“Napoleon”: troppo grande per il cinema

14 Dicembre 2023

Sovrumano, eppure umano. Se c’è una persona che, ci piaccia o meno, ha incarnato l’eternità dell’esistenza nella storia dell’Europa quella è stata Napoleone. Ancora adesso, a distanza di oltre duecento anni dalla sua morte, l’impronta di Napoleone è dappertutto. Nella mia casa di campagna, nell’appennino parmense, si conservano ancora i documenti redatti in francese di quando per qualche anno l’Italia fu divisa in arrondissement. Napoleone è stato più grande della vita e la sua parabola, partita da un’isola (la Corsica) e conclusa in un’altra (Sant’Elena), in mezzo ha visto di tutto, dalla rivoluzione francese all’impero. Napoleone ha ispirato grandi menti come Laplace, Fourier, Champollion, Hegel, Manzoni, Beethoven, David; è stato alfiere degli ideali dell’illuminismo, geniale stratega, autocrate senza scrupoli; ma anche autore a 26 anni di una breve novella romantica, Clisson et Eugenie, protagonista di una storia di amore incredibile che superò ostacoli di ogni tipo e ha lasciato dietro di sé una mole sterminata di lettere appassionate. Il problema, con una persona come Napoleone, è che non sembra possibile contenerla all’interno di alcuna narrazione. 

Stanley Kubrick coltivò per tutta la vita il sogno di fare un film su Napoleone. Raccolse 17.000 diapositive, lesse 500 libri e visitò 15000 località. Troppo, persino per un regista come lui. E il progetto rimase sulla carta. Inevitabile che un film possa catturarne solo una porzione, comunque limitata, della sua vita. È in questa chiave che Napoleon di Ridley Scott si muove lungo i suoi 158 minuti (in attesa di un director’s cut in streaming di oltre 4 ore). Il film non è un documentario e, giustamente, il sulfureo regista – un indomito 85enne che in passato ha diretto capolavori come Alien, Blade Runner, Il gladiatore, Thelma e Louise – ha risposto in modo burbero alle critiche degli storici, che gli contestavano dettagli e inesattezze: «Scusami, bello, tu c’eri? No? E allora chiudi il becco!». E, ha aggiunto, se volete la storia leggete un libro, non andate al cinema. 

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I duellanti, 1977.

Senza dimenticare che nel 1977 Ridley Scott aveva esordito con I duellanti che, oltre a contenere una grande prova di Harvey Keitel, forniva un fedele affresco dell’epica napoleonica vista dalla prospettiva di due soldati francesi impegnati in un duello infinito. Il regista non è quindi incapace di essere storicamente fedele e potrebbe replicare proprio con le parole di Napoleone quando licenziò il grande matematico Simon de Laplace «ha portato lo spirito dell’infinitamente piccolo nella vita». Napoleone, come Scott, sa che la vita non è prigioniera dei dettagli e che l’arte, se vuole essere vera, non ha l’obbligo della cronaca. Non ci importa sapere l’orario o la circostanza esatta di un fatto (chi c’era e dove). L’importante è il senso di un’esistenza e di una vita. 

Napoleon, data la quasi sconfinata dimensione del suo protagonista che nemmeno Sir Ridley può catturare in una pellicola, è condannato alla parzialità. Ma è una necessità che, in questo caso, è una misura della vastità dell’orizzonte di Napoleone. Un po’ come nel primo Godzilla, quando, per dare l’idea della grandezza del lucertolone, a lungo se ne mostrano solo parti. Nessun fotogramma riuscirà mai a contenere qualcuno come Napoleone.

D’altronde, Napoleone fu molto di più di un generale o di un marito. Solo in Egitto – che Scott rappresenta con la scenetta del falso cannoneggiamento delle piramidi – portò con sé decine di studiosi, che portarono in Francia la stele di Rosetta, che avrebbe permesso a Jean-François Champollion di decifrare i geroglifici. In proposito, un episodio vero ci offre la cifra del generale còrso: nel 1814, appena tornato in Francia dopo l’esilio dell’Elba e nel pieno dei tumulti politici che segnarono quel breve interregno, Napoleone trovò il tempo di ricevere Champollion e di informarsi sull’avanzamento delle sue ricerche, che considerava di grande importanza. Un altro episodio, assente nella pellicola, risale all’incoronazione nel 1804. In una chiesa di Notre Dame stipata di persone fino all’inverosimile, il futuro imperatore, incredulo, pare abbia bisbigliato ai suoi fratelli: «Se ci potesse vedere nostro padre …».

