Gabriele Basilico, Bambole in bianco e nero

Chissà cosa intendeva esattamente Basilico quando paragonava i suoi non frequenti ritratti alla fotografia industriale, che come è noto gli era più familiare. C’è architettura in una fabbrica, certo, in un insieme di fabbriche, in una strada industriale, in un silos, in un magazzino, ma c’è anche nel corpo di una persona. Si notano strutture comuni – una fabbrica ha un tetto, uno scheletro di travi, gli esseri umani due gambe e due braccia – ma anche la loro unicità irripetibile, data dall’uso, dal tempo, dalle esperienze vissute. Mentre le fabbriche ci raccontano la vita di chi le ha vissute senza che uomini e donne appaiano più, come in un ciclo concluso in cui la fabbrica stessa diventa rifiuto industriale, le foto raccolte in questo prezioso libro che il fotografo aveva intitolato Non recensiti (Humboldt Books, 2021) appaiono creature periferiche, lontane nel tempo, gli anni 70, ma lontane anche da quel che è venuto dopo. Avviene tutto per caso: Basilico, incuriosito da un teatrino di provincia, chiede di fotografare gli artisti anche nei loro camerini, e tutti sorprendentemente accettano. Sono gli ultimi residui del dopoguerra, quel teatrino popolare e sboccacciato che in varie forme ha fatto il giro del mondo occidentale.

 

 

Teatrini ma anche night club per pezzenti, dove spogliarelliste ancora lontane da rifacimenti chirurgici depilazioni e tatuaggi si mostravano per quello che erano. A volte un po’ cicciotte, in consunto cache-sex con brillantini o senza, ma sempre ragazze normali, ai nostri occhi, che ispirano a volte simpatia a volte curiosità, ma mai altri appetiti. Che siano nude o vestite in cuoio sadomaso non cambia molto. Forse intendeva questo, Basilico, quando parlava di architetture umane. L’architettura è fatta di esterni ma anche di interni. In un certo senso gli operai che non vediamo nelle fotografie di fabbriche li vediamo qui, operaie e operai al misero lavoro dell’intrattenimento leggero. Un pubblico di soldati in libera uscita, nei teatrini, di sfaccendati e di mezzi delinquenti, tutti con tasso alcolico il più possibile elevato, tale da gustare appieno lo spettacolo, gridando liberamente approvazioni o stroncature. In fondo la vera volgarità era quella del pubblico, come tante volte anche il cinema italiano ha raccontato – e a tutti verrà in mente la leggiadra banana cantata dall’immortale coppia Vitti-Sordi.

 

 

Che le ragazze (ma anche i patetici clown felliniani e i culturisti ante litteram privi di ogni ambizione neuronale) siano operaie e senza particolare specializzazione ce lo dicono i fogliacci di carta appesi ovunque con lo scotch: “Le artiste sono pregate di servirsi della porta di servizio”. Ritraendo equanimemente uomini e donne Basilico ci propone una galleria formidabile: la ragazza leopardata con pompa di benzina, la donna pipistrello, le gemelline tutto pepe, il mafioso con l’ombrellino in testa, lo splendido uomo-manichino con giacca argentata, il giovane muscoloso che non so perché immagino meccanico di periferia. Anche i prezzi dei biglietti, meticolosamente accettati nelle immagini da Basilico, ci dicono qualcosa: platea 5 mila lire, galleria 4 mila. Ci sono anche i ridotti, 3 mila, e quelli dovevano essere i soldati in libera uscita. Semplicemente annoiati, e non più in fuga da scenari di guerra. Si respirano barzellette sporche, in queste fotografie, che raccontate ora ci commuoverebbero per il loro candore. Ma si sentono soprattutto i commenti volgari gridati dal pubblico annoiato da troppe barzellette: allarga le cosce, tira fuori le tette. Perché lo spettacolo è tutto lì: donne nude. Ma chi erano, queste ragazze?

 

 

Alcune sembrano provenire da momenti migliori, forse dagli ultimi bagliori romani della dolce vita, come le ballerine creole che giocano con movenze orientali ma poi fumano volentieri una cicca con i piedi sul tavolo. Anche la signora tutta piumata, l’unica con sorriso ben ritoccato, forse una cantante, ha conosciuto di certo giorni migliori. O l’uomo uccello o uccellatore, forse di lontana ispirazione mozartiana, col becco sulla fronte e il mantello di piume. In realtà non sappiamo nulla dei fotografati: Basilico non aveva scritto i loro nomi e non potendoli rintracciare il libro era sfumato poco prima di essere dato alle stampe. Questa dimenticanza ha però un innegabile vantaggio: ci lascia completamente liberi di immaginare. Che fine avranno fatto queste ragazze? Alcune saranno diventate tossiche, altre prostitute, altre (speriamo) avranno avuto una vita normale. E così gli uomini: alcuni saranno tornati al gabbio per l’ennesima volta, un altro avrà aperto una palestra per muscolosi. E i comici? dove saranno finiti gli oscuri comici di allora? uno morto in un ospedale di provincia divorato dalla cirrosi epatica, l’altro ucciso in una rissa a Buenos Aires. E quel disgraziato vestito da uccello che ostenta una gabbietta oscillata proprio lì davanti, allusivo, con tanto di sportellino aperto per la libera uscita? Di sicuro, mi viene da dire, avranno evitato l’onta del lavoro. Dette queste banali impressioni si deve precisare un contenuto importante: nessuno, in queste foto, è privato della sua dignità.

