Il tuo due per mille a doppiozero

Gli ultimi giorni di Donald Trump

Mercoledì 20 gennaio Joe Biden e Kamala Harris si sono insediati alla Casa Bianca, e spero che il Servizio Segreto, ripulito dai convertiti a Trump, sia in grado di difenderli anche dopo che lo stato d’assedio sarà finito, perché l’eredità lasciata dal presidente uscente, anzi uscito, anzi buttato fuori con un secondo impeachment (che non è solo una formalità, anche se lo sembra) è una guerra civile che ha già avuto le sue prove generali. Non sono andate molto bene, ma si sa che la sera della prima di solito tutto si sistema. E la sera della prima non l’abbiamo ancora vista.

 

La domanda che l’FBI si pone ora è quanta connivenza ci fosse dall’interno del Campidoglio, tra la polizia, vari deputati e senatori repubblicani, e i rivoltosi fuori. Pare che gli Stati Uniti siano entrati anche loro nell’era dei “servizi deviati”, che chi ha abbastanza anni in Italia ricorda ancora bene. Il cancro della teoria di complotto secondo la quale Biden ha “rubato” la vittoria a Trump è molto diffuso tra la non piccola percentuale di agenti della polizia orientati sulla destra estrema (anche qui, nessuna novità per gli italiani); i loro siti e le loro chat ne traboccano. E scoprire che a qualcuno dei nuovi deputati eletti grazie ai voti QAnon non sarebbe dispiaciuto vedere un po’ di democratici impiccati nel Campidoglio è una sorpresa solo per chi non ha prestato attenzione al precipizio accanto al quale l’America sta guidando da quattro anni a questa parte. Possono bastare i sorrisi concilianti di Biden e Harris per fermare la deriva? Le fotografie diffuse il 13 gennaio, dei soldati della Guardia Nazionale che dormono per terra, a centinaia, dentro il Campidoglio in assetto di guerra, sono rivoltanti oltre che tristemente ironiche. Sono lì per garantire la sicurezza dei Rappresentanti del Popolo, alcuni dei quali su quel Campidoglio stesso butterebbero una bomba più che volentieri. Vediamo allora di andare indietro nel tempo e analizzare un’ultima volta come si è arrivati a questo.

 

 

Domenica 17 gennaio 2021, ad esempio. Giorno di normale pandemia, in cui la gente è rimasta a casa o è andata a fare la spesa. Nei cinquanta stati dell’Unione, più il distretto di Washington, le finestre delle sedi del governo locale, nonché federale, sono state sbarrate con tavole di legno come per l’arrivo di un uragano, nonché circondate da reparti della Guardia Nazionale, contro una galassia di bande armate che rispondono al nome di Proud Boys, Bogaloo Boys e altre fantasie. In quel giorno, c’erano più militi della Guardia Nazionale a difesa dei palazzi del governo di tutti i soldati americani attualmente presenti in Iraq, Afghanistan e Siria. Se questa non è guerra civile, che cos’è? Forse una cosa che non ha nome, e sicuramente non ha senso. Perché dopotutto una guerra civile deve avere due schieramenti opposti e riconoscibili: fascisti e antifascisti, bolscevichi e zaristi, unionisti e confederati. Ma per che cosa combattono i Proud Boys, che cosa vogliono, qual è la loro idea di America, oltre al fatto che gli viene uno sturbo se Trump non è più presidente? La white supremacy, supremazia della razza bianca, è grosso modo il loro ideale, ma ognuno ci è arrivato a modo suo.