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È la presenza contemporanea di spirito pratico, visione, genio militare, passioni personali, debolezze familiari che fanno di Napoleone una figura improbabile, persino per se stesso. Pare che a Sant’Elena spesso commentasse, a proposito della propria vita: «è stata come un romanzo». Non a caso, vi sono stati tentativi di revisionismo storici che sostennero che Napoleone non fosse stato un personaggio reale, ma una figura mitica frutto della propaganda francese. L’arcivescovo anglicano di Dublino Richard Whatley, logico e teologo, scrisse nel 1819 il celebre libello Dubbi storici sull’esistenza di Napoleone Bonaparte; e analoghi tentativi furono fatti sul continente. Il ragionamento era sempre lo stesso: è impossibile che un singolo uomo abbia fatto tanto. Eppure Napoleone fu tutto questo e anche più, e se ne può parlare «senza servo encomio o codardo oltraggio». 

Ecco quindi che la scelta di Scott di mostrarcelo in alcuni suoi aspetti meno celebrativi e meno celebrati – l’ansia durante la prima prova all’assedio di Tolone, la goffaggine a letto, la debolezza con la madre – o l’esclusione di importanti vicende familiari (tra tutte quella della sorella Paolina e dei fratelli) o di fatti storici cruciali (la battaglia di Marengo, la sfida con Nelson) – non è una debolezza, ma una scelta azzeccata. Napoleon accoglie la sfida impossibile di contenere l’eternità nei limiti dell’esistenza: l’immortalità dell’immanenza. Il film ci mostra soprattutto i limiti del còrso, ma sono questi limiti che ci mostrano il coraggio e l’estensione dell’esistenza di Napoleone spalmati su una dimensione sovrumana.

Non si può non riconoscere che Napoleone, da solo, abbia incarnato quel processo tumultuoso che, nelle convulsioni della rivoluzione francese e del terrore, diede voce agli ideali dell’illuminismo che avevano infiammato gli spiriti di molti giovani a cavallo tra Settecento e Ottocento, facendo sperare in una rivoluzione generale dei costumi e delle idee. Forse Napoleone sul piano pratico tradì questi ideali, ma di certo incarnò la forza politica che seppe travolgere le fatiscenti corti reali e seppe diffondere uno spirito di trasformazione e di rinnovamento. Anche se inconsapevolmente, nei tascapani dei suoi soldati viaggiavano le idee di Jean-Jacques Rousseau e Voltaire. Ogni vittoria contro gli eserciti dell’ancien régime delle corti europee, a prescindere dalle motivazioni personali, era una vittoria del nuovo contro la conservazione. Si dimostrava che si poteva mettere in discussione l’ordine che aveva regnato fino a quel momento. Dal codice Napoleonico al motto secondo cui nel suo esercito «ogni soldato semplice aveva nello zaino un bastone di maresciallo», le armate di Napoleone erano soprattutto l’immagine del cambiamento.

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Ridley Scott con Joaquim Phoenix sul set.

In Napoleon, il generale-console-imperatore non si prende mai troppo sul serio. Accetta la corona imperiale su suggerimento di Talleyrand con una risata, sonnecchia quando gli parlano degli intrighi politici; infine, quando tutto è compiuto ed è ormai prigioniero di una nave inglese che lo porterà all’esilio finale, si gode una buona colazione e si permette un sorriso di ironia sulle vicende umane. E nell’epilogo, ormai prossimo alla morte, parla di sé con distacco, forse finalmente libero da un troppo ingombrante destino. Ma in ogni momento consapevole che vivere non è sopravvivere e che, come diceva George Bernard Shaw, non si deve esitare di fronte alla propria natura: «Voglio usare completamente la mia vita e quando morirò, più mi sarò consumato, e più avrò vissuto».

