenti. Noi pensavamo, guardando l’uomo vitruviano di Leonardo sulle monetine da 1 euro, di essere il centro dell’universo e invece non eravamo altro che un antipasto. Che sconfitta per il nostro narcisismo. Come sarebbe felice Freud!

 

Ma muoviamoci con ordine o, almeno, cerchiamo. La singolarità è quel punto nel nostro futuro dove il progresso tecnologico e la convergenza di varie tecnologie – intelligenza artificiale, interfacce digitale-neurale e ingegneria genetica – cambieranno l’essere umano creando le condizioni per una rielaborazione completa della realtà così come l’abbiamo conosciuta finora. 

Fin da subito, Žižek avverte dell’impossibilità di affrontare oggi il tema della singolarità perché se è vera singolarità è al di fuori della nostra possibilità di parlarne e, prima ancora, di concepirla. Sarebbe come chiedere a un Homo Erectus che cosa ne pensa della cultura e della storia degli Homo Sapiens. Non potrebbe neppure comprendere il senso delle nostre domande. Il sol dell’avvenire è una successione di momenti incommensurabili che non trovano una spiegazione nei loro antecedenti.

La singolarità cortocircuita conoscenza e realtà, epistemologia e ontologia, mentale e fisico, soggettività e oggettività. Se i cervelli si uniscono e viene meno la narrazione che crea l’illusione dell’esistenza individuale, diventeremo tutt’uno con la realtà? Per Žižek i passaggi fondamentali sono due. Il primo è il cervello connesso con il mondo, ovvero la capacità di agire direttamente sulla realtà invece che in forma mediata attraverso il corpo. Il secondo è il collegamento diretto tra cervelli, eliminando così quelle barriere che ci delimitano, ci definiscono e ci fanno essere quello che siamo. Nella singolarità universale non ci sarebbe più spazio per i singoli individui. Senza contorno le singole persone non avranno più forma e nemmeno identità.

 

Il tema fondamentale, e non potrebbe che essere così, di questo libro futurologgiante di Žižek è il carattere retroattivo del tempo e dei processi storici che creano il proprio passato e che, in questa creazione postuma, esercitano quell’autonomia creativa che sfugge alla declinazione meccanica delle premesse che tanto piace (e ancora più rassicura) i filosofi di corrente analitica. 

Quindi? Il tempo è una freccia lineare o è quella spirale retroattiva suggerita da Hegel? Žižek ha risposto in modo brillante traendo spunto dalle sue sue (dis)avventure coniugali: come si concilia il suo principio di amare una donna per sempre con il fatto che si è divorziato tre volte? E la risposta, recuperando la dialettica hegeliano-marxista, è che, se un amore finisce, non era mai stato vero amore (ma un calesse …). Ovvero, l’esito di un rapporto sentimentale ne stabilisce retroattivamente la natura. Il vero amore è quello che non finisce mai. Se è finito, vuol dire che non era mai stato vero amore. Quindi il presente definisce il passato e il passato è sempre oggetto di una reinterpretazione che è la condizione perché ci siano più futuri possibili.

 

L’esempio pop è quello del Joker nella versione di Todd Phillips (2019). Tante persone, nota Žižek, hanno vissuto situazioni disfunzionali come la vita di Arthur Fleck, ma solo una è diventata il Joker e, diventandolo, ha definito quelle situazioni come il percorso formativo del Joker. Ancora una volta quello che succede, qui e adesso, definisce la natura di quello che era successo prima. Per dirla con Beckett, “il silenzio, una volta rotto, non sarà mai più lo stesso”. Quest’idea, molto hegeliana, della revisione del passato è oggi ricomparsa in luoghi insospettabili: si tratta del principio eleatico secondo il quale la causa della causa è l’effetto. Estraendo il biglietto della lotteria oggi, cambiamo il passato e determiniamo, dal giorno in cui qualcuno lo ha staccato in un autogrill, quale era il biglietto vincente! Per cambiare il futuro, scrive Žižek, dobbiamo riscrivere il nostro passato.

La retroattività temporale va contro l’ontologia analitica, quella visione schematica del mondo costituito in una serie di proprietà e individui e definite a priori. È significativo che Žižek si muova contro la visione analitica della realtà proprio nell’analisi del nuovo avvento tecnologico tanto strombazzato. La singolarità, nata dal bordo steam e cyberpunk messo in moto dalle intuizioni matematiche di Alan Turing e Claude Shannon, viene riletta come occasione di riscrittura della nostra esistenza.