 

Di uno dei Proud Boys conosco la storia attraverso un giro di colleghi. È un uomo anziano, molti lo sono. Verso la fine degli anni Sessanta era espatriato in Canada per sfuggire al Vietnam. Non era un hippy, non praticava la controcultura; non voleva andare in guerra, ecco tutto. Rimase in Canada alcuni anni, poi gli venne la nostalgia e passò il confine. La guerra non era ancora finita, non c’era ancora stata l’amnistia per i draft dodger, coloro che avevano bruciato la cartolina precetto. Si fermò davanti a un negozio di alimentari, venne avvicinato da alcuni ragazzini che gli chiesero se volesse comprare della birra. Come no, disse lui, pensando di avere a che fare con il classico “banchetto della limonata” un po’ aggiornato. Immediatamente due agenti federali sbucarono da un’automobile e lo arrestarono. Non per essere sfuggito al Vietnam. L’FBI aveva teso una trappola a gente del posto che comprava alcolici da minorenni. Ma una volta che l’ebbero in custodia scoprirono chi era, e dovette scontare vari anni di galera per renitenza alla leva, oltre che per acquisto illegale di alcolici. 

 

La prigione lo distrusse. Quando uscì, era un’altra persona. Con il culto della forza fisica, delle armi, e della destra estrema. Da allora non è più cambiato. Il suo patriottismo non nasce dall’essere un reduce del Vietnam, ma dal disonore di non esserci andato. In questo è simile al suo presidente, che in una vecchia intervista ammise che durante gli anni del Vietnam aveva combattuto soprattutto il rischio di prendersi una malattia venerea. Il patriottismo è l’ultimo rifugio dei mascalzoni, diceva Samuel Johnson, ma anche dei traumatizzati, dei pentiti di comodo, o di coloro che si vergognano del proprio passato e devono passare la vita a cancellarlo.

Questi sono i soldati della guerra civile che Trump è stato molto vicino a scatenare, e che potrebbe un giorno o l’altro cominciare davvero, perché i Proud Boys e gli altri che rispondono alle sigle più diverse non hanno un obiettivo specifico oltre al puro odio verso la parte avversa. Non ci si può incontrare a metà strada. Come si può negoziare con la loro mostruosa rabbia di essere stati fregati? E da chi, poi? A sentire loro, dai democratici, da Black Lives Matter, dalle élites. Quello che non possono ammettere è che sono stati imbrogliati prima di tutto da loro stessi, e ancora di più dall’America in cui dicono di credere, quella che li voleva mandare nel Vietnam e li ha mandati poi in Iraq e in Afghanistan. 

 

Secondo alcune stime che non posso controllare, dodici milioni di americani credono nel complotto rettiliano, vale a dire la credenza che la Terra sia retta da lucertole venute dallo spazio e travestite da esseri umani. Ha origine in un libro del 1992 di David Icke, infaticabile complottista. Io stesso ho visto in televisione un video di Alex Jones, il fondatore di InfoWars, dare credito alla leggenda travestendosi lui stesso da lucertola, con una maschera di gomma sulla faccia, per spiegare al suo pubblico come stanno veramente le cose del mondo. Persone insospettabili hanno dichiarato di crederci, tra cui la scrittrice afroamericana Alice Walker, autrice del celebre Il colore viola, reso ancora più celebre da un film di Steven Spielberg del 1985. Non si sa quanto prendere sul serio queste affermazioni, e non starei a discutere l’ennesima follia di complotto se non mi venisse in mente un altro film che aveva anticipato la teoria rettiliana. 

 

Sto parlando di The Hidden, diretto da Jack Sholder nel 1987 e distribuito in Italia con il fantastico titolo L’invasione degli ultrasbirri. Se pensate che sia un prodotto di serie B avete ragione, ma sono proprio questi film culturalmente indifesi, nonché indifendibili, a mettere a nudo l’inconscio americano. Dunque: un lumacone alieno si impossessa di un corpo dopo l’altro, divorandolo dall’interno e adottando il desiderio degli umani di cui si appropria. Una Ferrari, ad esempio. Le Ferrari gli piacciono tanto, e se deve procurarsele uccide e ruba senza problemi, che vuoi che gl’importi, è un alieno. Poi sente di qualcuno che vuole candidarsi a presidente degli Stati Uniti, capisce che si tratta di una cosa importante almeno quanto una Ferrari, e subito dichiara di voler diventare presidente. Entra nel corpo di un senatore e si presenta come candidato. Ciò che accade dopo ha poca importanza. Conta la rappresentazione archetipale di una pulsione pura, una vera e propria omnifagia, una fissazione alla fase orale elevata a dimensioni interstellari. Voglio tutto. Non nella versione sessantottina (Ce que nous voulons: tout!) ma in quella, ebbene sì, di Donald Trump, il lumacone alieno che nella sua vita non ha fatto altro che volere tutto, e fino al 4 novembre 2020 l’ha avuto. 