A qualcuno questo ritratto potrebbe non piacere. Siamo un’epoca di nani che vivono al sicuro di una narrazione antieroica. L’eroe romantico, di cui mai ci fu incarnazione più luminosa di Napoleone, viene visto con sospetto, spesso tratteggiato con i colori di una hybris narcisistica fine a se stessa e incapace di empatia per le vite altrui, ma questa sarebbe una miope prospettiva anacronistica. Non è così il Napoleone di Scott – e molto probabilmente nemmeno quello vero – che è mosso dal senso della storia e della propria parabola. Quando dichiara al console inglese che «io sono una persona senza ambizioni» non sta scherzando. Non ha ambizioni, ma un destino da compiere attraverso il quale, non solo lui, ma anche l’Europa fanno esperienza di un senso possibile.

Non dimentichiamoci che Napoleone, a differenza di tanti autocrati e difensori del bene comune, che vivono in sofisticate enclaves, non si risparmiò mai e i suoi uomini lo videro sempre in prima linea, nel fango e nelle trincee. A 51 anni il suo corpo era ormai consumato e sfibrato dalle campagne militari cui aveva sempre partecipato in prima persona. Subì numerose ferite anche gravi, e per questa generosità i suoi uomini lo amavano e lo seguivano. Non possiamo giudicarlo con il metro che si è usato per i capi di stato del Novecento, lontani dalle sofferenze dei loro uomini.

In Italia si racconta un famoso aneddoto – verosimile, ma forse non vero – su Napoleone. Quando gli chiesero da chi discendesse, rispose: «Io non discendo, io ascendo». Ecco, in questa frase c’è l’essenza dell’uomo Napoleone che contiene in sé la capacità di superare i limiti che la società impone agli altri; personaggio immorale perché in cerca di una sua morale, incarnazione della spinta a realizzare l’immortalità sul piano dell’immanenza pura; personaggio pronto a sacrificare la sua esistenza in nome di una gloria di cui si avverte la transitorietà. E di questo sacrificio, se pure spinto da un’ambizione sfrenata, la cicatrice più profonda è visibile nella sua vita sentimentale.

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Vanessa Kirby.

In Napoleon il vero protagonista, più ancora che la Grande Armée, è la storia del suo grande amore, Josephine (interpretata da una bravissima Vanessa Kirby): non certo un amore ideale, ma una storia segnata da continui tradimenti, intrighi di corte; una relazione schiacciata dal peso crescente di un ruolo pubblico che la condizionò fino al divorzio, ma comunque vissuta fino in fondo da parte di un uomo che non rinnegò mai questo sentimento e che, fino all’ultimo, riconobbe in questa donna la radice del suo cuore. 

Stupisce vedere come Napoleone viva in modo pieno la sua esistenza personale, senza nascondere un’affettuosità quasi infantile, manifestando un amore incondizionato capace di superare ogni errore e di confrontarsi con una società che, in fondo, non gli ha mai dato nulla se non un terreno dove esercitare il proprio destino. È affascinante, storicamente e narrativamente, il modo in cui Napoleone supera i tradimenti di Josephine; un amore e un uomo più grandi anche delle corna che non nasconde e che considera, in fondo, irrilevanti davanti al suo destino e al suo sentimento che non poteva essere misurato dalle azioni degli altri. Come Napoleone non si fa misurare dalle sconfitte sul campo di battaglia, così la grandezza del suo amore non può essere sminuita da una infedeltà. È curioso che altri personaggi storici, da Giustiniano ad Augusto, da Luigi XIV a Enrico II, manifestarono una simile superiorità nei confronti della promiscuità delle consorti.

La prova di Joaquin Phoenix non è esente da critiche, in molte sequenze appare frenato e rigido, ma in fondo forse è quello che voleva il regista: mostrare un uomo che si è trovato a gestire un destino più grande della vita di chiunque, spinto a vertici che nessuno poteva prevedere e, in fondo, contenere. E così l’uomo Bonaparte si trova a vivere il personaggio Napoleone. In fondo, come scrisse André Malraux, «nessuno sale così in alto come chi ignora la propria meta». Il Napoleone di Scott non crede in Dio, non crede nella gloria, non crede nella legge: «Ei si nomò». Il Napoleone di Scott crede in Napoleone Bonaparte che, come testimoniarono le sue ultime parole, è un uomo che amò la Francia, il suo esercito e – soprattutto – Josephine.

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