Ho fatto un Giro

Nonostante il sottotitolo reciti Diario di una corsa fuori stagione, fin dalle prime pagine di Ho fatto un giro, libro scritto da Gino Cervi ed edito dal Touring Club Italiano (2021), il lettore non ha l’impressione di trovarsi di fronte solo alla cronaca del Giro d’Italia 2020. 

Nella scorsa edizione, causa pandemia da coronavirus, la corsa a tappe si è infatti svolta a ottobre e non nella tradizionale collocazione primaverile, a maggio. Nel libro c’è la cronaca, tappa per tappa della “seconda corsa ciclistica più famosa al mondo”; una cronaca fatta di fughe, di vittorie e di fatiche, cronaca di scalatori, passisti e sprinter secondo la tradizionale classificazione dei corridori, ma tutto un po’ lontano, come uno sfondo sfuocato. Una cronaca fatta di partenze e traguardi, con i giornalisti al seguito ma in realtà sempre ad anticipare i ciclisti lungo il percorso per cercare storie e personaggi, per raccontare meglio, dopo, la corsa.

Eppure. fin dalle prime pagine, si capisce che c’è dell’altro. Per la scrittura innanzitutto, che ha ben poco della cronaca sportiva ma ben più della letteratura da viaggio, quella colta e misurata di una volta, come nello stile di Bruno Barilli in Lo stivale. Viaggio dalla riviera adriatica alle città liguri, da Venezia alla costa amalfitana, dalla Sicilia a Milano (Franco Muzzio editore, Padova 1999), raccolta di scritti tra gli anni venti e quaranta del secolo scorso.

 

Una letteratura di viaggio alla quale l’autore peraltro esplicitamente allude quando ogni capitolo (tappa) è introdotto da alcune righe a sinossi del testo seguente e alla maniera di antichi libri. Per il primo capitolo ad esempio, “Dove si parla di uno scirocco cattivo, di sci e di vele, di botteghe e di bombardamenti, e infine anche di libertà”. Così per 21 capitoli, fino all’ultimo “Dove si parla di un nome difficile da incidere e quasi impossibile da pronunciare, di momenti che capitano di rado, di una corsa nascosta agli occhi degli spettatori e dei segni metropolitani di una nuova inquietudine”.

L’inquietudine è quella di strade deserte di tifosi in una corsa fuori stagione, è quella di una primavera diventata autunno, del ripensamento della propria vita e delle proprie relazioni “...in un momento, in cui pur legittimamente, si ha timore a concedere fiducia a chi ci viene incontro”. 

 

Sì, perché l’Italia attraversata dal giro e raccontata da Gino Cervi è stata una realtà irreale e come sospesa: “Approdare a Milano, incappata di un grigio preinvernale senza più lo scirocco stordente di Monreale, in feroci contrasti di cielo e terra tra la lava dell’Etna, l’ultima estate del mare di Vieste, il caldo infuocarsi dei boschi d’autunno sugli Appennini e delle Alpi è stato come zavorrare di colpo il volo di una mongolfiera, scendere a terra e trovarsi in mezzo a un maledetto ballo in maschera.

 

 

Questo nell’ottobre 2020 era il presente e lo sfondo, mentre le strade deserte e autunnali erano il panorama simbolico e reale di una corsa e di un paese diventato diverso e alieno, dentro e fuori delle nostre teste. E allora Ho fatto un giro mostra quello che effettivamente è, scostatosi di lato rispetto alla corsa e alla cronaca e dilatandosi altrove; lo fa nel raccontare personaggi incontrati o cercati nel viaggio, lo fa nella memoria della storia e dei luoghi, lo fa nel confronto con le voci di altri autori, altri testimoni per gli stessi luoghi.

Perché “Il bel paese” è davvero tale solo nella ricchezza dei suoi paesaggi e della sua storia, della sua cultura. Questo sembra raccontarci Cervi, questo lo sfondo che nessun virus può intaccare, questa la certezza e la consolazione che il lettore alla lunga riceve.

Sono frammenti di letteratura varia, storia e bellezze ambientali quelle che si incontrano nelle pagine; i luoghi incontrati nelle tappe, lo spunto o il pretesto per quelle consolazioni 

Come quando a Brindisi, attraverso la voce di Herman Broch (La morte di Virgilio) Cervi riesce a unire il luogo dove morì il poeta e l’ebbrezza delle semplici vittorie, anche solo quelle viste da giornalista: “Chi non è nella conoscenza deve stordire nell’ebbrezza il vuoto che è dentro di lui, perciò anche nell’ebbrezza della vittoria, anche della vittoria cui si assiste come semplici spettatori”.

 

O quando la tappa, in Sicilia, sfiorando i borghi abbandonati di Borgo Schisina e Borgo Malfitano costruiti nel 1950 in seguito alla riforma agraria – in quei luoghi presto sostanzialmente abortita – ha modo di ricordare il set del film L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni. Una scena girata in un luogo già allora irreale con la voce di Ornella Vanoni sullo sfondo e “un’abbagliante Monica Vitti”: “O-oh... nessuno... Senti l’eco? Come mai è vuoto?”, chiede al compagno interpretato da Gabriele Ferretti.

 

O quando il giro attraversa la Romagna e la memoria non può non andare a Fellini e al suo Amarcord dove le selle delle biciclette inforcate da contadine in carne turbavano i sensi di Titta il giovane protagonista del film e controfigura immaginaria di Fellini e dei suoi ricordi. Dal prete, alla confessione, in un dialogo immaginario di Titta-Fellini con il sacerdote: “E cosa ti credi che veniamo a vedere il giorno di Sant’Antonio quando benedici gli animali? Le chiappe delle pecore?”

Sono soprattutto fragilità, bellezza e memoria ciò che s’incontra lungo il viaggio di Gino Cervi al seguito del giro d’Italia. Del resto, se il presente è inquietudine e incertezza, la bellezza, l’arte, le storie come le calde ricette della tradizione – al seguito della corsa più desiderate che consumate – possono essere un riparo, una consolazione, più o meno provvisoria, più o meno duratura.

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