Scuola / Banchi di prova

1 Settembre 2020

Le scuole stanno diventando sempre di più il banco di prova (lo so, è un gioco di parole facile da fare!) non solo per il governo ma soprattutto per un Paese che non riesce a fare la pace con le cose normali, quelle di tutti i giorni che fanno la differenza nella vita di tutti noi.

In queste settimane di dibattito affannoso su banchi, pulmini e aule ho provato a cercare in rete se altri paesi europei vivessero lo stesso tipo di dramma collettivo e di stress mediatico e, con mio grande disappunto, non ho trovato nulla che raggiungesse le vitte italiche. 

Scuole che riaprono, misure mantenute, mascherine colorate, professori e presidi impegnati, istituti pensati per essere resilienti e integrati con altri spazi pubblici altrettanto capienti e sicuri, rimodulazione degli orari e dei luoghi. Probabilmente non andrà tutto bene, le aperture/chiusure andranno a singhiozzo fino a che non avremo trovato un vaccino adeguato, i rischi saranno calcolati ma con seri problemi per la comunità, ma sembra che per molti di quei governi fosse fondamentale, quasi impellente, dare segnali simbolicamente importanti perché, se il mondo si ferma, bisogna ripartire proprio dalle scuole e dai più piccoli.

 

Non è facile retorica, ma comprensione di una condizione collettiva in cui sapere riversare con attenzione e consapevolezza le poche manciate di speranza nella direzione giusta può aiutare una intera comunità a guardare al problema che ci attanaglia con uno sguardo diverso.

Perché aprire le scuole in Italia vuole dire consentire a milioni di uomini e, soprattutto, di donne di tornare al lavoro e alla possibilità di una vita sociale fino a questo momento negata. Quante donne hanno perso il lavoro in questi mesi perché considerato meno “pesante economicamente” di quello del compagno o del marito? Quanti sostegni per babysitter o congedo parentale offerti dallo Stato sono stati effettivamente utilizzati e hanno salvato posizioni di lavoro soprattutto sul versante femminile?

Perché aprire in maniera prioritaria le scuole insieme alle fabbriche e a tutti i luoghi per la cultura (alta o bassa che sia, non è importante) indica le priorità simboliche e politiche di un Paese che sembra disorientato e incapace di fissare le scale di valori adatti per progettare futuro dopo questa tragedia planetaria.

 

Nel mio precedente, lungo, intervento per Doppiozero mi ero volutamente soffermato sul ruolo centrale dell’edificio scolastico nella nostra civiltà e degli sforzi infiniti fatti da progettisti e pedagoghi per trasformare la scuola in un laboratorio sociale aperto, capace di dare forma con calce e mattoni a spazi capaci di ospitare la “meglio gioventù” e la didattica più adatta a farla maturare criticamente. Le scuole sono state, lungo il 900’, uno dei luoghi di sperimentazione più interessanti nella sfida del Welfare State capitalista e comunista, e, in parallelo, molti autori (oggi li chiamerebbero designer) avevano capito che non era solo una questione di muri e luce, ma anche di sedie su cui sedersi comodamente, tavoli su cui lavorare bene, maniglie, appendiabiti e servizi sanitari a misura, senza che nessuno si sentisse escluso. 

La migliore architettura non ha mai fatto distinzione tra spazio e oggetti mobili che lo popolano. Basta osservare un affresco pompeiano o una semplice casa giapponese per capirlo, senza scomodare Walter Gropius e il celebrato motto “dal cucchiaio alla città”.

Nella frenesia specialistica del secolo appena passato possiamo individuare decine di esperienze in cui i progettisti hanno studiato con attenzione ergonomia, anatomia, antropologia e psicologia infantile per capire come dare forma agli oggetti mobili delle nuove scuole. Giuseppe Terragni disegnò gli arredi per le scuole dell’asilo sant’Elia e Como e, negli stessi anni, Giuseppe Pagano dava forma a sedute, tavoli e librerie per la prima sede della università Bocconi a Milano. 

Lo stesso vale per autori nordici, inglesi, francesi e tedeschi che lungo tutta la prima parte del 900’ hanno lavorato insieme ai professori e alle industrie più innovative, attente ai nuovi materiali e alle forme che avrebbero potuto garantire.

 

Giuseppe Pagano.


Poi arriva Aldo van Eyck, giovane talento ribelle olandese, che, subito dopo la seconda guerra mondiale, progetta centinaia di parchi giochi risultati dai bombardamenti nella città di Amsterdam, e, intorno al 1958, disegna un orfanotrofio nella stessa città che cambia la prospettiva sul modo di pensare le scuole, immaginandole come “palazzi in forma di città”, micro spazi con caratteri urbani modellati tutti a misura di bambino, del suo corpo, mani e occhi. Sia i parchi giochi che l’istituto per gli orfani sono modellati intorno a geometrie elementari riprese dall’arte di Mondrian e dall’uso primordiale e poetico di materiali moderni. Gli interni e tutti i mobili sono realizzati per essere impilabili, assemblabili e gestibili dai ragazzi-cittadini di questo nuovo regno. 