 

 

Per rompere lo schema lineare del tempo, Žižek esercita gioiosamente la hybris dello spirito di finezza contrapposto allo spirito geometrico dei filosofi analitici, per i quali tutto è articolazione meccanica delle premesse. Con il Joker, con le mogli di Žižek e con la singolarità futura, invece tutto si costituisce mano a mano, anche nelle sue regole. Potremmo chiederci quanto una filosofia analitica degli Homo Erectus sarebbe stata in grado di anticipare, anche se li avessimo sterminati (o peggio mangiati) la nostra civiltà. E la risposta è: per nulla!

La forza del libro sta soprattutto nelle intuizioni, ancora più che nelle argomentazioni. Oggi purtroppo, molto spesso una buona intuizione, come nel gioco delle perle di vetro di Hesse, viene tenuta sotto silenzio perché non si dispone di quella giustificazione rituale che chiamiamo “ragionamento corretto”. Questo rischio, qui, non si corre! 

 

L’affresco di Žižek, con tutto il suo fascino, ha il suo tallone d’Achille nell’attendibilità delle premesse, in particolare nell’idea, oggi popolarissima, che la mente sia un flusso di dati dentro i cervelli e che sia sufficiente (per quanto tecnicamente difficile) collegare i sistemi nervosi tra di loro, circa come negli anni ’90 abbiamo creato Internet collegando tra loro i computer. L’idea di Žižek è che la singolarità sarà, per i cervelli umani, quello che internet è stata per i computer. Ma quest’idea non tiene conto del problema fondamentale alla radice di neuroscienze e teoria dell’informazione: di che cosa è fatta la mente? È solo informazione o richiede il mondo esterno? La logora metafora tra la fenomenologia dello spirito di Hegel e un romanzo di formazione cosmico torna attuale e sovverte la lettura monodimensionale del progresso tecnologico come realizzazione inevitabile di premesse vere a priori. Tutto è inevitabile, avrebbe detto Kant, ma solo dopo che è avvenuto. Cioè noi leggiamo le leggi che portano alla realizzazione del nostro mondo perché, guarda caso, quello è il mondo in cui viviamo: una specie di volontarismo naturalista. 

Una delle divagazioni più divertenti è quella sulla caduta dalla caduta, ovvero della contraddizione insita in ogni racconto escatologico, dalla genesi alla singolarità tecnologica. Adamo ed Eva non potevano essere colpevoli di avere mangiato il frutto dell’albero del bene e del male perché, non avendolo ancora mangiato, non potevano avere una coscienza etica per giudicare le proprie azioni.

 

Analogamente, noi non possiamo essere responsabili della singolarità perché siamo prima di essa e quindi non abbiamo gli strumenti per giudicarla. Siamo ancora immaturi. Per Žižek, il problema di Elon Musk non è essere radicale, ma non esserlo abbastanza e non poterlo nemmeno essere perché, se lo fosse, vorrebbe dire che la singolarità si è già compiuta. Eppure alle spalle abbiamo un’altra singolarità di cui noi siamo l’esito. La nascita della cultura (e quindi della storia) è stata un taglio dell’essere che ha lasciato tracce nella rivoluzione neolitica, nella comparsa del linguaggio, chissà, forse persino nel crollo della mente bicamerale e nell’introduzione della grammatica soggetto-oggetto. La caduta, la cacciata dal giardino dell’Eden, è il racconto mitico della singolarità da cui siamo stati generati. 

Žižek soffre della stessa mancanza che lui applica a molti dei suoi riferimenti: non è abbastanza radicale. Infatti fonda la sua analisi sull’idea che la mente, in fondo, sia dentro il corpo. Quando scrive che “se una macchina registrasse i nostri pensieri, allora il nostro corpo sarebbe fuori di noi e noi saremmo fuori di noi stessi”, Žižek accetta quella tradizione neuro-centrica e analitica che vorrebbe mettere in discussione. Perché essere fuori del corpo dovrebbe essere fuori di se stessi? A meno che uno non presupponga di essere tutt’uno con il proprio corpo, il ragionamento di Žižek è un non sequitur. Infatti, noi non possiamo mai essere fuori di ciò che siamo. 