 

Molti esseri semplicemente umani sono del tutto indifesi di fronte alla pulsione pura del lumacone, non sanno come reagire di fronte a un desiderio talmente assoluto che non sembra neanche avere una motivazione, uno scopo, un oggetto. Trump è un totalitario, sì, ma senza il totalitarismo, senza un progetto che non sia la sopravvivenza di se stesso. È qui però dove si incontra con i suoi miliziani, perché nemmeno loro hanno un’idea del perché vogliono fare la rivoluzione, a parte la fantasia della perenne frode che i neri e le altre minoranze compiono ai danni dei bianchi per il solo fatto di esistere e camminare per la strada.

 

 

È così che restano soggiogati da un capo che vuole da loro solo una cosa: che gli reggano uno specchio grande come l’America e bianco come Moby Dick, un gigantesco selfie durato quattro anni e che avrebbe dovuto continuare per sempre. Nel romanzo di Melville il primo ufficiale Starbuck ha orrore della pulsione distruttiva del capitano Ahab, però ne è anche sedotto, perché Starbuck è una persona razionale e realista, ma Ahab non è la realtà, è il Reale. La conclusione del film diretto da John Huston, con sceneggiatura di Ray Bradbury (1956), aggiunge al libro qualcosa di prezioso. La corda dell’arpione non solo strangola Ahab trascinandolo in mare; lo lega alla balena bianca. Ahab non è più vivo, ma il suo braccio destro si muove ancora, seguendo i movimenti dell’animale. E quando Starbuck vede quel movimento ad arco del braccio che sembra dire “Seguitemi”, sente che Ahab sta chiamando lui e tutto l’equipaggio perché continuino la caccia, uccidano Moby Dick e muoiano insieme a lei. Per tutto il film ha resistito al richiamo del Reale, ma alla fine non gli può più resistere.

 

Trump è stato, e forse lo sarà ancora, il punto di congiunzione tra il sublime americano e il ridicolo altrettanto americano, tra Ahab e il lumacone alieno, il “capitano, mio capitano” isterico che spande intorno a sé il veleno della sua pulsione, una dose di Reale che i proud boys non avevano ingerito fin dai tempi del Vietnam. Come resistergli? Come ignorare quel braccio morto che ti chiama a sacrificarti per lui, se né la scuola né la tua città né la cultura ti hanno preparato al fatto che il Reale non è solo il ballo di fine liceo, la tua chiesa tanto virtuosa e il tuo scantinato dove ti immergi in QAnon come se fosse un gioco di ruolo? Quando Ahab ti chiama, vai. Quando il lumacone vuole diventare presidente, tu lo voti, e impazzisci se non vince, perché il Reale non può “perdere”, il Reale non fallisce mai, e se fallisce ti aspetta la follia. Poiché la solitudine delle small town può essere spaventevole, la vita americana è strettamente regolata da una serie di rituali a cui non si può mancare.

 

Al di fuori di questi rituali c’è l’America vera della vita e della gente, ma a te sembra che questa verità sia niente, perché non è il Reale del tuo terrore.

Questo non vuol dire che il Capo sia percepito come forte e invincibile. Tutt’altro. Il Capo isterico non solo è debole, ma è anche amato in quanto tale. In politica o in guerra il Capo deve mostrarsi forte, ma per i seguaci di un culto è sempre la vittima di una congiura. I suoi sostenitori si sentono forti nel compensare la sua debolezza, nel salvarlo dai suoi nemici e ancora di più da se stesso. Niente li rassicura dell’indispensabilità del loro ruolo più del contemplare il continuo piagnucolio del capo di fronte alla “cattiveria” dei suoi “nemici”. È la fragilità del Capo a dare loro forza, a far loro desiderare di essergli fedeli fino alla fine. Davanti al desiderio di morte, propria e altrui, così ostentato dai seguaci a oltranza di Trump, verrebbe da dire che il loro motto non è Black Lives Matter, le vite dei neri contano qualcosa, bensì No Lives Matter, nessuna vita conta niente. 

