Pinocchio: cross di Manganelli e gol di Agamben

“Pinocchio per me ha tanti significati, non soltanto quello contestuale della storia del famoso burattino, ma anche quello un pochino più magico del primo oggetto che ha a che fare con la possibilità letteraria, con la suggestione di una voce scritta che ti racconta una storia”. (Federico Fellini)

 

Che «sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali» è ciò che Geppetto desidera fin dall’inizio dal suo burattino, prima ancora di avere il pezzo di legno con cui fabbricarlo: perché possa dargli da vivere – da vero e proprio sfruttatore. A farlo, però, Pinocchio imparerà solo molto più tardi, nel paese dei balocchi, dove incontra, appunto, «chi ballava, chi cantava, chi faceva i salti mortali»; e a metterlo in pratica soltanto dopo la trasformazione in ciuchino, costretto a «saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia».

Che Pinocchio realizzi il sogno di Geppetto solo quando sconfina nella colpa e nella punizione non sarà sorprendente se si accettano i suggerimenti di Giorgio Agamben: che Geppetto sia un Padre castrante e che la punizione sia connaturata alla Legge anziché alla deviazione (maiuscole ineliminabili). Sì, perché Agamben, il filosofo dell’homo sacer e della polemica contro le restrizioni in tempo di pandemia, ha scritto ora un libro su Pinocchio, che si propone fin dalla copertina come un dialogo con un altro Giorgio, il grande commentatore parallelo del libro di Collodi, Manganelli, ma che è in realtà molto di più.

 

Molto di più per i lettori di Pinocchio, che vi troveranno illuminanti riflessioni sulla natura della storia, e molto di più per i lettori di Agamben, che si potranno divertire alla ricerca delle ragioni di un saggio del genere: per entrambi, comunque, Manganelli farà da collante, a chiudere una triangolazione che non potrebbe darsi senza il passaggio di colui che ha fintato e smarcato, come si addice alla metafora calcistica che stiamo adottando, e svelando, ma soprattutto al grande teorico della «letteratura come menzogna».

Il calcio c’entra molto, in effetti, con Agamben lettore di Pinocchio, perché il libro punta tutto a svincolarsi dalle regole del gioco di squadra a favore dell’azione individuale: ovvero, fuor di metafora, ad affermare il Pinocchio picaresco sul Pinocchio educato e corretto. Non poteva essere diversamente, del resto, perché Pinocchio deve la sua fortuna alla corsa e alla fuga anziché agli obiettivi pedagogici di cui è stato caricato in seguito, complice, in parte, Collodi stesso, che gl’impone una serie di dazi edificanti prima di restituirgli la sua geniale anfibologia.

 

Trickster, come lo definì Marco Belpoliti qualche anno fa (in “Temi, luoghi, eroi”, in Il Romanzo a cura di Franco Moretti, Einaudi), oppure picaro, come preferisce proporre ora Agamben, Pinocchio è tutto nel prima rispetto alla trasformazione in bambino, perché a quel punto la storia finisce e non c’è più racconto possibile. 

Tutto ciò che il critico può suggerire è comunque da riscontrare in Pinocchio, senza alcun bisogno di ricorrere a simbologie esterne (di tipo massonico o cristologico, à la Zolla o à la Biffi, come effettivamente è avvenuto proprio grazie alla ricchezza aperta del testo verso le origini, piuttosto che verso le destinazioni): è la natura di immersione nelle viscere della fantasia del processo creativo di Collodi ad affascinare Agamben, che ne fa un’occasione per rivendicare una lettura che riconosca la potenza dell’immaginazione in opposizione a ogni forma di esoterismo. Il libro di Pinocchio è grande, insomma, perché fa affiorare in continuazione archetipi, memorie e simboli che non vanno disvelati, ma solo esibiti in quanto tali: al critico tocca perciò riconoscerli, interpretandoli, senza pretendere di possedere una sapienza arcana che conduca alla spiegazione. Esoterica, dunque, la lettura di Agamben lo è fino in fondo, ma alla condizione di riconoscere che l’esoterismo è intrinseco anziché estrinseco, per cui Pinocchio è una storia d’iniziazione, benché non sia un rito di passaggio.