 

 

Nessuno è irriso, nessuna è usata strumentalmente. Anche la messa in posa credo sia venuta naturale: le ragazze sono semplicemente andate in scena davanti a lui, era il loro lavoro. Restano i claustrofobici camerini simili a celle di rigore senza finestre, i cartelli che minacciano multe, i loro poveri costumi appesi a stampelle di legno, la loro miseria ma anche il loro riscatto. Appesi alle pareti scrostate anche i ritratti dei divi più amati in quegli anni, incollati alla parete con lo scotch: John Travolta in posa da ballerino, un sorprendente, giovane Venditti immortalato sul palco. Pochi anni prima ci sarà stato anche Little Tony appiccicato sugli stessi muri. In quei teatri la differenza di fama tra i vari personaggi esposti come icone, italiani e stranieri, è una differenza sottile, tanta è la distanza anche dal più modesto successo nazionale. È l’eco dell’avanspettacolo, le sue ceneri che si mescolano ai più moderni night club. Si pensi a quel che si definiva lusso nelle immagini più famose della Dolce vita. Banali ristoranti, un palchetto con suonatori di tamburi mezzi nudi che aggiungono la nota esotica. 

 

 

Cos’hanno di particolare queste affascinanti fotografie ritrovate? Hanno la capacità di farti sentire in un romanzo. Continuano dentro di noi. Le ragazze si rivestono, gli uomini si concedono un Pernod, poi in piccoli gruppi vanno a mangiare (ma dove?) e poi vanno a dormire (ma dove?). I camerini dove si sono fatte fotografare toccando entrambi i muri con le mani non dovevano essere più grandi delle stanze nelle loro pensioni. Il piccolo corridoio della pensione quasi traballa quando lo attraversi, il vecchio parquet scricchiola, e dovunque ti avvolge l’odore di polvere, la stessa polvere che impregna il vecchio velluto del sipario. Trasposti nel cinema gli stessi personaggi si sarebbero trasformati in patetiche macchiette, forse addirittura volgari, mentre nelle foto di Basilico la loro umanità travalica costumi e ambienti e facciamo la conoscenza di persone come noi, prive di ogni volgarità. Paradossalmente sono proprio questi luoghi di confine, di spogliarelliste e strazianti barzellettieri, le ultime trincee del pudore. Che non si misura in centimetri quadrati di pelle nuda, essendo il pudore un contenuto e non un’apparenza: lo si riconosce nello sguardo, lo si legge nella postura del corpo, nel sorriso.

 

 

Ogni foto racconta la relazione tra due persone, il fotografo e il soggetto ritratto. Spesso la foto è anche un giudizio e il clic una condanna. È vero, ci sono fotografi spietati, qualcuno li considera in blocco addirittura cattivi. Ma ci sono molti fotografi che spietati non sono affatto, anzi sono introspettivi e rispettosi, capaci di coinvolgere con la loro umanità le persone ritratte rispettando un patto etico silenzioso ma inderogabile. Voglio fare almeno i nomi di due fotografi che amo molto, che con stili diversi hanno aderito allo stesso patto: Arturo Zavattini e Inge Morath. Come dicevo ogni foto racconta una relazione.

 

Queste foto, ritrovate in un archivio e pubblicate dopo tanti anni, sono di grande valore, estetico ma anche antropologico. Ci fanno riflettere sul nostro recente passato, su noi stessi che allora come Basilico eravamo giovani e curiosi. In fondo al volume  alcuni testi molto interessanti: un dialogo tra Gabriele Basilico e il fantasmagorico Ximo Berenguer seguito da un intervento di Giovanna Calvenzi, che racconta l’affascinante storia del ritrovamento dei negativi e i vecchi progetti editoriali andati in fumo decenni fa. Il tempo trascorso ha arricchito il valore di questi (apparentemente) semplici ritratti in bianco e nero scattati quasi mezzo secolo fa e pubblicati otto anni dopo la scomparsa dell’autore. Un lascito imprevedibile, se si pensa che Basilico è famosissimo per fotografie completamente diverse, prive addirittura di presenze umane. Qualcuno esclamerà: ma come, è lo stesso fotografo dei capannoni industriali? Non sarà uno scherzo del solito Berenguer (alias Joan Fontcuberta, grande fotografo e falsario sui generis)? Ecco, credo che ogni artista dovrebbe essere felice di suscitare dubbi del genere.  

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