 

Chiedo scusa del paragone che sto per avanzare, ma chi mi ha seguito fin qui lo capirà. C’è una scena del Vangelo secondo Matteo di Pasolini in cui Gesù ha appena finito di pronunciare il suo grande discorso “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!” La folla gli fa ressa intorno e i soldati cominciano a picchiare ed arrestare gente a caso. Gli apostoli fanno scudo intorno a Gesù, quasi lo sollevano di peso e lo portano via. La scena è brevissima, ma cruciale. Gesù (nel film, s’intende) non sembra consapevole di ciò che ha appena detto. Ha lo sguardo confuso, si fa scortare via docilmente, come in trance. Gli apostoli, dal canto loro, si muovono svelti e preoccupati, come se tra loro convenissero in silenzio che questa volta il Maestro ha davvero passato il segno e va protetto da se stesso. Non penso che le cose siano andate proprio così (be’, non ho la minima idea di come siano andate), ma così Pasolini le ha rappresentate. In quella specifica scena, Gesù non è il Messia, non è il Figlio di Dio; è un leader carismatico che si è fatto trascinare dalla sua stessa retorica, ignorando le conseguenze che avranno le sue parole.

 

C’è una vecchia intervista della BBC in cui il conduttore chiede a Laurence Olivier quanto impegno ci vuole per recitare Re Lear, la più ostica di tutte le tragedie shakespeariane. Sir Laurence risponde un po’ casualmente: “No, non è difficile recitare Re Lear; in realtà è piuttosto facile, è solo un vecchio stupido”. Detto tutto quello che c’è da dire su Donald Trump, bisogna anche cominciare a considerarlo un vecchio stupido, altrimenti non ce ne liberiamo più, nemmeno mentalmente. 

 

Certo, le differenze ci sono. Re Lear aveva un punto debole, Cordelia. Anche il Mr. Arkadin del Rapporto confidenziale di Orson Welles aveva un punto debole, e anche in quel caso era sua figlia. Sono entrambi tiranni, ma non sociopatici fino al punto di non provare sentimenti assolutamente per nessuno. Trump è debole, ma non ha punti deboli, a meno che un giorno non si scopra che Ivanka è la sua Cordelia. È per questo che va rimosso tutto d’un pezzo, tolto dalla pubblica piazza, reso invisibile. I democratici ci hanno provato per la seconda volta, ma per ora ci sono riusciti solo gli stessi social media (twitter, instagram, facebook ecc.) che l’avevano reso indistruttibile. È una lezione per tiranni futuri: l’apparato di propaganda va posseduto e controllato; il Capo non può essere solo un suo utente; Goebbels avrebbe fatto di Twitter un’azienda di stato. Trump non ha mai posseduto l’apparato del media; anzi, spesso lui stesso si è fatto portavoce di quelli che si servivano di lui. Certo, morto un medium se ne fa un altro. Ma se è così, che ci sta a fare la politica?

 

Ebbene, bisogna che i democratici si abituino di nuovo a usare la forza che tendono a disimparare così in fretta. Un esempio: Andy Kim, deputato democratico del New Jersey, non era nel Campidoglio durante l’assedio, stava in un altro ufficio federale e non ne ha constatato le conseguenze fino a sera, quando ha fatto il suo ingresso per la certificazione dei voti elettorali. Dopo aver visto la devastazione lasciata nella rotunda si è messo a pulire per terra. Le foto del deputato democratico chino a raccogliere i cocci lasciati dai rivoltosi sono circolate come un segno di umile superiorità morale. Ma io mi chiedo se quelle immagini non siano un riassunto di quella che è la forza e insieme la debolezza della “sinistra”, l’immagine lacrimevole della mamma che rimette in ordine la stanza del figlio disordinato, invece di avere l’autorità di farla rimettere in ordine da lui