 

 

Partito da Jarry, Breton ed Éluard, già autore di un saggio politico sul paese dei balocchi e di un serrato cimento con Pulcinella, Agamben affida ora a Pinocchio la condensazione della sua stessa meditazione sulla vita come movimento, resistenza a ogni dispositivo e ogni categorizzazione, contatto con la profondità dell’essere e coincidenza con la temporalità biologica: indefesso inseguitore di farfalle e audace protagonista di salti mortali, reso immortale dal contatto con la morte, e dalla testa (ripetutamente analizzata: capelli, occhi, naso e orecchie) più grande del corpo (quasi assente, a parte i piedi che bruciano e le gambe che sgambettano). 

 

Pinocchio secondo Agamben è creatura infernale, materica, ai confini tra vita e non-vita, perché è assimilabile soprattutto a quegli elfi, fauni e fate di cui parlò a fine Seicento il reverendo scozzese Robert Kirk che non sono né umani né divini, ma sacri, in quanto esulano dalle leggi degli uni e degli altri, degli uomini e di Dio: homo liber, possiamo dirlo fin d’ora, che non può essere ricondotto all’uomo o all’animale, i due poli tra cui pendola continuamente la sua vicenda, perché è solo un meraviglioso burattino di legno. La sua identità starà perciò nel movimento del pencolare, che è quello che gli è proprio nel momento in cui, in una prima fase, il libro si chiudeva, con Pinocchio appeso alla Quercia grande a invocare l’aiuto del babbo: movimento che è lo stesso del picaro, che sfugge alla vita, perché ha come obiettivo il disvivere (vivir desviviéndose, come insegna Americo Castro).

 

Pinocchio – come ogni essere umano che si dica tale – non può rientrare in canoni e parametri, perché semplicemente è al di qua, origine pura, quando la materia era soltanto materia, dotata già di vita, ma potenza aperta a ogni sviluppo anziché atto confinato e definitorio. In questo processo, che lo porta a salvarsi da tutte le disavventure (dall’Orco-fallito Mangiafoco ai mal-destri Gatto e Volpe al serpente e al pescatore, tutt’e due verdi), Pinocchio è, appunto, avventura pura, non appartenendo né al romanzo né alla fiaba, che vengono negati fin dall’inizio, col magnifico incipit che suggerisce che il racconto che stiamo per leggere avrebbe potuto essere una favola, ma non lo è: «C’era una volta…», con quei puntini sospensivi che aprono lo spazio alla voce altrui, col suo carico di aspettative e il suo orizzonte di attese.

Protagonista di un racconto che non può essere né romanzo né fiaba; natura né naturante né naturata; né confinante con l’animale né compiutamente umano; né sostanza né persona: Pinocchio sarà un vuoto, un varco fra di esse, un «come» piuttosto che un «che». Il contrario dell’impostore (e pure del trickster), per usare la categoria che Giancarlo Alfano ha or ora proposto per riflettere sulla letteratura occidentale: non entra nella vita dell’altro né introietta l’altro, non si snatura né dissimula, ma è ricerca perenne, percorso anziché risultato, bisogno invece che conquista. Gioca, infatti, che è l’unico modo per ribellarsi all’ordine economicista delle liturgie del sacro – e del calendario. 