 

Noi esseri umani siamo solo uno stadio intermedio e abbozzato tra gli animali e la post-umanità … Per Trotskij “Che cosa è l’uomo? Non è affatto una creatura finita o un essere armonioso. […] Produrre una nuova versione perfezionata dell’uomo è il compito del comunismo”. Questa responsabilità oggi è spostata sulle spalle della Intelligenza artificiale. Non a caso, la musa ispiratrice di Elon Musk, ovvero la cantante tecno-pop Grimes, si è fatta araldo di una specie di techno-comunismo ispirato all’intelligenza artificiale. Prendiamo questa incompletezza dell’umano in senso positivo – “Grandi speranze” per dirla con Dickens. D’altronde anche Pico della Mirandola, nei discorsi sulla Dignità dell’Uomo, identificava la grandezza dell’essere umano nella sua condizione intermedia indecisa tra bestiale e divino, tra angelica e demoniaca, tra il possibile e il necessario. Oggi, il divino è l’annunciata singolarità, l’avvento tecnologico. E noi? Noi siamo uno dei gradini di questa scala, non la meta finale. In fondo, è il prezzo da pagare: la natura del creatore è l’apoptosi escatologica. Per dare la vita bisogna sacrificare la propria.

Per Žižek l’accesso diretto al noumeno ci priverà della nostra spontaneità, riducendoci ad automi meccanici, come nelle tautologiche macchine di Turing. Per la tradizione lacaniana lo spazio personale si dà nella dialettica tra essere e non essere e quindi, se tutto è noumeno, non c’è più alcun soggetto. L’uomo è come il caffè senza latte in un bar dove hanno solo la crema (© Ninotckha, Lubitsch): una possibilità resa possibile dall’interpretazione che se ne dà.

 

Arriviamo così alla domanda fondamentale: la nozione di wired brain (o cervello postumano o connesso che sia) è corretta? Perché unire neuroni per creare un Uber-network di sinapsi come se fosse una foresta di mangrovie non importa a nessuno. A noi interessa unire le menti non i cervelli! Siamo proprio sicuri che il mentale sia il neurale? Con buona pace dei neurosceinziati, non lo siamo affatto. L’entusiasmo con cui oggi crediamo che si possano presto unire le menti grazie ai dispositivi della Neuralink di Musk potrebbe essere mal riposto; potrebbe essere una forma di materialismo cartesiano o dualismo neurale. Unendo i cervelli, potremmo perdere ciò che dà significato alle loro secrezioni chimiche, ovvero il mondo esterno. Se Žižek avesse rotto con questa tradizione, cosa che, conoscendolo, non dovrebbe dispiacergli, avrebbe potuto uscire dallo schema del cervello connesso. Avrebbe potuto considerare l’eventualità che noi, in realtà, non siamo un corpo, ma esistiamo grazie al corpo. Così si potrebbe evitare il cortocircuito tra cervello connesso e singolarità adottando una forma radicale di relativismo che ci proietterebbe in una cornice pirandelliana cosmica dove tutto, in una sorprendente rivisitazione hegeliana post-cibernetica, esiste solo in relazione agli effetti che produce o alle persone con cui si interagisce. 

 

I cervelli non possono connettersi tra loro a meno di non collegare mondi. Senza mondo, il cervello è una macedonia di cellule. Žižek e Harari si preoccupano perché presto le macchine ci conosceranno meglio di noi stessi perché ci osservano eterofenomenologicamente dall’esterno, negando che ci sia un’interiorità da rivelare e da difendere. Si rilassino. Non c’è un’essenza nascosta. Chi ci guarda da fuori ci conosce meglio semplicemente perché non c’è altro da conoscere. Noi non abbiamo uno sguardo interiore. La maschera è la persona. Io sono i miei effetti.

Il libro è divertente e, a tratti, anche profondo; è corretto? Chi può dirlo. Come disse Niels Bohr, “fare predizioni è molto difficile, soprattutto per quanto riguarda il futuro”. Ma Žižek non deve preoccuparsi, nella sua dialettica hegeliana, non ci sarà futuro senza che il nostro presente sia riscritto e, male che vada, “il soggetto sopravviverà come un puro $”!

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