 

Ora, io sono certo che molti dei repubblicani che fino all'ultimo, anche sotto assedio, hanno obiettato all’elezione di Biden, l'hanno fatto anche perché avevano paura per la loro sicurezza e quella delle loro famiglie (i rivoltosi gridavano di impiccare anche il vicepresidente Mike Pence, non solo Nancy Pelosi). Se la sono voluta? Sì, ma la cosa non mi fa stare meglio. Io non voglio il leader isterico che devo difendere e per il quale voglio morire, ma non voglio nemmeno il campione di umiltà che non ha rotto niente eppure i cocci sono suoi. Durante la loro presidenza e vicepresidenza, fino a quattro anni fa, Obama e Biden non hanno fatto altro che tendere la mano ai repubblicani, ricevendo in cambio solo schiaffi in faccia. Anche Gesù predicava di porgere l'altra guancia, ma almeno non si è mai presentato candidato a governatore della Palestina. La musica deve cambiare, e deve farsi più dura. 

 

In questi anni sono usciti in America dozzine di libri che invitano i progressisti a capire le motivazioni dei conservatori. Non ne è uscito nemmeno uno che inviti i conservatori a comprendere le motivazioni dei progressisti. Si dice che la sinistra non rappresenta più la classe operaia, ed è vero. Ma non si dice mai che rappresenta (anche) i discendenti di quella vecchia classe operaia che dai governi progressisti voleva proprio questo: che i suoi figli potessero studiare, laurearsi e trovare un lavoro che non fosse solo quello in fabbrica. Perché questi figli e nipoti della classe operaia tradizionale non dovrebbero essere rappresentati? Che cos’è che li rende una disprezzabile élite piccolo-borghese mentre i “veri valori” starebbero solo dalla parte delle mani callose – che nessun conservatore, peraltro, ama particolarmente? 

 


Io non so che cosa saranno in grado di fare Joe Biden e Kamala Harris, se un altro Trump meno vecchio e meno stupido sarà capace di portare a termine un colpo di stato (si può davvero credere che nessuno vorrà mai usare i 300 e più milioni di armi in circolazione negli Stati Uniti? Non facciamoci illusioni) o se una qualche misura di sanità mentale ritornerà alla testa della nazione più avanzata tecnologicamente e dunque più folle dell’Occidente (perché le due cose sono legate). So che l’odio è una droga, che Trump era il suo più grande spacciatore, e che chi si è intossicato è terrorizzato all’idea di andare in astinenza da mercoledì 20 gennaio. Coloro che hanno assaltato il Campidoglio il 6 gennaio erano dei tossici che vedevano sparire il loro fornitore abituale. 

 

So che Biden e Harris hanno due anni di tempo per risanare la nazione, perché alle elezioni del Congresso nel 2022 è molto probabile che i repubblicani riconquisteranno la maggioranza dei seggi, con o senza Trump, solo che non saranno i repubblicani moderati, e nemmeno quelli conservatori. Saranno i cospirazionisti, quelli folli senza rimedio, drogati di QAnon e cresciuti nelle fogne di internet. Due di loro – due trumpettes, dalla Georgia e dal Colorado – si sono già insediate. La febbre è troppo alta, è arduo pensare che possa scendere in fretta, che decorso sia normale.

Sia chiaro, non credo affatto che l’America sia “finita”. È solo incompleta, come ha detto Amanda Gorman nella poesia che ha letto all’inaugurazione; incompleta come tutte le nazioni, come l’Italia. Le fantasie di decadenza sono sempre reazionarie. Le nazioni cadono, risorgono o ristagnano, ma rimangono. Credo però, e non sono il solo a crederlo, che la fase storica iniziata cent'anni fa, nel 1918, anche allora con una pandemia, e con la fine della Prima guerra mondiale, e che è stata il secolo americano, sia arrivata a un punto di svolta. Qualunque cosa succeda d'ora in poi sarà un nuovo capitolo, un altro film. 

 

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