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Thomas Piketty: la Storia maestra di uguaglianza

“Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull’andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi principi, ai governati abitudini particolari”. Con queste celebri parole, Alexis de Tocqueville introduceva nel 1835 il suo studio sociologico e politico, compiuto sul campo oltreoceano, La democrazia in America, indicando subito quello che ai suoi occhi appariva non solo come il principio fondamentale delle istituzioni democratiche americane, ma anche l’ideale e la meta verso i quali vedeva incoercibilmente convergere le aspirazioni profonde e la storia sociale e politica anche degli europei: l’uguaglianza. E più avanti aggiungeva, non senza un tono retorico: “Il graduale sviluppo dell’uguaglianza delle condizioni è un fatto provvidenziale; e ne ha i caratteri essenziali: è universale, duraturo, si sottrae ogni giorno alla potenza dell’uomo; tutti gli avvenimenti, come anche tutti gli uomini, ne favoriscono lo sviluppo. Sarebbe quindi saggio credere che un movimento sociale, che ha così lontane origini, potrà essere arrestato dagli sforzi di una generazione? C’è forse qualcuno che può pensare che la democrazia, dopo aver distrutto il feudalesimo e aver vinto i Re, indietreggerà poi davanti ai borghesi e ai ricchi? È possibile che si arresti proprio ora che è divenuta tanto forte e i suoi avversari tanto deboli? Dove ci stiamo dirigendo?”. 

 

 

A distanza di quasi due secoli, le risposte agli interrogativi di Tocqueville si trovano nell’ultimo libro di Thomas Piketty: Una breve storia dell’uguaglianza, appena edito in Italia da “La Nave di Teseo”. Con gli strumenti aggiornati delle scienze statistiche, sociali ed economiche, di cui lo stesso Tocqueville si auspicava l’avvento (“...è necessaria una scienza politica nuova per un mondo ormai completamente rinnovato...”), l’economista francese dimostra che, pur essendo stata una battaglia costante quanto incerta, la marcia verso l’uguaglianza ha fatto significativi progressi dalla fine del Settecento a oggi, in termini di decontrazione del potere, della proprietà e dei redditi, e in materia di diritti civili e diritti sociali all’istruzione e alla salute, e che le crisi recenti (finanziaria, sanitaria, ecologica) finiranno per imporci il passaggio a un altro sistema economico con più servizi pubblici, con più uguaglianza e anche con più prosperità. La prognosi tocquevilliana risulta, così, confermata dall’excursus storico di Piketty, seguito da un paniere di proposte di riforma e di linee di intervento che, sulla scia del passato, possono accelerare il cambiamento, ma sempre in vista di maggiore equità, in uno scenario dove le nuove diseguaglianze e ingiustizie si pongono e si decifrano su scala mondiale, in uno spazio di interconnessione inedita e inestricabile tra il livello nazionale e il livello globale.

 

Infatti, la prima e cospicua parte di carattere storico non ha affatto un valore meramente scientifico o accademico. È proprio lo studio dei progressi compiuti nel passato sul fronte dell’uguaglianza economica, sociale, politica e dei dispositivi istituzionali specifici che l’hanno resa possibile (l’uguaglianza giuridica; il suffragio universale e la democrazia parlamentare; l’istruzione gratuita e obbligatoria; l’assicurazione sanitaria universale; l’imposta progressiva sul reddito, sull’eredità e sulla proprietà; la cogestione e il diritto sindacale; la libertà di stampa; il diritto internazionale..), che consente non solo di certificare successi e i limiti di tali progressi, ma anche di calibrare le proposte per il futuro, di definirne le poste in gioco, di comprendere le leve più efficaci e le direzioni che possono dirigere verso più uguaglianza. In una materia sempre porosa all’utopismo o agli slanci ideologici, la prospettiva storica e la verifica e comparazione di indici socio-economici garantiscono l’ancoraggio alla “verità effettuale della cosa” e, secondo l’economista e ricercatore francese, consegnano anche tre lezioni importanti.

 

La prima è che la disuguaglianza è essenzialmente una costruzione sociale, storica e politica, e quindi emendabile. I cambiamenti in vista di una maggiore uguaglianza comportano un mutamento dei rapporti di forza, ma anche “rotture” di mentalità o, come avrebbe detto Michel Foucault, rotture di evidenza, dal momento che ciò che era evidente cessa di esserlo (arriva il giorno in cui ci chiediamo: come abbiamo potuto pensare che donne e uomini con la pelle nera dovessero essere “strumenti” per le attività economiche dei bianchi? che donne e bambini dovessero lavorare per 14 ore al giorno come addetti a un telaio? che le donne non potessero votare?).

 

La seconda lezione è che, dalla fine del XVIII secolo, esiste un movimento a lungo termine che si dirige verso più uguaglianza ed è frutto delle lotte e delle rivolte contro l’ingiustizia. Terza lezione: queste lotte e rivolte possono abbattere vecchie istituzioni e normative ingiuste, ma non garantiscono di per sé l’avvento di istituzioni nuove effettivamente promotrici di un progresso verso l’uguaglianza sociale, economica, politica. Il che implica tenere sempre a mente l’ambivalenza della nozione di uguaglianza e la sua tensione dialettica con il principio di libertà: fino a che punto si può spostare la frontiera della libertà per creare uguaglianza? Fino a che punto si possono scambiare i vantaggi di una prosperità più generalizzata con meno diritti individuali o meno partecipazione democratica? Quest’ultima avvertenza di Piketty fa, d’altronde, senz’altro eco alle parole conclusive di La democrazia in America di Tocqueville: “Le nazioni moderne non possono evitare che le condizioni diventino uguali; ma dipende da loro che l’uguaglianza le porti alla schiavitù o alla libertà, alla prosperità o alla miseria”.