 

Il Pinocchio di Agamben vive dunque di negazioni, «né … né» essendo la formula riassuntiva di un libro che punta tutto verso il mistero, dove la parola manca e la definizione crolla; ma non sarebbe più produttivo un «e … e», dove la compresenza stride e incide, fino a impedire, ancora, ogni recinto? Più che svilupparsi per via negativa, insomma, questa «metafisica di Pinocchio», come pure avrebbe potuto intitolarsi il libro, potrebbe esaltarsi nella dimensione dell’ibridazione, della commistione e del commercio. Non in dialettica sintesi, ma in ambigua e contraddittoria con-divisione: Pinocchio è morto e vivo, sfuggente e orientato, eroico e antieroico. Vivrebbe, insomma, una costante crisi della presenza, un radicale smarrimento di sé stesso, da cui nasce di volta in volta il magico che anima le sue avventure, specchio della volontà-di-esserci di fronte al rischio di non-esserci

 

Collodi lo sapeva benissimo, se, come Agamben invita a fare, lo si legge attraverso i suoi scritti anziché solo internamente al libro di Pinocchio: come quando cominciava un racconto sulla sua rivista, «Il lampione», denunciando il «c’era una volta un re» come «inizio da serve»; oppure quando richiamava le favole di Fedro, oltre a quelle da lui tradotte di Perrault e Madame d’Aulnoy; oppure quando se la prendeva con la fiducia idealistica in «questa infilzata di bugie chiamata, per piacevolezza, “Storia”»; oppure quando citava i suoi stessi Giannettino e Minuzzolo, di cui il secondo finiva in compagnia di un ciuchino. Restituire Collodi a Collodi, come di rado i tanti pinocchisti d’occasione hanno fatto, quando è invece necessario: per scoprire la natura anarchica di un libro che mette al proprio centro la morte, che si divide tra la terra e il mare, e che affida all’asinità la scoperta del mistero. 

 

Qui Agamben riabbraccia Manganelli (da cui era partito per respingere letture sciamaniche, ma a cui si era contrapposto per rivendicare tensioni cabalistiche): per promuovere quell’idea che una consapevolezza di tipo divino si acquisisce solo aderendo, scientemente, al mistero dell’essere, senza pretese conoscitive e controlli razionali («vivere per vivere senza sapere di vivere», avrebbe detto Pirandello in un improvviso anelito alla materia oltre la coscienza, ecologicamente in fondo: «come le bestie, come le piante»). Ecologico è pure Agamben: l’inferno è selva, è qui e siamo noi («infernale-centrale» essendo nesso manganelliano per eccellenza). Giorgio al quadrato e libro al quadrato, perché le affinità si scelgono, confrontandosi, e perché la critica nasce da chi la genera, praticandola: fino a culminare in quell’aggettivo, «buffo», in cui Pinocchio-bambino specchia il sé-stesso-burattino, che non sancisce il distacco e istituisce la dicotomia, ma mette in scacco gli eroi e gli dei, li sconcerta, e fa ridere fuori tempo. Com’è buffo il Pinocchio di Manganelli visto dal Pinocchio di Agamben! Ma a vincere non sarà mai chi giudica buffo, se in quel buffo sta la difesa della vita piuttosto che la somiglianza respinta. Crea solidarietà, il buffo, intorno a cui converge il mistero di una custodia – dischiudendo la strada all’altra ipotesi critica possibile, quella che all’immersivo (assertivo e ontologico) Agamben non interessa, il Pinocchio umorista, che continuamente svicola, scarta, devia, e si diverte.

 

Il libro di Agamben è allora un esempio magistrale di come si dovrebbe fare critica letteraria: non per far dire al testo quello che il critico vuole che il testo dica, o per immettere il testo in un contesto che lo imbriglia e impoverisce, ma per farlo dialogare con le suggestioni che il testo stesso contiene – facendolo continuamente uscire da sé e portandolo sempre verso di noi. Pinocchio è una porta, come scriveva Manganelli chiosandolo, perché si aprano altre porte, entrando in un gioco di porte che portano altrove, ma sempre emergendo dalla prima porta aperta: se le porte restano chiuse, sarà meglio rinunciare alla critica e leggersi i libri – perché almeno parlino loro.

La porta Agamben invece la centra: ha fatto gol (di testa, su cross di Manganelli), capocannoniere indiscusso. 

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