Non stupisce che, a distanza di pochi anni, Marco Zanuso progetti mobili per i bambini in plastica dalle forme giocose e coloratissime, Enzo Mari cominci a teorizzare forme di autocostruzione per rendere ogni abitante un progettista e abbattere i costi di un design sempre più costoso ed elitario o che nasca Reggio Children come naturale evoluzione della migliore pedagogia italiana. 

Si tratta di un momento storico generoso e potente che vede esplodere la cultura di massa e la consapevolezza che ci fosse bisogno di mezzi, pensieri e strumenti nuovi per un mondo che viveva una metamorfosi radicale.

 

Come ci ha intelligentemente raccontato Marco Belpoliti in piccolo saggio apparso pochi giorni fa per Repubblica online, il design nelle scuole è diventato una straordinaria occasione per sperimentare forme e oggetti che portassero il bambino al centro e che ponessero con chiarezza la qualità degli ambienti insieme alla qualità della didattica e dell’apprendimento.

Nel 2004 il Vitra Design Museum produsse la mostra “Kid size” raccontando con originalità della relazione complessa tra buon design e i bambini, ponendo la scuola come uno dei luoghi in cui sono avvenute alcune delle esperienze più innovative e d’impatto sulla nostra società.

Capite bene che, alla luce di questi brevi commenti, la chiamata alle armi per milioni di nuovi tavoli isolati e mobili della ministra Azzolina fa sorridere perché affronta solo lateralmente il problema.

Il tema sono i banchi o le scuole da ripensare lavorando insieme sui tanti spazi pubblici sotto-utilizzati delle nostre città’? Non sarebbe stato più importante coinvolgere intelligentemente la filiera della produzione che genera buon design e progetti innovativi da decenni?

 

Il senatore Piano, dopo la fatica del ponte San Giorgio, tirato per la giacchetta, ha offerto una soluzione per i banchi delle scuole proponendo che vengano realizzati in legno naturale e che coinvolgano tutti i falegnami d’Italia. Soluzione idealizzata, che sarebbe piaciuta a Geppetto, ma che indica nel banco un elemento educativo (legno naturale, riciclabile invece della plastica) e di attenzione alla diffusa qualità produttiva del nostro Paese (il settore della produzione mobile). Quasi una gentile provocazione concettuale, conoscendo l’arguzia dell’architetto genovese.

Visti i primi banchi consegnati in questi giorni a Codogno non mi sembra ci sia un cambiamento radicale, se non nella riduzione dell’ingombro del banco per consentire un più semplice distanziamento e la possibilità di avere più alunni in aula. 

Andiamo verso dimensioni “giapponesi” che potrebbero educare i nostri ragazzi a un uso più consapevole dello spazio dato, immaginando che, nel frattempo, si porti avanti la digitalizzazione dei pesanti libri di testo che sarebbero un ingombro paradossale rispetto ai nuovi tavoli di studio.

 

Oltre al fatto che tutti questi milioni di banchi saranno in plastica, uno dei materiali più difficilmente riciclabili, oltre che consegnare questi nuovi manufatti a una vita semi-eterna nelle nostre scuole.

Inoltre la disposizione che viene proposta, con una rigorosa scacchiera, potrebbe essere anarchicamente smontata con organizzazioni differenti, libere nella distanza di sicurezza, proponendo una modalità più laboratoriale nella vita di classe. Non vogliamo certo tornare alle classi di soldatini ebeti, fermi e messi in fila regolare come se fossimo in una classe del primo dopo-guerra? 

Ma continuo a pensare che il vero obbiettivo dovrebbe essere una riforma radicale dei plessi scolastici e di un uso degli spazi totalmente differente, che usi l’emergenza come una condizione con cui confrontarsi in maniera eversiva e radicale.

 

Sicuramente le decine di articoli con diagrammi e disegni sulle classi scolastiche, le misure e gli ingombri dovrebbero fare riflettere la gente e i nostri governanti sul fatto che non si può ancora pensare che le scuole siano organizzate per spazi, luoghi e manufatti come se fossimo rimasti congelati negli anni Settanta (o a volte anche negli anni Trenta!).

 Lo sforzo di civiltà e buona politica dovrebbe essere quello di un piano decennale di riforma radicale delle scuole viste come manufatti aperti alla città e alle sue comunità, flessibili nell’uso da parte di professori e studenti, capaci di attivare una formazione innovativa per un tempo di profonda trasformazione globale.

Tutto in perfetta sicurezza, banchi compresi!

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