Alle scuole elementari avevo una maestra brava ma terribile. Terribile con i bambini meno protetti, ai quali non lesinava bacchettate sulle dita con il righello, o sulla testa con una lunga canna di bambù con cui riusciva a raggiungere gli ultimi banchi dell’aula. Ebbene, quella canna di bambù alla maestra la procurai io. Io la chiesi al nonno.

 

 

Un folto boschetto di Phyllostachys ricopriva e rinsaldava una ripa scoscesa del suo campo davanti casa e lo riforniva di tutori per l’orto. Ricordo il giorno in cui portai orgogliosa quella liscia e lunga canna giù dall’erta del quartiere alto, dove tutt’ora s’affaccia sul paese la casa dei nonni materni, fino al piano e alla scuola come un soldatino porta il vessillo, uno scudiero la spada al suo cavaliere. E con quell’ignaro sadismo da bimba nutrito dalla consapevole certezza che mai con quella canna la maestra avrebbe colpito me, allieva tra le sue migliori, armai quelle mani e me ne feci complice.

 

 

Sarà per questo che, pur da tempo spasimando un boschetto di bambù in fondo al giardino, il suo proprietario vi si oppone? Che tema, una volta entrata in possesso di lunghe canne di phyllostachys, un rigurgito di magistrale sadismo e non, come sostiene, l’invasione dei germogli inestirpabili?
Non tiene però conto della mia recente lettura dei Centomila canti di Milarepa, il famoso yogin tibetano dell’XI secolo. La mia maestra, purtroppo, non li aveva letti. Vi avrebbe trovato il canto dedicato al bastone di bambù, ne avrebbe capito la simbologia, forse avrebbe appreso un insegnamento che in troppi ignoriamo, e applicato tutt’altra pedagogia. Eccone un passo:

Questa canna di bambù che tengo in mano
[…]
ha fatto il giro di tutti i mercati,
a farmene dono fu un uomo di fede.
Ora è la mia canna di bambù.

Hai capito qual è il suo significato?
Se non l’hai capito,
te lo spiego, ascoltami bene!

L’incisione alla radice della canna
simboleggia lo sradicamento del samsara;
il taglio in cima alla canna
simboleggia la recisione di ogni dubbio ed errore;
la sua lunghezza, che è di due cubiti al di là del punto dove tengo la mano,
indica la dimensione [eccezionale] del praticante [che sono];
il bambù, un materiale bello e flessibile,
indica la base, la natura, della mente, buona per sempre;
l’aspetto liscio e il bel colore del bambù
simboleggiano la mente esperta nell’essenza dello stato originario e autentico;
il bambù, diritto ed elastico,
simboleggia la pratica priva di errori;
le scanalature nel bastone
sono un segno di maestria sul sentiero ininterrotto verso il risveglio.
(I centomila canti di Milarepa, Adelphi, Milano  p. 197-198)

C’è, davvero, di che imparare. Perciò un bambù in fondo al giardino è desiderabile.
Ma veniamo a questioni più pratiche. L’invasività delle radici rizomatose, di cui sono accusati, è arginabile interrando una barriera di contenimento. Tuttavia c’è un sistema più piacevole ed economico: mangiarseli! Aggiungiamo i germogli nelle nostre insalate, sperimentiamo nuove ricette esotiche. Oppure, non potendo contare su un panda in giardino, regaliamoli al più vicino ristorante cinese in cambio di qualche zuppa gustosa o di un succulento stufato. D’altronde, il bambù è una graminacea, come il riso o il mais, ed entra nella dieta di milioni di persone (e animali). Come tutte le graminacee ha il fusto cavo con  nodi cilindrici da cui si sviluppano le foglie lunghe, sottili, lanceolate, di varie tonalità di verde a seconda della specie.

 

 

Ma, Phyllostachys a parte – certo da noi la più diffusa e persino naturalizzata – tra le molte varietà ve ne sono di cespugliose (non rizomatose), a più lenta diffusione e più facilmente controllabili. In ogni caso, i bambù vanno riscattati dalla cattiva nomea: di dimensioni e colori diversi, dal più diffuso verde al nero (prediletto dalle stampe orientali) al bianco al giallo, a macchie e a strisce, giganti come il Dendrocalamus giganteus, o nani come il Pleioblastus pygmaeus (splendido in siepi fitte o in vaso). Tutti bellissimi, eleganti, raffinati con le loro canne flessuose e il portamento slanciato, le foglie persistenti, conferiscono al giardino, anche in inverno, un tocco di vivacità e leggerezza.

 

 

Vi siete accorti che le graminacee stanno vivendo il loro momento di gloria persino nei giardini urbani? Con esse, anche il bambù è stato recuperato come essenza per il verde pubblico. Sono infatti piante dalle scarse esigenze e svelta manutenzione: una potatura anche drastica ogni paio d’anni basta a governarli. Inoltre, sopportano bene la scarsità d’acqua (anche se ne sono golose). Nelle estati torride la pianta mette in atto strategie di difesa: le foglie si arrotolano strette strette su loro stesse offrendo alla calura minor superficie.
E se non ci accontentassimo di cucinarli, potremmo usarli per il nostro bricolage: cesti, mobili, carta, tessuti, le fibre del bambù si offrono per mille usi. Inoltre – lo sappia chi nutre pregiudizi nei suoi confronti – in Cina il bambù è augurio di longevità.

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28 Febbraio 2014