 

 

Nella prima parte del libro, quindi, il racconto storico di Piketty sulle conquiste di equità sociale e sul superamento delle disuguaglianze di status e di classe è un catalogo puntuale, arricchito di dati e riflessioni, delle questioni che hanno segnato la marcia storica verso l’uguaglianza, dalla Rivoluzione francese fino ad oggi: l’emancipazione dal lavoro coatto e semicoatto; la fine dei sistemi censitari; l’invenzione dell’imposta progressiva sul reddito e sull’eredità; il problema delle riparazioni dopo l’abolizione della schiavitù e la fine del colonialismo; lo Stato sociale; la cancellazione del debito pubblico dopo la seconda guerra mondiale. Questa marcia verso l’uguaglianza è messa in correlazione da Piketty con l’incremento di prosperità, che si spiega sicuramente proprio con l’eguaglianza di accesso all’istruzione, al sapere e allo sviluppo di competenze. Ma, allo stesso modo, con uno sguardo che non è più “provinciale”, l’economista francese invita a considerare e a riconoscere che l’arricchimento dell’Occidente, come del resto l’arricchimento giapponese o cinese, si fonda da sempre sulla divisione internazionale del lavoro e sullo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e umane del pianeta e che conseguentemente la questione della giustizia e della marcia verso l’uguaglianza può essere ripresa e inquadrata solo dentro una cornice mondiale.

 

Non è questione solo di prosperità, d’altronde. Proprio la crisi della pandemia ci fa comprendere come da più eguaglianza e più giustizia nelle opportunità di salute nel mondo dipenda la protezione di tutti (l’OMS ha avvertito, di recente, sul fatto che la concentrazione degli stock di vaccini nei Paesi ricchi per effettuare più richiami, lasciandone sguarniti i Paesi del Sud del mondo, espone alla minaccia della comparsa di nuove varianti del virus, proprio a partire da focolai in questi ultimi Paesi, più vulnerabili).

Nella seconda parte del libro, Thomas Piketty offre una strategia e delinea i futuri “campi” di battaglia e di mobilitazione, per riprendere la marcia verso l’uguaglianza.

 

La strategia è definita a partire dalla denuncia delle sperequazioni e delle impasse in cui la marcia appare incagliata: la persistente iperconcentrazione della proprietà (agli inizi del XXI secolo, nella parte di mondo più sviluppato, la “classe media patrimoniale” che si è formata nel secolo scorso arretra, mentre il 50% più povero diventa più povero e il 10% più ricco torna a incrementare i suoi possessi); la libera circolazione dei capitali, senza alcuna contropartita in termini di regolamentazione o di fiscalità, che espone a rischi di impoverimento di reddito, status e occupazione le classi popolari e medie dei Paesi industrializzati, e crea un neocolonialismo strisciante che accentua i divari dei Paesi del Sud del mondo con il Nord del mondo, ma che è soprattutto il perno di un modello di sviluppo politicamente ed ecologicamente insostenibile; la persistenza di discriminazioni sociali, ad esempio nell’accesso allo studio di qualità, e di discriminazione etniche e squilibri di genere; il problema della ripartizione di obblighi e responsabilità rispetto alle conseguenze del cambiamento climatico.

 

La batteria delle proposte di Piketty è altrettanto coraggiosa, dettagliata e improntata a una logica complessa che gioca su più livelli di intervento, oltre che ispirata dalle best practices del passato: estensione dello Stato sociale e dell’imposta progressiva; condivisione del potere nelle imprese; risarcimenti postcoloniali e lotta contro le discriminazioni; uguaglianza scolastica e carbon tax; graduale demercificazione dell’economia; garanzia dell’impiego e dell’eredità per tutti (quest’ultima da ricavare da un’imposta patrimoniale annua a carico dei più ricchi); drastica riduzione delle disparità monetarie e un nuovo ruolo delle banche centrali nella transizione ecologica; un sistema elettorale e mediatico finalmente indipendente dal potere del denaro. 

 

Queste linee di azione segnano, agli occhi di Piketty, il naturale prolungamento del movimento a lungo termine verso l’uguaglianza iniziato alla fine del XVIII secolo. Non solo. Convergono, allo stesso tempo, nel disegnare un modello di “socialismo democratico, partecipativo e federale, ecologico e meticcio”, che la pressione delle catastrofi ambientali e sanitarie e la competizione tra potenze statuali e ideologie su scala mondiale potranno probabilmente agevolare, già nel trentennio venturo. La convinzione originale che l’economista francese consegna nella pagina finale del libro è, allora, una visione diversa della posta in gioco e del duello ideologico nel mondo che ci attende. A suo avviso, infatti, a contrapporsi come ideologie e modelli non saranno, come dicono alcuni, “due capitalismi” (il capitalismo liberal-meritocratico e il capitalismo politico), ma “due socialismi” (il socialismo democratico e decentralizzato e il “socialismo cinese” centralizzato e autoritario) e tutto dipenderà dalla capacità dell’Occidente di abbandonare la difesa controproducente di un modello ipercapitalista fuori del tempo. 

 

L’autore è cosciente di avanzare tesi ancora provvisorie e discutibili, quando l’analisi scientifica si lega più esplicitamente all’esigenza della prassi politica, ma, come “libro di storia”, la ricerca di Piketty contiene già un suggerimento che forse sarebbe importante incorporare subito nell’insegnamento scolastico: il progetto moderno di una società di uomini liberi e uguali non inizia solo con la Rivoluzione francese del 1789 e con la “rivolta” del Terzo stato, ma anche con la rivolta degli schiavi a Santo Domingo del 1791, per l’abolizione della schiavitù.

 

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